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tu

che ricordi hai?

ricordi quel giorno, il primo in cui ci siamo incontrati. sulla strada. un abbraccio. occhi negli occhi. ed è stato amore

immediato

ricordi le carezze, gli abbracci, le coccole

le voci tenere a rincorrersi

il cibo preparato per te

e le notti passate vicino vicino.

le carezze, tante.

il calore

tanto

come ti senti?

temi che io possa tradirti, abbandonarti

vivi il presente o il passato ti torna addosso lacerandoti il cuore

alle volte ti osservo mentre sogni

ti muovi come se corressi

piangi a volte

e io vorrei essere con te nel tuo sogno a correre lungo il mare o in mezzo ad un prato verde e immenso

tu forse se felice perché vivi ora e qui

ti basta vedermi

ti basta sentire il mio corpo contro il tuo

niente di quando eri sola

niente di quando ti hanno deluso, tradito, abbandonato.

vorrei essere te,

a volte.

IMG_1739

 

Roma è la città dei Gabbiani che planano sulle immondizie. Dei piccioni che ormai hanno la pesantezza dei polli e volano solo se proprio è necessario per non finire sotto una ruota. E a volte non fanno comunque in tempo. La città delle anatre nel fiume, dei topi nelle fogne, dei ratti bordo strada. E specialmente dei gatti. Gatti, gattili e gattare.

In questa città mi aggiro con una cagnetta bastarda. Misto segugio e chissà quale altro mix di cacciatrici canine. Bastarda, comunque.  Che se l’hanno abbandonata sulla curva della strada di collina dove l’ho trovata è perchè ha paura dei botti (!). Certo che però l’istinto della cacciatrice ce l’ha. Irrefrenabile. Insopprimibile. E con tutte ste bestie che girano saltellanti volanti e striscianti per le strade della città, passeggiare tranquille è veramente difficile.

Per cui la tengo sempre al guinzaglio, mano destra che tiene la cima, sinistra che controlla la distanza. Tentando di darle una regolata e di non avere di nuovo la tendinite al polso.

Stasera, tornando a Roma con una mancanza del mio amore e una nostalgia nel cuore che mi facevano venire voglia di ripartire, siamo andate a fare di nuovo una passeggiata lungo il fiume.

Era stata brava nei giorni passati. Libera di correre aveva subito lo sberleffo di una cornacchia gracchiante, ma non aveva fatto una piega. Aveva incontrato il cucciolo scodinzolante di un tossico, ma mi aveva ascoltata e seguita. Si era imbattuta in una femmina al seguito di un bipede corrente, ma dopo una rapida annusatina era tornata nei ranghi. Insomma una gran bella performance.

E così anche stasera  era libera di correre sui marciapiedi lungofiume.

La questione si è posta quando, risaliti gli argini e passato il ponte, siamo scese all’isola.

C’è un punto del fiume, accanto all’isola, dove il dislivello del fondo fa si che si crei una piccola rapida. Piccola rispetto alle cascate del Niagara, ma per essere il pigro Tevere, direi notevole. Per portata e forza della corrente. Accanto al pilone del ponte però c’è un’area più tranquilla, non del tutto calma ma nemmeno troppo piena di gorghi. Lì nuotavano delle anatre (!). Cicoria si era già lanciata all’inseguimento di cornacchie e piccioni. Ma quando ha visto le anatre nuotare nel fiume, ho capito che non avrebbe potuto resistere. L’ho visto dalla posizione delle orecchie, tutte tirate indietro. Dalla postura del corpo che sembrava si fosse allungato di venti centimetri. Coda orizzontale e naso fremente in linea è partita verso la riva. inutili i miei richiami (come sempre). Speravo si fermasse comunque di fronte all’acqua. Non è un elemento che ama, specialmente quando la ficco nella vasca e la riempio di schiuma. Macchè! E’ scesa sul piccolo sottomarciapiede di marmo e in un secondo si è tuffata. Nel Tevere.

