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… considerando che fa parte di un periodo particolarmente particolare.

la controprova sono i sogni che faccio la notte. situazioni da lettino di Freud

o di Jung

ma lasciamo stare, che poi dicono che le donne sanno solo scrivere di cose molto intime….

foto chiaveil risveglio era stato normale, la notte quasi tranquilla, ero sola.

in bagno la prima sorpresa.

dopo aver tentato inutilmente di azionare lo sciacquone, aver aperto tutti i rubinetti, controllato la chiusura generale dal contatore, mi sono dovuta arrendere all’idea che ero completamente senz’acqua. la cosa buffa è che proprio il pomeriggio prima avevo effettuato la lettura ed inviato, affrancandola – perchè manco le cartoline preaffrancate ti lasciano quelli che vengono a farti la lettura di giorno feriale di mattina come se tu non avessi nulla di meglio da fare che restartene a casa a farti leggere i contatori, la cartolina all’Acea.

“non gli è piaciuta la lettura?” “avrò inviato la cartolina troppo tardi e si sono irritati?”

poi ragionando sul fatto che al risveglio non avevo sentito le cascate del niagara dai tubi che scendono – evidentemente accanto al mio letto, dai piani superiori, ho pensato che forse il problema riguardava l’intero condominio.

mal comune – mezzo gaudio

ho rimediato una tazzina d’acqua da un fondo di bottiglia per farmi il caffè

altre due dita da un altro fondo per il mio beverone mattutino

ho mandato un messaggio a mia figlia dicendole che sarei passata da lei a lavarmi almeno la faccia e i denti

nessuna risposta, ovviamente dormiva ancora.

è stato mentre preparavo la borsa per uscire, infilando spazzolino da denti e deodorante, che mi sono resa conto che a casa mancava qualcosa.

rapido giro di sguardi, tanto la casa è tutta lì, e mi rendo conto che mentre Arturo dopo aver mangiato la sua dose di croccantini è tornato ad acciambellarsi sul piomone e Cicoria mi mugola davanti in attesa di uscire a fare i suoi bisogni, non c’è traccia di Gilda.

Gilda la Furia Buia

Gilda la ladra

Gildoca, come l’ha chiamata il piccoletto da subito quando siamo andati a prenderla, minuscola, al gattile di Santa Severa.

saranno quattro anni?

forse cinque.

il tempo passa così velocemente.

la chiamo, inizio a cercare in tutti gli armadi, spesso si infila come un razzo senza che io la veda (furia buia appunto) e poi dopo un poco sento grattare dietro lo sportello. ma si infila anche in qualunque tipo di scatola o pertugio e nella casa ancora piena di cose post-trasloco faccio fatica a terminare l’esplorazione.

niente, a casa semplicemente non c’è.

e non è potuta uscire in giardino perchè non ho ancora aperto le finestre.

grande ondata di panico e senso di colpa.

“ma allora è sparita da ieri sera!” “e non mi sono accorta di niente!”

ripenso alla notte

non ricordo di averla sentita sui piedi

e nemmeno mi è salita sulla pancia facendo le fusa come un arrotino

gelo.

dentro e fuori

in giardino non c’è traccia

chiamo, giro, esco, entro riguardo ovunque, non c’è.

si è fatto tardi, decido di lavarmi in ufficio e vado sperando di non aver visto bene e di averla lasciata chiusa in casa.

all’ora di pranzo scappo di nuovo a casa e la speranza svanisce. non c’è. Gilda è semplicemente scomparsa. dalla sera prima. e la notte ora gela.

sono davvero preoccupata, ma devo riuscire subito per andare alla scuola del piccoletto dove ci sarà la vendita di beneficenza degli oggetti costruiti da loro per l’adozione a distanza che facciamo dalla prima elementare.

lungo la strada, morta di fame – sono ormai quasi le 14,30 e sono in megaritardo – mi fermo  per mangiare un panino in piedi.

