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Per la prima volta nella vita mi ritrovo nel ruolo dell’Altra.

Dopo anni passati a crescere la prole in assenza della presenza casalinga di un uomo, che invece prendeva il pargolo per il fine settimana o per un pomeriggio con pernotto, sono diventata io “quella della domenica”.

Per un periodo breve s’intende.

Ma è un’esperienza particolare. Molto particolare.

Ora, cari figlioli, se mi leggete sappiate che è dato per scontato il mio materno dispiacere di non avervi ogni istante e la mancanza totale che mi procura la vostra assenza.

(Questo per non dover ricorrere in futuro a costose cure analitiche.)

La ventunenne è da qualche mese traslocata nella casa paterna.

Il piccoletto, per soli quindici giorni, in quella del di lui genitore. Non che non fosse mai accaduto di stare per tempi lunghi lontana dai figli. Ma la cosa era sempre stata associata a partenze per regioni amene dell’Italia del sud.

Ora invece siamo tutti in città. Loro a casa dei padri. Io a casa mia. Sola.

Senza dover fare la spesa, senza dover fare lavatrici, senza nemmeno accendere il fornello se non per il caffè doppio alla mattina.

Periodo di stravizi? No per niente. Ore e ore in ufficio e poi al teatrino in periferia e poi di nuovo in ufficio. Caviglie gonfie e culo a forma di sedia. E per smaltire, qualche chilometro a piedi con la cagnetta.

Ma è il mood che mi esalta. Essere io a chiamare per sapere come stanno. Essere io a sentirmi dire: quando ci vediamo? Essere io a organizzare nel pomeriggio con pernotto la visita da Esplora. Dedicare un pomeriggio intero alla sua delizia. Essere io a dire: se vuoi domani andiamo a comprare il necessario per il tuo viaggio.

Essere dalla parte di chi manca, di chi arriva con una sorpresa, di chi organizza il momento ludico, di chi è di più!

Questo è stato il mio mood per due settimane. Essere l’altra, non data per scontata, non trasparente mentre gira per casa raccattando cose, non trattata con sufficienza o impazienza.

Ed avere a mia volta la serenità, la calma, la gioia e il tempo completamente dedicati ad essere lì, in quel momento, per dare il mio massimo.

Vi amo.

 

 

