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Donne che corrono coi lupi

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Ho iniziato quest’anno 2018 in salita, ma a piedi.

Un paio di tortorate ben assestate, ricevute da chi più mi era vicino e di cui mi fidavo, mi hanno lasciato ginocchia a terra per mesi. Questo sarà uno di quegli anni che rimangono nella memoria, di quelli che fanno un po’ da spartiacque segnando un punto ben preciso nel percorso di vita.

La mia grande soddisfazione è di avercela fatta di nuovo, di essermi rialzata e di avere ripreso l’energia e la grinta di sempre. Come dice il mio buon amico Marcello sono una combattente.

E’ grazie a questo spirito, un po’ contadino, un po guerriero, che non ho mai mollato nella vita, nemmeno quando il senso di quello che accade resta un po’ un mistero, anche se a volte sembra che la vita si accanisca in maniera inspiegabilmente dura su di te.

E’ grazie soprattutto alla mia pratica buddista e agli insegnamenti dei miei maestri che ho saputo trasformare il veleno in medicina e utilizzare nuovamente quello che mi accadeva per crescere, e per questo sarò loro sempre grata.

Ma anche grazie a persone belle che mi hanno sostenuta e incoraggiata, persone da cui non mi aspettavo nulla e che si sono spese per me. Questo non è mai scontato e riscalda il cuore più di ogni altra cosa.

Infine, come regalo ultimo di una lunga serie, la mia amica Cristina mi ha dato la sua bici in “comodato d’uso gratuito perenne”. Dopo anni, grazie al fatto che vivo uovamente in centro, ho potuto mollare completamente macchina e mezzi pubblici e riprendere a girare in bici pedalando felice come una ragazzina.

Ancora sono un po’ maldestra con le marce e invece che una 7×3 la utilizzo come una 4×2. Ma nonostante tutto riesco a fare quasi tutte le salite…. e rispetto all’inizio del 2018 non sono più a piedi.

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Flying houses by Laurent Chéhère

Cara Incumbent, (non te la prendere con me il termine non è mio, è copyright del mio ex) noi non ci conosciamo, non siamo amiche né reali né virtuali ma, essendo probabile che questa mia ti arrivi comunque – dal momento che la madre degli imbecilli è sempre incinta – scriverò usando termini e toni adeguati.

Io non sono una nativa digitale, nemmeno tu dato che viaggiamo circa sugli stessi decenni, ma alcune istruzioni base le ho assimilate. Immaginavo che anche tu fossi oramai ferrata dal momento che usi il web anche per lavoro, ma forse mi sbagliavo. Con istruzioni base intendo proprio basiche, tipo ON-OFF della radio….ricordi quell’apparecchio rettangolare di plastica con un’antennina dalla quale usciva la musica? Ecco quello. Se pigiavi il bottone ON suonava, altrimenti taceva.

Su internet è uguale, basta pigiare il bottoncino giusto.

Per venire a noi. Diciamo che la privacy sul web  non esiste, ma quella poca che ci fanno credere di gestire va, appunto, gestita.

Quindi se io voglio/non voglio rendere pubblica una mia situazione, un’immagine, un pensiero, posso:

a) tenermelo per me o postarlo su FB (faccio un esempio di social media a portata anche degli analfabeti digitali)

b) postarlo ma con un livello di privacy alto (un solo utente, solo amici, tutti gli amici tranne uno…)

c) postarlo in modo “pubblico” cioè visibile al mondo intero.

E’ chiaro che se tu gestisci la tua pagina FB in modalità privata, poi un giorno improvvisamente decidi di postare foto, pensieri e commenti in modo pubblico, io deduco che vuoi mandare un messaggio a qualcuno. E mi sembra tu ci sia riuscita.

Mi sorprendo quindi quando poi, saputo che quel qualcuno ha visto il tuo messaggio pubblico e lo ha, privatamente, in modo del tutto personale e fuori dal web, commentato da persona a persona, ti indigni, strepiti come una comare al paesello e inveisci contro la violazione della tua privacy. Mi sorprendo, ripeto, ma probabilmente, mi dico anche, è stato il commento in se a toccare un nervo scoperto.

Per essere chiara: se la notizia essendo pubblica e quindi vista, fosse stata presa con serafica indifferenza o incassata diplomaticamente, la cosa avrebbe raggiunto il suo scopo.

Invece, ahimè, le news a volte suscitano delle reazioni, e chi gestisce news sui social web lo dovrebbe mettere in conto.

