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street art writer Hush Moments in soul

street art writer Hush
Moments in soul

 

tu hai l’agio di non essere

basta un click e non sei

hai l’agio di tornare nell’etere da dove sei arrivato

quale filo fragile per tenere assieme due vite

le parche avevano il fuso

per creare

e poi forbici

per tagliare

i fili che reggono la vita

tu hai solo il gesto di un dito, piccolo, impercettibile

click

io posso solo stare

in attesa

o anche non

ma non ho l’agio di

agire

decidere come o dove o quando

sto

alle volte gemo

altre graffio

quando riaffiorano vecchi dolori

antichi tradimenti

e ferisco

lo so

sono brava in questo

ho imparato molto presto

so colpire con unghie affilate

nel punto preciso dove so che fa male

le geishe imparano fin da bambine a tutelare i loro spazi

ma devono agire nell’ombra

muovere fili trasparenti come quelli tessuti da aracne

e devono saper stare

anello-con-diamante-giallo-kwiat_1

ieri ci siamo viste con un’amica che ho conosciuto la prima volta ad un aperitivo con altra amica e rincontrata poi per caso due anni fa, perché ha iscritto il figlio nella stessa scuola dove va il piccoletto.

si era appena trasferita a Roma. il marito una mattina le ha detto che erano sei mesi che aveva una storia e voleva seguire la sua via. non era la prima volta che si parlava di corna (messe da lui a lei) e così lei ha preso una valigia e il figlio ed è tornata a vivere nella sua casetta romana. ha rinunciato alla villa con giardino, piscina, vasca idromassaggio, dove nel frattempo si è insediata la napoletana tinta rifatta. ha rinunciato al lavoro che aveva costruito negli anni con lui raggiungendo risultati molto soddisfacenti. si è però ripresa la dignità che  aveva seppellito in dieci anni di matrimonio decisamente pendente verso la maternità. ha passato l’anno più duro della sua vita ma ora sorride di nuovo. il figlio ancora ne deve uscire. io non le ho mai raccontato che invece ho rinunciato ad un uomo che non ha rinunciato alla sua famiglia per me.

abbiamo lasciato i piccoletti al Vigamus, mitico museo del videogioco dove non eravamo riusciti ad entrare durante La notte dei musei, e siamo andate due ore in giro a praticare un po’ di windows shopping. guardare e non comprare.

non mi capita mai. né di lasciare il piccoletto in un luogo pubblico anche se dedicato ai ragazzi (pare che li si faccia), né di andarmene due ore a passeggio a guardare borse e scarpe e vestiti. ieri mi ha fatto piacere. siamo arrivate alla Coin, dove lei si è spruzzata un po’ del suo profumo preferito, che ha finito e ordinato da un profumiere amico che le fa molto sconto, e io ho visto con orrore tornare di moda vestitini mini che non potrò mai indossare.

all’interno della Coin c’è un negozio Tiffany. sì proprio il mitico Tiffany di Audrey. io mi sono ricordata di un giorno, poco prima delle feste natalizia, in cui ero entrata nel grande magazzino alla ricerca di un regalo  ed ho visto un gran numero di uomini guardare e comprare piccoli gioielli da Tiffany. ho avuto un tal sbotto di invidia che ho dovuto cambiare negozio. non per il gioiello in se, per il fatto che mi sono resa conto che era un tempo davvero troppo lungo in cui nessun uomo si era fermato in un qualunque negozio a comprare qualcosa per me.

ieri ci siamo fermate a guardare le vetrinette e ho visto per la prima volta nella mia vita il meraviglioso diamante paglierino. è davvero giallo. è supersplendente. è bellissimo. e io l’adoro.

quando ho raccontato alla mia amica del gran numero di persone di sesso maschile impegnate ad acquistare un gioiello si è meravigliata anche lei. davvero ci sono ancora uomini così? pare….

il modo è diviso tra uomini generosi e non. uomini che fanno regali e uomini che si aspettano regali. uomini che non attendono natale o un compleanno per regalare qualcosa e uomini che manco in presenza delle feste comandate ti sganciano un pensierino. uomini che hanno discrete possibilità economiche ma non ci pensano per niente a fare anche la minima sorpresa e invece uomini che stanno davvero in bolletta ma ti portano magari un bellissimo orologio arancione comprato dal cinese per ravvivare la tua cucina.