foto1Freno e mi accosto passato il semaforo. F. arriva subito dopo, come mi aveva detto, in taxi. Da via Margutta a casa mia, poche fermate di autobus, io normalmente la faccio a piedi. Sale in macchina tutta sorridente. E’ vestita e truccata anni settanta. E’ il tema della festa di N. Io non mi sono abbigliata, veramente. Ho messo jeans e zoccoli. E una camiciona a fiori. Lei è tutta contenta di venire con noi in macchina. Con me e il piccoletto. Perchè “veramente per una donna andare sola con i mezzi è proprio impensabile”. I genitori le dicono così. Ha quasi la mia età. Credo. Mi parla del laboratorio che stanno facendo con N., di come le stia aprendo la vita alle relazioni umane. Mi aggiorna sulla situazione della sorella e della nipote nata con una gravissima malformazione al fegato, trapiantata con un intervento di straordinaria chirurgia neonatale con metà fegato di un ragazzo deceduto per un incidente in motorino, sopravvissuta a terapie e nuovi interventi. Tosta la bimba, e tosta la madre che non molla mai. Le ho conosciute questa estate, F, la sorella e la nipote che ha l’eta del piccoletto. Una famiglia strana, figlie di antiquari. Gente della roma bene, ora un poco in dissesto economico, ma tenacemente ancorate alla famiglia che le chiude in una sorta di mondo a parte. Mi incasino come sempre con la strada. Dobbiamo arrivare in un villino fuori roma dove vive N. con il suo compagno e due cani. Sbaglio. Prendo la Flaminia. E’ tutta bloccata. Torno indietro e prendo la Cassia. Lungo la strada preleviamo un’altra amica di N. che ci ha beccato telefonicamente. E’ un casino abitare così lontano. La villetta è già piena di gente. Amici di N., famiglia di lui, il compagno, che abita lì vicino e che è alla base della scelta dell’acquisto della casa in zona così amena. Ragazzi del laboratorio. Amici attori. Rivedo tante persone legate al festival estivo nel cilento che mi chiedono di Cicoria. Mi fa piacere se ne ricordino. La trovai in quei giorni lì, abbandonata per strada sulla collina. E subito diventò la mia ombra. La mamma di lui ha stracucinato cose buonissime. E’ una donna decisamente invadente ma lo fa in maniera talmente gentile e subdola che te ne accorgi troppo tardi. Lui mi ha raccontato che era ciccionissimo da piccolo, anzi obeso. Fin dopo l’adolescenza. lo faceva mangiare in continuazione. Ora è normale, anche un bell’uomo. La sorella di lui è a tutt’oggi semianoressica.  E’ lì con un uomo, mi sembra più rilassata del solito. Anche lei ha la mia età. Trovo un amico per il piccoletto, un bimbo di sette anni. Il papà mi dice che abitano subito accanto e propone di farli giocare con il loro nintendo. Figuriamoci! Amicizia fatta! Non si muovono da terra, seduti a giocare per due ore. Ogni tanto passiamo ad alimentarli ma la maggior parte del cibo rimane dimenticata accanto a loro, troppo impegnati, e viene spazzolata immediatamente da Ofelia o Amleto, i due cani di casa. Parlo con Franca,  un’attrice napoletana molto brava. Mi dice che sta partecipando ad un progetto europeo: Italia, Germania, Francia, Spagna e Grecia. Sei mesi di lavoro gratis, praticamente, con l’opzione di essere scelti poi nella seconda fase in Grecia. Lei è molto contenta del tipo di occasione, io non faccio commenti. Arrivano R., autore e regista da me molto amato, e la sua dolce ed eterea compagna, attrice. Lui subito circondato di chiacchiere inizia a raccontare amabilmente aneddoti che di solito riempiono le serate. Lei come sempre va a prendere qualcosa da mangiare per entrambi. Fa sempre così. Compone dei piatti con tanti assaggi e glieli porta. Non gli chiede mai prima cosa desidera. Non è una donna fragile o sottomessa, e questa dedizione   molto femminile me la fa piacere. Io vorrei essere come lei, a volte. Lui si fa servire, ma senza supponenza. La ringrazia, come se cibarsi fosse realmente qualcosa al di sopra delle sue capacità, e dipendesse in questo completamente da lei. Accetta sempre la selezione di cibo che le gli propone, e continua a dialogare. Li adoro. Continuo a girare dentro e fuori la casa, saluto persone, gioco con i cani, rientro a controllare il piccoletto. Bevo vino rosso. A differenza dell’ultima volta non devo uscire per fumare. Arrivano amici di N. da Salerno con una valanga di mozzarelle di bufala da urlo. Ho notato dall’inizio della serata  una donna esile, magra, che cammina come una danzatrice. Mi colpisce. Non è giovanissima, anche lei all’incirca la mia età. Porta i capelli raccolti nel tipico chignon delle ballerine. Si muove continuamente in un incedere lento ma nervoso. Non la vedo mai mangiare. Bere si. Credo di aver capito che è la madre del bimbo che gioca con il piccoletto. Ho visto il suo sguardo su di me ogni volta che parlavo con il padre. Ad un certo punto ci troviamo insieme in giardino. Iniziamo a parlare dei figli. Lei ne ha due, anche un’altra bimba che è lì in giro. Sono gemelli. Mi parla di come mangino tanto, mangino tutto, e bene. E di quanto dormano. Dormono tanto. Ma realmente. E mangiano tutto. E dormono. E’ un modo strano di presentare due bambini di sette anni. Si parla così dei neonati. Parliamo a lungo, più che altro lei,  e ad un certo punto mi racconta delle apnee notturne della bambina, che la tengono in ansia e che la fanno dormire poco. Dorme con la bambina. Ma perchè dormi con lei? le domando in un moto spontaneo. Da quando sono nati hanno dormito entrambi con lei. Inizialmente perchè allattava e voleva far riposare il marito, lui a volte lavora anche di notte, hanno degli alberghi. E poi non è mai più riuscita a separarsi da loro. Proprio non ce la fa. Lo scorso inverno il maschio le ha chiesto se poteva dormire nella sua camera, e lei ne ha sofferto moltissimo. Ora dorme solo con la figlia. Il marito in camera della figlia. Le chiedo, in modo dolce: Lo sai che questo non va bene vero? In poco tempo è come se fossimo entrate in una estrema confidenza. Lei è sinceramente consapevole di sbagliare, mi dice, ma non riesce a pensare di non sentire il corpo della figlia accanto nel letto. Guardo dall’altra parte del giardino il marito. Un uomo gentile, mi sembra, un bravo papà direi. Chissà lui cosa pensa di questa separazione forzata dalla sua donna. Da sette anni. Arrivano persone, mi chiamano, ci separiamo. N. spegne le candeline. Il suo compagno la abbraccia e la bacia. Sono molto innamorati. Lui fa il dentista, N. è andata a farsi curare un dente e si sono innamorati. Lui nel giro di due settimane ha lasciato la moglie e sono andati a vivere insieme. Un botto!  Ora è molto tardi, devo riportare il piccoletto a casa e prima devo accompagnare F. ad un taxi e poi  due ragazze ad incontrare amici a Piazza Belli. Saluto la mia nuova amica. Mi chiede se vogliamo vederci e prendere un tè. Mi dice che è stata così felice di avermi conosciuto! Che parlare con me le ha fatto bene e vorrebbe poterlo fare ancora. Certo! Ci scambiamo i numeri su un salviettino di carta. Mi stringe forte la mano. Forse ha bevuto troppo. Vedo un’ansia febbrile nei suoi occhi. Mi imbarazza un poco. Al ritorno scopro che una delle due ragazze in macchina con noi è un’acrobata. Mi ricordo di averla vista scendere dall’alto del Teatro dell’Opera di Roma nel Barbiere di Siviglia, lo scorso inverno. Ha studiato arte circense e lavora prevalentemente con i Teatri Lirici e in grandi manifestazioni. Veramente stasera non finisco di stupirmi .