Ma diciamo pure che la comunicazione non è il tuo forte, e veniamo alla sostanza del commento (che ripeto era del tutto privato, one to one, ma come dicevo la madre degli imbecilli è sempre incinta).

Se io facessi scarpe, fossi un’abile ciabattina e fossi residente a Spinaceto mi potrei forse offendere se qualcuno si riferisse a me come “la ciabattina di Spinaceto”? No, non credo…. a meno che io non fossi proprio un Mastro Ciabattino, allora magari potrei tenerci all’appellativo di Mastro…. ma mi sembra esagerato. Quindi idem se io fossi professoressa a Ciampino, o un’idraulico di Centocelle. Non ritengo sia offensivo, a meno che fare la Prof o l’Idraulico o il Ciabattino sia per me una sorta di vergogna, aspirando a fare altro. Ma ciò non può che essere nella propria mente. Si può tuttavia malignamente pensare, ma rientriamo nell’ambito delle ipotesi, che l’appellativo sia stato usato volutamente come una sorta di deminutio. Ci sta.

Sappi dunque, però, che al mio subentro – si! parliamo di questo affair come fosse un appartamento in affitto, una casa cioè che puoi personalizzare, tenere in ordine, imbiancare pure, ma senza farci investimenti strutturali che  – come si sa – il padrone di casa è strano e ogni tot, senza preavviso caccia via il vecchio inquilino e ne sceglie uno nuovo – al mio subentro, dicevo, sono stata appellata con epiteti ben più articolati e offensivi. Ma ho taciuto perché, da donna intelligente, ho capito la situazione che probabilmente viveva l’ex inquilina defraudata del suo bell’appartamento, e in verità la situazione di diverse inquiline che – a loro insaputa, pare – avevano coabitato.

Ora ti sfido ad immaginare di vedere la foto della bella casetta che hai abitato fino a poco prima, occupata dai bagagli del nuovo inquilino. Ti girerebbero ad elica, te lo assicuro e i commenti che faresti, dal tono che ti ho visto usare punta sul vivo, sarebbero ben più pesanti.

Quindi tornando al punto, cara incumbent, statti quieta. La tua scelta di rendere pubblico il tuo trasloco ha avuto l’effetto che desideravi: cioè che fosse pubblico. La scelta del tuo mestiere, se non ti soddisfa, può essere ancora aggiustata, ma francamente non mi riguarda. Per evitare qualunque ulteriore contatto visivo, per essere io serena, ti ho bannato quindi puoi pubblicare anche gli interni del wc non mi riguarda più in alcun modo.

Ti auguro comunque un lungo e piacevole soggiorno nel tuo nuovo appartamento.

P.S. Questa non è una missiva che include risposte, quindi blocco i commenti.

PP.SS. Sono rimasta amica di tutti i miei ex, dopo un adeguato periodo di odio feroce, quindi rassegnati…..

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La Madre – Rodoni 1909

Cara madre, è molto che non ti scrivo.

Lo so avrei dovuto farlo da tempo, ma come sai io non faccio le cose tanto per farle, e di scriverti non mi andava.

Le parole sono importanti e quelle scritte lo sono anche di più. So che ricorderai che ho stracciato tutte le tue lettere che mi hai inviato dal Sudamerica. Tutte quelle veline bianche rosse e blu della posta aerea: non c’era nulla di interessante in quegli  elenchi di cose fatte e eventi da organizzare, nulla che mi riguardasse o mi toccasse veramente. Anche quando ti scrissi, con voluta freddezza ed in modo particolareggiato di come avevo perso la verginità, tu mi rispondesti con termini pacati, con un sobrio invito a fare attenzione e un tiepido accenno alla mia trasformazione in donna.

Oggi non è stata una buona giornata, so che detesti quando mi lamento, ma credimi se lo faccio è perché davvero è stata una giornata di merda.

Tanto per farti capire quanto ero sfatta, la principessa – che tu sai quanto è tirchia – tornando dal controllo alla protesi mi ha portato un regalo: un bellissimo scialle di lana, con dei motivi di foglie e colori, si chiama “Wisteria”. Me lo ha dato e poi mi ha abbracciato dicendomi che non poteva più vedermi in quello stato.

Ricordi quando piangevo in prima elementare perché mi mancava “papino”?  Ero una fontana, inconsolabile perché davvero sentivo che la morte mi era vicina se non potevo vedere ne lui ne te seduti accanto a me nel banco….. ecco oggi piangevo allo stesso modo.

