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Archivio mensile:agosto 2012

dai che ci siamo!

 

Leone

23 luglio – 22 agosto

 

Ti piacerebbe migliorare il tuo rapporto con il denaro? Hai qualche idea su come farlo? Le prossime settimane saranno il momento giusto per cercarle e metterle in pratica. Per cominciare, permettimi di darti un suggerimento: tieni al minimo il tuo pensiero magico, ma non soffocarlo del tutto. Un pizzico di bizzarra fantasia aumenterà le probabilità di realizzare i tuoi obiettivi. Ti do un’altra dritta: immagina i regali che potresti fare se avessi un po’ di soldi in più. Stimolando la tua istintiva generosità darai all’universo un motivo in più per essere generoso con te.

Ho appena finito di leggere “Inseparabili – il fuoco amico dei ricordi”  di Alessandro Piperno edito da Mondadori, Premio Strega 2012.

Sono anni che fioriscono polemiche sulle cinquine e sui premi assegnati, critiche feroci alle grandi case editrici, come appunto Mondadori, che si aggiudicano quasi sempre un premio che immediatamente fa balzare in alto la classifica nelle vendite.

E per questo non sono tra quelli che acquistano automaticamente un libro con la fascetta del vincitore. Questo era stato regalato a mia figlia e così mi è capitato tra i libri portati in viaggio per l’estate.

Inizialmente ho trovato molto intelligentemente ironica la scrittura di Alessandro Piperno, ma nelle 347 pagine l’ironia non basta a dare fascino ad una scrittura che invece mi è sembrata estremamente piatta. Come sempre tengo a precisare che non sono assolutamente adeguata a fare la critica letteraria, e che i miei sono solo pensieri di una lettrice media.

Però ci sono alcune cose che alla lettura di una donna come me, cioè mediamente sensibile alle tematiche femminili, non possono sfuggire. Alessandro Piperno scrive la storia di due fratelli coinvolti in un dramma familiare che inciderà profondamente su tutta la loro vita. E’ evidente che in questa storia le donne hanno solo due ruoli precisi: Le donne forti, che rinunciano praticamente alla loro femminilità o comunque a relazioni durature con un compagno, e donne fragili che hanno bisogno di un uomo al punto da accettare compromessi e sottomissione. Le donne fragili arrivano ad essere addirittura delle perfette idiote. Ovviamente sono tutte invariabilmente belle e ovviamente il massimo della loro soddisfazione sessuale è rappresentata dalla fellatio.

Ora che questa pratica sia molto gradita agli uomini è risaputo. Come venga normalmente praticata tra coppie che vivono il sesso liberamente e con gioia è anche questo risaputo. Ma che si arrivi a mettere al centro della vita sessuale di una donna la fellatio come massimo della soddisfazione o addirittura dare a più donne all’interno di uno stesso romanzo orbitanti intorno alla stessa famiglia questa medesima preferenza mi sembra rasenti l’incredibile.

Senza voler entrare nel merito del maschilismo mascherato in queste pagine, mi sembra però che da un autore vincitore di un premio come lo Strega si possa pretendere un impegno maggiore nella creazione di personaggi credibili. Sono arrivata alla fine libro con fatica. Peccato, il titolo era molto bello.

Continuava a ripensarci. Ma come le era venuto in mente di invitare un uomo conosciuto due giorni prima e con cui aveva parlato si e no dieci minuti in tutto, a casa sua? E poi perché?

Questo è il pensiero che più le faceva fatica ammettere. Aveva deciso di portarselo a letto.

Mai prima di allora si era lanciata in un approccio così immediato e diretto con un uomo. Non che avesse chissà quali pudori o inibizioni, ma nel tempo aveva elaborato una sua personale necessità di avere un po’ di tempo prima di decidere se un uomo era per lei così attraente da farci l’amore. Anche perché per lei non era tanto l’aspetto fisico che contava. Più di una volta aveva  provato una fascinazione irresistibile per uomini che fisicamente non le piacevano per nulla, e che poi proprio per via del fascino subito le risultavano irresistibili anche fisicamente.

E poi ormai erano diversi anni che non andava a letto con un uomo diverso. Diverso da quello che era stato il centro della sua vita per tanto tempo e a cui era rimasta inconsciamente fedele anche a distanza di un anno dalla loro separazione.