è un baretto di monteverde che non avevo mai notato prima. c’è un banco tipo salumeria dove preparano dei panini buonissimi, a richiesta e dove vedo tutta una serie di prodotti abbruzzesi, prodotti che arrivano in particolare dalle zone del Parco Nazionale. un territorio che sfiora la mia casa di montagna. con enorme stupore, mai viste prima a Roma, vedo che hanno delle birre artigianali prodotte ad Amatrice. mi sento a casa. i due giovani baristi però non sono amatriciani, sono umbri.

dopo questa felice scoperta riesco frettolosamente per continuare il percorso e … oplà…. la macchina non parte.

l’avevo parcheggiata “leggermente in doppia fila” appoggiata di traverso accanto ai cassonetti.

provo, riprovo. nulla.

è tardissimo. mio figlio vedrà arrivare tutti i genitori che si accaparreranno gli oggetti più belli, ed io non ci sarò.

tento il salvataggio da parte del padre. abita non troppo lontano e anche lui starà andando….

cellulare spento.

prima di urlare e bestemmiare ed inveire, mi rendo conto che la strada è fortemente in discesa.

chiamo in aiuto i baristi umbri,  mi faccio spostare un poco indietro, parto a folle, ingrano la seconda e … via…. riparte.

manco mi sono fermata a ringraziarli, dovrò passarci uno di questi giorni.

come per miracolo arrrivo a scuola in tempo per entrare con gli altri.

del padre nessuna traccia, solita atmosfera prenatalizia che mi costerna sempre di più di anno in anno, ma sorrido gaia

non faccio che pensare a Gilda sparita ma contratto allegra l’acquisto di calendari con graffiti rupestri eseguiti dal piccoletto e segnaposto composti da sassi colorati dal medesimo artista

faccio il mio dovere e arrivo a spedere la quota che servirà a farmi sentire in pace con la coscienza per il prossimi dodici mesi

mi aggiro un poco spersa

tanta gente e la confusione non fa che accrescere il senso di un disagio interno che aumenta di ora in ora in questo giorno strano.

distrattamente ogni tanto guardo l’ora sul cellulare. nessun messaggio e i minuti passano lenti.

mentre lo rinfilo in borsa, sento un oggetto in una delle tasche interne. non è molto grande e faccio fatica a tirarlo fuori.

è una vecchia chiave

dorata

mai vista prima

ne sono certa

non l’ho mai avuta nè so cosa possa aprire

è vero che le mie sono le borse di Mary Poppins, ma pur contenendo un mondo di oggetti, magari dati per persi da mesi, conosco la provenienza di tutto ciò che trovo.

rimango con la chiave in mano, senza parole

immagini mistiche mi passano nel cervello

la chiave di “molto lontano, incredibilmente vicino”

la chiave di Alice nel Paese delle Meraviglie

le chiavi volanti di Harry Potter

un oggetto altamente simbolico, questa chiave

ed estrememente misterioso il suo trovarsi nella mia borsa.

la giornata si chiuderà con la certezza che Gilda probabilmente è uscita per sempre dalle nostre vite.

foto Gilda - Cesto ridotto

Quand’ero ragazzina mio padre diceva, a me e mia sorella, che prima di conoscere il mondo avremmo dovuto conoscere bene l’Italia.

Metodico, lui.

Preciso, scientifico e metodico.

Infatti ogni estate, a metà agosto, dovevamo partire con lui per il fatidico viaggio. Nulla di grave, beninteso. Ma mi sarei suicidata, piuttosto. Venne un’età in cui per rendere le giornate più veloci andavo a letto alle otto. Sissignore, in viaggio con mio padre e mia sorella, in albergo, d’estate, alle otto ero a letto. Chiudevo gli occhi e immaginavo cose.

In realtà non ho mai smesso, di chiudere gli occhi e immaginare cose.

Così abbiamo visitato la Sicilia, la Puglia, la Calabria e il Veneto. Arrivò poi un anno di crisi finanziaria definitiva e i nostri viaggetti estivi finirono su un traghetto per l’Elba mai preso. Peccato. Quell’anno avevamo anche gommone e sci d’acqua, sarebbe stato fico.