io non sono avida, non pretendo di essere conquistata con doni o gesti eclatanti, però so che dietro un dono c’è un pensiero e che le persone tirchie sono spesso aride e narcisiste. ho ricevuto tanti bellissimi regali dal mio ex marito, che infatti è uomo generoso e disponibile. ne ho ricevuti zero dal padre del piccoletto, al quale ne ho fatti invece molti. normalmente non andavano bene, dovevano sempre essere cambiati. e anche questo è un segno.

conservo piccole cose che mi sono state regalate con il cuore e tengo molto ad un bracciale che è stato il regalo di mio padre a mia madre per la mia nascita. di alcune persone non ho nulla. nessun oggetto nemmeno lasciato per sbaglio. ed è un segno. chiunque fosse interessato, comunque, sappia che il diamante giallo è il mio preferito.

lipari

segue da sull’Isola #2

 

Mi siedo su una roccia, le gambe raccolte tra le braccia, il mento sulle ginocchia. Resto in ascolto del vento che taglia la spuma alle onde e mi fischia accanto.

Quell’estate era quasi passata in un lampo. Pensavo di aver già vissuto tutto il bello che potevo.

A casa mia madre e mia zia erano in fremente attesa che arrivasse Marco. Marco il bello, Marco che sapeva far ridere tutti con le sue storielle, Marco il motociclista, il sub, il calciatore.

Figlio di amici di famiglia io lo ricordavo già grande quand’ero bambina.

Era stato impossibile non innamorarmi, non desiderarlo e per lui impossibile resistermi. Avevo capito subito quanto lo attraevo ed ero sfacciata, lo corteggiavo senza vergogna. Avevo solo diciassette anni, dieci meno di lui, e cercò in tutti i modi di resistermi.

Avevamo fatto l’amore la prima volta sulla sabbia, tra le barche tirate a secco. Alla fine mi aveva chiesto:” Ma tu quando fai l’amore non parli mai?” non sapeva ancora che per me era la prima volta.

Giorni di passione furiosa, nascosta, salata come la nostra pelle cotta dalla salsedine. Poi la partenza. Io di nuovo segregata nella casa paterna. Lui alla sua vita tra lavoro e sport e donne che lo corteggiavano e squarci di tempo strappati per stare qualche ora assieme.

Appena maggiorenne me ne andai di casa. Non dissi mai che era per lui, ma da quel momento la nostra storia cambiò. Niente più ore rubate, niente fughe nascoste. Dovevo fare l’esame di maturità. Mi preparavo furiosamente, con l’idea che poi sarei stata definitivamente  libera. Libera di scegliere la mia strada, libera di essere la sua donna.

Partiva per l’Isola. Mi disse che mi aspettava. Che dovevo andare bene all’esame. Che lui non poteva mica stare con una somara.

Andò come andò, né bene né male, e finalmente lo raggiunsi sull’Isola.

Sento il rumore di un motore. E’ il pick-up di Turi. Sa sempre dove trovarmi.

– Ma che schifo di posto è diventato questo, che si arriva dappertutto in macchina?

Mi sorride

– E certo, perché noi dobbiamo andare a piedi così quando arrivate voi dal continente, due giorni l’anno, trovate l’Isola ancora selvaggia come una volta!

Rido anche io. è la verità. Noi vorremmo che alcuni angoli del nostro mondo venissero preservati dal tempo, destinati all’immobilità.

Si siede accanto a me, anche lui attratto irresistibilmente dalla luce che attraverso le nuvole tinge il mare di viola.

– Non ti stanchi mai di guardarlo, il mare?

– Mai!

Dopo la moglie e le figlie vengono l’Isola e questo mare.

……Anche se a volte è un traditore bastardo.

Sai che non ho mai saputo esattamente com’è andata?

Lo guardo interrogativa

– Si, cioè, so bene quello che è successo…. ma non ne abbiamo mai parlato.

– Vuoi che ti racconti.

– Se te la senti…

Parlo piano, con la voce bassa, senza guardarlo. Entrambi fissiamo l’acqua scura che si agita sotto di noi.