Lei aveva elaborato una strana teoria, quella dell’impronta corporea. Quando per tanto tempo si fa l’amore con la stessa persona, il proprio corpo assorbe l’impronta dell’altro al punto che anche scomparso l’amore o il soggetto amato, il corpo stesso reclama sempre lo stesso tipo di contatto. Per semplificare: se si è stati per un tempo con un uomo molto magro e alto si guarderanno preferibilmente uomini magri ed alti. Se al contrario si è avuto rapporti con un uomo massiccio e magari con la pancia, istintivamente il proprio corpo è quel tipo di uomo lì, che cerca. Memoria cellulare. Diffidenza al cambiamento. Resistenza al non conosciuto. Questa teoria ovviamente non era basata su alcuna ricerca scientifica, ma lei sentiva profondamente che era dimostrabile in ogni momento.

Da lì la difficoltà nel lasciarsi andare a  amorazzi o tresche, o anche solo sesso,  con quegli uomini che magari avevano flirtato con lei facendole capire di desiderarla. Nulla di moralistico insomma, è che proprio non le interessava. Aveva ancora l’impronta addosso.

Ed ora cosa era successo all’improvviso? Forse un leggero senso di rivalsa per essere stata tutto quel tempo in attesa silenziosa che magari lui tornasse da lei? Sapeva che non sarebbe mai successo ma effettivamente doveva ammettere di averlo sperato. O una definitiva e improvvisa liberazione dall’impronta? Forse la guardia aderiva  al tipo di fisicità che aveva ancora addosso? No il suo vecchio amore era assolutamente diverso.

Una sana euforia fisica l’aveva presa, e ciò era buono. Smise di farsi domande.

Iniziò a sistemare un po’ la casa, si fece una doccia. Tolse di mezzo giochini dei gatti, osso di nervo di bue del cane e rimasugli di pranzo.

Mentre sistemava incominciò ad immaginare quale sarebbe stato l’approccio più appropriato. Non poteva mica sbatterlo sul letto appena entrato. No, magari avrebbe preparato il famoso caffè e poi …. E poi cosa? Avrebbe aspettato che lui facesse la prima mossa, ecco. Si, in fondo era lui che l’aveva abbordata per strada con la scusa del cane. E poi seguita ed aspettata ecc. Il pensiero andò al suo corpo. Chissà com’era senza divisa. Non nel senso di nudità, ma magari vestito in borghese, con una maglietta ed un jeans. No, pensiero pericoloso. Di sicuro molto del suo fascino era dovuto a quella divisa blu scuro con fondina con pistola e manette. Meglio immaginarlo nudo allora. Uhm…. Chissà com’era la linea dei suoi pettorali. Il triangolo che normalmente si intravede nell’apertura della camicia ma che lui con la sua divisa teneva celato. E le sue natiche? Era uno dei punti che più l’affascinavano in un uomo. Pensò che non si ricordava bene la linea della sua bocca. Questo era veramente il massimo! Aveva invitato uno sconosciuto a casa con intenzione di farci sesso e non si ricordava nemmeno come era la bocca che di li a poco avrebbe baciato! Non si riconosceva più.

A quel punto suonò il citofono, il cane inizio ad abbaiare e lei sobbalzò. Era già arrivato?

Meglio così, doveva dare uno stop ai pensieri e lasciarsi andare. Lui arrivò un po’ trafelato, aveva fatto le scale (un po’ di corsa, penso lei). Stare tutto il giorno fermo lo sfiancava e aveva bisogno di movimento fisico (ottimo, pensò lei).

Lui si scusò di non averle portato nulla, aveva appena finito il lavoro, ma le promise che magari più tardi le avrebbe offerto un gelato (che tenero, penso lei). Lui insistè per accompagnarla in cucina per preparare il caffè. Nel frattempo continuava ad accarezzare il cane che oramai sembrava riconoscerlo come il più generoso degli accarezzatori e ne approfittava largamente.

– Bella casa!

– Grazie. E’ tanti anni che vivo qui.

– Sempre sola?

– No, per un periodo ci ho vissuto con un …. diciamo compagno … ma ora ci siamo lasciati da un bel po’.

– Capisco. Anche io ho una storia alle spalle bella lunga, e quando è finita, beh! avrei voluto cambiare casa e anche nazione, ma tanto è inutile. L’impronta ti rimane addosso e ti segue ovunque.

– L’impronta? Ma dai! Pensa che io ho tutta una mia teoria su questa cosa dell’impronta!! (incredibile, pensò lei)

– Sì? Beh io credo che noi abbiamo qualcosa in comune se in fondo ci siamo conosciuti (sintassi semplice e un po’ scorretta, pensò lei)

– Vero! Oltre i cani, intendi? – e sorrise ammaliante.

– Si certo, oltre i cani. Sento che con te si può parlare bene. E sei dolce anche con le persone che non conosci, è una cosa molto bella.