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In questo momento la (ormai) ventiduenne è in volo verso la Thailandia. Scalo al Cairo e poi a Bangkok. E poi Vietnam e Cambogia. Un mese di viaggio.

Sono in due, lei e un’amica. Hanno prenotato il volo di andata e quello di ritorno. Ah! Dietro le insistenze di mia sorella (che ho pregato di intervenire in quanto viaggiatrice esperta e stata in quei luoghi due anni fa) hanno prenotato l’Albergo in cui dormiranno domani (spero) a Bangkok.

Io avevo 24 anni quando partii per la Thailandia. Con il mio futuro-ex-marito-padre-della-ventiduenne.

Lo avevo conosciuto l’estate prima, il giorno del mio ventiquattresimo compleanno. Lui ne aveva 40. Venne alla mia cena di compleanno accompagnato da amici comuni. Era  un bell’uomo scapolo, che dimostrava molto meno della sua età nonostante i capelli completamente bianchi da oramai un decennio, e che quell’estate fece qualunque cosa per farmi notare quanto era fico. Racconti dei suoi viaggi intorno al mondo, immersioni in apnea nel mar di Sardegna recuperando anfore romane (giuro!), grandi servizi fotografici con ingrandimenti di miei profili marini stampati su lastre argentate…. insomma mi innamorai.

Quando organizzammo questo primo mega viaggio insieme io ero a mio primo mega viaggio.

Lui super esperto viaggiatore prese in mano tutta la questione.

Iniziai ad avere i primi sospetti quando non riuscii a convincerlo che una carta di credito era molto meglio che viaggiare con rotoli di contanti o voucher.

Ebbi poi una strana sensazione quando fummo chiamati e fatti scendere dall’aereo (sbagliato) della Thaj che partiva in coincidenza con il nostro volo (giusto ) della Qantas.

Quando capii che ad ogni frase che ci rivolgevano in inlgese rispondeva sempre nello stesso modo perchè non capiva assolutamente nulla, presi in mano guida, documenti e gestione del viaggio.

Lui me lo lasciò fare, perchè era molto innamorato e uomo intelligente e sapeva come darmi dei contentini per tenermi buona.

Fu un viaggio memorabile. Super preparato in tutti i dettagli: collegamenti, trasporti, alberghi, coincidenze. Passammo dalla Tailandia all’Australia. Lizard Island sulla barriera corallina. Un sogno.

Dopo quattro anni nacque la creaturina che ora sta volando senza nessun tipo di prenotazione verso un viaggio di un mese tra Thailandia, Vietnam e Cambogia. Senza di me. Senza suo padre. Con un’amica più stordita di lei.

Mi dicono che devo stare calma. Non tragicizzare. Accettare che lei è ormai una donna e trattarla come tale.

Sè, vabbè. Ne riparliamo…..

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Elena e Marco si erano conosciuti poco prima della fusione delle loro aziende. Lei era una delle responsabili della contabilità analitica, lui il primo riferimento del reparto amministrativo.

Le società facevano parte di un unico grande gruppo. Private ma in pratica parastatali, con un azionariato a maggioranza pubblico e commesse ministeriali praticamente in regime di monopolio. Una di quelle operazioni di finanza e mercato all’italiana. Ma la situazione economica stava cambiando, si stava entrando sempre più in Europa. La concorrenza sembrava dovesse essere ripristinata e nel giro di qualche anno l’euro avrebbe preso il posto della lira.

Elena e Marco si erano guardati con diffidenza dal primo momento. Entrambe le loro società erano state accorpate ad una più grande e temevano di perdere gradi e mansioni. Ed infatti, in pratica, così era stato. Finiti i privilegi di essere primi tra pochi, erano tutti pari tra tanti.

E poi il trasferimento. Dalle sedi nei palazzi storici del centro, al grande palazzone nella zona industriale vicino al raccordo. Un incubo arrivarci. Allucinante la disposizione delle stanze con sei scrivanie affiancate. Terribile la mega mensa, per loro che erano abituati ad andare a pranzo a Piazza Euclide. Insomma Fantozzi in tutto e per tutto.