– Eravamo usciti presto, con il tuo gozzo, come ogni mattina. L’ora buona per pescare. Come sempre scendevamo in acqua insieme. Lui con la mezza muta e il fucile e io che lo seguivo con maschera e pinne. La prima volta che lo avevo visto scendere in profondità, in apnea, ero rimasta folgorata. Il torace gli diventava immenso, la vita fina come quella di una ballerina. Si muoveva tra le rocce senza fretta, come l’aria non dovesse finire mai. Poi un colpo di pinne e tornava in superficie. Soffiava fuori l’acqua dal boccaglio e respirava normalmente prima di rimmergersi di nuovo. Ero affascinata da questa sua capacità. Io restavo a guardarlo dall’alto. Cercavo ogni tanto di seguirlo sott’acqua ma la mia aria finiva sempre troppo presto e il mio corpo sembrava tendere al galleggiamento più di una boa. E poi segretamente io facevo il tifo per i pesci….

Turi si volta verso di me e sorride

– Quel giorno aveva scovato delle tane qui vicino. Vedi quello scoglio lì, davanti  alla spiaggia? Non era molto profondo, forse quindici  metri.

Aveva già preso una cernia. Grossa. Era risalito e mi aveva passato l’arpione con quel bestione che si dibatteva ancora.

– Ce n’è un’altra! Mi aveva detto prima di rimmergersi.

Ero rimasta con sto mostro che spalancava la bocca divincolandosi e la barca era pure abbastanza lontana. Nuotando a fatica con il braccio teso, cercando di non farmi avvicinare la bestia ero riuscita a posare la fiocina – anzi l’avevo quasi lanciata oltre il bordo –  e poi, quasi senza fiato, a tornare indietro verso il punto dove si era immerso.

Era risalito e risceso già due volte.

– E’ furba questa!

– Dai lasciala perdere, è entrata troppo in profondità.

Macchè! Era ridisceso. Cercava di stanarla con la punta del fucile, ma quella evidentemente si sentiva sicura dov’era. Ha dato un colpo di pinne e ha iniziato a risalire sempre guardando in basso.  Improvvisamente ha alzato la testa, un solo istante. Ho incrociato i suoi occhi. Poi il collo si è piegato, le spalle sono come scivolate in avanti, ho visto il corpo  afflosciarsi e iniziare a scendere.

No! Cazzo, No! Ho urlato, dentro di me. Ho subito preso fiato, cercando di arrivargli vicino prima che scendesse troppo in profondità. Vorrei dire che c’ero quasi, che forse potevo prenderlo. Invece no, non mi sono neanche avvicinata troppo. Non ci riuscivo. Era passato solo un momento e già era sul fondo. Forse ci eravamo spostati più avanti, sui venti-venticinque metri e per me era troppo profondo. Non sapevo più cosa fare. Ho iniziato a nuotare come una pazza verso la barca. Ho cercato i razzi nella dotazione di bordo e ne ho sparato uno. Poi mi sono ributtata in acqua. Disperata riuscivo solo a vederlo senza poterlo raggiungere. Non è passato tanto. Forse dieci minuti. Per me è stata tutta una vita. Sono arrivati con un gommone, si sono buttati, lo hanno ripreso. Il resto lo sai, c’eri anche tu.

Tra di noi è di nuovo silenzio.  Non c’è bisogno che ci diciamo altro. Rimaniamo a guardare il mare, aspettando che le onde dell’emozione tornino a placarsi.

Le nuvole si aprono per un istante e un raggio di sole improvviso riesce ad arrivare fino a noi. E’ come il segnale che possiamo tornare a parlare e partiamo insieme

– Io credevo che..

– Non pensavo…

Scoppiamo a ridere

– Dì

– No, di tu…

– Io credevo che non saresti mai più tornata qui all’Isola.

– Si lo so, neanche io credevo sarei mai più riuscita a venire. Ma poi vedi com’è la vita. E’ passato il tempo. Ho incontrato un uomo, l’ho sposato, ho avuto dei figli. Ora ho vent’anni in più di quelli che aveva lui quando è morto…. e a me sembrava così grande…. Ho sentito che potevo far pace con questo dolore. Che la vita mi ha regalato una felicità e per questo devo essere grata. Ho dovuto venire.

– Sono contento di aver diviso con te questo momento.