Certo non cerco più nessuno di voi due, ma quando mi torna quella sensazione di abbandono, quella mancanza assoluta di punti di riferimento, la negazione dell’esistenza, il crollo di ogni sicurezza, continuo a piangere con la stessa disperazione con cui lo facevo cinquanta anni fa. Eppure oramai dovrei essermi abituata alle perdite. Dovrei essere avvezza agli abbandoni e ai tradimenti….. invece continuo a subire e piagnucolare. Come vorrei essere cresciuta diversamente, madre. Tu credi sia ancora possibile per me imparare ad essere impassibile e forte?

Non so, forse alle volte lo sono stata. Ma mai quando la cosa mi riguardava personalmente. Sono capace di una grande forza e anche, direi, coraggio, quando si tratta di altri da me. Se devo assiste o consolare qualcuno sono molto brava. Già, ma quello lo ero anche da bambina. Ogni volta che accadeva qualcosa di increscioso, e nella nostra famiglia qualunque cosa leggermente fuori dalla norma era incresciosa, a me toccava il compito di tranquillizzare la sorella e i cugini. Che poi i cugini in realtà erano solo la più piccola, che i fratelli maggiori erano due specie di zombi: gelidi e insensibili.

Comunque ti stavo raccontando di oggi. Non è stata una buona giornata. Anzi è stata una pessima giornata. Di nuovo ho avuto quel coltello infilato nella schiena. Solitudine, tradimento e un senso di ingiustizia che si è rapidamente trasformato in rabbia. Lo capisci, madre, quanto fa male, ogni volta?

E dopo cinquant’anni anni, ancora non sono stata capace di reagire. Se non piangendo e sentendomi di nuovo come il brutto anatroccolo. Ci puoi credere?

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che la vita sia sorprendente già me ne ero accorta….

non per essere negativa, ma le sorprese più grandi di norma non sono state sempre le più belle

e sul passato la finisco qui.

quello che è accaduto in questi giorni però è al di là della sorpresa, sfiora il miracolo.

quando la vita sembra una ripetizione senza fine di giornate tutte uguali in una ricerca convulsa di soluzioni senza mai arrivare nemmeno lontanamente a scalfire il problema…

quando il pensiero di essere una donna è relegato in ultima posizione rispetto alla prevalenza di essere mamma di una post adolescente e di un preadolescente, riferimento di un cane con problemi di ansia da abbandono, semi imprenditrice con catastrofici tentativi di recupero economico da ex socio che ha fatto fallire la società, creativa in fase di aride speculazioni su come inventare situazioni monetizzabili nell’immediato …

quando oramai è passato più di un anno dall’ultimo casto bacio o carezza su una guancia ricevuta da mano maschile; collochiamo quindi serate romantiche o notti infuocate di sesso   come risalenti al pleistocene inferiore….

…un piccolo messaggio di congratulazioni si trasforma in un incontro insperato e nel più folle innamoramento lampo io abbia mai potuto immaginare nel più zuccheroso filmetto di natale.

innamoramento totale e ricambiato, il che presuppone che per un istante l’universo si sia fermato e un raggio divino (potete coniugarlo nella persona/essere/religione che preferite) ha trapassato l’atmosfera fino ad arrivare a scansare sushi, salsa teriaki e wasabi e colpire i  cuori di due esseri intenti a frugare con le bacchette nella loro ciotola e con gli occhi nelle reciproche anime.

tutto questo mi ha rivoluzionato la vita  ….e mi auguro sia solo l’inizio.

e per questa volta la sorpresa più grande è che l’amore esiste, davvero.

 

Va via la corrente e subito esco di casa per vedere il paese alla luce della luna quasi piena.
Come lo ricordavo.
Come quando ero bambina.
Le ombre delle sagome degli edifici sono le stesse. Anche se non sono più le stalle dove andavo a guardare mungere le vacche e a comprare un litro di latte pannoso per la colazione con il mio bricco di alluminio.
Non più il pagliaio dove un ragazzo grande mi aveva fatto toccare un “arnese” che non avrei mai confessato di aver toccato.
Tutto oramai è stato trasformato in case. Cemento armato rivestito di pietra. Niente mucche, né latte , né paglia.
Voglio però guardare le stelle senza nessun inquinamento elettrico. Arrivo sull’aia, dove un tempo il buio era totale e galeotto.
Ma non faccio in tempo a fermarmi dove una volta si trebbiava e setacciava il grano, dove si seccavano i baccelli dei fagioli, dove tutta la comunità paesana si riuniva per lavorare i prodotti di questa terra di fatica, non riesco a mettere piede nel terreno dove generazioni hanno versato il loro sudore per produrre il minimo sostentamento per l’inverno, che ritorna la luce elettrica.
La delusione è grande ma mi fermo lo stesso a guardare il profilo dei monti illuminati dalla luna.
Mi viene un improvviso desiderio di scrivere di loro.
Ma cosa posso scrivere, piccola mente asservita alla necessaria sopravvivenza quotidiana….
Mentre torno verso casa mi torna il pensiero di un momento in cui scrivere era un gesto quotidiano. E un uomo era entrato nella mia vita attraverso la scrittura.
Fantasmi consumati dal vivere. Come grano e latte appena munto appartengono alla preistoria del sentimento.
Solo che io so distinguere oramai tra ricordi e illusioni.

