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sento il suo corpo addormentato accanto al mio.

a tratti i suoi muscoli fremono

come stesse sognando di correre.

si stringe a me.

il suo contatto mi piace,

mi fa sentire protetta

calda

amata.

ora arriva l’altro.

si mette sul letto delicatamente

ma poi tenta goffamente di salirmi sopra.

mi agito e desiste

si sdraia sull’altro lato.

gli faccio una carezza rapida e lo sento  rilassarsi.

poco dopo il suo respiro regolare mi dice che si è addormentato.

mi riempiranno il letto di peli, lo so

ma dormire tra cane e gatto non ha eguali.

 

 

… considerando che fa parte di un periodo particolarmente particolare.

la controprova sono i sogni che faccio la notte. situazioni da lettino di Freud

o di Jung

ma lasciamo stare, che poi dicono che le donne sanno solo scrivere di cose molto intime….

foto chiaveil risveglio era stato normale, la notte quasi tranquilla, ero sola.

in bagno la prima sorpresa.

dopo aver tentato inutilmente di azionare lo sciacquone, aver aperto tutti i rubinetti, controllato la chiusura generale dal contatore, mi sono dovuta arrendere all’idea che ero completamente senz’acqua. la cosa buffa è che proprio il pomeriggio prima avevo effettuato la lettura ed inviato, affrancandola – perchè manco le cartoline preaffrancate ti lasciano quelli che vengono a farti la lettura di giorno feriale di mattina come se tu non avessi nulla di meglio da fare che restartene a casa a farti leggere i contatori, la cartolina all’Acea.

“non gli è piaciuta la lettura?” “avrò inviato la cartolina troppo tardi e si sono irritati?”

poi ragionando sul fatto che al risveglio non avevo sentito le cascate del niagara dai tubi che scendono – evidentemente accanto al mio letto, dai piani superiori, ho pensato che forse il problema riguardava l’intero condominio.

mal comune – mezzo gaudio

ho rimediato una tazzina d’acqua da un fondo di bottiglia per farmi il caffè

altre due dita da un altro fondo per il mio beverone mattutino

ho mandato un messaggio a mia figlia dicendole che sarei passata da lei a lavarmi almeno la faccia e i denti

nessuna risposta, ovviamente dormiva ancora.

è stato mentre preparavo la borsa per uscire, infilando spazzolino da denti e deodorante, che mi sono resa conto che a casa mancava qualcosa.

rapido giro di sguardi, tanto la casa è tutta lì, e mi rendo conto che mentre Arturo dopo aver mangiato la sua dose di croccantini è tornato ad acciambellarsi sul piomone e Cicoria mi mugola davanti in attesa di uscire a fare i suoi bisogni, non c’è traccia di Gilda.

Gilda la Furia Buia

Gilda la ladra

Gildoca, come l’ha chiamata il piccoletto da subito quando siamo andati a prenderla, minuscola, al gattile di Santa Severa.

saranno quattro anni?

forse cinque.

il tempo passa così velocemente.

la chiamo, inizio a cercare in tutti gli armadi, spesso si infila come un razzo senza che io la veda (furia buia appunto) e poi dopo un poco sento grattare dietro lo sportello. ma si infila anche in qualunque tipo di scatola o pertugio e nella casa ancora piena di cose post-trasloco faccio fatica a terminare l’esplorazione.

niente, a casa semplicemente non c’è.

e non è potuta uscire in giardino perchè non ho ancora aperto le finestre.

grande ondata di panico e senso di colpa.

“ma allora è sparita da ieri sera!” “e non mi sono accorta di niente!”

ripenso alla notte

non ricordo di averla sentita sui piedi

e nemmeno mi è salita sulla pancia facendo le fusa come un arrotino

gelo.

dentro e fuori

in giardino non c’è traccia

chiamo, giro, esco, entro riguardo ovunque, non c’è.

si è fatto tardi, decido di lavarmi in ufficio e vado sperando di non aver visto bene e di averla lasciata chiusa in casa.

all’ora di pranzo scappo di nuovo a casa e la speranza svanisce. non c’è. Gilda è semplicemente scomparsa. dalla sera prima. e la notte ora gela.

sono davvero preoccupata, ma devo riuscire subito per andare alla scuola del piccoletto dove ci sarà la vendita di beneficenza degli oggetti costruiti da loro per l’adozione a distanza che facciamo dalla prima elementare.

lungo la strada, morta di fame – sono ormai quasi le 14,30 e sono in megaritardo – mi fermo  per mangiare un panino in piedi.