images-1Ci sono poche cose di cui sono fiera come genitrice. Avrò fatto sicuramente la mia parte di bene e la mia parte di errori. E ovviamente non è finita qui. Continuerò a fare la mia parte di bene e la mia parte di errori.

Ho avuto a che fare con genitori che ho aspramente criticato, contrastato, allontanato, demolito.

E mi sono ritrovata, a volte, a ripetere gli stessi errori, o simili, o comunque ad avere la tendenza a farlo.

Se voglio essere almeno un poco indulgente con me stessa devo dire che la tensione ad imparare dagli errori fatti è la vera differenza con i miei genitori. Per loro la coerenza era non dire mai: ho sbagliato. Figuriamoci chiedere scusa!

Però, però per restare nel positivo (sono alcuni giorni che mi imbatto su tale questione e bisogna che ci ragioni e che poi ci scriva) per vedere il bicchiere mezzo pieno (come dice il mio amore alcolista), devo arrivare alla cosa di cui sono realmente fiera come madre: aver insegnato ai miei figli ad amare i libri.

E’ chiaro che per me è stato facile. Ero fissata! Ho iniziato a sceglierli e comprarli ancora prima che nascessero, così come i cartoni animati della Dinsey ad essere sincera. E l’unica cosa che riuscivo a trovare per tenerli a bada, quasi l’unica diciamo, era : ti leggo una bella storia. E quando ho visto che iniziavano veramente ad appassionarsi gli ho raccontato di quale grande meraviglia era stata per me imparare a leggere, alla canonica età di sei anni ovviamente.  Scoprire per esempio cosa volevano dire tutti quei segni sopra i negozi, e le istruzioni dei giocattoli, e la libertà infinita di poter leggere tutto, tutto quello che volevo senza aspettare un grande disposto a farlo. E dei viaggi incredibili che avevo fatto con i libri di Verne e di Salgari che mio zio mi regalava ad ogni ricorrenza (li conservo ancora).

Un lavaggio del cervello niente male insomma, ma del tutto spontaneo. Ed ha funzionato. Sia la ventunenne che il piccoletto amano i libri e leggono abbastanza.

Anche se la sera, al piccoletto, la storia prima di dormire mi piace ancora essere io a leggerla.

