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che la vita sia sorprendente già me ne ero accorta….

non per essere negativa, ma le sorprese più grandi di norma non sono state sempre le più belle

e sul passato la finisco qui.

quello che è accaduto in questi giorni però è al di là della sorpresa, sfiora il miracolo.

quando la vita sembra una ripetizione senza fine di giornate tutte uguali in una ricerca convulsa di soluzioni senza mai arrivare nemmeno lontanamente a scalfire il problema…

quando il pensiero di essere una donna è relegato in ultima posizione rispetto alla prevalenza di essere mamma di una post adolescente e di un preadolescente, riferimento di un cane con problemi di ansia da abbandono, semi imprenditrice con catastrofici tentativi di recupero economico da ex socio che ha fatto fallire la società, creativa in fase di aride speculazioni su come inventare situazioni monetizzabili nell’immediato …

quando oramai è passato più di un anno dall’ultimo casto bacio o carezza su una guancia ricevuta da mano maschile; collochiamo quindi serate romantiche o notti infuocate di sesso   come risalenti al pleistocene inferiore….

…un piccolo messaggio di congratulazioni si trasforma in un incontro insperato e nel più folle innamoramento lampo io abbia mai potuto immaginare nel più zuccheroso filmetto di natale.

innamoramento totale e ricambiato, il che presuppone che per un istante l’universo si sia fermato e un raggio divino (potete coniugarlo nella persona/essere/religione che preferite) ha trapassato l’atmosfera fino ad arrivare a scansare sushi, salsa teriaki e wasabi e colpire i  cuori di due esseri intenti a frugare con le bacchette nella loro ciotola e con gli occhi nelle reciproche anime.

tutto questo mi ha rivoluzionato la vita  ….e mi auguro sia solo l’inizio.

e per questa volta la sorpresa più grande è che l’amore esiste, davvero.

 

Finito il Grande Diluvio Romano porto Cicoria al parchetto dei cani.

Il parchetto è un pratone recintato, con al centro un fosso cannuto, autogestito e molto frequentato. Uno degli esempi di autogestione di spazi abbandonati, da parte di cittadini che non si aspettano nulla dalla municipalità.

Con i contributi di noi frequentatori viene tagliata l’erba, comprati sacconi per le cacche che ogni accompagnatore di cane è obbligato a raccogliere, sistemata l’area coperta che d’estate ti permette di non essiccarti mentre i cani scorrazzano.

Il prato è selvatico, niente di elegante, ma ha moltissima Malva delle cui radici i cani sono ghiottissimi.

Dalla primavera iniziano a rivelarsi tra l’erba un numero impressionante di formicai. Prima qualche animalino che esce da piccoli buchi, poi ingressi più ampi e movimenti frenetici. In estate enormi cerchi di erba bruciata indicano i punti dove le formiche stanno operando. Grandi mucchi di “rifiuti” nei pressi delle entrate e lunghe file di formiche che portano sottoterra l’impossibile. L’estensione è talmente ampia che si ha la sensazione che il Pratone sia sospeso su una unica immensa rete sotterranea di gallerie e stanze e pozzi.

Ieri il Grande Diluvio Romano deve aver sconvolto non poco questo mondo sotterraneo. Arrivando al parco ho visto che non c’erano le solite file di laboriose operaie al lavoro, ma solo insetti di varie dimensioni che vagavano sperduti alla disperata ricerca di un segnale. Tra questi ho visto una formica enorme, grande forse dieci volte le altre, che si muoveva decisa  cercando di trovare un punto dove scavare. Arrivava vicino ad un rialzo del terreno, iniziava a fare un piccolo scavo con le zampe anteriori e le forti mandibole tirando fuori la terra di riporto e arrivando ad infilarsi quasi con tutto il corpo. Poi smetteva e ripartiva alla ricerca di un altro punto. Altro tentativo e nuova partenza.

Chi sei? E cosa stai cercando? – ho pensato mentre Cicoria si dava ad una appassionata caccia alle lucertole graziate da due giorni di casalinghitudine forzata.

Forse sei una Regina e con il Grande Diluvio Romano hai perso il tuo formicaio. Con un filo di paglia l’ho toccata e lei ci si è rabbiosamente attaccata risalendolo per venire a punire la mia mano. Veloce veloce l’ho depositata vicino all’entrata di quello che mi sembrava un formicaio attivo.

Ha sondato per un microsecondo il terreno e poi è ripartita in un’altra direzione, leggermente “spinta” dalle altre formiche, infinitamente più piccole ma assai più numerose.

Impegnata a raccogliere la cacca di Cicoria ho perso il contatto visivo con la mia Regina.