Le anatre con due pinnate si sono spostate un poco più al largo, per nulla turbate. Cicoria, un poco per i miei strilli, un po’ perchè ha visto la linea di galleggiamento tendere decisamente verso il fondo, si è girata ed è tornata nuotando verso il bordo, che era troppo alto comunque per permetterle di risalire. Aveva per fortuna la pettorina e l’ho potuta quindi acchiappare e tirare su,  tipo paranco. Non senza aver prima immerso il braccio nel fiume. E’ uscita dall’acqua che sembrava un sorcio intinto nell’olio, come avrebbe detto mia madre. E ovviamente si è subito scrollata inondandomi di Colibatteri e Leptospira interrogans, per il divertimento dei turisti presenti. (forse siamo finite in qualche foto ricordo – la cagnetta che si tuffò nel tevere e la sua isterica padrona)

Dopo quello che ho speso in questa settimana per la sua tracheite in visite, medicine, lastre ai polmoni e analisi del sangue, qualunque malattia si prenderà verrà soppressa. Qualunque malattia verrà a me, idem.

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Il buddismo insegna che qualunque problema è un’occasione. Occasione per andare più in fondo nella conoscenza di se stessi e per sperimentare la possibilità di azioni diverse, in controtendenza, rispetto alle nostre abitudini.

Dopo un periodo di stressanti confronti con la patologia distruttiva della cagnetta  con la sindrome dell’abbandono, che ogni volta che viene lasciata a casa da sola ce la fa ritrovare come se fosse passato l’uragano Sandy, oggi abbiamo avuto la visita del comportamentalista per cani.

E’ venuto a casa, perché deve conoscere la cagnetta nel suo habitat e con il suo branco. Al momento il branco saremmo il piccoleto, io, Arturo (il gatto anziano ) e Gilda (la gatta femmina detta anche la Furia Buia).

Fabio, questo il nome, è stato accolto come un vero guru. E tale si è rivelato. Il linguaggio dei cani è quasi totalmente non verbale e quindi i fiumi di parole, minacce, insulti, blandimenti (si può dire?) con i quali avevo tentato inutilmente di educare Cicoria erano stati inutili. Per lei solo suono, più o meno preoccupante. Lui con pochi gesti e qualche bocconcino in premio l’ha subito rassicurata e conquistata. E di conseguenza noi, che stavamo lì a guardare ed imparare pendendo dalle sue labbra. Primi concetti recepiti. Io sono la Femmina Alfa, e devo dimostrarlo facendo quello che le Femmine Alfa normalmente fanno in un branco. Coccole quando lo dico io, solo se si presenta con educazione (quindi niente zompi addosso ogni minuto) tempi scanditi dalle mie esigenze e non dai suoi strazianti richiami, e movimenti del branco che devono seguire le mie decisioni. Quindi se decido di uscire di casa niente coccole pre-distacco e paroline dolci e rassicuranti ma voltare le spalle e andare (ovviamente avendo prima messo in salvo il savabile in stanze appositamente chiuse – per fortuna non ha ancora imparato ad aprire le porte)

Due piccole accortezze: lasciarle una mia maglia, abbastanza impregnata di mio odore – insomma più puzza meglio è – e una radio accesa che le faccia sentire voci umane e/o musica. Al momento la cosa non ha avuto effetti pratici risolutivi, ancora oggi io e il piccoletto tornati dal cinema abbiamo trovato i resti del tornado.  Ma considerando che gli zompi addosso sembrano finiti e che non mi strappa più il braccio quando camminiamo al guinzaglio ho buone speranze che nel giro di un tot riusciremo ad arginare anche questa.

Cosa c’entra quindi la Femmina Alfa con la filosofia buddista e la cagnetta con sindrome dell’abbandono? C’entra, c’entra. Perché i comportamenti basici nel rapporto con i cani sono pressappoco quelli che dovremmo utilizzare con gli umani. Attenzione al linguaggio usato da chi abbiamo di fronte., consapevolezza di sé, decisione e sicurezza nei comportamenti. Sembra poco! Grande lezione quindi, sia per me che per il piccoletto. Io certo diventerò nel giro di poco una vera Femmina Alfa e questo farà un bel po’ di differenza in un bel po’ di situazioni.