Nel mese di Gennaio ho avuto una sequenza di scadenze di lavoro che mi hanno tenuto in pista più del solito. Sull’ultima, oggi, io e il socio ci eravamo accapigliati. Non volevo partecipare. Ha vinto facile, mi ha preso sull’orgoglio. Non è un fine psicologo, è un uomo.

Detto ciò, nelle ultime tre settimane non mi sono fermata mai, compresi sabati e domeniche. Non so come, sono riuscita a mettere insieme tempi e orari e, fino alla scorsa settimana, sono andata avanti. Lì mi ha aiutato il padre del piccoletto che, prima volta da otto anni, ha tenuto il figlio fuori dai tempi canonici.

Non che sia un cattivo padre, o un padre che non ama stare con il figlio. Anzi! Ma che ci volete fare, anche lui è un uomo, e ha i suoi modi e i suoi tempi. E se si decide che sta con il figlio il martedì ed il martedì piomba un astronave sulla terra e si innesca una guerra intergalattica con minaccia di fine dell’umanità, lui comunque si darà da fare per essere all’appuntamento con il figlio. Se tutto questo succede di mercoledì… bèh…. può essere che non chiami nemmeno per sapere se gli alieni ci hanno prelevato o meno.

Comunque.  Due settimane fa, contravvenendo alle regole generali, ha tenuto il figlio mentre io ero al chiodo (cosa che sicuramente prima o poi sconterò, ma questa è un’altra storia) .

Ma la scorsa settimana era fuori anche lui per lavoro, e quindi dopo essermi esaurita senza riuscire a coordinare orari di lavoro e necessità di accudimento materno-familiare, sono ricorsa alla ventunenne.

E lei è arrivata. Con libri, casino, vestiti ovunque e collegamento wifi perenne.

Negli ultimi tre giorni le ho mollato casa, piccoletto, cagnetta e gatti e sono rimasta praticamente col culo incollato alla sedia dell’ufficio.

E lei s’è presa questa rogna, ha dormito nella sua vecchia camera, ha fatto fare i compiti al piccoletto, ha giocato con lui, l’ha fatto mangiare dando fondo alle ultime riserve di surgelati (neanche la spesa sono riuscita a fare!) ha giocato con lui, ci ha litigato, ha portato a spasso la cagnetta, ha raccolto il vomito del gatto anziano, ha raccolto l’umido sparso dalla cagnetta quando è rimasta da sola a casa, e domenica pomeriggio ha deciso di andare al cinema con il fratello a vedere l’ultimo film di Tim Burton.

Mentre ero alla ventesima ora di lavoro davanti al PC mi ha chiamato al tel e mi ha detto:” io avrei pensato di andare in macchina”.

Ora. La ventunenne ha la patente. L’ha avuta all’età regolamentare. Ma da allora non ha praticamente mai guidato. O meglio ha guidato raramente con me o con il padre con effetti sconvolgenti per tutti. Da molto non ha più messo mani al volante. Ma, per dimostrare che sono una madre altamente fiduciosa sulle capacità dei figli e che ero totalmente con il cervello cotto dalla stanchezza, ho risposto: ma certo tesoro! le chiavi sono nel cassetto.

E con ciò ho affidato a Santa Pupa la ventunenne, il piccoletto e anche la macchina.

E’ andato tutto molto bene. Loro sono arrivati al cinema. Vivi. Hanno visto il film e sono tornati a casa. Vivi.

La sera, quando sono tornata a casa mi sembrava tutto normale. La ventunenne soddisfatta per aver superato l’ansia da guida. Il piccoletto contento di vedermi. L a macchina parcheggiata regolarmente sotto casa (con un piccolo aiuto del garagista mosso a compassione dalle manovre della ventunenne) . Io contenta per non essere stata una mamma apprensiva e ansiosa.

Stamattina, ancora sotto schock per un’altra (quasi) notte in bianco(il socio ha fatto l’alba), mentre portavo a scuola il piccoletto gli ho chiesto: beh allora com’è andata ieri con tua sorella? come ti sei trovato con lei che guidava? E lui: Bene. Tutto ok. Solo, ad un certo punto, ho pensato che non ce la potevamo fare.

