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Archivio mensile:settembre 2012

Ieri sera sono tornata al cinema dopo tanto tempo. Il Rosso e il Blu di Giuseppe Piccioni. Non voglio parlare del film, che mi è abbastanza piaciuto anche se in molti momenti era piuttosto prevedibile e un po retorico. Però devo dire che sono rimasta incantata dagli attori. Tutti. Credo che il merito più grande sia proprio questo. Un gruppo di attori perfettamente amalgamati. Come se il maggior intento del regista fosse stato quello di dare una forma di poesia ai volti e alle voci.

Sopra tutti c’è il volto di un ragazzino abbandonato dalla madre e curato dalla preside Buy, interpretato da Davide Giordano. Bravissimo proprio perché riesce ad affidare solo alle espressioni del volto e agli sguardi, con pochissime battute, tutta la dolcezza e tutto il dolore del suo personaggio. Mi ha ricordato un giovanissimo Elio Germano.

Un a parte, mostro di bravura, di ironia, comicità, grandezza interpretativa, è Roberto Herlitzka. Ogni volta mi sorprende e in questo film è semplicemente sublime. Avere la fortuna di lavorare con lui è avere il privilegio dello stare accanto ai veri grandi interpreti.

Roberto Herlitzka è il professor Fiorito, disilluso e disincantato anziano professore di Storia dell’Arte, con una immensa cultura e altrettanta immensa solitudine. Herlitzka porta il personaggio del Professor Fiorito fuori dalla stereotipata figura di vecchio cinico e acido professore. La innalza al rango di Oracolo, di Sibilla. Declama, danza, sentenzia e si rimane inchiodati con gli occhi alla sua faccia segnata ad assorbire la sua voce, grave anche nelle battute più ironiche. E infatti il pubblico era conquistato.

Per chi avesse la fortuna di essere a Roma dall’1 al 7 ottobre Roberto Herlitzka sarà al Teatro Lo Spazio, dietro Via Sannio, con il suo Ex Amleto, un lavoro di riscrittura  in cui un Amleto allo specchio rievoca tutti i personaggi dell’opera di Shakespeare. un’ora di Teatro intensa e sublime.

Mentre poi da novembre Herlitzka sarà in scena con un nuovo lavoro, Il Soccombente tratto dal romanzo di Thomas Bernhard con la riduzione teatrale di Ruggero Cappuccio e la regia di Nadia Baldi.

Il soccombente narra di un immaginario rapporto tra il famoso pianista canadese Glenn Gould e due suoi giovani compagni di studio al Mozarteum di Salisburgo negli anni cinquanta. Sotto la guida di Vladimir Horowitz il trio studia musica e contemporaneamente sviluppa un rapporto di amicizia che si rivelerà drammatico per tutti e fatale per uno dei tre, il soccombente appunto. Il narratore (un semi-reale Bernhard) e il suo amico Wertheimer abbandonano gli studi di pianoforte appena si rendono conto del genio superiore di Glenn Gould, quando lo sentono suonare le Variazioni Goldberg di Bach. Nessuno dei due può reggere il paragone con la sovrumana virtuosità del terzo. Alla fine, i due lasceranno il Mozarteum in profonda depressione, per non suonare mai più: uno dopo qualche anno commetterà suicidio e l’altro – il narratore ossessivo, mordace e autocritico all’estremo – si ritirerà nella più completa oscurità. Sarà una interpretazione da non perdere!

Era di nuovo luna piena, e lei era sola in casa.

Aveva Paura.

Non c’era nessuno con lei.

Nessuno che la potesse aiutare.

Nessuno a proteggerla. Da se stessa.

Nessuno che la potesse fermare.

Sentiva che stava per succedere di nuovo.

Le ultime lune le aveva passate fuori città. Lì era più difficile che accadesse. E anche fosse successo non ci sarebbero state conseguenze. Sicuramente non avrebbe trovato quello che in quei momenti lì era l’unico sollievo al suo stato alterato.

Aveva superato già tre lune così, e aveva creduto di potercela fare. Aveva ancora il ricordo dell’ultima volta. La mattina dopo si era svegliata stordita. Quasi non ricordava nulla, ma le vistose macchie rosse sulla sua camicetta e sulle sue mani le avevano fatto comprendere con orrore che cosa era stata nuovamente in grado di fare. Un orrore e una consapevolezza che credeva l’avrebbe preservata da nuovi scempi. Invece ora sentiva che stava per succedere e non aveva la forza di opporsi.

Uscì.

Fuori l’aria era ancora calda. Si incamminò lungo la strada. Tremava. Dietro l’angolo incontrò il flusso della gente. Era pieno di persone. Troppe. Sentiva di odiarli tutti. Gruppi di turisti con orribili pantaloncini e ciabatte. Sentiva il loro odore sudato di chi ha camminato tutto il giorno senza farsi una doccia. L’odorato in quei momenti lì diventava molto più potente. Così forte da farle venire la nausea.

Gruppi di ragazzi con le birre in mano. Masse umane con coni gelato sgocciolanti.

Le girava la testa. Una vibrazione, come una scossa, le attraversava i muscoli.