Questa sera guardando sul  TG News 24 un servizio da un campo profughi siriano in Giordania, ho visto che i nuclei familiari sono perlopiù composti da donne con figli. In alcuni casi gli uomini sono ancora in Siria. In altri sono morti. Ho visto l’intervista ad una bellissima donna, giovane ma con il viso molto segnato, che si trova nel campo da circa sei mesi. In Siria faceva l’insegnante. E’ lì sola con i sette figli. Il marito si trova in Grecia e non l’aiuta. Lei non ha nulla se non l’assistenza del campo.  E deve trovare ogni giorno il cibo necessario a far stare bene i suoi figli. Quella si che è una Femmina Alfa.

il post i oggi di @masticone mi ha super-colpito.

http://masticone.wordpress.com/2012/11/09/lasciarsi-al-tempo-di-hip-hop/

Intanto perché aprii questo blog proprio sul tema di “come ci lasciamo” (e avevo i miei i motivi)

https://elinepal.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=9&action=edit

Secondo perché convivo (male) da tutta la vita con la sindrome dell’abbandono. E forse è solo per questo che questa estate ho subito  avuto un vero colpo di fulmine con Cicoria (cagnetta abbandonata e con disastrosa e distruttiva sindrome da abbandono).

Fondamentalmente non esistono modalità che permettono a chi è abbandonato (ooops lasciato) di non soffrire, ma al contempo esistono modalità che permettono di stare ancora più di merda. E non credo che ci sia da fare una questione di genere. Tranne forse che gli uomini sono leggermente più bravi delle donne a fare in modo di essere lasciati. Non decidono di mettere fine ad un rapporto ma riescono a far si che tu debba essere costretta a dire basta. Chapeau.

Questo è solo un particolare di ciò che ho trovato al mio ritorno a casa alle tre per portare fuori la cagnetta.

Stamani non l’avevo portata con me come al solito perché, dopo aver accompagnato  il piccoletto a scuola avevo appuntamento dal dentista ( non è stato per niente piacevole) e subito dopo in sala di montaggio.

Non è che le cagnette siano accettate ovunque. A malapena la tollera il mio socio in ufficio. Dice che si sente che “odora di cane”.

Certo anche lui ha le sue ragioni. Nei primi giorni che Cicoria era con me a Roma la portai in ufficio, lui non c’era, era ancora in vacanza. Senza che io me ne rendessi neanche conto fece cacca e pipì nella sua stanza, accanto al suo Ficus Benjamin. A sua discolpa, della cagnetta,  c’è il fatto che ancora non si era abituata ai ritmi cittadini. Comunque io non me ne accorsi. Il regalino lo trovò lui, qualche giorno dopo (io nel frattempo ero ripartita) leggermente mummificato dal torrido caldo, ma ancora fetido.

Come potete notare dalla foto la bastarda ha completamente sbranato un cuscino, distrutto la base della mia campana buddista, distrutto un piccolo diario del piccoletto e sparso varie altre robe trovate in giro. Ciò che non si vede è la dimensione dello spargimento: ovunque! In cucina c’erano due tazze rotte (quelle della colazione). I gatti erano acciambellati sul divano con uno sguardo severo, che osservavano con disapprovazione il disastro. Avrei voluto vedere le loro facce attonite mentre lei si accaniva con furore distruttivo su tutto ciò che trovava in giro.

Ed è andata anche bene. L’ultima volta che l’avevo lasciata a casa per qualche ora aveva sparso tutto il contenuto del sacco della differenziata.

Ovviamente l’ho picchiata e punita. E lei, meschina,  sa già che lo farò. Quando apro la porta la trovo strisciante in posizione Gollum (la definizione è della ventunenne) con la coda tra le gambe ed quel suo sorrisetto che tenta di essere  accattivante ma è semplicemente agghiacciante. Si perché lei, la bastarda, sorride! Nel senso che alza proprio il labbro superiore, come farebbe un umano.

Ora chiedo: quanto tempo si può restare arrabbiati e tenerla in punizione? (niente coccole ne carezze, giro strettamente necessario ai bisogni, niente giochini né biscottini) Per quanto tempo posso continuare a restare incazzata? Esiste una pena capitale per animali domestici in Italia? E se sì, per quali delitti? E quanti sono i gradi di giudizio?

Dopo aver lavato con varecchina l’ennesima, ingiustificata, pipì di Cicoria, e averla sgridata e punita, e aver per questo mangiato un bel tocco di cioccolata fondente – e domattina mi pentirò amaramente quando sotto la doccia vedrò gli effetti sotto forma di inestetismi cutanei – ho accompagnato a letto il piccoletto e alzando gli occhi al soffitto ho visto le stelline e pecorelle e luna fluorescenti che lo accompagnano di notte nei suoi sonni. In effetti li avevo applicati alla ventunenne quando la stanza era sua. e quando avevo meno anni e più energia per setacciare negozi e applicarmi con scale e voglia di fare ad allietare il sonno della prole.

