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La ventunenne se n’è andata.

Detta così è tragica. E’ solo a tre o quattro chilometri in linea d’aria.

Ma non abita più qua.

E allora cosa è successo in questi quindici giorni?

Considerato che già i nostri orari erano parecchio differenti, tipo che quando io e il piccoletto uscivamo la mattina per andare a scuola lei di solito ancora dormiva e ci saremmo riviste solo la sera, in fondo non molto. Perché comunque ci si sente e ci si vede lo stesso.

La differenza però è cercarsi. Non dare per scontato che ci si incontri a casa per cena o sentirsi per sapere se e quando sarebbe rientrata.

Chiamarci invece per sapere come va, solo per la voglia di parlarci. Vederci perché ci va di incontrarci e non perché si è nella stessa casa.

E’ una differenza importante. E’ un passaggio basilare. E’ il rapporto tra due adulti. Anche se io sono sempre la mamma e lei è il mio amore grande.

Dopo una frase letta su facebook e un articolo su un blog che forse non è più attivo ho reincontrato un vecchio libro che amo e che ogni donna dovrebbe leggere. Per la sua formazione.

Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés, il ritorno della donna selvaggia.

Intanto voglio garantire che non sto diventando una sciamana, ed è assoluta coincidenza se solo pochi giorni fa già parlavo della donna lupo. Giocavo. Questa è roba seria.

Poi voglio raccontare come ho incontrato per la prima volta il libro. Me lo ha consigliato una donna, un’amica, che lo aveva avuto da una psicologa, dalla quale andava regolarmente per riuscire a gestire un rapporto decisamente problematico con un uomo. Lei, la psicologa,  era una donna con un viso bellissimo su un corpo veramente oversize. Una donna molto intellettuale che tentava di farle capire come poteva riuscire a sentire il suo vero valore senza dipendere dall’accettazione di un uomo che, lei diceva, valeva decisamente meno, ma la teneva in pugno.

La cosa divertente fu che dopo averle detto e stradetto che lui non era una bella persona (avevano iniziato a fare anche terapia insieme); dopo averle mostrato prove inconfutabili della propensione del tipo alla cornificazione (lui aveva scritto una lettera a lei, alla psicologa, in cui si confessava profondamente innamorato); lei, la psicologa, uscì con lui e sinceramente non so cosa successe perché ovviamente la mia amica interruppe la terapia (pare che in terapia junghiana il transfert e contro transfert – cioè il/la paziente che si innamora del/la terapista e viceversa – sia normale ma a lei non sembrò tale, e francamente nemmeno a me).

Fatto sta che in tutto ciò questo libro arrivò a me. Io l’ho letto da allora diverse volte. A volte solo alcune parti. L’ultima – quella sulla storia di Barbablù –  in occasione di uno spettacolo teatrale su cui si stava lavorando.

E’ un libro che parla del grande potenziale che esiste in ogni donna. Della profonda saggezza istintuale delle donne. Potere e saggezza sepolte da secoli di cultura e pratiche assolutamente antifemminili.

E’ una lettura che va affrontata quasi come un rito di iniziazione. Un passaggio fondamentale è quello legato agli archetipi contenuti nelle fiabe che normalmente si raccontano ai bambini, o almeno si raccontavano ai bambini della mia generazione: Cappuccetto Rosso, Barbablù, Il brutto anatroccolo, La donna scheletro.

La Pinkola Estés negli anni sessanta ha girato l’America del Nord e del Sud, cercando e ascoltando storie. In particolare quelle storie che tramandate da generazioni e generazioni avevano trasformato la loro essenza primitiva essendo state attraversate dal passaggio delle culture, delle religioni. Ma in posti diversi, da anziane diverse, si accorse che molte di queste storie avevano una radice comune. Una radice antica che riportava al vero insegnamento che la storia racchiudeva e per il quale veniva narrata.

Oggi ho reincontrato questo libro. L’ho riaperto e ho trovato tanti passaggi sottolineati.

Mi piacerà nei prossimi giorni riprenderli e parlarne.

Decidere di scrivere una pagina al giorno per 365 giorni proprio sotto debutto è stata un po una   follia. Dalle nove alle ventuno orario continuato. E oggi ritorno a casa solo ora (per la cronaca alle undici).

Rapida cena ancora un paio di cose di lavoro ed ecco che mi aspetta il mio impegno/gioco quotidiano.

Certo la stanchezza è tanta. Ma ho scoperto quanto è rilassante e rigenerante lasciarsi andare a questi momenti tutti per me. Approfittando anche della mancanza del piccoletto, in campeggio, e della ventenne che ho incrociato sulla porta mentre rientravo. Solo i due pelosi mi guardano straniti perché non è ancora arrivato il loro turno di coccole.

Ed oggi sarà così, un rapido rapportino sulla giornata (tanto per marcare la pagina) e poi in posizione orizzontale per almeno otto ore.