è un baretto di monteverde che non avevo mai notato prima. c’è un banco tipo salumeria dove preparano dei panini buonissimi, a richiesta e dove vedo tutta una serie di prodotti abbruzzesi, prodotti che arrivano in particolare dalle zone del Parco Nazionale. un territorio che sfiora la mia casa di montagna. con enorme stupore, mai viste prima a Roma, vedo che hanno delle birre artigianali prodotte ad Amatrice. mi sento a casa. i due giovani baristi però non sono amatriciani, sono umbri.

dopo questa felice scoperta riesco frettolosamente per continuare il percorso e … oplà…. la macchina non parte.

l’avevo parcheggiata “leggermente in doppia fila” appoggiata di traverso accanto ai cassonetti.

provo, riprovo. nulla.

è tardissimo. mio figlio vedrà arrivare tutti i genitori che si accaparreranno gli oggetti più belli, ed io non ci sarò.

tento il salvataggio da parte del padre. abita non troppo lontano e anche lui starà andando….

cellulare spento.

prima di urlare e bestemmiare ed inveire, mi rendo conto che la strada è fortemente in discesa.

chiamo in aiuto i baristi umbri,  mi faccio spostare un poco indietro, parto a folle, ingrano la seconda e … via…. riparte.

manco mi sono fermata a ringraziarli, dovrò passarci uno di questi giorni.

come per miracolo arrrivo a scuola in tempo per entrare con gli altri.

del padre nessuna traccia, solita atmosfera prenatalizia che mi costerna sempre di più di anno in anno, ma sorrido gaia

non faccio che pensare a Gilda sparita ma contratto allegra l’acquisto di calendari con graffiti rupestri eseguiti dal piccoletto e segnaposto composti da sassi colorati dal medesimo artista

faccio il mio dovere e arrivo a spedere la quota che servirà a farmi sentire in pace con la coscienza per il prossimi dodici mesi

mi aggiro un poco spersa

tanta gente e la confusione non fa che accrescere il senso di un disagio interno che aumenta di ora in ora in questo giorno strano.

distrattamente ogni tanto guardo l’ora sul cellulare. nessun messaggio e i minuti passano lenti.

mentre lo rinfilo in borsa, sento un oggetto in una delle tasche interne. non è molto grande e faccio fatica a tirarlo fuori.

è una vecchia chiave

dorata

mai vista prima

ne sono certa

non l’ho mai avuta nè so cosa possa aprire

è vero che le mie sono le borse di Mary Poppins, ma pur contenendo un mondo di oggetti, magari dati per persi da mesi, conosco la provenienza di tutto ciò che trovo.

rimango con la chiave in mano, senza parole

immagini mistiche mi passano nel cervello

la chiave di “molto lontano, incredibilmente vicino”

la chiave di Alice nel Paese delle Meraviglie

le chiavi volanti di Harry Potter

un oggetto altamente simbolico, questa chiave

ed estrememente misterioso il suo trovarsi nella mia borsa.

la giornata si chiuderà con la certezza che Gilda probabilmente è uscita per sempre dalle nostre vite.

foto Gilda - Cesto ridotto

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Leggevo l’ultimo post di Alice  e mi sono fermata a ragionare sull’abitudine alla solitudine. Nel mio caso è quasi ridicolo parlare di solitudine. Anche ora che la ventunenne è andata a vivere dal padre, ho sempre il piccoletto. E quando anche lui è a casa del padre sono comunque in compagnia di due gatti e una cagna.

Questa notte, a proposito, ho capito che Cicoria e Gilda, due vere bastarde dentro, hanno oramai fondato una sorta di associazione a delinquere. Dove non arriva la cagna, salta la gatta, ed insieme riescono a spazzolare qualunque cibaria io dimentichi di togliere di mezzo. Un coperchio caduto dalla padella al pavimento ha fatto si che le beccassi col muso in flagrante reato e mi ritrovassi alle due di notte sveglia a meditare sulla solitudine.

L’abitudine a gestire tutto in prima persona, ad essere sempre investiti della responsabilità della decisione. La sensazione che non ci si può voltare con la testa di lato e dire: di questo potresti per favore occupartene tu? O anche chiedere una mano per piegare il lenzuolo da stendere, o tirare su il piumone dal letto. Avere un menù per ogni cena, senza discuterlo con nessuno. Fare i conti con il proprio denaro, inventarsi nuovi modi per risparmiare o permettersi un piccolo regalo (che tanto nessuno te ne fa).