In ogni caso guardando il florilegio di luminosità sul soffitto ho ripensato a quello che vedevo io a otto anni quando andavo, inesorabilmente dopo il Carosello, a letto. Vedevo il soffitto bianco vicinissimo, essendo al secondo piano di un letto a castello, e a fianco una infilata di peluches impolverati che vivevano incastellatti sulla cassettiera della cameretta che condividevo con mia sorella.

Non che fosse brutta, per carità, ma era veramente piccola, mentre avevamo una casa molto grande. Ma le altre stanza erano impegnate in zone di rappresentanza, ripostiglio per la biancheria, stanza degli armadi e eventuale colf fissa, e camera da letto dei genitori.

Questo mi fa ragionare sulla differenza di priorità data ai figli allora ed ora.

Oggi un genitore decide di rinunciare ad una propria stanza, decidendo di dormire su un divano letto, pur di destinare i dovuti spazi privati ai figli. Una volta i figli erano messi a dormire dove era possibile. Punto.

Nulla di tragico. E’ solo una considerazione. Servirà a qualcosa analizzare ciò?

Ci ragionerò domattina quando stanchezza e sensi di colpa e stelline saranno illuminati da una nuova giornata.

Alcuni di quelli che seguono il mio blog sapranno che questa estate ho avuto un incontro d’amore. Per le strade di montagna, anzi collina, del Cilento, ho incontrato una cagnolina abbandonata. Tutta nera, con la coda tra le gambe, vagava tra i tornanti passando pericolosamente da un lato all’altro della strada. Mi sono fermata perché pensavo di aver riconosciuto uno dei cani che girava normalmente per il paese.

Nei paesi del Cilento ci sono sempre un sacco di cani senza padrone ma che effettivamente fanno parte del censimento abitativo. Vivono in strada ma c’è sempre qualcuno che gli da da mangiare. Specialmente in estate quando arrivano i vacanzieri. Poi d’inverno se la devono cavare con gli autoctoni che sono meno teneri di cuore. Alcuni anzi vengono avvelenati, o uccisi in modi a dir poco cruenti. Ma si sa. La vita è dura per tutti. E qualcuno più simpatico sopravvive.

Così mi fermai e feci salire la cagnolina in macchina pensando si fosse persa. La portai in paese e li capii che non era per niente quella che pensavo fosse. Nessuno la conosceva e anche nel paese vicino nessuno aveva perduto un cane.  Era una cagnolina sperduta e basta.

Nel giro di un attimo si agganciò a me, al mio cuore e alle mie viscere. Girava accanto a me come fosse al guinzaglio, fianco a fianco. Ogni tanto spariva e poi tornava. La sera la portavo a dormire nella casa dove alloggiavo, e poi  quando cambiai abitazione e arrivò il piccoletto, di nascosto la facevamo entrare la sera nella stanza del B&B, i cui padroni facevano finta di nulla.

Lei era stupenda, si metteva in silenzio, buona buona, a dormire accanto al nostro letto e non fiatava mai.  A qualunque ora ci svegliassimo lei non si muoveva. La mattina, in silenzio e con aria indifferente la facevamo uscire e la giornata ripartiva.

Arrivò il momento di tornare in città. Avevo cercato di darle una sistemazione ma lei voleva stare solo con me. Urlava di dolore ogni volta dovevo lasciarla con qualcuno. Oramai mi aveva scelto.

E con me partì, con un viaggio delirante che ho già descritto.

Come tutte le persone che decidono di dividere la vita con un essere vivente che ha già una storia propria alle spalle – esperienze, dolori delusioni, speranze infrante – non immaginavo quanto amore e quanta dedizione sarebbero stati necessari per una convivenza serena.

L’amore non basta. In questi casi non basta mai. Neanche tra gli umani.

Ho avuto esperienza con persone davvero ferite dalla vita che non  si possono capacitare di essere realmente amate, e reclamano continuamente nuove prove, e si sentono continuamente in pericolo di essere abbandonate e tradite. E’ come riempire un pozzo senza fondo. Le anime speranzose, quale io sono, immaginano che il tempo e la dedizione servirà a colmare il buco nero. Non sempre è possibile.

Nel caso di Cicoria, questo è l’infelice nome affibbiato alla cagnolina, il suo bisogno di amore si trasformò in pipì. Ogni volta si sente non curata, o non considerata, o lasciata sola, fa pipì. In casa. Sulla moquette. Sempre nello stesso punto.

