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Storie

Esito ancora a pensarci.

Ero a casa di un uomo. Un uomo conosciuto da poco, a cui non ero per nulla interessata dal punto di vista fisico.

Mi stava dietro da un po’ e avevo accettato l’invito quasi per cortesia, essendo lui persona molto cortese.

La casa era minuscola, praticamente una stanza. Pareti grezze, pochi mobili. Direi povera.

Mi aggiravo un poco imbarazzata guardando qualche immagine alle pareti, la conversazione languiva.

Cercavo un modo per venirne fuori senza offendere ma abbastanza velocemente.

Quando improvvisamente lui aprì una grande porta, anzi più di una, e la prospettiva asfittica e grigia mutò completamente: ci trovavamo in riva al mare. Una casa minuscola su enormi dune. Di fronte le onde di un blu violaceo che si infrangevano sulla riva. Una visione mozzafiato.

Lui mi guardò per osservare l’effetto della meraviglia sul mio volto. Non c’erano dubbi, ero estasiata.

Un posto così speciale doveva essere certamente il suo asso nella manica.

All’improvviso diventai triste.

Avrei dovuto rinunciare al piacere di soggiornare in quella casetta così preziosa. Nulla, neanche il possederla mi aveva reso speciale l’uomo che la abitava.

Il risveglio lasciò inizialmente un senso di amaro.

Ma poi il vero, forse vero, significato mi si palesò.

Quali preziosi tesori posseggono persone che noi immaginiamo insignificanti o non interessanti?

Forse era questo il senso.

O forse solo la speranza di trovarne, di tesori, in questa umanità asfittica e grigiastra.

Magritte - Portrait of Stephi Langui

Magritte – Portrait of Stephi Langui

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avevo dodici anni ed ero già completamente infelice.

appartenevo a quella che allora si chiamava famiglia della media borghesia, prima che questo concetto venisse spazzato via dai movimenti degli anni seguenti.

frequentavo una scuola privata esclusivamente femminile gestita da suore francesi.

non era tra le più esclusive della città, ma la retta annuale faceva una certa scrematura. anche se era sempre più frequentata dai figli dei nuovi ricchi. non famiglie di professionisti o antichi proprietari terrieri, ma commercianti, bottegai, che negli anni subito dopo la guerra avevano saputo cavalcare l’onda del grande boom economico.

la mia, di famiglia, era già una macchia nera.

divorziati.

i miei genitori appartenevano a quella che allora era una minoranza sociale e avevano costretto anche me a farne parte. nella mia scuola supercattolica, che io sapessi, ero stata la prima. in un primo momento la vicenda mi aveva dato un’aura di gloria, attenzioni particolari da parte delle maestre e una certa elasticità nelle richieste di risultati scolastici. ma d’altro canto io ero una bambina molto educata, ligia, e apparentemente così matura e serena da non avere quasi bisogno di queste attenzioni.

la situazione a dodici anni si era già normalizzata. c’erano stati sicuramente altri divorzi. una bambina era rimasta orfana di padre, e questo mi aveva fatto slittatare in una categoria meno protetta.

il vero problema era un altro. odiavo me stessa. odiavo soprattutto il mio corpo grassoccio e informe. le mie compagne erano divise tra le belle bambine (la maggior parte) e le brutte. io ero considerata bella.

ma come si fa, dico io, a considerare bella una bambina così. alta ero alta, è vero. avevo troppa carne addosso. ero pesante, sgraziata. con le caviglie grosse e le guance ridondanti. avevo ancora i capelli tutti pari, lunghissimi. scuri, folti, pesanti. la mia compagna di banco, e migliore amica, Emilia Elena aveva un taglio molto moderno, tutto scalato, con una frangetta di lato. ed era di un bel castano chiaro dorato. d’altra parte lei già aveva indossato calze color carne sotto la gonna scozzese della divisa e le avevano comprato un paio di decoltè con una zeppa di para che la facevano diventare alta quasi quanto me. io ero appena riuscita ad evitare i calzettoni e ad indossare una calzamaglia, rigorosamente spessa, bianca o blu. questo non aiutava le mie gambe pesanti a sembrare più snelle. tantomeno lo facevano i mocassini con il tacco spianato.