Passò il ponte.

Eccola lì, la luna. Alta nel cielo, sopra la città. Rotonda. Bianca. Coperta a tratti dalle nuvole,  ma enorme, splendente e piena.

Doveva affrettarsi.

I vecchi luoghi erano tutti stati profanati. Nelle strette vie buie del centro ora era pieno di luce. Le vecchie botteghe erano state chiuse e al loro posto avevano aperto rivendite di kebab, gelaterie, birrerie.

Gli effluvi le arrivavano alle narici frementi e le mandavano acidi nello stomaco.

Girò ancora, in preda al panico. Doveva affrettarsi, sapeva di non avere ancora molto tempo.

Camminando veloce si scontrava con le persone che si muovevano a branchi, come animali stanchi in una prateria, inconsapevoli di incrociare una iena.

Svoltò in una piazzetta illuminata solo da un vecchio lampione. Era l’ultimo posto dove sperava di trovare sollievo.

Ed eccola. Era ancora lì. Con le vetrine opache dal vapore e pochi tavolini di legno sgangherati.

Sapeva che oltre quello non avrebbe trovato altro. Entrò. Un uomo, grasso, pallido e con due enormi baffi la gardò. Vide i suoi occhi e capì.

Si girò verso la cucina dove una donna, che doveva ancora essere giovane ma che il grasso aveva trasformato in una icona della indefinibilità anagrafica, si muoveva tra enormi pentoloni  fumanti, e, lisciandosi le mani su un grembiule che una volta doveva essere stato bianco ma che ora – in strati sovrapposti – portava tutte le sfumature del rosso, disse:

– E’ tornata! Portaje subbito ‘n piatto de Trippa a la Romana. E fajela doppia che me sembra che sta  ‘n piena crisi.

Mezzanotte. Apro gli occhi e lui è accanto a me. Che cazzo ci fa qua?
Doveva essere solo sesso perché è rimasto?
E dorme.
Mi viene voglia di chiamare la polizia ma respiro piano e gli sussurro all’ orecchio:
– Non vorrai mica dormire qua?

Lui mi guarda con sguardo ebete e mi chiede:
– E’ stato bello vero?

Io lo fisso, lo osservo bene, vedo il suo adipe debordare e penso che una scopata così brutta nemmeno a quindici anni e gli rispondo:
– Meraviglioso. Peró adesso vai a casa.

Lui sorride contento, non capiscono mai quando li prendi per il culo, e mi fa:
– Lo sento che mi ami. Se lo vuoi resto a dormire da te.

Io penso: Manco per il cazzo. Gli dico invece:
– Vediamo, magari la prossima volta.

Lui fa il pavone e rilancia:
-No, no resto davvero volentieri!

Io penso: Ma vatteneunpoaffanculo

Gli dico:
– Sarebbe molto carino ma domattina devo alzarmi presto ….

Lui tenta di abbracciarmi e mi rassicura:
– Tranquilla lo faccio per te mi piace essere utile.

Io penso: mo lo stendo con un colpo alla giugulare.

Gli dico: Ci sta che torni mia figlia. E lo spingo fuori dal letto.

Mentre si riveste, lentamente, come se parlasse tra se sussurra: nessuna donna mi ha mai amato cosi.

Non gli rispondo subito ma lui mi guarda ed è chiaro che aspetta un mio segnale. Vorrei dirgli la verità, vorrei essere onesta una volta nella vita e fargli capire che l’ho usato, come spesso fanno gli uomini. Però mi fa pena e quindi gli dico:
– Sei carino.

Lui risponde: Si, lo so me lo dicono tutte. Sono irresistibile vero?

Io penso: Si come un attacco di diarrea.
Gli dico: In effetti ….

Mi chiede allora se può venire a cena da me domani. Ovviamente mi invento una scusa.
Mi chiede se può tornare il giorno dopo ancora. E io me ne invento un’altra.
Lui non demorde e mi chiedere di scegliere tra il pranzo di domenica o la cena del lunedì.
Mi ha proprio rotto i coglioni! Si merita la risposta finale che sono obbligata a dargli:
– Amore questa casa non è un albergo! Ti richiamo io.
Cioè mai!

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Piesse

per onestà sono obbligata a precisare che ho avuto il supporto di un Ghostwriter. Chi sia non lo dirò. Ma qualcuno potrebbe anche immaginarlo …… dallo stile. 🙂

A volte, in un attimo, ci rendiamo conto improvvisamente che qualcosa in noi è profondamente cambiato. Non che sia successo proprio in quel momento lì. Il cambiamento avviene giorno per giorno, piano piano. Come una foresta che cresce non lo possiamo sentire. Ma ci sono dei momenti precisi in cui esso appare. E da li è tutto diverso.

A volte è la scomparsa di una persona amata, a volte l’incontro con qualcuno. Certe volte è un evento minimo, invece. Qualcosa che ai più sembra un niente. Ma a te cambia definitivamente.