E io, tenendo la macchina che all’improvviso tendeva paurosamente a sbandare: Come? E perchè hai pensato che non ce la potevate fare???

Ma no, niente, solo perché ogni tanto la macchina si spegneva…..

Sospiro di sollievo. Solito problema dello stacco della frizione… si abituerà.  E’ maschio anche lui.

images-81La scorsa settimana ho letto un articolo di presentazione di un libro “Dove sono gli uomini?”.

Dal titolo subito si penserebbe che è stato scritto da una donna. O da un collettivo di donne. Quelle esponenti del sesso femminile deluse e frustrate che non riuscendo a trovare il maschio giusto, depresse, tentano di dare una spiegazione alla loro disgraziata solitudine.

Invece no!

E’ un testo scritto da un uomo. E nemmeno uno qualsiasi. Un giornalista, skipper, Simone Perotti, che fino a pochi anni fa aveva equipaggi composti in egual  misura dai due sessi. Poi mano a mano gli  uomini sono diminuiti ed oggi è composto solo da donne.

«All’inizio mi sono dato una ragione narcisistica, evidentemente piacevo molto», scherza. «Ma guardando le altre barche la situazione era identica. E anche fuori è così. Le donne sono ovunque. Le vedi al ristorante con le amiche, ai corsi di yoga, free climbing e persino kickboxing. A fare shopping o in viaggio di piacere. Gli uomini invece sono invisibili. Quelli della mia generazione (Perotti ha 46 anni, ndr) hanno rinunciato ai sogni e a nuove visioni del mondo. Non fanno più le cose con passione e non cercano più relazioni impegnate. Faccio fatica a chiamarli uomini. Sono incapaci di parlare, ma anche di stare tra loro».

Non c’è dubbio che il suo saggio inchiesta (edito da Chiarelettere, in questi giorni in libreria), costruito attraverso le confessioni di donne tra i 30 e i 50 anni, tocchi un nervo scoperto: l’estinzione del genere maschile dai luoghi reali e immaginari delle relazioni. C’è la signora milanese abbandonata dal marito per una più giovane e quella ingannata da un falso profilo in chat (lui è sposatissimo). C’è quella che si è scoperta bisessuale per necessità, quella che è compagna part time (non ufficiale) e quella che dichiara cinicamente che basta, con gli uomini ha chiuso. Non parliamo di noiose mentecatte (anche se, letto questo cahier de doléances, ci si vorrebbe attaccare alla canna del gas) ma di persone istruite, liberate sessualmente, creative, flessibili rispetto ai cambiamenti imposti dalla vita, avventurose riguardo al futuro. Piene di risorse e unite da interessi comuni ma anche da un comune disagio: il vuoto delle relazioni, la saltuaria e goffa presenza di uomini deboli e immaturi emotivamente, a cui manca non solo la risposta su che direzione prendere nella vita, ma spesso anche la capacità di farsi la domanda. (da D di repubblica – 11 gennaio 2013)

Quindi Signore è ufficiale! Lo dicono anche gli uomini. Essi, gli uomini non ci sono più, fanno fatica ad esistere. La questione preoccupante è che non riguarda una sola generazione, diciamo quella uscita con difficoltà dagli anni della lotta per la parità dei sessi. Insomma i Signori di cinquant’anni. No! Ci sono di mezzo anche i quarantenni e i trentenni. E se devo guardare la situazione della ventunenne e delle sue amiche coetanee, c’è da mettersi le mani tra i capelli.

Non so se questo Simone Perotti ha capito i veri motivi di questa singlitudine galoppante. Io però non posso che confermare ed allertare. Attenzione uomini: arriveranno maschi da altri paesi, altre culture, e prenderanno il vostro posto. L’istinto di sopravvivenza della razza umana è troppo forte. Non può aspettare le crisi di identità del singolo, o di una massa di singoli. La vita ha necessità di andare avanti.

Ieri ho letto il post che @aquilanonovedente ha scritto sulla vicenda del bambino trascinato via dalla scuola per una sentenza del giudice che lo affidava al padre.

#comment-9669Ma mi faccia il piacere

Non avevo volutamente visto né letto di questa vicenda perché sono pavida e so che queste cose mi fanno troppo male.