ma più di tutte, quelle che invidiavo, erano le cugine Sabelli. in verità non si chiamavano entrambe così, essendo figlie di due sorelle. però entrambe vivevano nella tenuta di famiglia e da lì prendevano il nome. erano piccoline per la loro età, bassine ma estremamente proporzionate. una era quasi un modello barbie. biondo platino, occhi azzurri, nasino piccino. l’altra era  il suo clone ma in versione scura. capelli castani, lentiggini, occhi verdissimi.

erano belle, di una bellezza raffinata e delicata, ma inappellabile. qualunque vestito a loro stava bene. anche se indossavano calzamaglie pesanti, mocassini e gonna scozzese come me, erano deliziose. quando venivano in tuta per le ore di ginnastica erano due atlete in miniatura. erano agili. mentre io arrancavo sul quadro svedese e rimanevo appesa piangendo come un salame alla scala orizzontale, loro salivano, scendevano, volteggiavano, come se la gravità non le sfiorasse.

sapevo che nella loro Tenuta condividevano con i cugini una casa su un albero. che andavano a cavallo. d’inverno spesso sparivano per una settimana tornando tutte abbronzate dopo essere state a sciare sulle Dolomiti. io avevo visto solo una volta la neve, quell’inverno sulla via dei laghi, ad un curvone su uno sterrato. aveva appena fatto un poco di neve e lì, al contrario dell’asfalto, non si era sciolta. io e mia sorella eravamo scese dalla macchina di corsa infilando le mani nella farina bianca e subito eravamo rimaste molto deluse. era fredda e molto bagnata.

le cugine Sabelli non prendevano mai voti eccellenti, ma andavano bene in tutte le materie. sembrava che le loro famiglie non pretendessero la media del dieci, come succedeva a casa mia. erano soddisfatti così. non le obbligavano a leggere continuamente vecchi romanzi per ragazzi arrivati direttamente dai primi del novecento. un giorno le gemelle portarono in classe un libro che fece scalpore: Fantozzi. La signorina Pericoli, l’insegnante di italiano, glielo fece leggere a turno ad alta voce. non pensavo avrei mai potuto ridere così tanto per un libro. i miei testi erano pieni di bambini orfani, malaticci, che sacrificavano la loro vita per la patria o per portare un po’ di pane in famiglia.

un giorno, per il compleanno di una delle due cugine – non ricordo quale – fummo tutte invitate ad una festa nella Tenuta. l’ingresso era un altissimo cancello di legno, che si apriva su un lungo  muro di pietra. era al confine tra la città e i nuovi quartieri. un territorio vergine, ettari di terreno scampati alla nuova urbanizzazione. probabilmente la stessa famiglia Sabelli, proprietari terrieri, aveva costruito e cementificato tutto intorno. ma avevano conservato il loro piccolo paradiso: prati e boschi e colline a loro esclusivo uso. nella Tenuta viveva tutta la famiglia. diverse case attorno ad un’aia, con accanto le stalle dei cavalli e le abitazioni dei contadini. le gemelle ogni giorno sparivano lì dentro, vivendo quella che io immaginavo la loro vita da favola con una famiglia felice ad affiatata, ricca ed accogliente.

la festa era stata preparata all’aperto, non ricordo più quanto giocammo o se mangiammo panini preparati in casa o tramezzini comprati al bar come succedeva a casa mia, quello che ricordo fu il momento del film. i genitori avevano organizzato la proiezione di un film in una delle costruzioni basse riservate ai giochi dei ragazzi. già avere un proiettore grande, come quello dei cinema, con la pellicola nelle grandi pizze e uno schermo che copriva tutta la parete di fondo era una cosa straordinaria. mio padre aveva il suo super8 e lo schermino con il gancio a molla che ogni tanto cedeva e si arrotolava improvvisamente schiacciandoti le dita.

ma la cosa veramente straordinaria, che mi lasciò senza parole e cambiò per sempre il concetto che avevo di cosa era la vera felicità, fu che il film era stato girato da loro. da tutta la famiglia Sabelli, indendo. non un filmino di qualche ricorrenza o le riprese della gita in montagna. no! un vero film con sceneggiatura, montaggio, titoli e musiche. a colori.

era un film di Diabolik. girato dai genitori delle Sabelli e dagli altri cugini. non ricordo chi fosse il protagonista, probabilmente uno dei cugini più grandi, e nemmeno chi interpretasse l’ispettore  Ginko.