Tutto questo è abitudine alla solitudine.

E condividere il letto, la colazione. Fare la spesa spingendo il carrello in due discutendo del tipo di pasta da comprare. O semplicemente comprare i fusilli perchè sono quelli che preferisce lui. Questo essere coppia nella quotidianità, mi manca? Amerei avere di nuovo un uomo accanto, veramente accanto, fisicamente presente, sempre, nella mia vita?

O le scelte fatte negli anni confermano che dormire abbracciati è bello, si. Ma una notte ogni tanto. E il bagno può essere veramente l’anticamera dell’infermo. E in fondo la fatica di decidere ogni cosa da sola è inferiore a quella di doverle condividere quelle decisioni.

Cosa mi corrisponde di più? Cosa mi manca veramente oggi? Perchè è certo che qualcosa manca.

E in questo tratto del curvone della vita dove sento di essere da mesi. In questo tratto di strada dove continuo a svoltare  ma senza vedere  ancora il rettilineo. In questo tornante in discesa dove le cose iniziano ad accellerrare paurosamente. Un rotolare di attività, movimenti di persone che si affiancano e poi vanno via. Di altre che  tornano. Di lavoro piombato improvvisamente a sconvolgere gli orari lasciandoti con il fiatone e sempre un sacco di cose in sospeso. Di pensieri molesti che la notte ti tengono sveglia. In questo tratto di vita cosa o chi vorrei. Cosa o chi mi potrebbe ridare un senso di non-solitudine e placare la mia ansia. Cosa o chi?

Merda! è una delle mie imprecazioni preferite. Siamo nella merda. Ho la merda fino al collo. Una giornata di merda.

Merda! (detto come augurio prima di andare in scena). Uomo di mmmmmerda, se proprio si vuole gratificare qualcuno.

Ma c’è chi adora questo sottoprodotto alimentare. Ed è la mia cagnetta. Anzi pare tutti i cani.

Lei ha una riserva, tra l’altro,  sempre pronta: la lettiera di Gilda e Arturo. Non la becco mai in flagrante. Trovo solo tracce di sabbietta che inequivocabilmente portano a lei.

Quando usciamo, al parco, se possibile si rotola su qualche escremento nell’erba, e se per caso le capita di trovare feci umane (e pare che nei parchi se ne trovino parecchie) è giornata di festa, una vera golosità.

Ho cercato delle spiegazioni e quindi ho fatto un giro su internet. L’argomento è seguitissimo, perché pare che la questione dei cani mangiatori di merda sia diffusissima. Una spiegazione è che per loro è estremamente saporita, specialmente quella dei gatti che hanno una alimentazione molto proteica e con delle sostanze che la rendono appetitosa e quella umana che ovviamente ha i residui di tutti i vari cibi che ingeriamo.

Altre teorie optano per carenze varie, tra cui sali minerali. Ma vista la diffusione della tendenza mi sembra difficile.

Quindi per loro è una specie di delizia e questo mi fa pensare che difficilmente riuscirò a toglierle il vizio. Purtroppo dovrò impedirle di darmi i bacetti, almeno quando sento che ha un’alito appestante.

 

Questo è solo un particolare di ciò che ho trovato al mio ritorno a casa alle tre per portare fuori la cagnetta.

Stamani non l’avevo portata con me come al solito perché, dopo aver accompagnato  il piccoletto a scuola avevo appuntamento dal dentista ( non è stato per niente piacevole) e subito dopo in sala di montaggio.

Non è che le cagnette siano accettate ovunque. A malapena la tollera il mio socio in ufficio. Dice che si sente che “odora di cane”.

Certo anche lui ha le sue ragioni. Nei primi giorni che Cicoria era con me a Roma la portai in ufficio, lui non c’era, era ancora in vacanza. Senza che io me ne rendessi neanche conto fece cacca e pipì nella sua stanza, accanto al suo Ficus Benjamin. A sua discolpa, della cagnetta,  c’è il fatto che ancora non si era abituata ai ritmi cittadini. Comunque io non me ne accorsi. Il regalino lo trovò lui, qualche giorno dopo (io nel frattempo ero ripartita) leggermente mummificato dal torrido caldo, ma ancora fetido.

