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Archivio mensile:maggio 2016

schedina-totocalcio

Quando ero bambina mio padre giocava al totocalcio.

Non che capisse molto di calcio, non seguiva nemmeno le partite in effetti. Però aveva questa abitudine, di giocare la schedina tutte le settimane.

Nel suo piccolo studio, ricavato da quella che era stata in origine la camera di “servizio”, aveva una scrivania ingombra di carte. Non so che razza di documenti fossero, crescendo me lo sono spesso domandata visto i casini che poi ha combinato nel suo lavoro. Tra il tutto mi ricordo però che c’era sempre una pila di Quattroruote, schedine giocate e da giocare e il segreto del vero giocatore d’azzardo: un attrezzo che, agitato e rovesciato, tirava fuori una fila di piastrine con sopra impresso 1, 2 o x.

Ecco, mio padre si affidava alla sorte. Non ragionava su campionato, turni, trasferte o derby. Come ai dadi, si affidava al numero dato dal caso.

Questo è quello che io credo delle relazioni. Sono tante le caratteristiche che noi vediamo in una persona che ci fanno pensare, sperare, che possa essere quella adatta a noi, giusta per passare una parte di vita assieme. Le valutazioni che facciamo con la testa o di pancia quando incontriamo qualcuno che ci fa tremare i polsi. Ma poi, andando avanti, l’intersezione di due vite, l’unione di menti e corpi, danno vita ad un mix che sarà unico e irripetibile e che prenderà una strada del tutto sconosciuta e inimmaginabile. Questo credo. Nonostante tutto.

E di incroci ne ho passati, ad essere sincera, oramai. Ho incontrato uomini saggi e tristi, estroversi e incostanti. Ho incontrato bugiardi mentitori della miglior specie. Generosi o ladri, riservati o pazzi. Ho creduto alle storie più assurde nel nome di un amore inventato, ho scusato gesti inescusabili, supportato talenti falliti, mediato rabbie inutili. Ho visto amore dove invece c’era un calesse e questa è l’unica cosa di cui mi rammarico.

Perché il valore di un gesto, di una parola, di un piccolo pensiero generoso è quello che fa la differenza.

E quasi sempre, mi rendo conto, quello che resta dopo, alla fine, è davvero il nulla.

Ora che P, così nominerò il mio uomo, è partito per l’Asia mi ha lasciato:  una raccolta di suoi articoli e libri da leggere, alcune magliette (di cui una uso sempre per dormire), delle bustine di tè delizioso e un vasetto di melanzane sott’olio preparate con le sue mani, le scarpe da jogging, il suo spazzolino da denti sul lavandino e cinque giorni prenotati in Sardegna per il suo ritorno.

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