Dopo un poco ho notato un’altra formica, e poi un’altra, tutte delle stesse notevoli dimensioni, che praticavano lo stesso sport: saggiare il terreno in cerca di un punto adatto allo scavo.

Piano piano ho capito: siete Regine che avete perso il vostro formicaio ed ora ne dovete costruire uno nuovo prima di recuperare l’autorità e la forza che vi faranno riconoscere come tali dalle altre formiche. Dovete cercare il posto giusto e scavare, da sole, a lungo, prima che nuovamente veniate seguite per fondare una nuova città sotterranea.

E così mi sono sentita anche io. Sto cercando il posto giusto, e tento, e scavo, e fatico per riuscire a trovare il mio nuovo territorio e  per ricreare  una nuova rete di tante piccole energie costruttrici di cattedrali sotterranee.

Rafael Gómezbarros - Invasive Ants

Rafael Gómezbarros – Invasive Ants

Come-aprire-un-pubEntro nella locanda. 
La differenza di temperatura mi sorprende piacevolmente. Fuori il freddo umido di una serata piovosa, dentro il caldo un poco puzzolente di cibo e umanità.

Vado al banco, sono sola e non mi va di sedermi a un tavolo. Questa benedetta abitudine femminile di non attirare l’attenzione. Chiedo una birra, rossa. Ho voglia di alcolici destrutturanti. Ho bisogno di spegnere il mio cervello per qualche ora.

Mi siedo su uno sgabello alto e inizio a sorseggiare la mia Leffe Cuveè, prodotta in Belgio, birra d’Abbazia a 8.4 gradi, temperatura ambiente.

Giro attorno gli occhi, più per vezzo che non per reale interesse alla varia umanità raccolta in quel locale. A ore dodici il mio sguardo si blocca. Un tavolo con un uomo e una donna. Inizialmente la mia attenzione è attratta dalla sensualità con la quale si stanno guardando. Dalla bellezza della giovane donna, e dalla prestanza del suo uomo. Un momento dopo mi fisso su di lui. Ha una gamba che finisce proprio sopra la coscia. Una stampella appoggiata alla sedia e il pantalone cucito poco dopo la fine del moncherino.

Il barista non è esattamente mio amico. Mi ha visto sì e no altre due volte. Ma ha voglia di parlare e ha intercettato il mio sguardo.

– Hai visto? Quel pezzo di figliolo! E pensa che fino a un mese fa non me ne ero accorto perché aveva una gamba finta. Sai com’è successo? Incredibile…

Anche se di solito scoraggio le confidenze, sono troppo attratta dalla storia per bloccarlo.

– Era in moto con la ragazza, quella che sta con lui al tavolo, quando ha avuto l’incidente. E’ andato contro il guardrail. Si è tranciato la gamba. La ragazza niente, solo qualche escoriazione. Un automobilista si è subito fermato e ha avuto la forza di bloccare l’emoraggia con le mani e di calmarlo e di parlargli per tutto il tempo che c’è voluto prima che arrivasse l’ambulanza. Gli ha salvato la vita sai? Lui era sotto shock, ma dopo qualche tempo l’ha cercato e l’ha incontrato e ringraziato per quell’interminabile mezz’ora a tenere stretta la sua coscia  per non farlo morire dissanguato, parlandogli con calma per non farlo impazzire.

Resto in silenzio, senza parole. Non riesco a immaginare lo shock subito da quei tre. Il ragazzo senza più una gamba, la ragazza in terra e l’uomo a fermare il sangue.

Dal tavolo si accorgono che io e il barista stiamo parlando di loro. Li stiamo evidentemente fissando in modo sfacciato. L’uomo ammiccando mi fa cenno con una mano di accomodarmi sulla sedia libera accanto a loro. La donna mi sorride. Mi siedo al loro tavolo. Mi scuso  per l’invadenza.

– Non ti preoccupare, ci siamo abituati – dice lei – Quando avevo la gamba artificiale, nessuno ci faceva caso – aggiunge lui – ma ora ho un problema, un’infezione, e non posso portarla per un po’. Ho esagerato con gli allenamenti.

Lo guardo interrogativa.

– Prima dell’incidente io correvo – dice – e anche parecchio. Partecipavo a gare e maratone. Mi sono fatto preparare un arto artificiale sperimentale. Tipo quello di Pistorius, hai presente?

Annuisco.

– Ho fatto parecchie gare. Mi sono piazzato niente male, sai? Ma ora ho un’infezione al moncherino e devo stare un po’ a riposo.

