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BigMandala

o una spirale se non si vuole ammettere di girare spesso intorno ad un motivo, un pensiero, una necessità.

o un desiderio.

che poi desiderare è già molto.

nel momento in cui ho smesso, di desiderare, è passata la voglia di sforzarmi di capire, di gestire i tempi, di mantenere i nervi saldi e il cuore in alto.

il desiderio è un motore importante. per i buddisti è il veicolo per l’illuminazione. un desiderio è un espediente,  permette percorsi impensabili.

quindi è veramente importante fermarsi, ogni tanto, e capire cosa si desidera. nel tempo i miei desideri sono stati raffinati, a volte; basici, altre; condizionati dalle necessità, spesso; liberi di volare alti, raramente.

è un esercizio difficile quello di osservare la propria mente, o cuore. nel pensiero orientale non c’è divisione,  rappresentano l’essenza del se. l’osservazione attenta del proprio se permette di riprendere in mano la direzione. in ogni istante si può ridefinire il proprio percorso.

illuso è un essere che non ha il controllo della direzione che ha preso. la mente, o il cuore, sono condizionati dall’abitudine, dai mondi bassi, quelli più vicini all’istinto. l’illusione è come un velo che posto davanti agli occhi ci tinge tutto di un colore non reale.

a volte basta un piccolo gesto per alzare il velo, altre volte c’è bisogno di tanto tempo, di tanti giri intorno al punto.

e ognuno ha il proprio, di punto. pochi sono così saggi o illuminati da essere davvero libero di seguire il percorso più giusto per se.

è una lunga strada e dura tutta la vita.

perché tentare allora? perché non  lasciare che le cose vadano nel modo più facile?

perché la vita, dentro, in fondo, nel più profondo di ogni essere, vuole essere vissuta in modo libero.

la mia, almeno, ogni tanto mi urla: smettila!

allora dico va bene, smetto.

e ancora una volta mi fermo ad ascoltare.

eva-1

avevo dodici anni ed ero già completamente infelice.

appartenevo a quella che allora si chiamava famiglia della media borghesia, prima che questo concetto venisse spazzato via dai movimenti degli anni seguenti.

frequentavo una scuola privata esclusivamente femminile gestita da suore francesi.

non era tra le più esclusive della città, ma la retta annuale faceva una certa scrematura. anche se era sempre più frequentata dai figli dei nuovi ricchi. non famiglie di professionisti o antichi proprietari terrieri, ma commercianti, bottegai, che negli anni subito dopo la guerra avevano saputo cavalcare l’onda del grande boom economico.

la mia, di famiglia, era già una macchia nera.

divorziati.

i miei genitori appartenevano a quella che allora era una minoranza sociale e avevano costretto anche me a farne parte. nella mia scuola supercattolica, che io sapessi, ero stata la prima. in un primo momento la vicenda mi aveva dato un’aura di gloria, attenzioni particolari da parte delle maestre e una certa elasticità nelle richieste di risultati scolastici. ma d’altro canto io ero una bambina molto educata, ligia, e apparentemente così matura e serena da non avere quasi bisogno di queste attenzioni.

la situazione a dodici anni si era già normalizzata. c’erano stati sicuramente altri divorzi. una bambina era rimasta orfana di padre, e questo mi aveva fatto slittatare in una categoria meno protetta.

il vero problema era un altro. odiavo me stessa. odiavo soprattutto il mio corpo grassoccio e informe. le mie compagne erano divise tra le belle bambine (la maggior parte) e le brutte. io ero considerata bella.

ma come si fa, dico io, a considerare bella una bambina così. alta ero alta, è vero. avevo troppa carne addosso. ero pesante, sgraziata. con le caviglie grosse e le guance ridondanti. avevo ancora i capelli tutti pari, lunghissimi. scuri, folti, pesanti. la mia compagna di banco, e migliore amica, Emilia Elena aveva un taglio molto moderno, tutto scalato, con una frangetta di lato. ed era di un bel castano chiaro dorato. d’altra parte lei già aveva indossato calze color carne sotto la gonna scozzese della divisa e le avevano comprato un paio di decoltè con una zeppa di para che la facevano diventare alta quasi quanto me. io ero appena riuscita ad evitare i calzettoni e ad indossare una calzamaglia, rigorosamente spessa, bianca o blu. questo non aiutava le mie gambe pesanti a sembrare più snelle. tantomeno lo facevano i mocassini con il tacco spianato.