Ma dopo aver letto il post di @aquila mi è capitato di vedere un TG e ovviamente hanno passato le immagini incriminate.

Non ci sono scusanti né ragioni che possono portare a fare questo ad un bambino. Nessuna. E non c’è rimedio per quello che hanno fatto. Nessuno.

Io sono stata figlia di genitori separati. Ed uso il passato perché l'”essere figlia di genitori separati” è uno stato del se, non una condizione oggettiva. Ho superato da anni quello status, ma credo che le conseguenze per ciò che ho vissuto in quegli anni siano ancora presenti nella mia vita.

Attenzione. Non sto dicendo che sono contro la separazione. Nè che i figli di separati siano segnati a vita. No. Come sempre ogni cosa va vista attraverso le modalità con cui viene attuata.

La violenza esercitata su dei bambini da parte dei genitori, o adulti in genere, e dalle istituzioni, nel corso di una separazione però è un rischio altissimo. E per violenza intendo sia quella fisica che quella morale e psicologica.

Ai tempi della separazione dei miei il divorzio era ancora per colpa e l’affido solitamente era dato alla madre, tranne casi eclatanti di comprovata inaffidabilità della stessa. Forse ancora oggi è così, ma ora la legislazione prevede prevalentemente l’affido condiviso con il tentativo, secondo me fallace, di dare ad entrambi i genitori la possibilità di continuare ad esercitare diritti e doveri nei confronti del minore.

Nè in passato, né ora, un Tribunale Minorile, né una legge, possono tutelare però il minore dalla violenza.

Solo degli adulti maturi, che hanno realmente a cuore il bene vero dei figli, possono trovare la via per attutire il dolore e il disagio che un bambino comunque ha nel disfacimento della sua vita famigliare.

Non possono esistere regole prestabilite, né tempi prestabiliti. Ogni madre e padre sa cosa è il vero bene per il proprio figlio e dovrebbe mettere questo bene al di sopra di tutto. Molto spesso non accade e i figli vengono usati come arma. Vengono caricati di responsabilità. Vengono divisi, anzi spaccati, negli affetti. Su di loro vengono trasferiti i rancori e le delusioni provati per il partner.

Io al tempo fui violentemente separata da mia madre. Era una fedifraga e allora era una colpa grave. Non starò a difenderla, a difendere la sua memoria, né a spiegare perché una persona dopo anni e anni di inferno matrimoniale arriva al tradimento. Al tempo lei non fu perdonata e le furono tolte le figlie. E in questo modo pagammo anche noi la sua colpa. Per sempre. Perché da questo tipo di dolori non si torna indietro. Si possono elaborare. Si può crescere e maturare intorno a un’esperienza così. Ma non si torna più indietro.

Quindi quando sento i racconti di madri a cui sono stati rapiti i figli da padri di altre culture e religioni e che si battono inutilmente per anni per il diritto di rivederli. O di padri a cui i figli sono portati via con strategie legali, magari infamanti e spendono anni e soldi e viaggi per riabilitarsi e ristabilire i loro diritti. Quando vedo le immagini che ho visto al TG, non penso allo strazio dei genitori, alle loro pene o rabbia o giuste recriminazioni. Penso a quei bambini. Al loro cuore spezzato, frantumato per sempre. Alla fiducia bruciata, al rispetto negato. Al crollo dell’unica certezza che un bambino dovrebbe avere. Quella che i propri genitori gli voglio bene.

Spesso mi capita di avere amici, o amici di amici che non facendo come primo mestiere nella vita quello di scrivere,  mi propongono di leggere un loro testo teatrale, o un loro libro, o mi invitano alla presentazione del loro romanzo. Faccio fatica a dire no, ma mi trovo anche spesso poi nell’imbarazzo di dover dare conto delle mie impressioni all’autore. Non che le mie impressioni siano fondamentali. Ma a richiesta rispondo. E quindi a volte cerco di svicolare. Non vado alle presentazioni oppure “dimentico” di leggere i file inviati. E’ meschino , lo so, ma si tratta di amici, e non sempre una risposta sincera viene accettata.