Come potete notare dalla foto la bastarda ha completamente sbranato un cuscino, distrutto la base della mia campana buddista, distrutto un piccolo diario del piccoletto e sparso varie altre robe trovate in giro. Ciò che non si vede è la dimensione dello spargimento: ovunque! In cucina c’erano due tazze rotte (quelle della colazione). I gatti erano acciambellati sul divano con uno sguardo severo, che osservavano con disapprovazione il disastro. Avrei voluto vedere le loro facce attonite mentre lei si accaniva con furore distruttivo su tutto ciò che trovava in giro.

Ed è andata anche bene. L’ultima volta che l’avevo lasciata a casa per qualche ora aveva sparso tutto il contenuto del sacco della differenziata.

Ovviamente l’ho picchiata e punita. E lei, meschina,  sa già che lo farò. Quando apro la porta la trovo strisciante in posizione Gollum (la definizione è della ventunenne) con la coda tra le gambe ed quel suo sorrisetto che tenta di essere  accattivante ma è semplicemente agghiacciante. Si perché lei, la bastarda, sorride! Nel senso che alza proprio il labbro superiore, come farebbe un umano.

Ora chiedo: quanto tempo si può restare arrabbiati e tenerla in punizione? (niente coccole ne carezze, giro strettamente necessario ai bisogni, niente giochini né biscottini) Per quanto tempo posso continuare a restare incazzata? Esiste una pena capitale per animali domestici in Italia? E se sì, per quali delitti? E quanti sono i gradi di giudizio?

Quando mi sono data l’obiettivo di pubblicare un post al giorno per 365 giorni immaginavo che il momento difficile sarebbe stato questa estate, per via degli spostamenti,  delle distrazioni vacanziere e di lavoro, della carenza di collegamenti internet. Invece, ancora galvanizzata,  mi sono organizzata, ho tenuto duro e la cosa è andata.

Mi rendo conto ora che il difficile invece comincia adesso.

Ora che sono tornata ai ritmi invernali. Con le giornate a mille tra sveglia alle sette, scuola, lavoro, scuola, impegni vari del piccoletto, casa. Procurasi del cibo e cucinarlo. E quale cibo? Il piccoletto mangerebbe solo farinacei. La ventunenne, ovviamente, aborre i farinacei. Io peraltro cerco di seguire regole del tipo: diversificare, acquistare il più possibile cibo biologico, inserire sempre della verdura fresca nel menù, non utilizzare cibi precucinati o surgelati.

Si, sembra facile, ma ogni cena (per fortuna il pranzo ognuno lo consuma per proprio conto tra ufficio, mensa scolastica,  mensa universitaria  o bar della biblioteca o quello che rimedia a casa) diventa una elaborazione empirica della somma di tutte le esigenza, divisa per ciò che il mio cervello riesce a inventare, mediato con quello che riesco a fare nel tempo che intercorre tra il ritorno a casa e l’ora di cena – che in certi giorni è paurosamente insufficiente.

Alla fine del tutto rimane da nutrire gatti e cagnetta (che tendono con frequenza paurosa a rubarsi il cibo a vicenda e pare che questo non si possa proprio permettere) e portare quest’ultima a spasso per gli ultimi bisogni, altrimenti li molla a casa. Lei, la cagnetta, odia fare i bisogni quando piove, anzi proprio non li fa. Quindi posso continuare a camminare sotto l’acqua anche un’ora e tornare a casa che siamo entrambe da strizzare ma lei niente, si tiene tutto, finchè non torniamo e sente il caldo e asciutto pavimento di casa sotto il pancino. Inoltre non si è ancora abituata a farli mentre è al guinzaglio. Quindi nel percorso, sempre lo stesso – mi hanno detto – per abituarla agli odori, devo trovare dei posti dove poterla sciogliere, evitando quindi le strade dove passano le macchine, quelle dove ci sono altri cani, ovviamente quelle dove si incontrano gatti, e in generale quasi tutte le strade intorno a casa. Sicchè si cammina e si cammina e poi in due o tre punti particolari prego che le venga l’ispirazione e si degni di defecare o arrosparsi a fare la pipi.

Finalmente tornata a casa posso pensare di mettermi a scrivere, cercando di avere già delle idee articolate (la passeggiatina igienica con Cicoria in questo aiuta) e confidando nella vergognosa capacità che ho di improvvisare, cosa che mi è tornata estremamente utile a scuola e nel periodo in cui facevo teatro.

