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Ho acquistato questo libro di Pennac in una città dove francamente non pensavo sarei mai andata. Ho iniziato a leggerlo accanto al naufrago  febbricitante. Mi ha subito preso e iniziato a commuovere. Ho continuato a leggerlo col piccoletto, per il quale lo avevo comprato.

Oggi, vuoi per l’età, vuoi per qualche congiunzione astrale, non ho fatto altro che commuovermi. Stasera a Teatro per lo spettacolo di Ruggero Cappuccio su Paolo Borsellino (ogni volta che lo vedo mi commuovo nuovamente) e stamani mentre leggevo il libro al piccoletto. Ho dovuto far finta di essere raffreddata per non fargli vedere che la voce mi si rompeva e grosse lacrime mi scendevano da sotto gli occhiali. E’ un libro che pensavo  per bimbi piccoli, quasi superato per lui, e che invece tocca il mio vecchio cuore, come quello di chiunque abbia conosciuto l’abbandono e la solitudine. E poi l’incontro con una persona speciale.

Voglio riportare questo capitolo. Sarà banale per chiunque non abbia sperimentato cosa significa condividere ogni piccola cosa del quotidiano con qualcuno a cui  si vuole veramente bene.

Dicono che la felicità non si possa raccontare. dicono che è noiosissima, la felicità. Dicono che alle persone felici non succede niente. Sono felici e basta. come se il tempo si fosse fermato . Niente da raccontare, parrebbe. Ma io non la penso così. Proprio no! Penso, anzi, che se si dovesse raccontare tutta la felicità di Ernest e Celestine ci vorrebbero migliaia di pagine. Perchè la felicità è insieme qualcosa di immenso e di minuscolo. Descrivere l’immensa felicità di Ernest e Celestine è facile, basta una frase “Ernest e Celestine erano immensamente felici”. Ecco, fine. Ma per descrivere le mille piccole sfumature di questa felicità immensa ci vorrebbe un libro enorme! Facciamo una lista, solo per darvi un’idea:

1. La felicità di Celestine nel lasciare la cantina per trasferirsi di sopra, in casa di Ernest. Non facile da spiegare sapendo cosa gli orsi pensano dei topi. Almeno cento pagine!

2. La felicità di Ernest nel ripetere dieci volte al giorno : Casa mia è casa tua, Celestine! E’ casa tua, casa mia!” Anche questo non è facile da spiegare. Soprattutto sapendo quale orrore hanno gli orsi di vedere un topo in casa loro! Almeno altre cento pagine!

3. La felicità di Celestine nel sistemare l’amaca nella cucina di Ernest, nell’essere svegliata dai primi raggi del sole e nel lavarsi nell’acquaio. Almeno duecento pagine di descrizioni! Perché Celestine adora tutto quello che c’è nella cucina di Ernest: le finestre a riquadri, le tendine di pizzo, la vecchia cucina economica con gli strofinacci che pendono dalla maniglia del forno, le pentole, ogni cosa…. E adora tutto nel resto della casa. Compreso il disordine di Ernest. Ah! Il disordine di Ernest: come niente sono mille pagine!

4. La felicità di Ernest nel costurire un vero e proprio atelier per Celestine: Il cavalletto con il legno di un vecchio sgabello, le tele con alcune lenzuola immacolate, le cornici con quelle dei giudici, i pennelli in pelo di orso, la tavolozza del paralume di porcellana che pende dal soffitto della cucina… Dai! cinquanta pagine!

5. La felicità di Celestine nel preparare la colazione a Ernest:

– Ah, come borbotta il Grande Orso Cattivo! E’ perchè si sta svegliando! Prepariamogli subito la colazione! Altrimenti quel Grande Orso Cattivo sarebbe capace di mangiarsi un topolino!

– Proprio così! Con tanto di scarpe, cappotto e mantellina. Zac! Oplà! Gnam gnam! Glu glu! prot! e a nanna.