– Grazie Turi. Tu gli sei stato amico per tanto, e solo tu potevi capire cosa significava per me tornare qui, a questa spiaggia.

– Vuoi che andiamo ora?

– Si, dammi un passaggio con quel tuo catorcio, va!

Mentre scendiamo dal Piano verso il porto mi ricordo di un pomeriggio passato con Marco nella pineta, sdraiati su un letto soffice di aghi di pino a intrecciare le dita con le sue guardando verso il cielo. Tu sei il mio sole, mi aveva detto.

Cala Fico

segue da Sull’isola

Anche allora ero rimasta fuori, in  piedi,  a prendere il vento e rubare con gli occhi tutto il blu che potevo. E le isole che arrivavano sempre più vicine, come un piccolo gruppo di formiche  su un grande prato. Mi presi una congestione per tutto quel vento di prima mattina.

Ma passò.

A sedici anni, diciassette da compiere dopo pochi giorni, passa tutto.

La casa che aveva comprato mia zia era poco più che un ricovero. Due locali in calcina bianca, cucina all’aperto sotto il patio, bagno dietro, subito sotto al Vulcano. Era l’ultima casa che si incontrava salendo per il sentiero che portava alle bocche. La prima sulla via del ritorno, dove tutti cantavano.

Per tanto tempo mi sono chiesta come mai chiunque – ma proprio chiunque – salisse alle bocche del Vulcano, quando scendeva, cantava a squarciagola.

Quando sono salita io, scendendo, cantavo.

Non c’è solo questa, di magia, sull’isola. Ce ne sono tante. Ma ogni isola ne ha. E’ per questo che le amo tanto, le isole.

Ma qui.

– Qui non so cosa è successo. La mia vita ha toccato l’essenza, come forse non ha mai fatto dopo.

– Dici davvero? mi chiede Turi.

– Si. E’ così. Forse solo durante il parto dei miei figli ho sentito la stessa cosa.
Qui sono stata  ad un passo dal centro del mondo.
Ero  diventata una selvaggia. In poco tempo avevo smesso del tutto di usare i sandali. Giravo scalza tutto il giorno tra le rocce e il mare. Esploravo quello che  mi sembrava un universo intero.
Una volta, sai, ho pensato di fare il giro dell’Isola a piedi. Non mi ero proprio resa conto del fatto che ci fosse un’enorme altura rocciosa invalicabile. Era un’Isola e quindi potevo farne il giro!

– Eri picciridda, non  potevi capire!

– Si ero giovane, ma piccola non lo sono stata mai.

Mi guarda, senza fare domande, ma con lo sguardo mi passa gli occhi, cercando risposte.

– Ti sei sempre fatta una colpa di quello che è successo. Ma tu niente potevi fare!

– Lo so. Lo so. Eppure alle volte il destino di una persona cambia per pochi attimi, per un soffio di respiro in più. Se avessi potuto nuotare più a fondo…..

– Certo, allora pensa come vuoi tu. Intanto niente puoi cambiare… solo farti male.

– Sto bene, credimi. Ormai è passato tanto tempo ed ora sto bene.

Continua a guardarmi come se solo gli occhi potessero veramente catturare il pensiero. Niente parole, solo sguardi. Scuri, profondi, ineludibili.

Lentamente si alza e si avvia verso la porta

– Ora vado, devo passare dall’albergo.

Turi vive a Messina, con la moglie e le figlie, ma ha diverse attività sull’isola. Quando l’ho chiamato per chiedere se potevo andare in una stanza del suo albergo mi ha detto che anche lui sarebbe stato lì in quei giorni. So che non è vero, d’inverno è difficile che venga. Lo ha fatto solo per me. Per non farmi tornare da sola.

– Va bene. Io faccio un giro.

Esco e mi dirigo verso il piccolo promontorio dietro alle Sabbie Nere. Cammino su un sentiero che conosco, anche se non ne avevo memoria.  Costeggia il mare. Salendo e scendendo dai rilievi di roccia arrivo all’insenatura.

La Cala dei Fichi. D’estate molte barche arrivano qui solo per riuscire a cogliere i fichi maturi, gonfi di zucchero, dalle piante sulla riva. Irraggiungibili da terra.

Io infatti rimango in alto, sulla scogliera a picco sulla spiaggia.