Ma rimaneva il fatto che era un impiego sicuro. Ben pagato. E duramente sudato.

Dopo le prime settimane di diffidenza, Elena e Marco avevano cominciato a collaborare. Erano probabilmente le menti più attive di tutta l’area amministrativa, ed istintivamente si erano messi a lavorare in tandem. Si trovavano in due stanze differenti, sullo stesso piano. E spesso Elena prendeva le sue carte ed andava a confrontarsi con Marco, da un lato all’altro della stessa scrivania.

Erano quasi coetanei. Elena aveva giusto un paio di anni più di Marco. E le loro conversazioni spesso passavano dal lavoro ai rispettivi mariti e mogli e ai figli. Avevano entrambi figli piccoli. Lei solo una femmina, Lui un maschio più grandicello ed una bimba di due anni. Lei abitava in centro, lui veniva tutte le mattine da una piccola città vicina, in macchina, con altri tre pendolari.

Era scritto, inevitabile, che iniziassero a piacersi. Lei era una bella donna, ancora giovane, lui un ragazzone, col piglio dell’uomo, ma ancora un ragazzone. Avevano iniziato ad avere attenzioni l’uno per l’altro. Quando era ora di pranzo si aspettavano e scendevano a mensa insieme. Sedevano allo stesso tavolo e spesso si scambiavano i piatti per assaggi incrociati. Dopo pranzo, andavano assieme alla macchinetta del caffè e poi su in terrazza per una sigaretta. Lei fumava, lui no. Ma le faceva compagnia.

Spesso lavorando insieme, ai lati opposti della stessa scrivania, si sfioravano con le ginocchia. inizialmente questo aveva creato un certo imbarazzo. Poi piano piano le loro ginocchia erano rimaste vicine, affiancate, incrociate, in un accenno di intimità che seguiva quella dei loro sguardi. Gli occhi nocciola di Elena erano sempre più attratti da quelli verdi di Marco. Continuavano a cercarsi mentre parlavano di numeri e commesse e di figli e di vacanze da programmare per l’estate.

Oramai Elena e Marco erano l’argomento principale di conversazione di tutta l’area amministrativa. Si erano innamorati, ma non se ne erano ancora accorti. Gli altri impiegati intorno a loro invece vedevano perfettamente quello che era accaduto. Li osservavano lavorare assieme. Chiacchierate della famiglia, mostrarsi a vicenda le foto dei figli, sfiorarsi la mano nel prendere un tabulato dalla stampante. Cercarsi sempre alla stessa ora per il caffè, a metà mattina.

Andare al lavoro era diventato più bello per entrambi. Entrambi la mattina si svegliavano con uno spirito diverso, facevano più attenzione a cosa indossare, aggiungevano uno spruzzo di profumo o dopobarba, e uscivano felici di affrontare chilometri e traffico, sapendo che avrebbero passato un’altra giornata di lavoro assieme.

(continua)

Troppo esausta da una lunga giornata, piena di cose e tosse, mi aggrappo alle immagini che ho riportato da verona alcuni mesi fa. Una mostra bellissima, Robert Capa. Mi ha lasciato una scintilla nel cuore. Una di quelle persone che in mezzo al caos riesce a fissare un attimo in cui c’è tutto. Il movimento, l’impressione oggettiva, l’emozione.

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Contadino siciliano indica a un ufficiale americano la direzione presa dai tedeschi, nei pressi di Troina, Sicilia, 4-5 agosto 1943

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La gente corre verso i rifugi al suono delle sirene antiaeree, Bilbao, Spagna, maggio 1937

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Sbarco delle truppe americane a Omaha Beach, Normandia, Francia, 6 giugno 1944

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Una donna porta i suoi bagagli accompagnata da un bambino, Haifa, Israele, 1949-1950

Questa galleria contiene 30 immagini.