Un incubo.

Ora la pipì è sicuramente meno angosciante di continue accuse di mancanza di condivisione, o di accudimento, o infamanti accuse di tradimenti mai avvenuti, ma puzza.

E lavare un angolo, sempre lo stesso angolo, di moquette ogni giorno, anche due volte al giorno, con acqua e varecchina, serve a poco. L’odore resta. Impregna l’aria e rivolta lo stomaco e rende molto, ma molto nervosi.

Quindi devo essere fermissima, inflessibile, e dare punizioni esemplari. Muso nel liquido infame, sculacciate con il giornale, allontanamento da carezze e coccole.

Con Cicoria che sconsolata si autopunisce in un angolo, guardandomi con occhi patetici, e io che con un cipiglio severissimo faccio la dura. E la dura, dura circa mezz’ora. Il tempo che mi dimentico del guaio e mi lascio trascinare di nuovo dai suoi abbracci, sissignore lei mi abbraccia, e dai suoi bacetti.

E si riparte daccapo.

Avere un essere vivente che ti idolatra come tu fossi il centro dell’universo è certamente molto gratificante. Sentirsi amati senza nessun motivo. Avere degli occhi adoranti che ti guardano in ogni momento del giorno e della notte. Essere bramata e cercata in ogni istante di assenza, e al ritorno ritrovarsi abbracciate e baciate, dona una gioia e una vitalità che va oltre l’indescrivibile.

Perché, mi chiedo, perché questa cagnetta mi ha eletto a suo idolo personale? Certo l’ho salvata dalla strada. Certo le ho dato cibo e una casa. Certo la coccolo e le dico paroline dolci. Ma nulla di equivalente a quello che lei da a me. E’ il mio prozac quotidiano personale. L’iniezione di vitamina che riempie i miei muscoli (quasi anziani) di rinnovata energia.

Direte: ma come, hai due figli! E che è possibile che sta cagnetta ti dia più amore di loro?

L’amore dei figli è già qualcosa di inspiegabile. Tu essere mediocre e insignificante metti al mondo un bambino e quello ti vede come un essere meraviglioso e potentissimo.

Fino al giorno in cui sbagli il risultato di una tabellina (!), o dimentichi un appuntamento importante (per loro) o fino a che compiono  quindici anni e iniziano a pensare che sei vecchia e quello che dici, fai o pensi sia assolutamente fuori luogo, estremamente superato e anche imbarazzante.

Un cane no! Un cane ti guarda come un essere sovrannaturale per sempre. E tutto ciò è incredibile.

Molte volte, quando siamo sole (io e la cagna), le parlo e le racconto quello che mi passa per la mente, e le racconto cose mie personali. Non so se le importa, ma credo le dia un’idea della mia personalità, della complessità del mio essere e della confidenza che le riservo. Credo.

La cosa che mi fa invece impazzire è non poter sapere nulla della sua vita prima di me. Del suo anno e mezzo o due di cagna che forse ha avuto un’altra casa, un altro riferimento affettivo, forse dei cuccioli. Dove li ha fatti? dove sono ora? come si è trovata in mezzo a quella strada di montagna dove ci siamo incontrate? Quanto tempo era che camminava da sola senza meta, ne cibo, ne ricovero? Non lo saprò mai.

Posso solo guardare in fondo a quegli occhi nocciola, che ricordano incredibilmente quelli di mia madre, e vedere tutta la solitudine, la paura e l’amore che contengono.

E’ così che mi ha catturato il cuore.

Continuava a ripensarci. Ma come le era venuto in mente di invitare un uomo conosciuto due giorni prima e con cui aveva parlato si e no dieci minuti in tutto, a casa sua? E poi perché?

Questo è il pensiero che più le faceva fatica ammettere. Aveva deciso di portarselo a letto.

Mai prima di allora si era lanciata in un approccio così immediato e diretto con un uomo. Non che avesse chissà quali pudori o inibizioni, ma nel tempo aveva elaborato una sua personale necessità di avere un po’ di tempo prima di decidere se un uomo era per lei così attraente da farci l’amore. Anche perché per lei non era tanto l’aspetto fisico che contava. Più di una volta aveva  provato una fascinazione irresistibile per uomini che fisicamente non le piacevano per nulla, e che poi proprio per via del fascino subito le risultavano irresistibili anche fisicamente.