(Si. Parla come un dodicenne, ma è troppo tenero!, pensò lei)

Erano seduti sul divano, con i caffè davanti e lei travolta dalla tenerezza gli mise una mano sulla guancia e piegando un po’ la testa di lato gli poggiò dolcemente le labbra sulla bocca (che non aveva ancora guardato bene, ma oramai non aveva importanza) .

Lui ebbe un sussulto, e si ritrasse. Lei si bloccò e lo guardò con aria interrogativa.

Lui era confuso e arrossendo disse: Scusa, pensavo lo avessi capito, ma io sono gay.

(cazzo!, penso lei).

CONCLUSIONI

(dedicate a @aquilanonvedente e a tutti gli uomini che eventualmente capitassero su questo mio sciagurato blog)

Non serve avere un cane, o un figlio, o un certo non so che per rimorchiare una donna. Basta veramente poco. Una piccola sfrontatezza, non fermarsi davanti al primo piccolo ostacolo, decidere che è lei che si vuole e buttarsi. Ogni donna si conquista anche solo con una parola, specialmente se tenera. Non importa essere sorprendenti.

L’importante poi è avere in seguito qualcosa da dire ….

Lei, da quando aveva il cane, era abituata agli  approcci più improbabili per strada. Un giapponese l’aveva addirittura fermata chiedendo il permesso di fotografarlo. Nel giro di pochi giorni aveva parlato con più persone del quartiere che negli ultimi vent’anni. Anche al parco oramai aveva conosciuto quasi tutti  i frequentatori abituali ed i loro cani. Il Parco era molto grande ma gli animali invariabilmente si cercavano e si incontravano per giocare. E i padroni, con una naturalezza che lei non aveva mai riscontrato prima, si fermavano a parlare di qualunque cosa. Il cane aveva particolarmente fatto amicizia con un bassotto con il quale, nonostante la sproporzione fisica, si inseguiva e si rotolava per delle mezz’ore. Ma in quel caso il padrone, un ragazzo che per l’appunto faceva il veterinario, non sembrava troppo loquace o felice che  si fermassero a lungo. Lei aveva intuito, diciamo che era più una certezza, che quella era una zona del parco particolarmente frequentata da uomini in cerca di incontri. E così appena i due cani accennavano a frenare le loro corse, riagganciava il suo e proseguiva nella passeggiata.

Ma rispetto agli altri, l’approccio della guardia giurata era decisamente più particolare. Lei continuava ad assentire e a rispondere garbatamente alle sue domande immaginando ad ogni risposta conclusa la loro chiacchiera. Invece lui per niente preoccupato di essere invadente continuava a seguirla, carezzando il cane e chiacchierando del più e del meno come fossero amici incontratisi per caso dopo tanto tempo.

– Abiti qui vicino? – le chiese, infine.

– Si, proprio dietro la Piazza

– Io sono in questa banca qui, sto facendo una sostituzione, sarò qui per due settimane ancora.

– Ah

– Beh, allora magari ci rincontriamo.

– Si, certo. – E ritenendo concluso l’incontro lei si avviò verso il suo bar, tirando un po’ il cane che si girava a guardare lo sconosciuto carezzatore.

Il bar era chiuso per ferie e così decise di passare al mercato a comprarsela, l’insalata, per mangiarla a casa. E già che c’era si fermò all’alimentari a prendere del formaggio fresco.

Questi negozi del centro, che una volta erano delle bottegucce tristi e buie, con le merci accatastate su banchi di legno e piccoli frigoriferi a sportello, negli anni sono diventate delle sorta di gioiellerie. Non forniscono dei normali generi alimentari. No. Ogni prodotto è diventato una specialità. Per forma, consistenza o provenienza. Il classico Fiordilatte oramai è superato. Si possono chiedere solo mozzarelle di bufala, o bocconcini della Piana del Sele o trecce di Boiano. E il prosciutto non è più solo San Daniele o Parma, ma prosciutto aromatizzato del Montefeltro o prosciutto montano della Val Vigezzo. Inutile dire che salumieri, macellai o panettieri sono diventati dei gran signori e girano in SUV o Maserati, mentre le loro signore sono sempre alla cassa, è vero, ma con le dita incastonate di vere di brillanti. Niente da dire, per carità, solo che figuriamoci se in tali botteghe fanno entrare un cane.