Guardo il mare, scuro, gonfio. Un mare d’inverno che non lascia neanche immaginare la trasparenza dell’acqua che ho conosciuto d’estate.

(continua)

… considerando che fa parte di un periodo particolarmente particolare.

la controprova sono i sogni che faccio la notte. situazioni da lettino di Freud

o di Jung

ma lasciamo stare, che poi dicono che le donne sanno solo scrivere di cose molto intime….

foto chiaveil risveglio era stato normale, la notte quasi tranquilla, ero sola.

in bagno la prima sorpresa.

dopo aver tentato inutilmente di azionare lo sciacquone, aver aperto tutti i rubinetti, controllato la chiusura generale dal contatore, mi sono dovuta arrendere all’idea che ero completamente senz’acqua. la cosa buffa è che proprio il pomeriggio prima avevo effettuato la lettura ed inviato, affrancandola – perchè manco le cartoline preaffrancate ti lasciano quelli che vengono a farti la lettura di giorno feriale di mattina come se tu non avessi nulla di meglio da fare che restartene a casa a farti leggere i contatori, la cartolina all’Acea.

“non gli è piaciuta la lettura?” “avrò inviato la cartolina troppo tardi e si sono irritati?”

poi ragionando sul fatto che al risveglio non avevo sentito le cascate del niagara dai tubi che scendono – evidentemente accanto al mio letto, dai piani superiori, ho pensato che forse il problema riguardava l’intero condominio.

mal comune – mezzo gaudio

ho rimediato una tazzina d’acqua da un fondo di bottiglia per farmi il caffè

altre due dita da un altro fondo per il mio beverone mattutino

ho mandato un messaggio a mia figlia dicendole che sarei passata da lei a lavarmi almeno la faccia e i denti

nessuna risposta, ovviamente dormiva ancora.

è stato mentre preparavo la borsa per uscire, infilando spazzolino da denti e deodorante, che mi sono resa conto che a casa mancava qualcosa.

rapido giro di sguardi, tanto la casa è tutta lì, e mi rendo conto che mentre Arturo dopo aver mangiato la sua dose di croccantini è tornato ad acciambellarsi sul piomone e Cicoria mi mugola davanti in attesa di uscire a fare i suoi bisogni, non c’è traccia di Gilda.

Gilda la Furia Buia

Gilda la ladra

Gildoca, come l’ha chiamata il piccoletto da subito quando siamo andati a prenderla, minuscola, al gattile di Santa Severa.

saranno quattro anni?

forse cinque.

il tempo passa così velocemente.

la chiamo, inizio a cercare in tutti gli armadi, spesso si infila come un razzo senza che io la veda (furia buia appunto) e poi dopo un poco sento grattare dietro lo sportello. ma si infila anche in qualunque tipo di scatola o pertugio e nella casa ancora piena di cose post-trasloco faccio fatica a terminare l’esplorazione.

niente, a casa semplicemente non c’è.

e non è potuta uscire in giardino perchè non ho ancora aperto le finestre.

grande ondata di panico e senso di colpa.

“ma allora è sparita da ieri sera!” “e non mi sono accorta di niente!”

ripenso alla notte

non ricordo di averla sentita sui piedi

e nemmeno mi è salita sulla pancia facendo le fusa come un arrotino

gelo.

dentro e fuori

in giardino non c’è traccia

chiamo, giro, esco, entro riguardo ovunque, non c’è.

si è fatto tardi, decido di lavarmi in ufficio e vado sperando di non aver visto bene e di averla lasciata chiusa in casa.

all’ora di pranzo scappo di nuovo a casa e la speranza svanisce. non c’è. Gilda è semplicemente scomparsa. dalla sera prima. e la notte ora gela.

sono davvero preoccupata, ma devo riuscire subito per andare alla scuola del piccoletto dove ci sarà la vendita di beneficenza degli oggetti costruiti da loro per l’adozione a distanza che facciamo dalla prima elementare.

lungo la strada, morta di fame – sono ormai quasi le 14,30 e sono in megaritardo – mi fermo  per mangiare un panino in piedi.