ricordo bene però chi fosse Eva Kant: entrambe le cugine. la bionda era Eva nella versione naturale, quando era con Diabolik a casa a preparare il colpo, quando studiava il modo di aiutarlo a liberarsi dall’ispettore che lo tampinava. poi con un abile gioco di dissolvenza e assolvenza Eva metteva una maschera e si trasformava nella cugina mora. erano straordinarie. bellissime e fiere nella loro parte. agili ed eleganti, negli inseguimenti, scavalcavano muri, si arrampicavano sui rami di un albero per entrare da una finestra. nei primi piani gli occhi azzurri e dolci della bionda Eva si trasformavano in quelli verdi ghiaccio della sua clone.

era un film perfetto, avevano ricreato ambienti e costumi, incluse le maschere nere. avevano seguito il  racconto di uno dei fumetti delle sorelle Giussani. erano riusciti a girare anche uno spettacolare inseguimento in auto con la mitica jaguard nera inseguita dalla giulietta verde dell’ispettore lungo gli sterrati delle cave vicino alla città. Quelle che avevano ospitato le riprese di tanti spaghetti western.

a fine proiezione ero sopraffatta dall’ammirazione e dall’invidia. non avrei mai potuto eguagliare le cugine. mai sarei stata coinvolta in un’operazione così geniale e divertente.

mai avrei potuto essere io Eva Kant.

lipari

segue da sull’Isola #2

 

Mi siedo su una roccia, le gambe raccolte tra le braccia, il mento sulle ginocchia. Resto in ascolto del vento che taglia la spuma alle onde e mi fischia accanto.

Quell’estate era quasi passata in un lampo. Pensavo di aver già vissuto tutto il bello che potevo.

A casa mia madre e mia zia erano in fremente attesa che arrivasse Marco. Marco il bello, Marco che sapeva far ridere tutti con le sue storielle, Marco il motociclista, il sub, il calciatore.

Figlio di amici di famiglia io lo ricordavo già grande quand’ero bambina.

Era stato impossibile non innamorarmi, non desiderarlo e per lui impossibile resistermi. Avevo capito subito quanto lo attraevo ed ero sfacciata, lo corteggiavo senza vergogna. Avevo solo diciassette anni, dieci meno di lui, e cercò in tutti i modi di resistermi.

Avevamo fatto l’amore la prima volta sulla sabbia, tra le barche tirate a secco. Alla fine mi aveva chiesto:” Ma tu quando fai l’amore non parli mai?” non sapeva ancora che per me era la prima volta.

Giorni di passione furiosa, nascosta, salata come la nostra pelle cotta dalla salsedine. Poi la partenza. Io di nuovo segregata nella casa paterna. Lui alla sua vita tra lavoro e sport e donne che lo corteggiavano e squarci di tempo strappati per stare qualche ora assieme.

Appena maggiorenne me ne andai di casa. Non dissi mai che era per lui, ma da quel momento la nostra storia cambiò. Niente più ore rubate, niente fughe nascoste. Dovevo fare l’esame di maturità. Mi preparavo furiosamente, con l’idea che poi sarei stata definitivamente  libera. Libera di scegliere la mia strada, libera di essere la sua donna.

Partiva per l’Isola. Mi disse che mi aspettava. Che dovevo andare bene all’esame. Che lui non poteva mica stare con una somara.

Andò come andò, né bene né male, e finalmente lo raggiunsi sull’Isola.

Sento il rumore di un motore. E’ il pick-up di Turi. Sa sempre dove trovarmi.

– Ma che schifo di posto è diventato questo, che si arriva dappertutto in macchina?

Mi sorride

– E certo, perché noi dobbiamo andare a piedi così quando arrivate voi dal continente, due giorni l’anno, trovate l’Isola ancora selvaggia come una volta!

Rido anche io. è la verità. Noi vorremmo che alcuni angoli del nostro mondo venissero preservati dal tempo, destinati all’immobilità.

Si siede accanto a me, anche lui attratto irresistibilmente dalla luce che attraverso le nuvole tinge il mare di viola.

– Non ti stanchi mai di guardarlo, il mare?

– Mai!

Dopo la moglie e le figlie vengono l’Isola e questo mare.

……Anche se a volte è un traditore bastardo.

Sai che non ho mai saputo esattamente com’è andata?

Lo guardo interrogativa

– Si, cioè, so bene quello che è successo…. ma non ne abbiamo mai parlato.

– Vuoi che ti racconti.