E difatti lei dovette lasciare il cane fuori, legando il guinzaglio all’apposito gancio, e tentando di rassicurarlo sul fatto che non lo stava abbandonando, sarebbe tornata subito. Ma lui, com’era prevedibile iniziò a guaire disperato e a contorcersi tentando di liberarsi. Facendo più in fretta che poteva i suoi acquisti, sotto lo sguardo di riprovazione della cassiera che certamente disapprovava qualunque atteggiamento indulgente con gli animali, tornò fuori e trovò il cane oramai tranquillo carezzato e coccolato dalla guardia giurata.

– Certo che diventa proprio matto quando non ti vede!

– E già.

– Ho fatto una passeggiata per sgranchirmi le gambe e ora torno alla banca.

– Ah.

– Tu vai a casa?

– Si.

– Bene allora facciamo un tratto di strada insieme. Io poi lavoro fino alle quattro e poi via, che devo portare fuori i cani.

– Eh, certo, i cani.

– Si quelli non vedono l’ora che torno per andare a fare due corse.

E così dicendo camminavano verso la comune direzione.

Lei, dopo il primo sbalordimento nel ritrovarselo di nuovo davanti, iniziò un po a studiarlo. Non era un brutto uomo, diverso di sicuro dalle solite guardie giurate delle banche tutte un po’ fuori forma e tracagnotte. Certo non era molto alto, ma belloccio, con un ciuffo biondo che spuntava da sotto il cappello della divisa e una discreta forma fisica. Non doveva essere molto più giovane di lei, diciamo intorno ai quarantacinque, e certamente era un uomo buono. Lo aveva pensato guardano i suoi  occhi mentre parlava dei suoi cani e dal modo tenero con cui accarezzava il suo.

Fecero un altro tratto di strada insieme e poi si salutarono.

La giornata proseguì come sempre, casa, lavoro, casa, gatti, lettura di un libro e poi a letto.

Ma il pensiero di quell’uomo le tenne per un bel po’ compagnia.

La mattina dopo ci mise un po’ di più a decidere quale vestito indossare, e si guardò nello specchio con più attenzione mentre si metteva la matita sugli occhi.

Attraversando la strada per andare in ufficio sbirciò nella Banca. Lui era li, dentro un gabbiotto di fianco alla porta girevole che con aria annoiata fissava i monitor. Alzò lo sguardo, la vide, e con un cenno della mano la salutò. lei alzo la sua in risposta e proseguì.

A fine mattinata calcolò che doveva essere arrivata l’ora in cui lui uscita per fare una pausa prima del turno pomeridiano. Mise il guinzaglio al cane e uscì. Lui era lì, di fronte alla Banca, come la stesse aspettando. Rifecero un tratto di strada insieme, fino alla Piazza e stavolta non parlarono di cani. Lui le chiese che lavoro faceva, e lei poi chiese a lui dove abitava e cosa faceva nel tempo libero.

– Insomma, niente di particolare. Mi vedo con degli amici, e poi vado in giro con i cani. Sai li porto fuori dalla città per farli svagare a correre in Pineta o in campagna dove ho una piccola casa. E tu?

– Dipende, molto spesso sono in giro per lavoro, altrimenti vado al cinema o a teatro.

– Ah. Io a teatro non vado mai, mi sembra tutto così noioso. Magari al cinema ci vado di più. Con i miei amici.

Improvvisamente lei disse una cosa che, a ripensarci poi a casa, si chiese se non era impazzita.

– Se vuoi quando finisci di lavorare, alle quattro, vieni a prendere un caffè da me.

Lui la guardò un po’ stupito. – Si, certo che mi va. (continua)

Questa storia è dedicata al mio amico pennuto  e di penna @aquilanonvedente che me l’ha ispirata.

Era esattamente un giorno come gli altri. Sveglia alla stessa ora, caffè nero e senza zucchero, latte con cereali e doccia. Veloce passata di crema anticellulite sulle cosce, deodorante e un leggero filo di nero sugli occhi. Tutto automaticamente, senza neanche guardarsi. Scelta del vestito quasi automatica. Acqua fresca e croccantini ai gatti,  guinzaglio al cane e poi fuori.

Questa  del cane era una storia nuova. Non aveva certo mai immaginato di prenderne uno. Con il poco tempo che aveva riusciva a stento a stare appresso ai gatti. Che quelli non devono mica essere portati a spasso tre volte al giorno e poi al parco a correre. Loro erano sempre in casa, con delle puntate sul terrazzo nella bella stagione quando si sdraiavano pigri al sole.

Il cane le era capitato per caso. In vacanza con amici sulla Sila. Aveva approfittato di uno stop nel lavoro e aveva raggiunto due coppie conosciute da circa due anni. Le mogli avevano lavorato con lei e piano piano era nata un’amicizia come quelle che nascono talvolta tra  donne. Tante esperienze in comune, infanzie diverse ma ugualmente segnate, percorsi diversi ma tutti nella stessa direzione: la musica.