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tu

che ricordi hai?

ricordi quel giorno, il primo in cui ci siamo incontrati. sulla strada. un abbraccio. occhi negli occhi. ed è stato amore

immediato

ricordi le carezze, gli abbracci, le coccole

le voci tenere a rincorrersi

il cibo preparato per te

e le notti passate vicino vicino.

le carezze, tante.

il calore

tanto

come ti senti?

temi che io possa tradirti, abbandonarti

vivi il presente o il passato ti torna addosso lacerandoti il cuore

alle volte ti osservo mentre sogni

ti muovi come se corressi

piangi a volte

e io vorrei essere con te nel tuo sogno a correre lungo il mare o in mezzo ad un prato verde e immenso

tu forse se felice perché vivi ora e qui

ti basta vedermi

ti basta sentire il mio corpo contro il tuo

niente di quando eri sola

niente di quando ti hanno deluso, tradito, abbandonato.

vorrei essere te,

a volte.

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avevo dodici anni ed ero già completamente infelice.

appartenevo a quella che allora si chiamava famiglia della media borghesia, prima che questo concetto venisse spazzato via dai movimenti degli anni seguenti.

frequentavo una scuola privata esclusivamente femminile gestita da suore francesi.

non era tra le più esclusive della città, ma la retta annuale faceva una certa scrematura. anche se era sempre più frequentata dai figli dei nuovi ricchi. non famiglie di professionisti o antichi proprietari terrieri, ma commercianti, bottegai, che negli anni subito dopo la guerra avevano saputo cavalcare l’onda del grande boom economico.

la mia, di famiglia, era già una macchia nera.

divorziati.

i miei genitori appartenevano a quella che allora era una minoranza sociale e avevano costretto anche me a farne parte. nella mia scuola supercattolica, che io sapessi, ero stata la prima. in un primo momento la vicenda mi aveva dato un’aura di gloria, attenzioni particolari da parte delle maestre e una certa elasticità nelle richieste di risultati scolastici. ma d’altro canto io ero una bambina molto educata, ligia, e apparentemente così matura e serena da non avere quasi bisogno di queste attenzioni.

la situazione a dodici anni si era già normalizzata. c’erano stati sicuramente altri divorzi. una bambina era rimasta orfana di padre, e questo mi aveva fatto slittatare in una categoria meno protetta.

il vero problema era un altro. odiavo me stessa. odiavo soprattutto il mio corpo grassoccio e informe. le mie compagne erano divise tra le belle bambine (la maggior parte) e le brutte. io ero considerata bella.

ma come si fa, dico io, a considerare bella una bambina così. alta ero alta, è vero. avevo troppa carne addosso. ero pesante, sgraziata. con le caviglie grosse e le guance ridondanti. avevo ancora i capelli tutti pari, lunghissimi. scuri, folti, pesanti. la mia compagna di banco, e migliore amica, Emilia Elena aveva un taglio molto moderno, tutto scalato, con una frangetta di lato. ed era di un bel castano chiaro dorato. d’altra parte lei già aveva indossato calze color carne sotto la gonna scozzese della divisa e le avevano comprato un paio di decoltè con una zeppa di para che la facevano diventare alta quasi quanto me. io ero appena riuscita ad evitare i calzettoni e ad indossare una calzamaglia, rigorosamente spessa, bianca o blu. questo non aiutava le mie gambe pesanti a sembrare più snelle. tantomeno lo facevano i mocassini con il tacco spianato.