ma più di tutte, quelle che invidiavo, erano le cugine Sabelli. in verità non si chiamavano entrambe così, essendo figlie di due sorelle. però entrambe vivevano nella tenuta di famiglia e da lì prendevano il nome. erano piccoline per la loro età, bassine ma estremamente proporzionate. una era quasi un modello barbie. biondo platino, occhi azzurri, nasino piccino. l’altra era  il suo clone ma in versione scura. capelli castani, lentiggini, occhi verdissimi.

erano belle, di una bellezza raffinata e delicata, ma inappellabile. qualunque vestito a loro stava bene. anche se indossavano calzamaglie pesanti, mocassini e gonna scozzese come me, erano deliziose. quando venivano in tuta per le ore di ginnastica erano due atlete in miniatura. erano agili. mentre io arrancavo sul quadro svedese e rimanevo appesa piangendo come un salame alla scala orizzontale, loro salivano, scendevano, volteggiavano, come se la gravità non le sfiorasse.

sapevo che nella loro Tenuta condividevano con i cugini una casa su un albero. che andavano a cavallo. d’inverno spesso sparivano per una settimana tornando tutte abbronzate dopo essere state a sciare sulle Dolomiti. io avevo visto solo una volta la neve, quell’inverno sulla via dei laghi, ad un curvone su uno sterrato. aveva appena fatto un poco di neve e lì, al contrario dell’asfalto, non si era sciolta. io e mia sorella eravamo scese dalla macchina di corsa infilando le mani nella farina bianca e subito eravamo rimaste molto deluse. era fredda e molto bagnata.

le cugine Sabelli non prendevano mai voti eccellenti, ma andavano bene in tutte le materie. sembrava che le loro famiglie non pretendessero la media del dieci, come succedeva a casa mia. erano soddisfatti così. non le obbligavano a leggere continuamente vecchi romanzi per ragazzi arrivati direttamente dai primi del novecento. un giorno le gemelle portarono in classe un libro che fece scalpore: Fantozzi. La signorina Pericoli, l’insegnante di italiano, glielo fece leggere a turno ad alta voce. non pensavo avrei mai potuto ridere così tanto per un libro. i miei testi erano pieni di bambini orfani, malaticci, che sacrificavano la loro vita per la patria o per portare un po’ di pane in famiglia.

un giorno, per il compleanno di una delle due cugine – non ricordo quale – fummo tutte invitate ad una festa nella Tenuta. l’ingresso era un altissimo cancello di legno, che si apriva su un lungo  muro di pietra. era al confine tra la città e i nuovi quartieri. un territorio vergine, ettari di terreno scampati alla nuova urbanizzazione. probabilmente la stessa famiglia Sabelli, proprietari terrieri, aveva costruito e cementificato tutto intorno. ma avevano conservato il loro piccolo paradiso: prati e boschi e colline a loro esclusivo uso. nella Tenuta viveva tutta la famiglia. diverse case attorno ad un’aia, con accanto le stalle dei cavalli e le abitazioni dei contadini. le gemelle ogni giorno sparivano lì dentro, vivendo quella che io immaginavo la loro vita da favola con una famiglia felice ad affiatata, ricca ed accogliente.

la festa era stata preparata all’aperto, non ricordo più quanto giocammo o se mangiammo panini preparati in casa o tramezzini comprati al bar come succedeva a casa mia, quello che ricordo fu il momento del film. i genitori avevano organizzato la proiezione di un film in una delle costruzioni basse riservate ai giochi dei ragazzi. già avere un proiettore grande, come quello dei cinema, con la pellicola nelle grandi pizze e uno schermo che copriva tutta la parete di fondo era una cosa straordinaria. mio padre aveva il suo super8 e lo schermino con il gancio a molla che ogni tanto cedeva e si arrotolava improvvisamente schiacciandoti le dita.