Venti attori, un musicista, una regista, un’aiuto regista, uno scenografo, due tecnici, tre operatori, un fonico, due produttori, una fotografa ecco chi c’era oggi in sala prove. Senza contare i tre aiuti che sono arrivati alla fine per smontare, con l’immancabile Pino il Volpino. Un piccolo ecosistema. Un concentrato di mondo. Una centrifuga di esigenze, istanze, idee, passioni, ire, sorrisi.

Questo è in definitiva il mio lavoro, riuscire a far si che tutto questo intruglio di caratteri, dna, ormoni in libera uscita, fragili ecosistemi esistenziali, condividano uno spazio e del lavoro e che tutto funzioni. Che nessuno esca urlando dall’hangar. Che domani   scene, compagnia e tecnici arrivino sereni in teatro per la prova generale. Tutto qui.

Con gli anni si imparano i tempi, i modi, i respiri. Si diventa fermi nelle decisioni ma diplomatici. Si impara a prevenire gli attacchi di ansia e a tranquillizzare. A dare consigli senza farlo pesare. Alla frase: abbiamo un problema – che è frequente quasi come: che ore sono? – si può rispondere solo con una soluzione. Non sempre riesce ed allora bisogna affrontare la tempesta. E le tempeste in teatro, vi assicuro, hanno molto poco di poetico.

 E’ il mio lavoro. L’ho scelto, voluto, costruito dal niente quando oramai ero già troppo grande per lo standard medio per affrontare cambiamenti di vita così drastici (o almeno per lo standard medio della mia famiglia). E quindi sono avvantaggiata dalla consapevolezza che non mi posso lamentare. Mai.

L’ho voluto e ce l’ho (almeno per il momento, ma non vorrei entrare nella questione crisi finanziaria e riflessi sulle già difficili condizioni del teatro italiano).

E ne sono veramente felice….. ma che stanchezza!

E’ sempre molto triste dover ricorrere ai Tribunali per avere giustizia, ed è anche altamente sconsigliato da qualunque avvocato di buon senso. Sia che si tratti di questioni personali, che di lavoro. E’ sempre molto difficile decidere che ogni tentativo di mediazione, di dialogo, di accordo, è decaduto e solo un’autorità potrà decidere, per te, ma anche sopra di te, e, specialmente nelle cause civili, senza di te.

Via le immagini dei telefilm inglesi o dei mitici tribunali americani. Niente toghe o martelli sbattuti al grido di “Avvocato si contenga!”

Centinaia di pagine di fotocopie, decine di pagine di memorie (e se si chiamano memorie un motivo c’è – è che ti devi ricordare proprio un sacco di roba), carte bollate e email con l’avvocata (neanche il gusto di un incontro personale, nemmeno con lei!)

In questo ultimo periodo ho avuto due conclusioni di vicende giudiziarie che si protraevano, com’è noto accade, da molto tempo. Certo magari per la giustizia italiana tre o quattro anni non sono molti, ma per chi deve attendere una sentenza sono mesi di sospensione molto lunghi. E certo le mie questioni, rispetto ai grandi processi penali, erano robetta.

Ho avuto due sentenze a mio favore. Diverse nel merito ma entrambe mi hanno ridato una consapevolezza. Battersi per qualcosa che si ritiene giusto, per un diritto negato, per una mancanza subita, è giusto. E’ giusto non tanto per i pochi effetti che ha dal punto di vista pratico (a monte di queste situazioni ci sono sempre soldi, si sa) ma perché il fragile e sottostimato amor proprio ne trae un giovamento enorme.

Avere la prova scritta (certo decrittografata dall’avvocata, è ovvio) che ciò che pensavi, ritenevi, di avere subito, o non avuto, era esatto. Che le richieste che facevi erano corrette. Magari lo pensavi pure, di avere ragione, ma -si sa – le donne hanno sempre un sottile senso di colpa che spalmano sulla vita, un malcelato sentore di non essere abbastanza in gamba, e quindi figuriamoci in casi di lite.

E quindi se un/una perfetto/a sconosciuto/a di Giudice dice che invece avevi proprio, ma proprio, ragione, e decide che quello che chiedevi venga fatto – eseguito – cavolo all’improvviso è come quando da bambina tua sorella correva ad accusarti da mamma di aver rotto un vaso e lei, invece di cadere nel suo subdolo tranello, la metteva in punizione per aver detto una bugia!

E per aggiunta: se nelle uniche due occasioni in cui sei stata costretta a ricorrere ai Tribunali avevi ragione, quante altre volte che hai sbattuto i piedi per terra, o una porta,  o la testa contro il muro, avevi altrettanto ragione?

Quante persone che ti hanno, con più o meno dolo, trattata da schifo, sarebbero stati presi per la collottola e riportati a cuccia a suon di sculacciate sul sedere?

Può sembrare una magra consolazione, ma per un fragile ego femminile è vitamina pura.

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