Mi parla con la tranquillità con cui si racconta di un taglio di capelli riuscito male. Poco importa tanto ricrescono.

Mi spiega di come ha superato lo shock grazie alle cure della sua ragazza. Lei è stata fantastica, dice.  E la guarda con dolcezza mentre le accarezza la mano. Ora si sono sposati, stanno cercando di avere un figlio.

Poi con aria molto complice mette i gomiti sul tavolo e avvicina il suo volto al mio.

– Non ho perso la gamba per caso, sai?

Non capisco

– Quell’incidente mi ha salvato la vita. I medici hanno recuperato l’arto amputato e lo hanno esaminato per capire se avevano un margine per tentare una ricostruzione. I chirurghi sono fissati sul riattaccare pezzi di corpo. Hanno scoperto che avevo un melanoma sotto il ginocchio.

Lo guardo esterrefatta.

– Si. Avevo un cancro alla gamba. Non me ne sarei accorto, probabilmente. Era un melanoma maligno, molto aggressivo. Mi hanno detto che quasi certamente mi avrebbe ucciso.  Capisci che fortuna? L’incidente mi ha strappato via la gamba e mi ha salvato la vita.

Questo il sogno.

Quando mi sveglio, sono sudata ed è ancora notte.

Il senso del sogno mi appare subito in tutta la sua crudele realtà.

… considerando che fa parte di un periodo particolarmente particolare.

la controprova sono i sogni che faccio la notte. situazioni da lettino di Freud

o di Jung

ma lasciamo stare, che poi dicono che le donne sanno solo scrivere di cose molto intime….

foto chiaveil risveglio era stato normale, la notte quasi tranquilla, ero sola.

in bagno la prima sorpresa.

dopo aver tentato inutilmente di azionare lo sciacquone, aver aperto tutti i rubinetti, controllato la chiusura generale dal contatore, mi sono dovuta arrendere all’idea che ero completamente senz’acqua. la cosa buffa è che proprio il pomeriggio prima avevo effettuato la lettura ed inviato, affrancandola – perchè manco le cartoline preaffrancate ti lasciano quelli che vengono a farti la lettura di giorno feriale di mattina come se tu non avessi nulla di meglio da fare che restartene a casa a farti leggere i contatori, la cartolina all’Acea.

“non gli è piaciuta la lettura?” “avrò inviato la cartolina troppo tardi e si sono irritati?”

poi ragionando sul fatto che al risveglio non avevo sentito le cascate del niagara dai tubi che scendono – evidentemente accanto al mio letto, dai piani superiori, ho pensato che forse il problema riguardava l’intero condominio.

mal comune – mezzo gaudio

ho rimediato una tazzina d’acqua da un fondo di bottiglia per farmi il caffè

altre due dita da un altro fondo per il mio beverone mattutino

ho mandato un messaggio a mia figlia dicendole che sarei passata da lei a lavarmi almeno la faccia e i denti

nessuna risposta, ovviamente dormiva ancora.

è stato mentre preparavo la borsa per uscire, infilando spazzolino da denti e deodorante, che mi sono resa conto che a casa mancava qualcosa.

rapido giro di sguardi, tanto la casa è tutta lì, e mi rendo conto che mentre Arturo dopo aver mangiato la sua dose di croccantini è tornato ad acciambellarsi sul piomone e Cicoria mi mugola davanti in attesa di uscire a fare i suoi bisogni, non c’è traccia di Gilda.

Gilda la Furia Buia

Gilda la ladra

Gildoca, come l’ha chiamata il piccoletto da subito quando siamo andati a prenderla, minuscola, al gattile di Santa Severa.

saranno quattro anni?

forse cinque.

il tempo passa così velocemente.

la chiamo, inizio a cercare in tutti gli armadi, spesso si infila come un razzo senza che io la veda (furia buia appunto) e poi dopo un poco sento grattare dietro lo sportello. ma si infila anche in qualunque tipo di scatola o pertugio e nella casa ancora piena di cose post-trasloco faccio fatica a terminare l’esplorazione.

niente, a casa semplicemente non c’è.

e non è potuta uscire in giardino perchè non ho ancora aperto le finestre.

grande ondata di panico e senso di colpa.