Alla fine devo dire che il tutto è divertente e poi mi ha del tutto precluso l’uso della televisione, cosa di per se estremamente positiva. Pago solo le conseguenze in termini di ore di sonno, ma finchè reggo…..

Quindi non mollerò e porterò avanti questo sciagurato blog per i restanti 275 giorni (!) al termine dei quali……

Non so, probabilmente non succederà niente.

Invece forse molto è già successo….chissà.

Ho iniziato a leggere il mio secondo libro di Murakami dall’inizio dell’estate. Un autore di cui molto mi avevano parlato ma che non avevo ancora mai letto. Errore grave.

Il primo è stato “Kafka sulla spiaggia” e mi ha stregato per l’intensa poesia e per la incredibile precisione e capacità che ha nel dare vita ai personaggi. E’ un libro visionario e fantastico che però non è facile inserire in un genere. A momenti sembra di leggere una fiaba, in altri si precipita nell’intensa e struggente vita reale e nei dolori e nelle speranze che ha ognuno di noi, pur se magari riportate nel racconto di un adolescente. Insomma un genio.

Ecco un piccolo passaggio, tanto per dare un’idea, del libro che sto leggendo “Dance, dance, dance”.

In poche righe parla della morte in generale. Della morte del suo gatto. Di che genere di gatto era e di che vita aveva fatto (e io avrei in mente alcune persone a cui la descrizione calzerebbe proprio). Della reazione che lui ha, pur non parlando mai di se, e del tipo di rapporto aveva con questo animale, pur non descrivendo nulla della loro vita in comune.

“Alla fine di maggio morì il gatto. Fu una morte improvvisa, del tutto inattesa. Una mattina mi alzai e andando in cucina lo trovai raggomitolato in un angolo, senza vita. Forse era morto senza capire nemmeno lui il perché. Il suo corpo freddo era rigido come un pollo arrosto, e il suo pelo sembrava più sporco di quando era vivo. Si chiamava Sardina. La sua non era stata certo una vita felice. Non era mai stato amato in particolare da nessuno, e lui stesso non era un gatto dalle grandi passioni. Scrutava sempre con grande diffidenza le facce delle persone, forse aveva paura che gli portassero via qualcosa. Non ho mai visto un altro gatto con uno sguardo come il suo. Comunque, anche lui era morto. E quando uno è morto, nessuno gli può portare più via niente. Questo è il lato bello della morte.”

P.S. Ovviamente lo sto  leggendo in italiano ma la copertina giapponese mi piaceva di più.

An elaborate Neapolitan presepio

An elaborate Neapolitan presepio (Photo credit: Wikipedia)

Ed eccoci rientrati tutti all’ovile. La mamma (cioè io) la ventunenne (sembra più che altro abbia già voglia di riandarsene), il piccoletto (rientrato dalla vacanza col papà più alto di cinque centimetri) i due gatti e la cagna (che continuano a scrutarsi e annusarsi a debita distanza). A sto presepe mancano solo i re magi e San Giuseppe. Per i primi debbo aspettare la giusta congiuntura astrale. Per il secondo inizio a darmi da fare.

E così siamo partite, dopo aver lasciato il piccoletto  alla stazione dove  il padre lo attendeva per riportarlo in vacanza fino a fine mese. .

Avevo tappezzato il sedile posteriore con tappetini impermeabili ricoperti da una pezza di cotone. Ovviamente Cicoria si è talmente agitata che ha smontato tutto, vomitando subito dopo direttamente sul sedile. Tutto sommato il viaggio è andato bene. Quando abbiamo finalmente preso l’autostrada si è calmata e si è addormentata.

Verso Roma, quando ho iniziato a rallentare, si è svegliata e con il muso mi ha cercato. Era già buio e probabilmente lei non sa che finchè la macchina cammina io sono sicuramente al posto di guida.

Dal casello in poi ha rifatto la pazza. Temevo le scappasse la pipì, che non ero riuscita a farle fare quando mi sono fermata a mangiare un panino all’autogrill (zona macchine con cani, ciotole tirate fuori dal portabagagli, acqua, cibo e passeggiatina igienica nell’orribile sterrato verso la zona TIR).