ma la cosa veramente straordinaria, che mi lasciò senza parole e cambiò per sempre il concetto che avevo di cosa era la vera felicità, fu che il film era stato girato da loro. da tutta la famiglia Sabelli, indendo. non un filmino di qualche ricorrenza o le riprese della gita in montagna. no! un vero film con sceneggiatura, montaggio, titoli e musiche. a colori.

era un film di Diabolik. girato dai genitori delle Sabelli e dagli altri cugini. non ricordo chi fosse il protagonista, probabilmente uno dei cugini più grandi, e nemmeno chi interpretasse l’ispettore  Ginko.

ricordo bene però chi fosse Eva Kant: entrambe le cugine. la bionda era Eva nella versione naturale, quando era con Diabolik a casa a preparare il colpo, quando studiava il modo di aiutarlo a liberarsi dall’ispettore che lo tampinava. poi con un abile gioco di dissolvenza e assolvenza Eva metteva una maschera e si trasformava nella cugina mora. erano straordinarie. bellissime e fiere nella loro parte. agili ed eleganti, negli inseguimenti, scavalcavano muri, si arrampicavano sui rami di un albero per entrare da una finestra. nei primi piani gli occhi azzurri e dolci della bionda Eva si trasformavano in quelli verdi ghiaccio della sua clone.

era un film perfetto, avevano ricreato ambienti e costumi, incluse le maschere nere. avevano seguito il  racconto di uno dei fumetti delle sorelle Giussani. erano riusciti a girare anche uno spettacolare inseguimento in auto con la mitica jaguard nera inseguita dalla giulietta verde dell’ispettore lungo gli sterrati delle cave vicino alla città. Quelle che avevano ospitato le riprese di tanti spaghetti western.

a fine proiezione ero sopraffatta dall’ammirazione e dall’invidia. non avrei mai potuto eguagliare le cugine. mai sarei stata coinvolta in un’operazione così geniale e divertente.

mai avrei potuto essere io Eva Kant.

autostrada-notte

cento all’ora di notte a Roma

in moto, con abbastanza alcool in testa da pensare che il guardrail che ti sfila accanto in fondo non può essere così duro

abbastanza fiducia in chi guida da stringere le gambe e assecondare il piegamento sensuale di una curva

l’aria sotto il casco entra tiepida nelle narici, profumo di tiglio in fiore e fumi di benzina

la brezza avvolge le gambe e alza la gonna e ti senti ragazza

torna in un flash l’immagine di un’altra notte, un’altra moto

la prima sera di libertà, ambita, sognata e divenuta reale

più bella del sogno

al punto da temere un risveglio improvviso

nessun sogno più ora

ma una risata di gioia mi sale lo stesso

e alzo la testa, felice di essere ancora viva

e ancora io

map_of_india

oggi sono arrivata a graffiarmi l’anima.

in alto, sull’ultimo scaffale in camera mia ci sono gli scheletri

copioni teatrali di quando facevo teatro

quaderni di scuola delle medie

foto delle elementari dalle suore

foto di quando facevo i provini e giravo pubblicità

guide, tante guide

ricordi di viaggi

via tutto!

butto tutto in terra dall’alto della scala in mezzo ad una nuvola di polvere

sono anni che tento di non avvicinarmi a quello scaffale in alto in camera mia

che senso ha conservare una guida della città di Madrid degli anni ottanta? e una  di Istanbul del duemila? a cosa può servire una pubblicazione sul sito archeologico di Paestum del novanta? e quando mai riprenderò in mano la mappa  di Stratford Upon Avon dove dimorò William Shakespeare e che visitai a diciotto anni in un soggiorno di studio e cura di un cuore spaccato? a un cazzo

eppure ho conservato tutto

per anni

nella polvere

da una casa all’altra, attraverso la vita, durante i momenti felici aggiungevo cimeli, negli anni bui li guardavo cupa da lontano

oggi come un don chischiotte ebbro di onore e giustizia li ho affrontati

li ho colpiti ma sono stata atterrata, ripetutamente offesa  e graffiata fino in fondo all’anima

ma non mi sono scoraggiata, come sempre sono andata sopra il dolore, sopra il dolore, sopra il dolore

ho salvato solo poco, al costo di una bottiglia di prosecco comprata per il ritorno del mio amore che non tornerà e stappata per curare le ferite

i biglietti di ingresso all’Acropoli di Atene a 500 dracme

una pubblicazione di Nicos Gheorghiadis su Mistra

storia e descrizione della città di Monemvasia

guida della Grecia del Touring Club Italiano del 1977

pezzi del mio primo viaggio nella grecia classica con il neo-fidanzato ed ex-marito, uno dei momenti di maggior estasi turistica che abbia mai avuto nella vita