E poi ormai erano diversi anni che non andava a letto con un uomo diverso. Diverso da quello che era stato il centro della sua vita per tanto tempo e a cui era rimasta inconsciamente fedele anche a distanza di un anno dalla loro separazione.

Lei aveva elaborato una strana teoria, quella dell’impronta corporea. Quando per tanto tempo si fa l’amore con la stessa persona, il proprio corpo assorbe l’impronta dell’altro al punto che anche scomparso l’amore o il soggetto amato, il corpo stesso reclama sempre lo stesso tipo di contatto. Per semplificare: se si è stati per un tempo con un uomo molto magro e alto si guarderanno preferibilmente uomini magri ed alti. Se al contrario si è avuto rapporti con un uomo massiccio e magari con la pancia, istintivamente il proprio corpo è quel tipo di uomo lì, che cerca. Memoria cellulare. Diffidenza al cambiamento. Resistenza al non conosciuto. Questa teoria ovviamente non era basata su alcuna ricerca scientifica, ma lei sentiva profondamente che era dimostrabile in ogni momento.

Da lì la difficoltà nel lasciarsi andare a  amorazzi o tresche, o anche solo sesso,  con quegli uomini che magari avevano flirtato con lei facendole capire di desiderarla. Nulla di moralistico insomma, è che proprio non le interessava. Aveva ancora l’impronta addosso.

Ed ora cosa era successo all’improvviso? Forse un leggero senso di rivalsa per essere stata tutto quel tempo in attesa silenziosa che magari lui tornasse da lei? Sapeva che non sarebbe mai successo ma effettivamente doveva ammettere di averlo sperato. O una definitiva e improvvisa liberazione dall’impronta? Forse la guardia aderiva  al tipo di fisicità che aveva ancora addosso? No il suo vecchio amore era assolutamente diverso.

Una sana euforia fisica l’aveva presa, e ciò era buono. Smise di farsi domande.

Iniziò a sistemare un po’ la casa, si fece una doccia. Tolse di mezzo giochini dei gatti, osso di nervo di bue del cane e rimasugli di pranzo.

Mentre sistemava incominciò ad immaginare quale sarebbe stato l’approccio più appropriato. Non poteva mica sbatterlo sul letto appena entrato. No, magari avrebbe preparato il famoso caffè e poi …. E poi cosa? Avrebbe aspettato che lui facesse la prima mossa, ecco. Si, in fondo era lui che l’aveva abbordata per strada con la scusa del cane. E poi seguita ed aspettata ecc. Il pensiero andò al suo corpo. Chissà com’era senza divisa. Non nel senso di nudità, ma magari vestito in borghese, con una maglietta ed un jeans. No, pensiero pericoloso. Di sicuro molto del suo fascino era dovuto a quella divisa blu scuro con fondina con pistola e manette. Meglio immaginarlo nudo allora. Uhm…. Chissà com’era la linea dei suoi pettorali. Il triangolo che normalmente si intravede nell’apertura della camicia ma che lui con la sua divisa teneva celato. E le sue natiche? Era uno dei punti che più l’affascinavano in un uomo. Pensò che non si ricordava bene la linea della sua bocca. Questo era veramente il massimo! Aveva invitato uno sconosciuto a casa con intenzione di farci sesso e non si ricordava nemmeno come era la bocca che di li a poco avrebbe baciato! Non si riconosceva più.

A quel punto suonò il citofono, il cane inizio ad abbaiare e lei sobbalzò. Era già arrivato?

Meglio così, doveva dare uno stop ai pensieri e lasciarsi andare. Lui arrivò un po’ trafelato, aveva fatto le scale (un po’ di corsa, penso lei). Stare tutto il giorno fermo lo sfiancava e aveva bisogno di movimento fisico (ottimo, pensò lei).

Lui si scusò di non averle portato nulla, aveva appena finito il lavoro, ma le promise che magari più tardi le avrebbe offerto un gelato (che tenero, penso lei). Lui insistè per accompagnarla in cucina per preparare il caffè. Nel frattempo continuava ad accarezzare il cane che oramai sembrava riconoscerlo come il più generoso degli accarezzatori e ne approfittava largamente.

– Bella casa!

– Grazie. E’ tanti anni che vivo qui.

– Sempre sola?

– No, per un periodo ci ho vissuto con un …. diciamo compagno … ma ora ci siamo lasciati da un bel po’.