“ma allora è sparita da ieri sera!” “e non mi sono accorta di niente!”

ripenso alla notte

non ricordo di averla sentita sui piedi

e nemmeno mi è salita sulla pancia facendo le fusa come un arrotino

gelo.

dentro e fuori

in giardino non c’è traccia

chiamo, giro, esco, entro riguardo ovunque, non c’è.

si è fatto tardi, decido di lavarmi in ufficio e vado sperando di non aver visto bene e di averla lasciata chiusa in casa.

all’ora di pranzo scappo di nuovo a casa e la speranza svanisce. non c’è. Gilda è semplicemente scomparsa. dalla sera prima. e la notte ora gela.

sono davvero preoccupata, ma devo riuscire subito per andare alla scuola del piccoletto dove ci sarà la vendita di beneficenza degli oggetti costruiti da loro per l’adozione a distanza che facciamo dalla prima elementare.

lungo la strada, morta di fame – sono ormai quasi le 14,30 e sono in megaritardo – mi fermo  per mangiare un panino in piedi.

è un baretto di monteverde che non avevo mai notato prima. c’è un banco tipo salumeria dove preparano dei panini buonissimi, a richiesta e dove vedo tutta una serie di prodotti abbruzzesi, prodotti che arrivano in particolare dalle zone del Parco Nazionale. un territorio che sfiora la mia casa di montagna. con enorme stupore, mai viste prima a Roma, vedo che hanno delle birre artigianali prodotte ad Amatrice. mi sento a casa. i due giovani baristi però non sono amatriciani, sono umbri.

dopo questa felice scoperta riesco frettolosamente per continuare il percorso e … oplà…. la macchina non parte.

l’avevo parcheggiata “leggermente in doppia fila” appoggiata di traverso accanto ai cassonetti.

provo, riprovo. nulla.

è tardissimo. mio figlio vedrà arrivare tutti i genitori che si accaparreranno gli oggetti più belli, ed io non ci sarò.

tento il salvataggio da parte del padre. abita non troppo lontano e anche lui starà andando….

cellulare spento.

prima di urlare e bestemmiare ed inveire, mi rendo conto che la strada è fortemente in discesa.

chiamo in aiuto i baristi umbri,  mi faccio spostare un poco indietro, parto a folle, ingrano la seconda e … via…. riparte.

manco mi sono fermata a ringraziarli, dovrò passarci uno di questi giorni.

come per miracolo arrrivo a scuola in tempo per entrare con gli altri.

del padre nessuna traccia, solita atmosfera prenatalizia che mi costerna sempre di più di anno in anno, ma sorrido gaia

non faccio che pensare a Gilda sparita ma contratto allegra l’acquisto di calendari con graffiti rupestri eseguiti dal piccoletto e segnaposto composti da sassi colorati dal medesimo artista

faccio il mio dovere e arrivo a spedere la quota che servirà a farmi sentire in pace con la coscienza per il prossimi dodici mesi

mi aggiro un poco spersa

tanta gente e la confusione non fa che accrescere il senso di un disagio interno che aumenta di ora in ora in questo giorno strano.

distrattamente ogni tanto guardo l’ora sul cellulare. nessun messaggio e i minuti passano lenti.

mentre lo rinfilo in borsa, sento un oggetto in una delle tasche interne. non è molto grande e faccio fatica a tirarlo fuori.

è una vecchia chiave

dorata

mai vista prima

ne sono certa

non l’ho mai avuta nè so cosa possa aprire

è vero che le mie sono le borse di Mary Poppins, ma pur contenendo un mondo di oggetti, magari dati per persi da mesi, conosco la provenienza di tutto ciò che trovo.

rimango con la chiave in mano, senza parole

immagini mistiche mi passano nel cervello

la chiave di “molto lontano, incredibilmente vicino”

la chiave di Alice nel Paese delle Meraviglie

le chiavi volanti di Harry Potter

un oggetto altamente simbolico, questa chiave

ed estrememente misterioso il suo trovarsi nella mia borsa.

la giornata si chiuderà con la certezza che Gilda probabilmente è uscita per sempre dalle nostre vite.

foto Gilda - Cesto ridotto

storni-a-Borgo

che poi a chi gliene frega dei miei pensieri lo sa solo iddio

comunque

pensiero uno – pare che uomini e donne pesino in modo diverso anche sul blog. un uomo che “trojeggia” è fico, una donna è solo troia

pensiero due – esistono nuove gelaterie dove entrando sembra di essere in una banca (cit. il piccoletto) che elargiscono gelato artigianale “fai da te”. prendi una coppetta o un cono, passi alla fase A che sarebbe la base, qualunque tipo di crema: dal caramello, al cioccolato fondente, all’amarena….; fase B scegli tra circa sei gusti + (inevitabile) lo yogurt, fase C farcisci con qualunque tipo di praline, biscotti, fruttini, fase D rifarcisci con qualunque tipo di dolcetto, gommosetto, mashmallow, tocchi di cioccolato bianco o nero, fase D cospargi di crocantini, praline, nocciole, confettini, etc etc, fase E incremi il tutto con le creme succitate, fase F paghi al peso. Alla fine se stai attento ti viene quanto un cono medio, 2,50 o 3 euro. Se ti lasci andare problemi tuoi.