Mi successe una volta con un film. American Beauty. Uscii dal Cinema che avevo la profonda impressione di aver compreso che dovevo fare un passo. Ed un passo importante. Le persone che erano con me continuavano a commentare il  film, a parlare della cena. Io ero immobile sul mio pensiero, ed ero veramente folgorata dalla chiarezza con cui vedevo ciò che avrei dovuto fare.

Non successe nulla quella sera, e nemmeno niente di particolare nei giorni successivi. Ma il fatto c’era già. Dentro di me. Con la consapevolezza che non sarei più potuta tornare indietro. Non starò a raccontare cosa accadde nella mia vita poi. Non è importante.

Importante è restare sempre in ascolto. E con gli occhi curiosi. E i sensi allertati. Ci sono così tante cose da incontrare.

Cercando di fare spazio per i libri, che oramai come piante rampicanti invadono ogni angolo di casa, ho tirato giù da una mensola alta una pila che era sfuggita alla catalogazione che tento di mantenere nelle librerie. Detta così sembro quasi una maniaca dell’ordine. Non è così. Sono abbastanza casinara e disordinata ( e il mio socio può confermare – in ufficio c’è un abisso tra la sua scrivania e la mia ). Comunque ci tengo a non sembrare maniaca dell’ordine, però senza una certa catalogazione state pur certi che se cercate  un libro particolare, letto magari una settimana prima, non lo troverete mai più.

Detto per inciso la pila sulla mensola più alta l’aveva inzeppata la mitica Tata Feli, che ogni tanto tenta di creare spazi dove spazi non ci sono.

In ogni caso, nella pila non catalogata e impolverata (perché Tata Feli magari crea anche spazi insperati ma di spolverare non se ne parla proprio, e di spolverare libri poi men che meno) dicevo nella pila non catalogata c’erano alcuni testi teatrali – che ho sistemato in ufficio – alcuni libri che dovrei restituire – ma mi sa che il proprietario non li vedrà più – e altri che ho ritrovato con una gioia pari a quella di una bambina all’apertura della calza della befana.

Tra questi, e dopo circa quindici righe arrivo al punto, c’era Il nuvolo Innamorato di Nazim Hikmet, una raccolta di fiabe scritta da uno dei poeti più amati dagli innamorati, che ci era stato regalato dal mio amico più storico: il mitico Lorenzo. Dico ci perché nella dedica siamo compresi io, il piccoletto e la ventunenne. Ora, chi come me ha un amico decennale che regala libri scrivendo ogni volta una dedica è molto fortunato. Se poi questo amico regala sempre i libri giusti puoi paragonarti al vincitore di una lotteria.

Questa scoperta, di un libro avuto-letto-dimenticato e ritrovato mi ha riempito di stupefatta energia in una giornata del tutto catastrofica e spiego il perché.

In una giornata-del-tutto-catastrofica, quando i pensieri si fanno così grigi che la cagnetta ti guarda con gli occhi obliqui ( e si sa, i cani capiscono tutto anche se sorridi) trovare il segno tangibile di una amicizia che dura da anni  e che né la lontananza, né la differenza di età, né quella di sesso ed i ritmi di vita hanno mai scalfito, beh c’è da fermarsi e da ringraziare il divino.

Aggiunto a questo c’è il fatto che il libro è del più romantico innamorato che io abbia mai conosciuto (nonostante le quattro mogli). E questo è un altro segno che l’umanità contempla la possibilità che certi sentimenti esistano e non te li sei inventata tu perché sei cresciuta con le fiabe del principe azzurro.

Nel Nuvolo innamorato sono contenuti molti racconti, ma quello che da’ il titolo alla raccolta è semplicemente sublime. La storia parte da un Derviscio che suonando il suo flauto seduto ai piedi di un cipresso, evoca diverse figure. Seifì il nero, che come si capisce dal nome è uomo cupo, avido e cattivo, e Aishè una fanciulla bellissima con i capelli biondi e gli occhi di luna.  “Più bella dei fiori di melo”. Seifì, per farla breve, si voleva impadronire del giardino di Aishè, unico piccolo pezzetto di terra fiorito ancora non suo, e per farlo è disposto a qualunque bassezza. Un Nuvolo, che sarebbe una nuvola di sesso maschile, che guardando solo per un attimo Aishè si era perdutamente innamorato di lei, ricambiato, la protegge dal terribile malvagio.  Nel farlo  si trasforma in mille modi e tra tutti, il più romantico, in un enorme cuore e poi in una pioggia di cuoricini. Il terribile Seifì lo costringerà all’estremo  gesto dell’amore. Il sacrificio della sua vita per proteggere l’amata. Diventa pioggia. Così salva Aishè, la quale però si dispera perché ha perduto il suo amato. Il leprotto però (uno dei tanti animali e piante presenti nella storia) la consola: “Le persone care, gli animali buoni e i bravi Nuvoli non scompaiono mai. Chi ama, non muore. Guarda un po’ nello stagno?” E Aishè guardando lo stagno vede alzarsi “un cigno di vapore”. Il Nuvolo stava ricomparendo per vivere in felicità con lei.

Una storia così, ritrovata in una sera così, vale più dell’oro posseduto da tutti Seifì malvagi di questo mondo.

Cronache di un pigiama rosa

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