( qui, se i due sono in forma,  cinquanta o sessanta pagine di dialoghi)

6. La felicità di Celestine nel ritrarre Ernest al pianoforte, Ernest al violino, Ernest alla fisarmonica, Ernest alla batteria, Ernest che suona la tromba, Ernest che lava i piatti, Ernest a tavola con il suo amico Bolero (ogni tanto Bolero viene a trovarli, soprattutto quando ha fame), Ernest e Celestine che cenano a lume di candela, gli autoritratti di Celestine, Celestine travestita da orsetta grazie alle mascherine che ha trovato in cantina…. Non oso calcolare il numero di pagine per descrivere tutti questi capolavori”

… E così avanti per altre pagine e altri punti…. da leggere e sorridere e commuoversi solo al pensiero di una vita insieme così.

Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla, perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non  piace, per poterlo cambiare. Ho amato così, essendo stato Paolo Borsellino. Ho amato così, Paolo Borsellino: Essendo Stato.


Dopo essere tornata da Teatro con ancora addosso la tesa emozione delle parole di Paolo Borsellino e di quelle scritte per lui da Ruggero Cappuccio, non posso che tornare a cercare il testo nella mia libreria. Preso in mano è un piccolo librino, stampato nel 2006, due anni dopo la prima messa in scena dello spettacolo con Massimo De Francovich e un coro di sei attrici. Quello spettacolo ha girato tutta l’Italia, dal Piccolo di Milano al Biondo di Palermo e ovunque è stato applaudito per l’intensa interpretazione di De Francovich.

Ma il testo contenuto in questo piccolo libro dilata la dimensione della forma. E’ una discesa agli inferi. Un passaggio rasoterra con delle impennate in alto, come su una gru altissima, a vedere il mondo ristretto e i corpi in terra, tra le macerie, in Via D’amelio. C’è tanto in questo testo di Cappuccio. Verità e poesia. Oratorio ma non lapide. E’ vivissimo Borsellino in quel suo ultimo secondo di vita dilatato “in un disperato

residuo del tempo” in cui il Giudice “dubita di essere già morto, dubita di essere ancora vivo”.

Ruggero Cappuccio lo legge, lo recita, con una capacità attoriale che non conoscevo, ma con una delicatezza e una misura,  che esaltano le parole anche le più sussurrate, e compiono il miracolo di vederlo lì, Paolo Borsellino, in scena. Magie che solo a teatro si compiono.

Userò il verbo morire solo tre volte. Un uomo può morire quando il suo corpo è profanato. Un uomo può morire quando chi lo ascolta sente le sue parole come se fossero pronunciate da uno già morto. Un uomo può morire quando chi gli parla usa gli sguardi, i gesti, i toni che si adoperano con uno già morto o con uno che immancabilmente dovrà morire. Sono le sedici e cinquantotto. E’ il diciannove del mese di luglio. E’ il millenovecentonovantadue. C’è stata un’esplosione che ha prodotto una strana sensazione di silenzio. A Palermo le esplosioni e le parole hanno come fine assoluto solo il silenzio. Sono per terra. Non vedo altro che il cielo attraverso un velo di polvere. Sono finito. Forse sono finito. Sapevo che sarei finito. Guardavo da tempo al futuro della mia fine e la vedevo già trascorsa, già passata. Il prima e il dopo si erano amalgamati nella mia vita, da tempo. Da tempo tutto era chiaro, come la cenere sollevata da questa inconsueta deflagrazione di silenzio. Sono per terra. Sono finito. Forse mi rimangono ancora quattro secondi. Cinque. Sei. Forse me ne rimane uno, piccolissimo, stretto, invisibile, ma è così immenso quest’attimo. Non posso muovermi, eppure questa immobilità sta creando un’incredibile danza di visioni. Non posso muovermi. Se i miei ragazzi non sono intorno a me è necessario che io pensi questo: sono in terra anche loro. Agostino, Walter, Vincenzo, Claudio, Emanuela, Antonio. Siete in terra anche voi. Da quanto tempo, da quanti giorni, da quanti mesi siete in terra? Quante notti sono che sapevate? Da quale notte avete saputo? Quante notti fa avere vissuto in pace la vostra ultima notte? Non c’è più asfalto, Agostino. Non c’è più asfalto sotto di me, Vincenzo, Walter, Claudio, Antonio, Emanuela. Non c’è più asfalto sotto di noi. C’è la terra. C’è la terra caldissima della mia terra. Sotto le mie reni c’è la terra di Sicilia. (Paolo Borsellino Essendo Stato – Ruggero Cappuccio)