ma più di tutte, quelle che invidiavo, erano le cugine Sabelli. in verità non si chiamavano entrambe così, essendo figlie di due sorelle. però entrambe vivevano nella tenuta di famiglia e da lì prendevano il nome. erano piccoline per la loro età, bassine ma estremamente proporzionate. una era quasi un modello barbie. biondo platino, occhi azzurri, nasino piccino. l’altra era  il suo clone ma in versione scura. capelli castani, lentiggini, occhi verdissimi.

erano belle, di una bellezza raffinata e delicata, ma inappellabile. qualunque vestito a loro stava bene. anche se indossavano calzamaglie pesanti, mocassini e gonna scozzese come me, erano deliziose. quando venivano in tuta per le ore di ginnastica erano due atlete in miniatura. erano agili. mentre io arrancavo sul quadro svedese e rimanevo appesa piangendo come un salame alla scala orizzontale, loro salivano, scendevano, volteggiavano, come se la gravità non le sfiorasse.

sapevo che nella loro Tenuta condividevano con i cugini una casa su un albero. che andavano a cavallo. d’inverno spesso sparivano per una settimana tornando tutte abbronzate dopo essere state a sciare sulle Dolomiti. io avevo visto solo una volta la neve, quell’inverno sulla via dei laghi, ad un curvone su uno sterrato. aveva appena fatto un poco di neve e lì, al contrario dell’asfalto, non si era sciolta. io e mia sorella eravamo scese dalla macchina di corsa infilando le mani nella farina bianca e subito eravamo rimaste molto deluse. era fredda e molto bagnata.

le cugine Sabelli non prendevano mai voti eccellenti, ma andavano bene in tutte le materie. sembrava che le loro famiglie non pretendessero la media del dieci, come succedeva a casa mia. erano soddisfatti così. non le obbligavano a leggere continuamente vecchi romanzi per ragazzi arrivati direttamente dai primi del novecento. un giorno le gemelle portarono in classe un libro che fece scalpore: Fantozzi. La signorina Pericoli, l’insegnante di italiano, glielo fece leggere a turno ad alta voce. non pensavo avrei mai potuto ridere così tanto per un libro. i miei testi erano pieni di bambini orfani, malaticci, che sacrificavano la loro vita per la patria o per portare un po’ di pane in famiglia.

un giorno, per il compleanno di una delle due cugine – non ricordo quale – fummo tutte invitate ad una festa nella Tenuta. l’ingresso era un altissimo cancello di legno, che si apriva su un lungo  muro di pietra. era al confine tra la città e i nuovi quartieri. un territorio vergine, ettari di terreno scampati alla nuova urbanizzazione. probabilmente la stessa famiglia Sabelli, proprietari terrieri, aveva costruito e cementificato tutto intorno. ma avevano conservato il loro piccolo paradiso: prati e boschi e colline a loro esclusivo uso. nella Tenuta viveva tutta la famiglia. diverse case attorno ad un’aia, con accanto le stalle dei cavalli e le abitazioni dei contadini. le gemelle ogni giorno sparivano lì dentro, vivendo quella che io immaginavo la loro vita da favola con una famiglia felice ad affiatata, ricca ed accogliente.

la festa era stata preparata all’aperto, non ricordo più quanto giocammo o se mangiammo panini preparati in casa o tramezzini comprati al bar come succedeva a casa mia, quello che ricordo fu il momento del film. i genitori avevano organizzato la proiezione di un film in una delle costruzioni basse riservate ai giochi dei ragazzi. già avere un proiettore grande, come quello dei cinema, con la pellicola nelle grandi pizze e uno schermo che copriva tutta la parete di fondo era una cosa straordinaria. mio padre aveva il suo super8 e lo schermino con il gancio a molla che ogni tanto cedeva e si arrotolava improvvisamente schiacciandoti le dita.

ma la cosa veramente straordinaria, che mi lasciò senza parole e cambiò per sempre il concetto che avevo di cosa era la vera felicità, fu che il film era stato girato da loro. da tutta la famiglia Sabelli, indendo. non un filmino di qualche ricorrenza o le riprese della gita in montagna. no! un vero film con sceneggiatura, montaggio, titoli e musiche. a colori.

era un film di Diabolik. girato dai genitori delle Sabelli e dagli altri cugini. non ricordo chi fosse il protagonista, probabilmente uno dei cugini più grandi, e nemmeno chi interpretasse l’ispettore  Ginko.