– Se te la senti…

Parlo piano, con la voce bassa, senza guardarlo. Entrambi fissiamo l’acqua scura che si agita sotto di noi.

– Eravamo usciti presto, con il tuo gozzo, come ogni mattina. L’ora buona per pescare. Come sempre scendevamo in acqua insieme. Lui con la mezza muta e il fucile e io che lo seguivo con maschera e pinne. La prima volta che lo avevo visto scendere in profondità, in apnea, ero rimasta folgorata. Il torace gli diventava immenso, la vita fina come quella di una ballerina. Si muoveva tra le rocce senza fretta, come l’aria non dovesse finire mai. Poi un colpo di pinne e tornava in superficie. Soffiava fuori l’acqua dal boccaglio e respirava normalmente prima di rimmergersi di nuovo. Ero affascinata da questa sua capacità. Io restavo a guardarlo dall’alto. Cercavo ogni tanto di seguirlo sott’acqua ma la mia aria finiva sempre troppo presto e il mio corpo sembrava tendere al galleggiamento più di una boa. E poi segretamente io facevo il tifo per i pesci….

Turi si volta verso di me e sorride

– Quel giorno aveva scovato delle tane qui vicino. Vedi quello scoglio lì, davanti  alla spiaggia? Non era molto profondo, forse quindici  metri.

Aveva già preso una cernia. Grossa. Era risalito e mi aveva passato l’arpione con quel bestione che si dibatteva ancora.

– Ce n’è un’altra! Mi aveva detto prima di rimmergersi.

Ero rimasta con sto mostro che spalancava la bocca divincolandosi e la barca era pure abbastanza lontana. Nuotando a fatica con il braccio teso, cercando di non farmi avvicinare la bestia ero riuscita a posare la fiocina – anzi l’avevo quasi lanciata oltre il bordo –  e poi, quasi senza fiato, a tornare indietro verso il punto dove si era immerso.

Era risalito e risceso già due volte.

– E’ furba questa!

– Dai lasciala perdere, è entrata troppo in profondità.

Macchè! Era ridisceso. Cercava di stanarla con la punta del fucile, ma quella evidentemente si sentiva sicura dov’era. Ha dato un colpo di pinne e ha iniziato a risalire sempre guardando in basso.  Improvvisamente ha alzato la testa, un solo istante. Ho incrociato i suoi occhi. Poi il collo si è piegato, le spalle sono come scivolate in avanti, ho visto il corpo  afflosciarsi e iniziare a scendere.

No! Cazzo, No! Ho urlato, dentro di me. Ho subito preso fiato, cercando di arrivargli vicino prima che scendesse troppo in profondità. Vorrei dire che c’ero quasi, che forse potevo prenderlo. Invece no, non mi sono neanche avvicinata troppo. Non ci riuscivo. Era passato solo un momento e già era sul fondo. Forse ci eravamo spostati più avanti, sui venti-venticinque metri e per me era troppo profondo. Non sapevo più cosa fare. Ho iniziato a nuotare come una pazza verso la barca. Ho cercato i razzi nella dotazione di bordo e ne ho sparato uno. Poi mi sono ributtata in acqua. Disperata riuscivo solo a vederlo senza poterlo raggiungere. Non è passato tanto. Forse dieci minuti. Per me è stata tutta una vita. Sono arrivati con un gommone, si sono buttati, lo hanno ripreso. Il resto lo sai, c’eri anche tu.

Tra di noi è di nuovo silenzio.  Non c’è bisogno che ci diciamo altro. Rimaniamo a guardare il mare, aspettando che le onde dell’emozione tornino a placarsi.

Le nuvole si aprono per un istante e un raggio di sole improvviso riesce ad arrivare fino a noi. E’ come il segnale che possiamo tornare a parlare e partiamo insieme

– Io credevo che..

– Non pensavo…

Scoppiamo a ridere

– Dì

– No, di tu…

– Io credevo che non saresti mai più tornata qui all’Isola.

– Si lo so, neanche io credevo sarei mai più riuscita a venire. Ma poi vedi com’è la vita. E’ passato il tempo. Ho incontrato un uomo, l’ho sposato, ho avuto dei figli. Ora ho vent’anni in più di quelli che aveva lui quando è morto…. e a me sembrava così grande…. Ho sentito che potevo far pace con questo dolore. Che la vita mi ha regalato una felicità e per questo devo essere grata. Ho dovuto venire.

– Sono contento di aver diviso con te questo momento.