Quindi siamo finite in una piazzola deserta di un benzinaio fuori mano sulla bretella per Roma Sud. Niente pipì. Ma ho provato l’ebrezza della solitudine bordo autostrada in piena notte. Siamo ripartite. Non ne poteva più della macchina. Ad ogni semaforo rosso pensava di poter scendere. Infilava il muso nel finestrino leggermente aperto annusando furiosamente le nuove puzze della città a 29 gradi e tasso di umidità da paese subtropicale.

Arrivate sotto casa mi si è presentato il problema di scaricare la macchina tenendola legata in qualche modo. Avevo paura che presa da entusiasmo o paura scappasse. Le ho fatto fare un giretto perlustrativo  nel quartiere e poi ho agganciato il guinzaglio al pomello delle scale. Il tempo di tirare la valigia fuori dalla macchina e lei, credo in meno di trenta secondi, aveva tranciato di netto il guinzaglio con i denti. Chissà se questo essere legata e “abbandonata” fa parte dei suoi ricordi.

Oramai stremata dal viaggio (io) dal sonno e dal caldo (sempre io) sono riuscita ad infilare valigia (pesantissima) buste varie e cane nell’ascensore (lei credo non ne avesse mai visto uno e si sentiva in trappola guardando il cane che la osservava dallo specchio) e quindi poi a tirarli fuori.

Ho aperto la porta piano piano, sapendo che i due pelosi, sentendomi, si sarebbero subito precipitati fuori. Nel quarto di porta aperto si sono incrociati quattro paia di occhi e il tempo si è fermato. Letteralmente. Loro guardavano lei, lei guardava loro, io guardavo tutti e tre tenendo il mozzicone di guinzaglio stretto in attesa dell’attacco ai felini. Per un tempo che mi è sembrato infinito siamo rimasti tutti immobili. Io non so se il  sudore che oramai mi scorreva a rivoli era dovuto alla tensione, alla fatica, o al caldo infernale. Poi piano piano io e Cicoria siamo entrate in casa. Le dicevo di stare calma, di non attaccare, e lei pur avendo i muscoli delle zampe posteriori fementi e il naso che aspirava odori come una turbina, mi ha ascoltato. E’ stata bravissima!. Dei due pelosi il vecchio con passo felpato (della serie se cammino piano piano piano non mi vede) si è dileguato, lasciando Gilda la Tigre a guardia del Territorio Violato.

E Gilda la Tigre si è fatta valere. Un brontolio minaccioso e la curva della schiena ha fatto subito capire a Cicoria come doveva comportarsi. Con molta calma e senza esagerare nell’avanzata.

Sintetizzo per non annoiare, ma avrei voluto girare un documentario. Erano stupende. Gilda ha preso posizione sui mobili e Cicoria non sapeva mai da che parte sarebbe spuntata. Gilda non la perdeva mai di vista, mentre Cicoria scodinzolando e annusando doveva cercarla e se la ritrovava sempre alle spalle.  La tensione era palpabile.

Ho aspettato un paio d’ore prima di decidermi ad andare a letto, sperando che si rilassassero, Invece il vero problema è scoppiato proprio sull’occupazione della zona notte. Gilda non voleva cederla e Cicoria non ci pensava proprio a rimanere in una stanza dove non ci fossi io. Arturo nel frattempo era rimasto sull’angolo più estremo della ringhiera del balcone, con la faccia di un naufrago sulla prua del Titanic che aspetta  di capire se buttarsi di sotto o affondare con la nave.

Come Dio vuole sono riuscita a portare i gatti in zona giorno e a chiudere la porta scorrevole verso la nottte.

Erano quasi le due e finalmente ci siamo messi tutti a dormire.

Alle sette un brontolio mi ha svegliato. Non si chi era riuscito ad aprire la porta (architetto questa porta scorrevole non ha mai funzionato bene!). Ed è incominciata la vera cagnara. Gilda era un bel po’ scocciata della permanenza dell’intrusa e non le dava tregua. Cicoria si è rotta di subire i suoi attacchi in silenzio è ha incominciato a latrarle in faccia.

Ho acchiappato il mozzicone di guinzaglio e l’ho portata a fare un giro. Ancora non aveva fatto pipì.

Nel cortile ho immaginato di poterla sciogliere per darle modo di sfogare un po’ la sua energia repressa. L’ha fatto immediatamente avventandosi su un piccione e riportandomelo in bocca più morto che vivo. E’ decisamente un cane da caccia.