è un baretto di monteverde che non avevo mai notato prima. c’è un banco tipo salumeria dove preparano dei panini buonissimi, a richiesta e dove vedo tutta una serie di prodotti abbruzzesi, prodotti che arrivano in particolare dalle zone del Parco Nazionale. un territorio che sfiora la mia casa di montagna. con enorme stupore, mai viste prima a Roma, vedo che hanno delle birre artigianali prodotte ad Amatrice. mi sento a casa. i due giovani baristi però non sono amatriciani, sono umbri.

dopo questa felice scoperta riesco frettolosamente per continuare il percorso e … oplà…. la macchina non parte.

l’avevo parcheggiata “leggermente in doppia fila” appoggiata di traverso accanto ai cassonetti.

provo, riprovo. nulla.

è tardissimo. mio figlio vedrà arrivare tutti i genitori che si accaparreranno gli oggetti più belli, ed io non ci sarò.

tento il salvataggio da parte del padre. abita non troppo lontano e anche lui starà andando….

cellulare spento.

prima di urlare e bestemmiare ed inveire, mi rendo conto che la strada è fortemente in discesa.

chiamo in aiuto i baristi umbri,  mi faccio spostare un poco indietro, parto a folle, ingrano la seconda e … via…. riparte.

manco mi sono fermata a ringraziarli, dovrò passarci uno di questi giorni.

come per miracolo arrrivo a scuola in tempo per entrare con gli altri.

del padre nessuna traccia, solita atmosfera prenatalizia che mi costerna sempre di più di anno in anno, ma sorrido gaia

non faccio che pensare a Gilda sparita ma contratto allegra l’acquisto di calendari con graffiti rupestri eseguiti dal piccoletto e segnaposto composti da sassi colorati dal medesimo artista

faccio il mio dovere e arrivo a spedere la quota che servirà a farmi sentire in pace con la coscienza per il prossimi dodici mesi

mi aggiro un poco spersa

tanta gente e la confusione non fa che accrescere il senso di un disagio interno che aumenta di ora in ora in questo giorno strano.

distrattamente ogni tanto guardo l’ora sul cellulare. nessun messaggio e i minuti passano lenti.

mentre lo rinfilo in borsa, sento un oggetto in una delle tasche interne. non è molto grande e faccio fatica a tirarlo fuori.

è una vecchia chiave

dorata

mai vista prima

ne sono certa

non l’ho mai avuta nè so cosa possa aprire

è vero che le mie sono le borse di Mary Poppins, ma pur contenendo un mondo di oggetti, magari dati per persi da mesi, conosco la provenienza di tutto ciò che trovo.

rimango con la chiave in mano, senza parole

immagini mistiche mi passano nel cervello

la chiave di “molto lontano, incredibilmente vicino”

la chiave di Alice nel Paese delle Meraviglie

le chiavi volanti di Harry Potter

un oggetto altamente simbolico, questa chiave

ed estrememente misterioso il suo trovarsi nella mia borsa.

la giornata si chiuderà con la certezza che Gilda probabilmente è uscita per sempre dalle nostre vite.

foto Gilda - Cesto ridotto

storni-a-Borgo

che poi a chi gliene frega dei miei pensieri lo sa solo iddio

comunque

pensiero uno – pare che uomini e donne pesino in modo diverso anche sul blog. un uomo che “trojeggia” è fico, una donna è solo troia

pensiero due – esistono nuove gelaterie dove entrando sembra di essere in una banca (cit. il piccoletto) che elargiscono gelato artigianale “fai da te”. prendi una coppetta o un cono, passi alla fase A che sarebbe la base, qualunque tipo di crema: dal caramello, al cioccolato fondente, all’amarena….; fase B scegli tra circa sei gusti + (inevitabile) lo yogurt, fase C farcisci con qualunque tipo di praline, biscotti, fruttini, fase D rifarcisci con qualunque tipo di dolcetto, gommosetto, mashmallow, tocchi di cioccolato bianco o nero, fase D cospargi di crocantini, praline, nocciole, confettini, etc etc, fase E incremi il tutto con le creme succitate, fase F paghi al peso. Alla fine se stai attento ti viene quanto un cono medio, 2,50 o 3 euro. Se ti lasci andare problemi tuoi.

pensiero unoB – tornando al discorso di pesi tra uomini o donne, la gran sòla per le donne è la continua fottuta discriminazione, tra madonne o puttane,  delle puttane.