Pochi giorni fa ho incontrato, come non ricordo, un bel post di Lois su Napoli http://assolocorale.wordpress.com/2012/08/24/su-napoli-ancora-digressioni-tra-odio-e-amore/ Era di agosto, e sono tornata a rivedere le immagini che avevo preso a Giugno durante il mio soggiorno napoletano. I quei giorni Napoli, come sempre, mi aveva molto ispirato, ma al ritorno non ho più rimesso in ordine …

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No culpes a Nadie.
Non incolpare Nessuno.

Nunca te quejes de nadie, ni de nada,
Non lamentarti mai di nessuno, di niente,

porque fundamentalmente Tu has hecho lo que querìas en Tu vida.
perché in fondo Tu hai fatto quello che volevi nella Tua vita.

Acepta la dificultad de edificarte a ti mismo
Accetta la difficoltà di costruire te stesso

y el valor de empezar corrigiéndote.
ed il valore di cominciare a correggerti.

El triunfo del verdadero hombre surge de las cenizas de su error.
Il trionfo del vero uomo proviene dalle ceneri del suo errore
.

Nunca te quejes de Tu soledad o de Tu suerte.
Non lamentarti mai della Tua solitudine o della Tua sorte.

Enfréntala con valor y acéptala.
Affrontala con valore e accettala. 

De una manera u otra es el resultado de tus actos 
In un modo o in un altro è il risultato delle tue azioni

y prueba que Tu siempre has de ganar.
e la prova che Tu sempre devi vincere.

No te amargues de Tu propio fracaso ni se lo cargues a otro,
Non amareggiarti del Tuo fallimento nè attribuirlo agli altri,

Acéptate ahora o seguirás justificándote como un niño.
Accettati adesso o continuerai a giustificarti come un bimbo.

Recuerda que cualquier momento es bueno para comenzar 
Ricordati che qualsiasi momento è buono per cominciare

y que ninguno es tan terrible para claudicar.
e che nessuno é così terribile per cedere.

No olvides que la causa de Tu presente es Tu pasado,
Non dimenticare che la causa del Tuo presente é il Tuo passato,

así como la causa de Tu futuro será Tu presente.
così come la causa del Tuo futuro sarà 
il Tuo presente.

Aprende de los audaces,de los fuertes,
Apprendi dagli audaci, dai forti,

de quien no acepta situaciones, de quien vivirá a pesar de todo.
da chi non accetta compromessi, da chi vivrà malgrado tutto.

Piensa menos en tus problemas y más en Tu trabajo.
Pensa meno ai tuoi problemi e piú al tuo lavoro.

Y tus problemas, sin alimentarlos morirán.
I tuoi problemi, senza alimentarli moriranno.

Aprende a nacer desde el dolor
Impara a nascere dal dolore

y a ser más grande,que el más grande de los obstáculos. 
e ad essere piú grande, che è il più grande degli ostacoli.

Mírate en el espejo de ti mismo y serás libre y fuerte 
Guarda te stesso allo specchio e sarai libero e forte

y dejarás de ser un títere de las circunstancias,
e finirai di essere una marionetta delle circostanze,

porque Tu mismo eres Tu destino. 
perché Tu stesso sei il Tuo destino.

Levántate y mira el sol por las mañanas y respira la luz del amanecer.
Alzati e guarda il sole nelle mattine e respira la luce dell’alba.

Tú eres parte de la fuerza de Tu vida.
Tu sei la parte della forza della Tua vita.

Ahora despiértate, lucha, camina, decídete y triunfarás en la vida.
Adesso svegliati, combatti, cammina, deciditi e trionferai nella vita.
 

Nunca pienses en la suerte, 
Non pensare mai al destino,

porque la suerte es: el pretexto de los fracasados.
perché il destino é: il pretesto dei falliti.

(autore sconosciuto – erroneamente attribuita a Pablo Neruda)

Questa sera mi è arrivata come un lampo. Come una diapositiva sparata all’improvviso sulla parete. L’immagine di un’alba, sul Gange, in barca.

Varanasi.

Ricordi di tanto tempo fa. Così tanto che mi sembra un’altra vita. E un’altra me.