ricordo bene però chi fosse Eva Kant: entrambe le cugine. la bionda era Eva nella versione naturale, quando era con Diabolik a casa a preparare il colpo, quando studiava il modo di aiutarlo a liberarsi dall’ispettore che lo tampinava. poi con un abile gioco di dissolvenza e assolvenza Eva metteva una maschera e si trasformava nella cugina mora. erano straordinarie. bellissime e fiere nella loro parte. agili ed eleganti, negli inseguimenti, scavalcavano muri, si arrampicavano sui rami di un albero per entrare da una finestra. nei primi piani gli occhi azzurri e dolci della bionda Eva si trasformavano in quelli verdi ghiaccio della sua clone.

era un film perfetto, avevano ricreato ambienti e costumi, incluse le maschere nere. avevano seguito il  racconto di uno dei fumetti delle sorelle Giussani. erano riusciti a girare anche uno spettacolare inseguimento in auto con la mitica jaguard nera inseguita dalla giulietta verde dell’ispettore lungo gli sterrati delle cave vicino alla città. Quelle che avevano ospitato le riprese di tanti spaghetti western.

a fine proiezione ero sopraffatta dall’ammirazione e dall’invidia. non avrei mai potuto eguagliare le cugine. mai sarei stata coinvolta in un’operazione così geniale e divertente.

mai avrei potuto essere io Eva Kant.

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il 15 agosto mi sveglio presto.
rimango a letto girata sul fianco fino a quando la cagnetta mi si sdraia accanto e mi infila il naso tra la spalla e il collo e mi scava la schiena con le unghie. vuole uscire. le apro la porta e la faccio andare da sola per il paese fino alla strada che costeggia la campagna. inseguisse pure gatti e lucertole, non ce la faccio a vestirmi e seguirla. mangio uno yogurt e bevo un caffè e poi mi ributto a letto.
la solitudine è uno stato dell’anima.
solitamente mi accade d’estate.
ricordo momenti. il mio diciottesimo compleanno festeggiato con una crostata di visciole in montagna con mia madre e i miei fratelli. forse c’erano anche le zie. però ero sola.
il giorno in cui arrivò la notizia della morte di Borsellino. ero su un’isola con la ventitreenne, allora aveva un anno, e suo padre. ero sola anche allora. guardavo, come guardo ora, le altre coppie. e mi chiedevo cosa avevo io di sbagliato. cosa avevo immaginato fosse l’unione di un uomo e una donna. e ora? cosa immagino oggi?
quale tarlo ho dentro per non riuscire a smussare questo stato che mi porta a cercare, creare, vivere la solitudine.
arrivo a piedi al paese vicino. compro i giornali, faccio un po’ di spesa. incontro, come sempre qualcuno che vuole assolutamente offrirmi un caffè. qui a sud ancora sentono il dovere di ospitalità per gli stranieri. il sindaco e l’assessore sono contenti di come sta andando il festival, mi sento onorata della loro attenzione. riesco dopo un poco a defilarmi e dopo aver fatto un po’ di spesa per il pranzo torno verso casa.
il pranzo di ferragosto:
speck, pomodorini e freselle. con falanghina ghiacciata.
dormirò, poi andrò di nuovo in montagna, a passeggiare nel bosco di castagni seguita dagli occhi dei cinghiali. lo sento il loro respiro dietro i cespugli, i loro movimenti bruschi. a volte credo di aver sentito anche il loro odore. vado in giro con il naso alzato come la cagnetta. ascolto il respiro degli alberi e mi nutro del verde delle felci giganti. la sera, come ogni sera, sarò di nuovo personaggio pubblico. sorriderò e parlerò e avrò come sempre la simpatia di tutti. prima di tornare alla mia solitudine.

street art writer Hush Moments in soul

street art writer Hush
Moments in soul

 

tu hai l’agio di non essere

basta un click e non sei

hai l’agio di tornare nell’etere da dove sei arrivato

quale filo fragile per tenere assieme due vite

le parche avevano il fuso

per creare

e poi forbici

per tagliare

i fili che reggono la vita

tu hai solo il gesto di un dito, piccolo, impercettibile

click

io posso solo stare

in attesa

o anche non

ma non ho l’agio di

agire

decidere come o dove o quando

sto

alle volte gemo

altre graffio

quando riaffiorano vecchi dolori

antichi tradimenti

e ferisco

lo so

sono brava in questo

ho imparato molto presto

so colpire con unghie affilate

nel punto preciso dove so che fa male

le geishe imparano fin da bambine a tutelare i loro spazi

ma devono agire nell’ombra

muovere fili trasparenti come quelli tessuti da aracne

e devono saper stare

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