pensiero tre – a Roma sono tornati gli storni. arrivano a migliaia, forse milioni, intorno alle 17. a quell’ora, nelle loro zone, non è possibile camminare senza ombrello. compiono nel cielo quei meravigliosi disegni di volo incrociato, cagando tutto quello che si sono beccati durante il giorno nelle campagne romane. molto bello da vedere in foto. molto pericoloso da vedere dal vivo. i quartieri, le strade, i viali alberati in particolare,  diventano una fogna a cielo aperto. le auto sono talmente coperte di guano che si fatica a trovare posto per una falange nella maniglia dello sportello. gli auto-lavaggi si rifiutano di ricevere tali autoveicoli. sarai costretto a uso di pompa e strofinaccio. i marciapiedi divengono impraticabili. in caso di pioggia il tutto si mischia con l’acqua creando uno strato  molliccio e viscido che puzza maledettamente e che porta gli abitanti dei quartieri colpiti ad inveire contro l’amministrazione comunale  che non riesce a sterilizzare/allontanare/sterminare i pennuti nè tantomeno a ripulire le cagate.

pensiero unoC – ritornando al punto del peso tra omini e donne mi sembra di aver capito che continuare a leggere i post e i commenti del mio uomo può dare due risultati: a) farmi sprofondare nell’inferno dei rabbiosi (?) se ne esiste uno ( e non so quale pena mi toccherà) b) ripagare pan per focaccia finendo automaticamente dalla parte delle puttane e rischiando quindi di disgustare irrimediabilmente il mio uomo (che pare essere della vecchia scuola, puttaniere si! ma con orgoglio maschio)

pensiero quattro – anche stanotte ce n’è da pensare….

nèmei s. f., letter. – Propr. nome proprio, Nemesi (gr. Νέμεσις, lat. Nemĕsis), personificazione nella mitologia greca e latina della giustizia distributiva, e perciò punitrice di quanto, eccedendo la giusta misura, turba l’ordine dell’universo. Con uso fig., nstorica, espressione riferita ad avvenimenti storici che sembrano quasi riparare o vendicare sui discendenti antiche ingiustizie o colpe di uomini e nazioni; è una n., a proposito di un avvenimento considerato come un atto di giustizia compensativa. Talvolta anche col sign. generico di punizione o vendetta, con carattere di ineluttabile fatalità.

Tempo fa lessi e commentai un post ( che al momento non trovo e che quindi ritengo cancellato sicchè non ne citerò l’autrice ) che parlava di vendetta. Vendetta praticata dalla stessa, in modo “pesante” con agguati e violenza fisica, su uomini che evidentemente l’avevano quanto meno delusa, o tradita.  Lei era anche un poco pentita. Io mi ero dichiarata assolutamente “fan”.

Non ho mai saputo diventare vendicativa. Essere io la dea della giustizia. E’ vero che una sberla o due l’ho distribuita ( sono stata anche accusata di un pugno ma non era vero). Ma mi sono state veramente strappate dalle mani. Però la vendetta, quella vera, studiata, meditata, e poi realizzata, non mi è mai appartenuta. Eppure io sono una donna capace di grandi odii. Grandi amori e grandi odii. E quando vengo tradita, quando la mia fiducia viene oltraggiata, divento veramente cattiva. Il fatto è che sono un’impulsiva. Mentre la vendetta va consumata  a freddo.

Ci sono donne che si vendicano comunicando all’altra della propria esistenza. Amanti che scrivono alle mogli. Mogli tradite che insultano amanti. Donne che si accapigliano per un uomo. Ecco questo tipo di vendetta è proprio l’ultima che ritengo appropriata a me. Andare a colpire un’altra donna, quando è evidente che l’infame è solo la persona che si ha accanto, è veramente da poveracce.

Allora? ecco mi manca proprio la fantasia. Su internet si trovano filmati di mogli o amanti tradite che con martello o mazzerocco sfondano le auto dei traditori. Per alcuni uomini, si sa, l’auto è una parte della famiglia, viene quasi prima dei figli. Ma essi non sono mai stati i miei uomini.

Altre donne si mettono ad inveire e tentare lo sputtanamento su Facebook o sui blog o in qualunque altra modalità virtuale, con il risultato di essere compatite dal pubblico femminile, evitate da quello maschile (oggi a te domani a me) e insultate pesantemente dal fedifrago.