– Grazie Turi. Tu gli sei stato amico per tanto, e solo tu potevi capire cosa significava per me tornare qui, a questa spiaggia.

– Vuoi che andiamo ora?

– Si, dammi un passaggio con quel tuo catorcio, va!

Mentre scendiamo dal Piano verso il porto mi ricordo di un pomeriggio passato con Marco nella pineta, sdraiati su un letto soffice di aghi di pino a intrecciare le dita con le sue guardando verso il cielo. Tu sei il mio sole, mi aveva detto.

Cala Fico

segue da Sull’isola

Anche allora ero rimasta fuori, in  piedi,  a prendere il vento e rubare con gli occhi tutto il blu che potevo. E le isole che arrivavano sempre più vicine, come un piccolo gruppo di formiche  su un grande prato. Mi presi una congestione per tutto quel vento di prima mattina.

Ma passò.

A sedici anni, diciassette da compiere dopo pochi giorni, passa tutto.

La casa che aveva comprato mia zia era poco più che un ricovero. Due locali in calcina bianca, cucina all’aperto sotto il patio, bagno dietro, subito sotto al Vulcano. Era l’ultima casa che si incontrava salendo per il sentiero che portava alle bocche. La prima sulla via del ritorno, dove tutti cantavano.

Per tanto tempo mi sono chiesta come mai chiunque – ma proprio chiunque – salisse alle bocche del Vulcano, quando scendeva, cantava a squarciagola.

Quando sono salita io, scendendo, cantavo.

Non c’è solo questa, di magia, sull’isola. Ce ne sono tante. Ma ogni isola ne ha. E’ per questo che le amo tanto, le isole.

Ma qui.

– Qui non so cosa è successo. La mia vita ha toccato l’essenza, come forse non ha mai fatto dopo.

– Dici davvero? mi chiede Turi.

– Si. E’ così. Forse solo durante il parto dei miei figli ho sentito la stessa cosa.
Qui sono stata  ad un passo dal centro del mondo.
Ero  diventata una selvaggia. In poco tempo avevo smesso del tutto di usare i sandali. Giravo scalza tutto il giorno tra le rocce e il mare. Esploravo quello che  mi sembrava un universo intero.
Una volta, sai, ho pensato di fare il giro dell’Isola a piedi. Non mi ero proprio resa conto del fatto che ci fosse un’enorme altura rocciosa invalicabile. Era un’Isola e quindi potevo farne il giro!

– Eri picciridda, non  potevi capire!

– Si ero giovane, ma piccola non lo sono stata mai.

Mi guarda, senza fare domande, ma con lo sguardo mi passa gli occhi, cercando risposte.

– Ti sei sempre fatta una colpa di quello che è successo. Ma tu niente potevi fare!

– Lo so. Lo so. Eppure alle volte il destino di una persona cambia per pochi attimi, per un soffio di respiro in più. Se avessi potuto nuotare più a fondo…..

– Certo, allora pensa come vuoi tu. Intanto niente puoi cambiare… solo farti male.

– Sto bene, credimi. Ormai è passato tanto tempo ed ora sto bene.

Continua a guardarmi come se solo gli occhi potessero veramente catturare il pensiero. Niente parole, solo sguardi. Scuri, profondi, ineludibili.

Lentamente si alza e si avvia verso la porta

– Ora vado, devo passare dall’albergo.

Turi vive a Messina, con la moglie e le figlie, ma ha diverse attività sull’isola. Quando l’ho chiamato per chiedere se potevo andare in una stanza del suo albergo mi ha detto che anche lui sarebbe stato lì in quei giorni. So che non è vero, d’inverno è difficile che venga. Lo ha fatto solo per me. Per non farmi tornare da sola.

– Va bene. Io faccio un giro.

Esco e mi dirigo verso il piccolo promontorio dietro alle Sabbie Nere. Cammino su un sentiero che conosco, anche se non ne avevo memoria.  Costeggia il mare. Salendo e scendendo dai rilievi di roccia arrivo all’insenatura.

La Cala dei Fichi. D’estate molte barche arrivano qui solo per riuscire a cogliere i fichi maturi, gonfi di zucchero, dalle piante sulla riva. Irraggiungibili da terra.

Io infatti rimango in alto, sulla scogliera a picco sulla spiaggia.

Guardo il mare, scuro, gonfio. Un mare d’inverno che non lascia neanche immaginare la trasparenza dell’acqua che ho conosciuto d’estate.