– Capisco. Anche io ho una storia alle spalle bella lunga, e quando è finita, beh! avrei voluto cambiare casa e anche nazione, ma tanto è inutile. L’impronta ti rimane addosso e ti segue ovunque.

– L’impronta? Ma dai! Pensa che io ho tutta una mia teoria su questa cosa dell’impronta!! (incredibile, pensò lei)

– Sì? Beh io credo che noi abbiamo qualcosa in comune se in fondo ci siamo conosciuti (sintassi semplice e un po’ scorretta, pensò lei)

– Vero! Oltre i cani, intendi? – e sorrise ammaliante.

– Si certo, oltre i cani. Sento che con te si può parlare bene. E sei dolce anche con le persone che non conosci, è una cosa molto bella.

(Si. Parla come un dodicenne, ma è troppo tenero!, pensò lei)

Erano seduti sul divano, con i caffè davanti e lei travolta dalla tenerezza gli mise una mano sulla guancia e piegando un po’ la testa di lato gli poggiò dolcemente le labbra sulla bocca (che non aveva ancora guardato bene, ma oramai non aveva importanza) .

Lui ebbe un sussulto, e si ritrasse. Lei si bloccò e lo guardò con aria interrogativa.

Lui era confuso e arrossendo disse: Scusa, pensavo lo avessi capito, ma io sono gay.

(cazzo!, penso lei).

CONCLUSIONI

(dedicate a @aquilanonvedente e a tutti gli uomini che eventualmente capitassero su questo mio sciagurato blog)

Non serve avere un cane, o un figlio, o un certo non so che per rimorchiare una donna. Basta veramente poco. Una piccola sfrontatezza, non fermarsi davanti al primo piccolo ostacolo, decidere che è lei che si vuole e buttarsi. Ogni donna si conquista anche solo con una parola, specialmente se tenera. Non importa essere sorprendenti.

L’importante poi è avere in seguito qualcosa da dire ….

Lei, da quando aveva il cane, era abituata agli  approcci più improbabili per strada. Un giapponese l’aveva addirittura fermata chiedendo il permesso di fotografarlo. Nel giro di pochi giorni aveva parlato con più persone del quartiere che negli ultimi vent’anni. Anche al parco oramai aveva conosciuto quasi tutti  i frequentatori abituali ed i loro cani. Il Parco era molto grande ma gli animali invariabilmente si cercavano e si incontravano per giocare. E i padroni, con una naturalezza che lei non aveva mai riscontrato prima, si fermavano a parlare di qualunque cosa. Il cane aveva particolarmente fatto amicizia con un bassotto con il quale, nonostante la sproporzione fisica, si inseguiva e si rotolava per delle mezz’ore. Ma in quel caso il padrone, un ragazzo che per l’appunto faceva il veterinario, non sembrava troppo loquace o felice che  si fermassero a lungo. Lei aveva intuito, diciamo che era più una certezza, che quella era una zona del parco particolarmente frequentata da uomini in cerca di incontri. E così appena i due cani accennavano a frenare le loro corse, riagganciava il suo e proseguiva nella passeggiata.

Ma rispetto agli altri, l’approccio della guardia giurata era decisamente più particolare. Lei continuava ad assentire e a rispondere garbatamente alle sue domande immaginando ad ogni risposta conclusa la loro chiacchiera. Invece lui per niente preoccupato di essere invadente continuava a seguirla, carezzando il cane e chiacchierando del più e del meno come fossero amici incontratisi per caso dopo tanto tempo.

– Abiti qui vicino? – le chiese, infine.

– Si, proprio dietro la Piazza

– Io sono in questa banca qui, sto facendo una sostituzione, sarò qui per due settimane ancora.

– Ah

– Beh, allora magari ci rincontriamo.

– Si, certo. – E ritenendo concluso l’incontro lei si avviò verso il suo bar, tirando un po’ il cane che si girava a guardare lo sconosciuto carezzatore.

Il bar era chiuso per ferie e così decise di passare al mercato a comprarsela, l’insalata, per mangiarla a casa. E già che c’era si fermò all’alimentari a prendere del formaggio fresco.