Continuo a ripetere che non sono assolutamente creativa. C’è bisogno di fantasia. Sicuramente ci sono persone che hanno attuato, o almeno immaginato, vendette degne de le Liaisons dangereuses. 

Magari aggiornatemi, potrebbe anche essermi utile, chissà . E comunque sfogarsi fa bene!

Quand’ero ragazzina mio padre diceva, a me e mia sorella, che prima di conoscere il mondo avremmo dovuto conoscere bene l’Italia.

Metodico, lui.

Preciso, scientifico e metodico.

Infatti ogni estate, a metà agosto, dovevamo partire con lui per il fatidico viaggio. Nulla di grave, beninteso. Ma mi sarei suicidata, piuttosto. Venne un’età in cui per rendere le giornate più veloci andavo a letto alle otto. Sissignore, in viaggio con mio padre e mia sorella, in albergo, d’estate, alle otto ero a letto. Chiudevo gli occhi e immaginavo cose.

In realtà non ho mai smesso, di chiudere gli occhi e immaginare cose.

Così abbiamo visitato la Sicilia, la Puglia, la Calabria e il Veneto. Arrivò poi un anno di crisi finanziaria definitiva e i nostri viaggetti estivi finirono su un traghetto per l’Elba mai preso. Peccato. Quell’anno avevamo anche gommone e sci d’acqua, sarebbe stato fico.

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In questo momento la (ormai) ventiduenne è in volo verso la Thailandia. Scalo al Cairo e poi a Bangkok. E poi Vietnam e Cambogia. Un mese di viaggio.

Sono in due, lei e un’amica. Hanno prenotato il volo di andata e quello di ritorno. Ah! Dietro le insistenze di mia sorella (che ho pregato di intervenire in quanto viaggiatrice esperta e stata in quei luoghi due anni fa) hanno prenotato l’Albergo in cui dormiranno domani (spero) a Bangkok.

Io avevo 24 anni quando partii per la Thailandia. Con il mio futuro-ex-marito-padre-della-ventiduenne.

Lo avevo conosciuto l’estate prima, il giorno del mio ventiquattresimo compleanno. Lui ne aveva 40. Venne alla mia cena di compleanno accompagnato da amici comuni. Era  un bell’uomo scapolo, che dimostrava molto meno della sua età nonostante i capelli completamente bianchi da oramai un decennio, e che quell’estate fece qualunque cosa per farmi notare quanto era fico. Racconti dei suoi viaggi intorno al mondo, immersioni in apnea nel mar di Sardegna recuperando anfore romane (giuro!), grandi servizi fotografici con ingrandimenti di miei profili marini stampati su lastre argentate…. insomma mi innamorai.

Quando organizzammo questo primo mega viaggio insieme io ero a mio primo mega viaggio.

Lui super esperto viaggiatore prese in mano tutta la questione.

Iniziai ad avere i primi sospetti quando non riuscii a convincerlo che una carta di credito era molto meglio che viaggiare con rotoli di contanti o voucher.

Ebbi poi una strana sensazione quando fummo chiamati e fatti scendere dall’aereo (sbagliato) della Thaj che partiva in coincidenza con il nostro volo (giusto ) della Qantas.

Quando capii che ad ogni frase che ci rivolgevano in inlgese rispondeva sempre nello stesso modo perchè non capiva assolutamente nulla, presi in mano guida, documenti e gestione del viaggio.

Lui me lo lasciò fare, perchè era molto innamorato e uomo intelligente e sapeva come darmi dei contentini per tenermi buona.

Fu un viaggio memorabile. Super preparato in tutti i dettagli: collegamenti, trasporti, alberghi, coincidenze. Passammo dalla Tailandia all’Australia. Lizard Island sulla barriera corallina. Un sogno.

Dopo quattro anni nacque la creaturina che ora sta volando senza nessun tipo di prenotazione verso un viaggio di un mese tra Thailandia, Vietnam e Cambogia. Senza di me. Senza suo padre. Con un’amica più stordita di lei.

Mi dicono che devo stare calma. Non tragicizzare. Accettare che lei è ormai una donna e trattarla come tale.

Sè, vabbè. Ne riparliamo…..

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