Lei era violoncellista, ma il lavoro se lo creava da sola. Aveva una piccola produzione musicale. Una sigla indipendente che portava avanti gruppi jazz e nuove voci, in particolare voci femminili. Lei aveva la direzione artistica e il suo socio si occupava di tutto l’aspetto amministrativo. Lavoravano insieme da molti anni orami, sembravano una vecchia coppia di sposi. Si capivano al volo, avevano ruoli distinti ma complementari, litigavano a volte, ferocemente,  ma poi il buon senso prendeva il sopravvento e così ritrovavano la serenità per andare avanti in un tempo in cui la musica, specialmente per una piccola produzione indipendente, aveva veramente una vita difficile.

L’estate precedente era rimasta in città, aveva una relazione con un uomo che difficilmente riusciva a convincere a partire. Un po’ per questioni economiche, un po’ per abitudine, un po’ perché la loro relazione, molto complicata, era in una fase in cui nessuno dei due sapeva decidere cosa fare. Se troncare o restare insieme e se restare insieme come fare a superare tutti i momenti orribili che erano riusciti a creare. Alla fine era stata lei che aveva dato un taglio ma dopo quasi un anno ancora sentiva ogni giorno il desiderio di sapere lui dov’era, come stava, cosa pensava. Insomma stava ancora sotto botta, come si dice.

Proprio per questo, superando il piccolo imbarazzo di essere sola con due coppie sposate, aveva deciso di partire. Loro avevano preso una casa in un piccolo paese del Parco Nazionale e l’avevano ripetutamente invitata.  La Sila, aveva scoperto, era un posto incredibile. Sconosciuta alla massa, potevi girare a piedi per ore senza incontrare nessuno. Con boschi quasi vergini dove aveva incontrato lepri, cerbiatti e anche due lupi. Certo in quanto ad attrezzature e infrastrutture non si avvicinava nemmeno un po’ alle  Alpi:  niente  baite dove fermarsi a riposare e mangiare,  sentieri mai perfettamente segnalati e poi paesi avevano tutti quella sorta di edificazione spontanea, lo stile dell’incompiuto come diceva lei.

Una mattina era andata in un paese vicino in cerca di un ufficio postale e al ritorno, dietro una curva, l’aveva visto. Il cane. Vagava con la coda tra le gambe con gli occhi spersi. Aveva fermato la macchina istintivamente. E istintivamente lo aveva fatto salire e portato con se. E con lei era rimasto. Feeling immediato. Lui era uno strano incrocio. Sembrava un po’ un cane da caccia, ma aveva il corpo più allungato, con zampe posteriori potenti. Un colore tra il nero e il caffè.

Si era fidata del suo istinto ed era riuscita a far accettare il cane ai due gatti. Aveva cambiato un po’ le sue  abitudini, ma il cane se lo portava quasi ovunque. D’altronde lui non la lasciava mai con lo sguardo. Come temesse di essere nuovamente abbandonato.

Facevano una piccola passeggiata e poi in ufficio. Ancora non le era mai capitato di dover  andare in sala di incisione, lì non avrebbe saputo come comportarsi. Ma come per il resto avrebbe deciso per istinto.

Per una donna razionale come lei era una cosa un po’ strana, dare tanto spazio all’istinto. Ma aveva capito sin da subito che l’incontro con quel cane era un segno di grande cambiamento.

Quel giorno era arrivata l’ora di pranzo e lei era scesa dall’ufficio con il cane per andare a comprare un’insalata nel bar oltre la piazza. Stava attraversando la strada con lui che si faceva tirare al guinzaglio perché ancora non si era abituato al rumore del traffico e si impauriva ogni volta che passava un autobus o il tram. Ad un tratto aveva sentito una voce alle sue spalle: ha paura? Si era girata. Era un uomo, un vigilante di una qualche Banca . Come? – disse lei -. Ha paura? Strano – ripetè lui.

– E’ che non è abituato alle macchine, è un trovatello.

– Ah ecco. E’ bello però. Ha un bel pelo. – e lui si chinò ad accarezzarlo mentre la seguiva dall’altra parte della strada fin sulla piazza.

– Io ne ho due – aggiunse lui –  eccoli – e tirò fuori il cellulare per mostrarle la foto di due cani, taglia media, lingue penzoloni, molto carini.

E continuò ad accarezzare il cane e a fare domande su come e dove lo aveva trovato e quanti anni avesse e se lo aveva già portato dal veterinario. (continua)

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