Ma poi a pensarci bene non così distante da come sono ora. Mi rivedo come in un ritratto. Certo un sacco più giovane e carina. Molti capelli, molto scuri. Mi sa che avevo anche una permanente. Ho i capelli più dritti del fil di ferro e quando andavano ricci li ho massacrati di acidi pur di piegarli.

Però a parte le guance più scavate e le labbra più fine mi sento uguale a lei. Stesso temperamento esuberante. Stessi slanci di curiosità. Nessun timore di osare. E una strana inspiegabile gioia che mi accompagna anche quando francamente non ci sarebbe niente da gioire.

Quella mattina ci eravamo svegliati che era ancora buio proprio per arrivare sul Gath all’alba, quando gli induisti iniziano le loro abluzioni rituali. Varanasi è una delle città sacre. La più sacra. Dove un induista deve andare almeno una volta nella vita e bagnarsi nelle acque del Gange da cinque Gaths diversi per sfuggire al samsara, l’eterno ciclo di morte e rinascita.

Avevamo avuto una barca perché dal fiume si può osservare al meglio tutta la sponda, con il movimento delle centinaia di persone che arrivano e scendono i gradoni  e seminudi si immergono nelle acque che scorrono veloci. Acque nere, a quell’ora, e per niente invitanti. Considerando poi che il Gange è una cloaca a cielo aperto e per di più in quel punto avvengono tutte le cremazioni, io stavo ben attenta a far si che nemmeno una goccia di acqua mi sfiorasse.

Forse, per questo, continuerò a morire e rinascere chissà ancora per quanto.

La barca era piccolina e l’indiano che la guidava mica tanto robusto. Per cui ondeggiava parecchio e dava per niente tranquillità. Ad un certo punto di fianco alla barca un’ombra enorme scivolò emergendo e poi reimmergendosi immediatamente. Una lunga schiena grigia strisciante. Cos’era non l’ho mai capito. Il mio inglese e quello dell’indianino  barcaiolo parevano due lingue differenti.

Nelle foto che ho ritrovato l’immagine è di una bellezza da spezzare il cuore. Ma da lì non arriva l’odore fortissimo che ovunque in india ti trapassa le narici. Un misto di sporcizia e merda e incensi. Indefinibile. Che si appiccica alla pelle, a cui non ci si abitua, e che dopo un po’ di giorni diventa quasi il tuo odore. Indimenticabile e terribile. Ma quanto vorrei ancora respirarlo. E quanto vorrei tornare lì. Oggi. E ripetere il viaggio sul fiume. E tornare la sera per assistere, un po’ appartata in quanto donna, al rito della cremazione e alla dispersione delle ceneri nell’acqua.

Oggi farei anche un piccolo rito che allora, per pudore o imbarazzo, non feci. Affidare una fiammella alla madre Ganga e attendere per vedere quanto lontano la corrente la porterà. Più lontano andrà e più vedrò realizzati i miei sogni.

Era il 19 giugno quando scrissi di Salvo Genovesi e della sua mostra. Non ripeto la storia perché l’ho allegata in fondo a questo post.

Oggi l’ho ripresa perché sono andata finalmente a visitare la sua mostra a Roma, a Palazzo Valentini.

E’ stata una grande gioia! Intanto perché le foto di Salvo sono bellissime, e vi invito ad andare – se siete a Roma è fino al 22 settembre. E poi per la strada che sta prendendo questo lavoro. Dopo tre mostre in Argentina, ora a Roma e poi di nuovo in Argentina con NO Shame parte II, Salvo ci ha lavorato in questo ultimo periodo.

E’ straordinario vedere come la decisione e la tenacia possano portare a risultati che razionalmente riterremmo impossibili. Non anticipo nulla di quello che sarà la seconda parte del suo lavoro né della conclusione che ne seguirà. Ma ne parlerò quando verrà il tempo. 

Però voglio fare anche un’altra considerazione.

Quando scrissi il post a giugno ero ancora all’inizio della mia sfida. La sfida di riuscire a tirar fuori la mia creatività e la gioia di stare con me stessa attraverso la scrittura. Non mi sembra possibile che sia passato solo così poco tempo e di aver avuto così tante soddisfazioni. Solo il piacere di vedere alcune persone leggere con curiosità e a volte con apprezzamento quello che scrivo è inimmaginabile.