(continua)

sl1-2L’isola mi accoglie come aveva fatto tanti anni fa. Silenziosa e altera. Grigia e rigida nella luce dell’alba. Arrivo con l’aliscafo restando in piedi all’esterno come sempre. Non riesco a sopportare il chiuso e il rollare innaturale che produce. Rimango fuori, nel vento creato dalla velocità. Che si spegne piano piano, mentre i motori scendono di giri e l’Isola si avvicina.

Arriva forte l’odore di zolfo, mentre scendo lentamente dalla passerella di legno. Un odore che quando sei sull’isola non senti più. Tutto è impregnato. Tutto è  zolfo. Quando sei qui.

Turi mi aspetta con la campagnola davanti al molo. Mi guarda, mi prende dalle mani il trolley, lo carica dietro, mi da un frettoloso e stitico abbraccio e sale in macchina facendomi segno di imitarlo.

A casa trovo una colazione calda, dolce e irresistibile. Anche se inverno la brioche calda e il caffè forte con la crema, come piace a me.

– quanti anni è che non vieni?

– trenta, credo, forse qualcuno in più

– ma perché non venisti più?

-non ce l’ho fatta. Credimi. All’inizio non ce l’ho fatta. Poi la vita, il tempo.  Tutto.

– Si lo so. Come stanno i tuoi figli

– Bene. La grande studia. Il piccolo è una dolcezza.

– Bene

Passa un silenzio.

In un altro luogo, in un altro tempo, sarebbe un silenzio duro da sopportare. Qui. In questo momento è il minimo per riuscire a riprendere fiato

Turi non è cambiato. Era rude e rude è rimasto. Nei modi, non nei sentimenti. Quelli sono profondi ed immutabili. Trent’anni di distanza non li cambiano.

Ricordo l’arrivo sull’isola di allora. Stesa ora, stesso aliscafo, stesso molo. Ma l’isola era diversa. Sempre silenziosa e altrera, nella sua nube di zolfo. Ma immersa in una caligine che aspettava solo il minimo movimento del sole per riuscire a sfiancare gli animi più saldi.

(continua)

Come-aprire-un-pubEntro nella locanda. 
La differenza di temperatura mi sorprende piacevolmente. Fuori il freddo umido di una serata piovosa, dentro il caldo un poco puzzolente di cibo e umanità.

Vado al banco, sono sola e non mi va di sedermi a un tavolo. Questa benedetta abitudine femminile di non attirare l’attenzione. Chiedo una birra, rossa. Ho voglia di alcolici destrutturanti. Ho bisogno di spegnere il mio cervello per qualche ora.

Mi siedo su uno sgabello alto e inizio a sorseggiare la mia Leffe Cuveè, prodotta in Belgio, birra d’Abbazia a 8.4 gradi, temperatura ambiente.

Giro attorno gli occhi, più per vezzo che non per reale interesse alla varia umanità raccolta in quel locale. A ore dodici il mio sguardo si blocca. Un tavolo con un uomo e una donna. Inizialmente la mia attenzione è attratta dalla sensualità con la quale si stanno guardando. Dalla bellezza della giovane donna, e dalla prestanza del suo uomo. Un momento dopo mi fisso su di lui. Ha una gamba che finisce proprio sopra la coscia. Una stampella appoggiata alla sedia e il pantalone cucito poco dopo la fine del moncherino.

Il barista non è esattamente mio amico. Mi ha visto sì e no altre due volte. Ma ha voglia di parlare e ha intercettato il mio sguardo.

– Hai visto? Quel pezzo di figliolo! E pensa che fino a un mese fa non me ne ero accorto perché aveva una gamba finta. Sai com’è successo? Incredibile…

Anche se di solito scoraggio le confidenze, sono troppo attratta dalla storia per bloccarlo.

– Era in moto con la ragazza, quella che sta con lui al tavolo, quando ha avuto l’incidente. E’ andato contro il guardrail. Si è tranciato la gamba. La ragazza niente, solo qualche escoriazione. Un automobilista si è subito fermato e ha avuto la forza di bloccare l’emoraggia con le mani e di calmarlo e di parlargli per tutto il tempo che c’è voluto prima che arrivasse l’ambulanza. Gli ha salvato la vita sai? Lui era sotto shock, ma dopo qualche tempo l’ha cercato e l’ha incontrato e ringraziato per quell’interminabile mezz’ora a tenere stretta la sua coscia  per non farlo morire dissanguato, parlandogli con calma per non farlo impazzire.