Per Venezia, raccolta di articoli di Indro Montanelli pubblicati nel febbraio del 1969 ed avuti in eredità da zio Carlo

mio zio che come Salgari viaggiava solo attraverso la scrittura

l’itinerario del viaggio in India, il mio matrimonio

e la guida di istambul ultimo viaggio fatto con mio marito prima della separazione, un viaggio bello, sereno, mano nella mano come fratelli

e la thailandia e amsterdam berlino venezia il gruppo del Sella, l’alpe di Susi, il diving center di vulcano….. no questi non posso buttarli via

resto sospesa tra la polvere e gli effetti del prosecco

Arrivo per ultima perchè dopo la nottata passata, ho passato una giornata a lavorare. Ed è sabato ed ho detto tutto.

E’ oramai ufficiale sul web, o almeno su WordPress, che ieri sera si è svolta una storica cena a casa di WishAkaMax che ha ospitato Masticone e me. Ho visto che entrambi hanno signorilmente sorvolato sulle quasi tre bottiglie di rosso scolate durante la cena, e sulle ovvie conseguenze che hanno avuto sui  nostri discorsi verso la fine della serata. In molti penseranno a sgangherate conversazioni equivoche  e doppisensi e porcate. Ebbene: si dialogò di trasformazione interiore e di pratiche per la crescita individuale. Con una sniffata di coca, o un bicchierino di amaro, saremmo arrivati a dimostrare l’esistenza di Dio, o in alternativa di un’altra divinità a piacere. Ma rimanemmo sul piano dell’apertura degli scrigni dei tesori contenuti nella nostra vita.

Ma alcune considerazioni sono indispensabili.

1) Ha assolutamente ragione Max, nel dire che solo pochi anni fa non avremmo avuto questa possibilità. Senza la rete non ci saremmo probabilmente mai conosciuti ed incontrati e piaciuti. E mi sono piaciuti molto Masti e Max. Così differenti tra  loro eppure con in comune una grande enorme e rara qualità: essere persone di valore. Persone che ragionano e stimolano al ragionamento. Che parlano, e molto, ma sanno anche ascoltare (Mast di meno). Che sono convinti di quello che dicono, ma sanno anche ammettere che tu hai ragione.  Due Stupendi uomini che mi fanno ricredere su ciò che vado dicendo sulla carenza grave di genere maschile frequentabile.

2) E’ vero che la pasta che Max ci ha così generosamente preparato era buonissima. Ma, caro amico, la Ada Boni non sapeva probabilmente neanche dove fosse ubicata la città di Amatrice, figuriamoci se immaginava come è preparata un’amatriciana. E giocare sulla presenza o meno di una “a” all’inizio del nome, non la salva da un’errore gravissimo di appropriazione indebita di ricetta. Mi riservo la facoltà di invitarvi a cena per prepararvi quella che normalmente si mangia ad Amatrice.

3) Ho avvertito distintamente, caro Masti, il tuo raspare alla mia porta stanotte. Sappi che ero lì li per cedere al richiamo del feromone, in fondo – ho pensato – è pur sempre un bel maschione. Ma ho subito dopo ricordato il Maiale inguaribile descritto così bene nei tuoi post, ed ho messo il cuscino sulla testa. Mi auguro che il divano sia stato comunque un giaciglio comodo.

4) Vuoi per il troppo cibo e l’abbondante libagione o per la tarda ora e l’emozione di avere Masti a casa mia, ma ieri non ho avuto il tempo di scrivere il mio post quotidiano Quindi recurererò oggi linkando tutti e due e scrivendo qualcosa di assolutamente inutile e superfluo subito dopo.