Per me è stata una sfida nel senso più vero. Ho dovuto vincere le mie paure. L’ansia da prestazione, ma soprattutto ritornare a credere che sia giusto fare ciò che si desidera fare senza temere di essere criticati. Era una condizione che negli ultimi anni avevo perso e che sono felice di aver ritrovato.

19 giugno 2012

Erano le 4,30 ed ero sveglia. Non completamente. Stavo lì che cercavo di capire se accendere la luce o tentare di riaddormentarmi. Se alzarmi a fare un bicchiere di latte di riso caldo o riprendere in mano il libro. Certo l’idea del libro era quella che mi attirava di più. Avevo iniziato a rileggere Alta fedeltà di Nick Hornby e ogni pagina era uno spasso. Ste insonnie oramai mi perseguitano, colpa degli ormoni. La vita di una donna è costantemente regolata dagli ormoni. O dalla mancanza di ormoni. Ma questo è un altro capitolo.

Insomma, ero lì con un occhio chiuso e uno aperto quando vedo lampeggiare la luce del telefono sul comodino (più che un comodino è una cassetta di vini rovesciata, ma anche questa è un’altra storia). Apro il secondo occhio e con lo sguardo appannato  vedo che è un messaggio su WhatsUp.

Strano. Molto strano. Da quando non ero più in contatto con il tormentato e tormentoso amante nessuno mi scriveva messaggi su WhatsUp. E men che meno alle 4,30 del mattino!

Ma a quel punto ero completamente sveglia e così, con la vista ancora annebbiata (e senza occhiali) ho cercato di vedere di chi era. Era una foto. Dovevo mettere gli occhiali. Era una foto di una sala allestita con una mostra fotografica. Il mio amico Salvo!

Alle 4,30 del mattino mi era arrivato un messaggio dai confini della Patagonia dal mio amico Salvo Genovesi! Con una sola frase accanto alla foto: tutto è possibile!

Salvo  è un giovane amico. Attore fino a poco tempo fa, è partito un certo giorno del 2009 per gli Stati Uniti per nuove opportunità di lavoro. Lì ha spolverato una sua vecchia passione: la fotografia. E ne ha fatte tante di foto. Dopo un anno, tornato in Italia, ha iniziato a lavorarci su. Le ha elaborate con tecniche che non saprei neanche dire ed un giorno me le ha mostrate. Ero un po’ scettica su questa nuova strada che aveva preso. La giudicavo forse tardiva? Pensavo forse che non ci si può improvvisare fotografo, o visual artist, da un giorno all’altro? Non so. Fatto sta che erano belle. Ma proprio belle!

E però come avrebbe fatto un attore-neo-fotografo a far vedere in giro le sue creazioni? Salvo è uno di quegli uomini che realmente credono che tutto si possa fare. E così senza appoggi, o raccomandazioni, ha iniziato a muoversi. Prima nella sua Catania, dove il 18 giugno 2011 ha organizzato la prima mostra, nel Palazzo della Cultura : NO SHAME. Anzi il suo   primo mulmedia concept come dice lui. E’ piaciuta. Subito viene invitato a Noto per esporre a Palazzo Nicolaci.

Poi la sede siciliana del marchio Citroen, invita Salvo  ad esporre NO SHAME nei loro saloni per la presentazione della loro nuova vettura,  creando una partnership che mai prima d’ora aveva avuto luogo in Italia.

Da lì  quest’anno è partito il giro in Italia – Milano, Torino – e poi quello  internazionale: prima tappa Argentina e poi sarà Hangzhou ( Museo della Seta) , New York e Tokyo. In autunno sarà di nuovo a Roma.

E così, il mio amico Salvo, alle quattro e trenta del mattino (in Italia, ma a Bahia Blanca che ora sarà?) mi ha mandato una foto della sala allestita con la sua mostra, per condividere la sua gioia. E un semplice messaggio: si…. può ….. fare!

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