Resto in silenzio, senza parole. Non riesco a immaginare lo shock subito da quei tre. Il ragazzo senza più una gamba, la ragazza in terra e l’uomo a fermare il sangue.

Dal tavolo si accorgono che io e il barista stiamo parlando di loro. Li stiamo evidentemente fissando in modo sfacciato. L’uomo ammiccando mi fa cenno con una mano di accomodarmi sulla sedia libera accanto a loro. La donna mi sorride. Mi siedo al loro tavolo. Mi scuso  per l’invadenza.

– Non ti preoccupare, ci siamo abituati – dice lei – Quando avevo la gamba artificiale, nessuno ci faceva caso – aggiunge lui – ma ora ho un problema, un’infezione, e non posso portarla per un po’. Ho esagerato con gli allenamenti.

Lo guardo interrogativa.

– Prima dell’incidente io correvo – dice – e anche parecchio. Partecipavo a gare e maratone. Mi sono fatto preparare un arto artificiale sperimentale. Tipo quello di Pistorius, hai presente?

Annuisco.

– Ho fatto parecchie gare. Mi sono piazzato niente male, sai? Ma ora ho un’infezione al moncherino e devo stare un po’ a riposo.

Mi parla con la tranquillità con cui si racconta di un taglio di capelli riuscito male. Poco importa tanto ricrescono.

Mi spiega di come ha superato lo shock grazie alle cure della sua ragazza. Lei è stata fantastica, dice.  E la guarda con dolcezza mentre le accarezza la mano. Ora si sono sposati, stanno cercando di avere un figlio.

Poi con aria molto complice mette i gomiti sul tavolo e avvicina il suo volto al mio.

– Non ho perso la gamba per caso, sai?

Non capisco

– Quell’incidente mi ha salvato la vita. I medici hanno recuperato l’arto amputato e lo hanno esaminato per capire se avevano un margine per tentare una ricostruzione. I chirurghi sono fissati sul riattaccare pezzi di corpo. Hanno scoperto che avevo un melanoma sotto il ginocchio.

Lo guardo esterrefatta.

– Si. Avevo un cancro alla gamba. Non me ne sarei accorto, probabilmente. Era un melanoma maligno, molto aggressivo. Mi hanno detto che quasi certamente mi avrebbe ucciso.  Capisci che fortuna? L’incidente mi ha strappato via la gamba e mi ha salvato la vita.

Questo il sogno.

Quando mi sveglio, sono sudata ed è ancora notte.

Il senso del sogno mi appare subito in tutta la sua crudele realtà.

disegno di Salvo D'Agostino

disegno di Salvo D’Agostino

Camminava sul marciapiede, in attesa dell’arrivo del treno in ritardo di venti minuti.

Il sole illuminava quasi tutto il primo binario, arrivando fino a sotto la pensilina. L’aria invernale del mattino era diventata tiepida.

Attendere l’arrivo di qualcuno è sempre una piccola emozione. Quando poi un evento imprevisto dilata l’attesa, l’emozione diventa più forte.

Lei camminava lungo il binario con un’andatura da ballerina, seguita dal suo cane nero al guinzaglio. Testa alta, fronte al sole, spalle rilassate. I piedi poggiavano in terra quel tanto che bastava per darle uno slancio in avanti. Come non volendo mischiarsi col pavimento anonimo e freddo.

Dal primo istante in cui era entrata in quella stazione e aveva preso coscienza del ritardo del treno, aveva attivato la sua piccola modalità di sopravvivenza: lo standby. Quando le emozioni rischiavano di travolgere la sua vita, di precipitarla in quegli stati di ansia in cui non aveva più voglia di trovarsi, attivava una sorta di sospensione, una momentanea archiviazione, che le permetteva di tenere sotto controllo la situazione. In quel momento i suoi pensieri erano assorbiti dal luogo in cui si trovava, dallo stato in cui era ridotto e dalle persone che abitavano provvisoriamente con lei quel marciapiede assolato.

La stazione era un monumento alla storia moderna. Un marmoreo monumento creato per l’arrivo dell’ospite più scomodo e ingombrante Roma abbia avuto negli ultimi cento anni: Adolf Hitler.