Cercando di fare spazio per i libri, che oramai come piante rampicanti invadono ogni angolo di casa, ho tirato giù da una mensola alta una pila che era sfuggita alla catalogazione che tento di mantenere nelle librerie. Detta così sembro quasi una maniaca dell’ordine. Non è così. Sono abbastanza casinara e disordinata ( e il mio socio può confermare – in ufficio c’è un abisso tra la sua scrivania e la mia ). Comunque ci tengo a non sembrare maniaca dell’ordine, però senza una certa catalogazione state pur certi che se cercate  un libro particolare, letto magari una settimana prima, non lo troverete mai più.

Detto per inciso la pila sulla mensola più alta l’aveva inzeppata la mitica Tata Feli, che ogni tanto tenta di creare spazi dove spazi non ci sono.

In ogni caso, nella pila non catalogata e impolverata (perché Tata Feli magari crea anche spazi insperati ma di spolverare non se ne parla proprio, e di spolverare libri poi men che meno) dicevo nella pila non catalogata c’erano alcuni testi teatrali – che ho sistemato in ufficio – alcuni libri che dovrei restituire – ma mi sa che il proprietario non li vedrà più – e altri che ho ritrovato con una gioia pari a quella di una bambina all’apertura della calza della befana.

Tra questi, e dopo circa quindici righe arrivo al punto, c’era Il nuvolo Innamorato di Nazim Hikmet, una raccolta di fiabe scritta da uno dei poeti più amati dagli innamorati, che ci era stato regalato dal mio amico più storico: il mitico Lorenzo. Dico ci perché nella dedica siamo compresi io, il piccoletto e la ventunenne. Ora, chi come me ha un amico decennale che regala libri scrivendo ogni volta una dedica è molto fortunato. Se poi questo amico regala sempre i libri giusti puoi paragonarti al vincitore di una lotteria.

Questa scoperta, di un libro avuto-letto-dimenticato e ritrovato mi ha riempito di stupefatta energia in una giornata del tutto catastrofica e spiego il perché.

In una giornata-del-tutto-catastrofica, quando i pensieri si fanno così grigi che la cagnetta ti guarda con gli occhi obliqui ( e si sa, i cani capiscono tutto anche se sorridi) trovare il segno tangibile di una amicizia che dura da anni  e che né la lontananza, né la differenza di età, né quella di sesso ed i ritmi di vita hanno mai scalfito, beh c’è da fermarsi e da ringraziare il divino.

Aggiunto a questo c’è il fatto che il libro è del più romantico innamorato che io abbia mai conosciuto (nonostante le quattro mogli). E questo è un altro segno che l’umanità contempla la possibilità che certi sentimenti esistano e non te li sei inventata tu perché sei cresciuta con le fiabe del principe azzurro.

Nel Nuvolo innamorato sono contenuti molti racconti, ma quello che da’ il titolo alla raccolta è semplicemente sublime. La storia parte da un Derviscio che suonando il suo flauto seduto ai piedi di un cipresso, evoca diverse figure. Seifì il nero, che come si capisce dal nome è uomo cupo, avido e cattivo, e Aishè una fanciulla bellissima con i capelli biondi e gli occhi di luna.  “Più bella dei fiori di melo”. Seifì, per farla breve, si voleva impadronire del giardino di Aishè, unico piccolo pezzetto di terra fiorito ancora non suo, e per farlo è disposto a qualunque bassezza. Un Nuvolo, che sarebbe una nuvola di sesso maschile, che guardando solo per un attimo Aishè si era perdutamente innamorato di lei, ricambiato, la protegge dal terribile malvagio.  Nel farlo  si trasforma in mille modi e tra tutti, il più romantico, in un enorme cuore e poi in una pioggia di cuoricini. Il terribile Seifì lo costringerà all’estremo  gesto dell’amore. Il sacrificio della sua vita per proteggere l’amata. Diventa pioggia. Così salva Aishè, la quale però si dispera perché ha perduto il suo amato. Il leprotto però (uno dei tanti animali e piante presenti nella storia) la consola: “Le persone care, gli animali buoni e i bravi Nuvoli non scompaiono mai. Chi ama, non muore. Guarda un po’ nello stagno?” E Aishè guardando lo stagno vede alzarsi “un cigno di vapore”. Il Nuvolo stava ricomparendo per vivere in felicità con lei.

Una storia così, ritrovata in una sera così, vale più dell’oro posseduto da tutti Seifì malvagi di questo mondo.

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