Le parole pronunciate da Paolo Borsellino che gli Italiani non hanno mai ascoltato.

Il 31 luglio del 1988 il giudice palermitano denunciava con forza davanti al CSM l’inadeguatezza dei mezzi di contrasto attivati dallo Stato contro la Mafia. Borsellino parla per oltre quattro ore con straordinaria e diretta lucidità. Quella audizione arriva per la prima volta in scena raccontata da Ruggero Cappuccio.

Per quanto riguarda la situazione delle forze di Polizia denunciai l’avvicendamento continuo e adoperai anche una frase piuttosto pesante parlando, addirittura di gioco delle tre carte, nel senso che quei pochi uomini che c’erano venivano fatti girare , ma erano sempre gli stessi, solo che uno lo si metteva alla Squadra Mobile, poi lo si spostava al Commissariato di Marsala, poi a Mazzara.

O parliamo per enigmi dicendo che c’è una caduta di tensione o che manca la volontà politica, e la gente non capisce bene cosa significa, oppure questi problemi li dobbiamo affrontare concretamente, dobbiamo citare fatti e mettere il coltello nella piaga e dire: “C’è un organismo centrale delle indagini antimafia che in questo momento non funziona più.”

Questo rispondeva Paolo Borsellino al CSM, il 31 luglio 1988: era stato convocato per le interviste rilasciate ai quotidiani “La Repubblica” e “L’Unità”, nelle quali aveva denunciato il preoccupante stato di smobilitazione del pool antimafia di Palermo.

Minacciato dall’ombra di imminenti provvedimenti disciplinari, il magistrato parlò per quattro ore di fila: dalle dieci alle quattordici. Nel pomeriggio fu invece ascoltato Falcone.

Brani di questa audizione tesissima, mai resa pubblica integralmente, entrano ora in “Paolo Borsellino Essendo Stato”, racconto scenico di Ruggero Cappuccio, che lo stesso autore leggerà a Roma, al Teatro Arcobaleno, dal 24 al 28 ottobre.

Davanti al Csm i due magistrati affrontarono con chiarezza i delicatissimi temi inerenti l’ assegnazione delle indagini, l’inserimento nel pool di nuovi giudici senza l’adozione di criteri di sicurezza, l’affidamento di procedimenti sulla criminalità mafiosa a magistrati estranei al pool. Dalle loro parole appassionate emergono i complessi scenari che fanno da sfondo alle indagini sul fenomeno mafioso, ma anche lo spirito di sacrificio di chi, pur accerchiato e consapevole delle occulte relazioni tra criminalità organizzata  e Stato deviato, aveva deciso di non arretrare. Giovanni Falcone sarebbe stato ucciso, quattro anni dopo, il 23 maggio 1992 nell’attentato di Capaci. Paolo Borsellino 57 giorni dopo di lui, in via D’Amelio, a Palermo.

Proprio su via D’Amelio, o meglio sull’ultimo secondo di vita di Paolo Borsellino, il 19 luglio del 1992, si concentra il testo di Cappuccio, che dilata questo singolare residuo di tempo in un intenso monologo.