Questi negozi del centro, che una volta erano delle bottegucce tristi e buie, con le merci accatastate su banchi di legno e piccoli frigoriferi a sportello, negli anni sono diventate delle sorta di gioiellerie. Non forniscono dei normali generi alimentari. No. Ogni prodotto è diventato una specialità. Per forma, consistenza o provenienza. Il classico Fiordilatte oramai è superato. Si possono chiedere solo mozzarelle di bufala, o bocconcini della Piana del Sele o trecce di Boiano. E il prosciutto non è più solo San Daniele o Parma, ma prosciutto aromatizzato del Montefeltro o prosciutto montano della Val Vigezzo. Inutile dire che salumieri, macellai o panettieri sono diventati dei gran signori e girano in SUV o Maserati, mentre le loro signore sono sempre alla cassa, è vero, ma con le dita incastonate di vere di brillanti. Niente da dire, per carità, solo che figuriamoci se in tali botteghe fanno entrare un cane.

E difatti lei dovette lasciare il cane fuori, legando il guinzaglio all’apposito gancio, e tentando di rassicurarlo sul fatto che non lo stava abbandonando, sarebbe tornata subito. Ma lui, com’era prevedibile iniziò a guaire disperato e a contorcersi tentando di liberarsi. Facendo più in fretta che poteva i suoi acquisti, sotto lo sguardo di riprovazione della cassiera che certamente disapprovava qualunque atteggiamento indulgente con gli animali, tornò fuori e trovò il cane oramai tranquillo carezzato e coccolato dalla guardia giurata.

– Certo che diventa proprio matto quando non ti vede!

– E già.

– Ho fatto una passeggiata per sgranchirmi le gambe e ora torno alla banca.

– Ah.

– Tu vai a casa?

– Si.

– Bene allora facciamo un tratto di strada insieme. Io poi lavoro fino alle quattro e poi via, che devo portare fuori i cani.

– Eh, certo, i cani.

– Si quelli non vedono l’ora che torno per andare a fare due corse.

E così dicendo camminavano verso la comune direzione.

Lei, dopo il primo sbalordimento nel ritrovarselo di nuovo davanti, iniziò un po a studiarlo. Non era un brutto uomo, diverso di sicuro dalle solite guardie giurate delle banche tutte un po’ fuori forma e tracagnotte. Certo non era molto alto, ma belloccio, con un ciuffo biondo che spuntava da sotto il cappello della divisa e una discreta forma fisica. Non doveva essere molto più giovane di lei, diciamo intorno ai quarantacinque, e certamente era un uomo buono. Lo aveva pensato guardano i suoi  occhi mentre parlava dei suoi cani e dal modo tenero con cui accarezzava il suo.

Fecero un altro tratto di strada insieme e poi si salutarono.

La giornata proseguì come sempre, casa, lavoro, casa, gatti, lettura di un libro e poi a letto.

Ma il pensiero di quell’uomo le tenne per un bel po’ compagnia.

La mattina dopo ci mise un po’ di più a decidere quale vestito indossare, e si guardò nello specchio con più attenzione mentre si metteva la matita sugli occhi.

Attraversando la strada per andare in ufficio sbirciò nella Banca. Lui era li, dentro un gabbiotto di fianco alla porta girevole che con aria annoiata fissava i monitor. Alzò lo sguardo, la vide, e con un cenno della mano la salutò. lei alzo la sua in risposta e proseguì.

A fine mattinata calcolò che doveva essere arrivata l’ora in cui lui uscita per fare una pausa prima del turno pomeridiano. Mise il guinzaglio al cane e uscì. Lui era lì, di fronte alla Banca, come la stesse aspettando. Rifecero un tratto di strada insieme, fino alla Piazza e stavolta non parlarono di cani. Lui le chiese che lavoro faceva, e lei poi chiese a lui dove abitava e cosa faceva nel tempo libero.

– Insomma, niente di particolare. Mi vedo con degli amici, e poi vado in giro con i cani. Sai li porto fuori dalla città per farli svagare a correre in Pineta o in campagna dove ho una piccola casa. E tu?

– Dipende, molto spesso sono in giro per lavoro, altrimenti vado al cinema o a teatro.

– Ah. Io a teatro non vado mai, mi sembra tutto così noioso. Magari al cinema ci vado di più. Con i miei amici.

Improvvisamente lei disse una cosa che, a ripensarci poi a casa, si chiese se non era impazzita.

– Se vuoi quando finisci di lavorare, alle quattro, vieni a prendere un caffè da me.

Lui la guardò un po’ stupito. – Si, certo che mi va. (continua)

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