Ho liberato il pennuto e le ho rimesso il pezzo di guinzaglio. Distrutta dalla mancanza di sonno, dalla mancanza di una doccia e di un caffè sono andata al bar.

E da lì in poi ho capito quanto un cane può far si che  persone che proprio non conosci si fermino a chiacchierare con te. Insomma con un cane si rimorchia parecchio.

Per anni, da quando ero bambina, ho avuto un cane. Un bellissimo pastore tedesco di nome Ringo (!) entrato a casa piccolissimo e vissuto con noi per tutta la sua vita. Anzi, per essere precisi, gli ultimi anni li ha vissuti con mio padre (!!) fino a che un giorno, anziano, si è incamminato in campagna senza più voltarsi indietro (neanche dietro ripetuti richiami) e non è più tornato. Pare abbia deciso di andare a morire da qualche parte da solo. Non so se i pastori tedeschi lo fanno, o se in genere lo fanno i cani, ma mi è sembrato un modo assolutamente dignitoso di preparasi alla morte.

Poi per anni non ho avuto animali per casa. Fino a quando ho trovato Birba, il mio primo gatto. Mai avrei pensato di potermi affezionare ad un peloso. Invece ho scoperto un altro mondo. Dopo ho trovato Arturo e il mondo gatto ha invaso la mia casa. A parte una parentesi di qualche anno i pelosi sono stati sempre con me. Morto Birba, per fare compagnia ad Arturo, oramai vecchio e scorbutico, ho accolto Gilda presa dal gattile di Santa Severa. Pensavo di aver fatto cosa buona portando una compagnia , invece è stato un finimondo. Lui l’ha rifiutata completamente e da subito. Lei si è quasi immediatamente ammalata di qualunque cosa. Su suggerimento della veterinaria li ho tenuti separati per un po ed Arturo è stato ospite da un’amica generosa ed amante degli animali. Dopo aver curato  Gilda ed aver fatto analisi del sangue ad entrambi per scongiurare contagi di HIV e leucemia felina, Arturo è tornato ingrassato di almeno tre chili ed offesissimo con me. Mi ha dato letteralmente le spalle per almeno un mese, non ha più dormito con me né si faceva accarezzare o coccolare. Ho finito con il chiedere consiglio ad una comportamentalista animale, una di quelle che reinseriscono nel loro ambiente gli animali che hanno vissuto in cattività. Con i suoi preziosi consigli sono riuscita a ristabilire serenità, spazi vitali e priorità, al punto che adesso Arturo ogni tanto si lascia anche andare a giocare con Gilda, che è una vera felina terribilissima e ladra.

Ora ho incontrato per strada la cagna ancora senza nome (in paese l’hanno chiamata Cicoria, ma non sembrava serio, hanno poi provato a darle nome Medea, ma mi sembrava terribile, forse ci stiamo stabilizzando su Ginevra). La cagnetta mi ha stregato con il suo straordinario attaccamento da imprinting. L’ho salvata dalla strada e pare sia diventata il centro del mondo. Come posso ora lasciarla? Del tutto furtivamente la faccio dormire con me e il piccoletto nel B&B dove fanno finta di non vederla. Le do da mangiare e durante il giorno mi segue come un’ombra. Ogni tanto sparisce, va a farsi un giro e poi riappare saltandomi letteralmente in braccio.

Tra due giorni tornerò a casa e il mio cuore mi dice di portarla con me. Ma immagino già con terrore l’incontro con i due pelosi.

Nei rari momenti in cui riesco ad avere il cellulare collegato con il mondo ho iniziato tessere una rete di amici ed amiche che mi possono dare sostegno con i consigli ed eventuale ospitalità nel caso di tragedia totale. Cicoria-Medea-Ginevra, dopo i primi giorni in cui era decisamente depressa, ha ripreso vitalità e va inseguendo tutti i gatti che incontra per strada. Non è un buon segno. Anche se alcune persone mi dicono che magari con i gatti di casa si comporterà diversamente. Arturo e Gilda d’altro canto non hanno mai visto un cane, se non per alcuni momenti in cui una coppia, sbagliando piano, suonò alla mia porta ed un setter giocosissimo si precipitò in casa mia seminando il panico.

Non so. Cercherò  di essere ottimista ed impiegherò tutte le mie acquisite capacità di psicologa animale per tentare di avviare questa convivenza. e che il dio degli animali me la mandi buona.

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