Il giudice disteso sull’asfalto, dubita di essere già morto e dubita di essere ancora vivo. in questa dimensione di lucidità entrano i sogni, l’infanzia, la giovinezza, l’amore  di Borsellino per la sua Sicilia aspra e luminosa, per la sua famiglia e per chi ha cercato di proteggerlo e sta morendo con lui. Ma c’è anche l’amico Giovanni Falcone, dall’adolescenza fino all’ultimo abbraccio nel giorno di Capaci.

E c’è la denuncia della solitudine in cui i due magistrati sono stati lasciati, perché esiste una parte deviata dello Stato che vuole controllare la piaga rappresentata dalla mafia ma non guarirla: di quell’infezione ha infatti bisogno, anche per mettere a morte le parti sane del suo corpo che desidera siano messe a morte.

Il testo scritto nel 2004, è stato portato in scena anche da magistrati della Procura di Salerno, di Milano e di Trieste, che hanno voluto fare propria questa denuncia civile. La nuova versione, che include le dichiarazioni davanti al Csm, ci restituisce ancora di più, con la drammatica evidenza delle sue parole, Paolo Borsellino come un eroe moderno lontano dalle tentazioni della retorica.

Palermo non mi piaceva” dice nel monologo “per questo ho imparato ad amarla, perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non piace, per poterlo cambiare.”

PAOLO BORSELLINO ESSENDO STATO

scritto e interpretato da Ruggero Cappuccio

impianto scenico Mimmo Paladino

immagini Lia Pasqualino

musiche originali Marco Betta

disegno luci Giovanna Venzi

assistente alla regia Nadia Baldi

dal 24 al 28 ottobre 2012

Teatro Arcobaleno – Via Francesco Redi – Roma

Ieri sera sono tornata al cinema dopo tanto tempo. Il Rosso e il Blu di Giuseppe Piccioni. Non voglio parlare del film, che mi è abbastanza piaciuto anche se in molti momenti era piuttosto prevedibile e un po retorico. Però devo dire che sono rimasta incantata dagli attori. Tutti. Credo che il merito più grande sia proprio questo. Un gruppo di attori perfettamente amalgamati. Come se il maggior intento del regista fosse stato quello di dare una forma di poesia ai volti e alle voci.

Sopra tutti c’è il volto di un ragazzino abbandonato dalla madre e curato dalla preside Buy, interpretato da Davide Giordano. Bravissimo proprio perché riesce ad affidare solo alle espressioni del volto e agli sguardi, con pochissime battute, tutta la dolcezza e tutto il dolore del suo personaggio. Mi ha ricordato un giovanissimo Elio Germano.

Un a parte, mostro di bravura, di ironia, comicità, grandezza interpretativa, è Roberto Herlitzka. Ogni volta mi sorprende e in questo film è semplicemente sublime. Avere la fortuna di lavorare con lui è avere il privilegio dello stare accanto ai veri grandi interpreti.

Roberto Herlitzka è il professor Fiorito, disilluso e disincantato anziano professore di Storia dell’Arte, con una immensa cultura e altrettanta immensa solitudine. Herlitzka porta il personaggio del Professor Fiorito fuori dalla stereotipata figura di vecchio cinico e acido professore. La innalza al rango di Oracolo, di Sibilla. Declama, danza, sentenzia e si rimane inchiodati con gli occhi alla sua faccia segnata ad assorbire la sua voce, grave anche nelle battute più ironiche. E infatti il pubblico era conquistato.

Per chi avesse la fortuna di essere a Roma dall’1 al 7 ottobre Roberto Herlitzka sarà al Teatro Lo Spazio, dietro Via Sannio, con il suo Ex Amleto, un lavoro di riscrittura  in cui un Amleto allo specchio rievoca tutti i personaggi dell’opera di Shakespeare. un’ora di Teatro intensa e sublime.