Ultimamente ho comprato d’impulso i libri di Otello Marcacci, Gobbi come i Pirenei e Il ritmo del Silenzio per immediata sintonia con l’autore. Subito dopo mi sono posta la solita questione: e se non mi piace come faccio a dirglielo?

Problema risolto. Otello Marcacci è bravissimo.

Ho letto il suo primo libro. Intendo il primo pubblicato, perché sono certa che avrà scritto tanto e per tanto tempo.

Il titolo: Gobbi come i Pirenei e la grafica di copertina sono già stupendi. Sottotitolo: Storia d’Amore, Ironia, Ciclismo, Anarchia.

Si narra la storia di tal Eugenio Bollini, ciclista professionista, un uomo mediocre e un po’ sfigato sia nella professione che nella vita privata. E’ però uno di quelli che dei propri limiti ne fa una filosofia di vita. Si adagia sulla posizione da gregario che ha nelle piccole squadre  per cui corre, avendo mollato da tempo l’idea di riuscire là dove tante volte era fallito: arrivare fino in fondo in competizioni dove l’impegno lo avrebbe costretto a superare i propri limiti. La rinuncia ed il fallimento nei tour internazionali sembrano rispecchiarsi anche nella sua vita personale. Ossessionato da una madre megera, mollato da una moglie arrivista e delusa, con un rapporto con il figlio improntato sui sensi di colpa e relazioni sentimentali ipotetiche con modelle irraggiungibili, Eugenio Bollini tira avanti  driblando le proprie responsabilità, adagiandosi su principi di anarchia ereditati dal padre – unica figura a cui realmente si ispira – e filosofeggiando sul mito di Sisifo e sulla teoria dell’Assurdo: eliminare cioè la schiavitù delle mete da raggiungere.

Eugenio, però, si troverà  al centro di vicende che lo porteranno, suo malgrado prima e con risolutezza poi, ad essere simbolo ed emblema del riscatto del perdente, arrivando a compiere un’impresa memorabile e certificando con essa la possibilità di ogni essere umano ad avere diritto alla propria seconda occasione.

Otello Marcacci ha costruito il personaggio come una sorta di antieroe, costringendo  il lettore ad immedesimarsi immediatamente con lui e a tifare fino all’ultimo sulla sua possibilità di rivincita. Le lettrici ovviamente si innamorano subito di un uomo così apparentemente sganciato dalla vita ordinaria, un po’ filosofo, autoironico fino al masochismo,  pieno di sensibilità e  bisognoso di cure amorose e coccole. E immagino che questo abbia avuto riflessi anche sulla vita del suo autore.

Insomma leggendo Gobbi come i Pirenei ho riso da sola ad alta voce, mi sono emozionata, ho versato qualche lacrima e alla fine ho immediatamente sperato che Otello Marcacci abbia pronto un secondo romanzo con il Bollini come protagonista. Nell’attesa mi dedicherò alla lettura del suo secondo libro:  Il ritmo del Silenzio.

Quella era iniziata come una giornata uguale alle altre. Una delle giornate in cui mamma non c’era. Mamma non c’era quasi mai. Tutta la settimana lavorava in un altro posto. Un altro paese dove una Signora anziana aveva bisogno di assistenza. Dormiva lì sua madre. Tornava solo la domenica. Poche ore.

Era bella, la mamma, una volta. Aveva visto una sua foto di tanti anni prima, quando era ancora in Romania. Stava in piedi, appoggiata con la mano ad un albero, e sorrideva. Aveva i capelli lunghi e castani come i suoi, ma senza frangia. Aveva un vestito corto e le scarpe con i tacchi. Sorrideva con la testa un po’ inclinata guardando l’obiettivo. I suoi occhi pure sorridevano. Erano belli, ma non grandi come i suoi. Forse la bambina li aveva presi dal padre. Anzi forse aveva preso molto dal padre, perché tranne per i capelli lei e la madre non si somigliavano molto.