pensiero unoB – tornando al discorso di pesi tra uomini o donne, la gran sòla per le donne è la continua fottuta discriminazione, tra madonne o puttane,  delle puttane.

pensiero tre – a Roma sono tornati gli storni. arrivano a migliaia, forse milioni, intorno alle 17. a quell’ora, nelle loro zone, non è possibile camminare senza ombrello. compiono nel cielo quei meravigliosi disegni di volo incrociato, cagando tutto quello che si sono beccati durante il giorno nelle campagne romane. molto bello da vedere in foto. molto pericoloso da vedere dal vivo. i quartieri, le strade, i viali alberati in particolare,  diventano una fogna a cielo aperto. le auto sono talmente coperte di guano che si fatica a trovare posto per una falange nella maniglia dello sportello. gli auto-lavaggi si rifiutano di ricevere tali autoveicoli. sarai costretto a uso di pompa e strofinaccio. i marciapiedi divengono impraticabili. in caso di pioggia il tutto si mischia con l’acqua creando uno strato  molliccio e viscido che puzza maledettamente e che porta gli abitanti dei quartieri colpiti ad inveire contro l’amministrazione comunale  che non riesce a sterilizzare/allontanare/sterminare i pennuti nè tantomeno a ripulire le cagate.

pensiero unoC – ritornando al punto del peso tra omini e donne mi sembra di aver capito che continuare a leggere i post e i commenti del mio uomo può dare due risultati: a) farmi sprofondare nell’inferno dei rabbiosi (?) se ne esiste uno ( e non so quale pena mi toccherà) b) ripagare pan per focaccia finendo automaticamente dalla parte delle puttane e rischiando quindi di disgustare irrimediabilmente il mio uomo (che pare essere della vecchia scuola, puttaniere si! ma con orgoglio maschio)

pensiero quattro – anche stanotte ce n’è da pensare….

Stai lì che ti piangi addosso perchè la vita è dura. Perchè arrivare a fine mese è sempre più una scommessa.

Ti disperi perché il tuo uomo, ormai ex, continua tranquillamente a chattare per ore e tu sai che in fondo non hai fatto la differenza.

Cerchi un senso alla follia che ti spinge a lavorare dodici ore al giorno in un teatro per guadagnare quello che uno statale prende per sei con tredicesima quattordicesima e buoni pasto.

Poi Lou muore, e pensi che in fondo tu che cazzo ti disperi a fare.

calligrafia-alfabetomaisPrendi la penna in mano e scrivi, perdio!

Dritta quella schiena!

E come la tieni quella penna? Come diavolo le metti quelle dita? Cosa sei un granchio? Distendile, ecco così. No! non le raggrumare di nuovo. Distese!

Guarda che zampe di gallina. Ma non ti vergogni? E tutte quelle sbavature di inchiosto. Per forza! Con quel modo barbaro di tenere la penna!

No che non puoi usare la biro. Quante volte te lo devo spiegare che per imparare la calligrafia devi usare la stilografica? Perchè sei sempre così sciatta, eh? Non ti viene voglia di chiuderti da sola in bagno?

Scrivi, perdio, scrivi! Che diavolo piangi ora. Che ti cadono le lacrime sul foglio e si scioglie tutto l’inchiostro. E tieni la schiena dritta.

E poi che cosa è questo argomento che hai scelto. Eh? Chi te lo ha dato? Non potevi ragionarci meglio prima di metterti a scrivere di ste cose?

Cosa ne sai tu, eh?

Ma sei sempre la solita. Sempre con la testa per aria. Mai nulla di concreto.

E smettila di piangere, ti ho detto! Smettila! Che sennò ti do due sberle che poi ce l’hai davvero un motivo per piangere. Scema che non sei altro.

Tanto non ti alzi di qua finchè non hai finito. Dovessi rimanerci tutta la notte.

bicchiere-di-whisky_2270472

Be’, dice la morte, passandomi accanto,
ti prenderò comunque,
non importa quello che sei stato:
scrittore, tassista, pappone, macellaio,
paracadutista acrobatico, io ti
prenderò…
okay, baby, le dico io.
Adesso ci beviamo qualcosa insieme
mentre l’una di notte diventano
le due
e lei solo sa
quando verrà il
momento, ma oggi sono
riuscito a fregarla: mi sono preso
altri cinque dannati minuti
e molto di
più.

charles-bukowski

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