Per il suo arrivo a Roma quella che era una piccola fermata di campagna era stata trasformata in una stazione monumentale per accogliere “romanamente” il dittatore tedesco.

Ora, quel mausoleo all’Italianità, era diventato un triste luogo di passaggio, contenitore di sporcizia, detriti e umanità allo sbando.

Avvolto alla buona in una zozza coperta di lana, che le ricordò subito quelle che lei aveva portato giorni prima alla parrocchia vicino casa, c’era un giovane, magro al punto tale che si poteva immaginare vederlo svenire  da un momento all’altro.

Camminava, anzi barcollava, anche lui nella zona soleggiata del marciapiede, aprendosi un varco chimico tra le persone che al suo passaggio giravano la testa con una smorfia disgustata e si affrettavano ad allontanarsi. Aveva il viso illuminato da una smorfia di esaltazione, e teneva stretta a se la coperta da cui spuntavano solo la testa scarmigliata e i piedi sporchi infilati in due residui di scarpe da ginnastica.

La bocca si muoveva, mormorando litanie incomprensibili, e gli occhi spalancati giravano intorno cercando chissà quale presenza.

Lei ebbe l’impressione che lui vedesse intorno a se un mondo altro, qualcosa che nessuno dei presenti poteva percepire. Lo seguì con lo sguardo mentre andava a sedersi in terra, in fondo al binario, e iniziava a dialogare con qualcosa d’invisibile che avrebbe potuto essere anche il raggio di sole che aveva di fronte. Un monologo mistico all’aria calda del mattino.

Provò un certo imbarazzo, come stesse sbirciando dalla serratura di una camera. Come se la sacralità di quel mormorare, di quel dialogo innaturale, non dovesse essere profanato da chi non poteva vedere.

Si girò e iniziò a percorrere il binario nel verso contrario, con il cane al suo fianco.

La banchina era molto lunga, proseguiva molto oltre la pensilina che costeggiava la stazione. Andava avanti, affiancando il primo binario, inoltrandosi in una sorta di zona di campagna. Uno sterrato pieno di arbusti e casupole al cui lato i binari si sdoppiavano e allargavano in un delta che portava i treni oltre la città nelle più svariate direzioni.

Il marciapiede diventava più stretto e pieno di immondizie. Lei iniziò a notare resti di cibo e grovigli di coperte, residui giacigli notturni delle anime perse che abitavano lo scalo. Il cane percepiva odori forti, lo capiva da come strattonava il guinzaglio cercando di lanciarsi dietro le sue tracce olfattive. Vide escrementi umani dietro le siepi ridotte a sterpaglia.

Si pentì di essere arrivata fino a quel punto. Sentiva di essere al confine della comoda civiltà urbana. Nell’atrio della disperazione umana.

E mentre decideva di girarsi per tornare indietro sentì il rumore metallico di un treno che arrivava alle sue spalle. L’inconfondibile, pesante rumore di un lungo treno merci che passava lentamente sul primo binario, frenando, fino a fermarsi accanto a lei.

Improvvisamente si sentì trascinata indietro nel tempo. Percepì con chiarezza l’ambivalenza di quei vagoni chiusi da pesanti maniglioni di ferro.

Proprio in quei giorni si rievocavano al Ghetto e in Sinagoga gli strazi cui erano stati assoggettati gli ebrei romani, e in quel momento lei percepì con chiarezza quello che era stato in quel luogo, in un altro tempo, un momento di quello strazio.

Ora, diritta accanto a quel treno merci, con il cane nero al suo fianco, come una sorta di Kapò, si sentì invadere dalla vergogna, da uno strano senso di nausea voyeuristica, che le impose di girarsi e con passo velocissimo tornare al centro della stazione, superando quelle oscene carrozze di legno e ferro e sangue.

Bastò poco. Ritrovarsi sotto gli altoparlanti che mandavano ossessivamente lo spot di un gestore telefonico. L’odore di caffè che arrivava dalla porta aperta del bar. Le voci concitate con cui una comitiva di turisti si affrettava verso il sottopassaggio. Tutto questo la riportò in un istante nel momento presente, nel suo stato di attesa del treno e del suo passeggero. Dallo standby alla concreta emozione dell’attesa del suo incontro.

(Nella stesura di questo post ho avuto l’ausilio di un editor d’eccezione, di cui (al momento) non sono autorizzata a rivelare l’identità. Spero di non aver tradito il suo lavoro)

Cronache di un pigiama rosa

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