Ora la madre non sorrideva mai. I suoi occhi erano sempre un po spenti. I capelli tagliati corti erano sempre castani, ma un po grigi alle tempie. Quando tornava a casa, la domenica a pranzo, era sempre stanca. Mangiavano insieme la bambina, la madre e l’uomo. Poi la madre si metteva a dormire. Beveva troppo vino a pranzo, e così poi dormiva tanto. Anche l’uomo dormiva con lei. Poi si svegliava intontita e stranita, quasi per l’ora in cui doveva ripartire. Stavano ancora un po insieme mentre la madre sistemava i suoi vestiti, faceva il bucato, metteva a posto un po la casa e poi l’uomo in macchina la riportava al lavoro.

L’uomo non era suo padre. La bambina non sapeva chi fosse suo padre. La madre non glielo aveva mai detto, né lei lo aveva mai chiesto. Da quando erano arrivate al paese l’uomo le aveva prese in casa. E’ il tuo patrigno, le aveva detto la madre. Ma a lei sembrava strano avere un patrigno così vecchio. E poi non era bello. Era grasso, e quando sorrideva i suoi occhi erano strani. Diventavano sottili e le facevano paura.

Ma da quando la madre lavorava lei viveva sempre sola con lui.

Quella mattina, come sempre, si era svegliata da sola. Aveva fatto colazione con il latte e i biscotti che l’uomo le aveva lasciato sul tavolo. Si era vestita con il vestitino che lei aveva lasciato la sera prima sulla sedia ed era uscita. Il cane l’aspettava fuori, sotto la scala di pietra, come sempre. Il cane non entrava mai in casa. Questa era la regola. Poteva tenerlo, aveva detto l’uomo, quando lei un giorno si era presentata a casa con lui, poteva dargli da mangiare e dargli un nome e passare il tempo in giro per il paese con lui, ma non poteva assolutamente portarlo in casa. Era un cane troppo grande e poi era già vecchio. Perdeva il pelo e lui non aveva voglia di stare a pulire anche i peli del cane.

Lei lo aveva tenuto. O il cane era rimasto con lei. Tutte le mattine l’aspettava sotto alla scala di pietra. Lei appena vestita andava da lui e gli portava un piatto di avanzi. Pasta con pezzi di pollo, o bucce di formaggio e pezzi di pane bagnato nel sugo, tutto quello che riusciva a mettere da parte dalla cena.

Gli metteva l’acqua fresca  in una vecchia pentolina, e lo guardava mangiare, accucciata accanto a lui. Gli parlava. Gli chiedeva se il mangiare gli piaceva, se aveva dormito bene, se aveva ancora fame o sete. Lui mangiava veloce, voracemente, scodinzolando. E poi le leccava le mani in cerca di un residuo di cibo o anche solo di sapore.

Poi partivano insieme per il paese. La bambina sapeva che per il paese poteva girare liberamente, ma non doveva allontanarsi. Ma tanto la mattina l’uomo non c’era mai. E così andavano per la strada che portava in altro, dov’era la Chiesa, e poi oltre dove la strada diventava un sentiero che saliva per la collina. A volte era arrivata fino allo stagno che era dietro la collina. Al cane piaceva lo stagno perché c’erano sempre degli uccelli che ci andavano a bere o delle anatre che nuotavano. Il cane le inseguiva abbaiando e poi, in mezzo a mille spruzzi, si tuffava cercando di acchiapparle. Non ci  riusciva mai ma a lui non importava. Usciva dall’acqua tutto contento, scrollandosi tutto, mentre la bambina strillava e rideva per gli schizzi.

Quando andavano allo stagno la bambina immaginava di essere la principessa del bosco, con i capelli biondi e un bel vestito e con tutti gli animali che erano suoi amici. Lui li comandava ma loro le volevano bene perché lei era una regina buona. Non urlava mai e non picchiava mai nessuno di loro. Non era come l’uomo, lei. Con l’uomo doveva stare attenta a non farlo arrabbiare o a non dargli troppo fastidio altrimenti diventava cattivo e strillava forte, e quando aveva bevuto troppo vino le dava uno schiaffo. Poi dopo si dispiaceva e la prendeva sulle ginocchia per consolarla e l’accarezzava. Ma a lei non piaceva quando la voleva consolare. Non voleva stare sulle sue ginocchia e sentirsi abbracciare e accarezzare e cercava di allontanarlo. Ma lui la teneva stretta e le sussurrava parole e la guardava con quegli occhi che le facevano paura. (segue)

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