Mentre poi da novembre Herlitzka sarà in scena con un nuovo lavoro, Il Soccombente tratto dal romanzo di Thomas Bernhard con la riduzione teatrale di Ruggero Cappuccio e la regia di Nadia Baldi.

Il soccombente narra di un immaginario rapporto tra il famoso pianista canadese Glenn Gould e due suoi giovani compagni di studio al Mozarteum di Salisburgo negli anni cinquanta. Sotto la guida di Vladimir Horowitz il trio studia musica e contemporaneamente sviluppa un rapporto di amicizia che si rivelerà drammatico per tutti e fatale per uno dei tre, il soccombente appunto. Il narratore (un semi-reale Bernhard) e il suo amico Wertheimer abbandonano gli studi di pianoforte appena si rendono conto del genio superiore di Glenn Gould, quando lo sentono suonare le Variazioni Goldberg di Bach. Nessuno dei due può reggere il paragone con la sovrumana virtuosità del terzo. Alla fine, i due lasceranno il Mozarteum in profonda depressione, per non suonare mai più: uno dopo qualche anno commetterà suicidio e l’altro – il narratore ossessivo, mordace e autocritico all’estremo – si ritirerà nella più completa oscurità. Sarà una interpretazione da non perdere!

Questo inverno ho avuto il piacere e l’onore di essere invitata ad una Generale aperta al pubblico del Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini con l’orchestra e il coro del Teatro dell’Opera di Roma, diretta da Bruno Campanella, con la regia di Ruggero Cappuccio e con Annalisa Stroppa, Juan Francisco Gatell, Alessandro Luongo, Nicola Ulivieri, Paolo Bordogna, Laura Cherici, i costumi di Carlo Poggioli e le scene di Carlo Savi.

A prescindere dalla bellezza dell’edizione che grazie alla regia di Ruggero Cappuccio aveva tutto il fascino dell’opera lirica con l’intensità, il ritmo e l’interpretazione di un’opera teatrale – cosa che non accade sempre – ho assistito ad un fenomeno curioso.

La Generale aperta al pubblico era stata fortemente voluta da Cappuccio, con il sostegno ovviamente della Direzione del Teatro, sfidando le resistenze che al Teatro dell’Opera accompagnano da sempre le novità e i fuori programma. Il pubblico aveva quindi accesso, con un biglietto veramente ridotto rispetto ai normali costi dell’Opera, ad una anteprima, ma completa di scene e costumi.

Sin da diversi giorni prima della replica i biglietti erano completamente esauriti. Il giorno stesso, quando nel pomeriggio sono andata a ritirare i miei al botteghino, c’erano code per eventuali posti che si sarebbero liberati.

La sera il Teatro dell’Opera era pieno fino a l’ultimo ordine dei Palchi. Io ero con la ventunenne e il piccoletto ed eravamo molto emozionati perché non è cosa abituale che si vada insieme a teatro per un’opera lirica.

E’ vero che Il Barbiere di Siviglia è un’opera buffa e quindi facilmente godibile e coinvolgente, ma vedere quante persone, quanti giovani, avevano approfittato di questa occasione, e quanto appassionatamente seguivano e applaudivano (anche a fine di ogni aria in verità, ma il Direttore l’ha presa molto bene e si è lasciato coinvolgere dall’entusiasmo generale) mi ha commosso.

Basta così poco per portare di nuovo il pubblico a Teatro? Basta abbassare un poco il costo del biglietto di ingresso? E per i Teatri Lirici e le Fondazioni  è così difficile sposare questa politica? Non svendere la lirica, ma dare almeno una, dico una, replica a prezzi contenuti.

Tante persone avrebbero in dono un pezzetto della nostra cultura. Di quel genere di cultura che si dice morta e che io invece ho visto vivere e palpitare una sera all’Opera di Roma grazie all’intelligenza di un Regista e un Direttore.

Non ci sono filmati pubblici di quell’edizione (le foto invece lo sono), ma godetevi Cecilia Bartoli.

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