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un giorno, poco più di una settimana fa, tornavo verso l’ufficio dopo una breve pausa. passavo per una piazzetta dietro la casa dove abiterò ancora per pochi giorni, accanto ad una chiesa di rito copto. aveva appena smesso di piovere ed una ragazza molto giovane, bruna, volto corrucciato e sguardo perso in avanti, camminava con passo deciso incontro a me. la seguiva un ragazzo, coetaneo, biondino, di quel biondo un po’ anonimo, con il viso segnato dall’acne e le sopracciglia piegate ad un muto appello. aveva in mano un ombrello, di quelli pieghevoli, per l’appunto ripiegato. lo stringeva con entrambe le mani. quasi fosse l’ombrellino a sorreggere lui, e non viceversa.  disse, portando la voce un po’ in avanti, verso lei: allora oggi pomeriggio andiamo  a …. ?  lei fece un gesto, senza girarsi, con la mano a cornetta vicino all’orecchio, come a dire: telefonami. lui, con sguardo ancora più intensamente appellante: ma ci vediamo comunque? ….alle cinque? lei ancora senza voltarsi e continuando a camminare scosse la testa, in un muto ma deciso diniego.
Io ero oramai passata oltre, non potevo fermarmi, sarei stata notata per la mia indiscrezione. ma arrivata in fondo al vicolo, quando oramai dovevo forzatamente svoltare e perdere il contatto visivo e auditivo della scena, non resistetti e mi voltai.
lui era fermo all’angolo prima della piazzetta. lei inesorabilmente andata. era rimasto li, attaccato al suo ombrellino, tirando e richiudendo il piccolo manico, guardando nella direzione in cui lei era sparita.

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ero nella casetta di periferia, con il falegname che mi aiutava a montare mobili. anzi lui li montava mentre io giravo per casa  tentando di creare pile di scatole adatte al transito da una stanza a l’altra. avevo deciso di fare una pausa ed avevo comprato per entrambi e per il piccoletto della pizza alla pala, in una rosticceria che sicuramente sarà il mio punto di riferimento per i prossimi giorni.
mangiando, in piedi, nella piccola cucina, ci siamo messi a parlare di case, e lavori, e figli. e così ho scoperto che il figlio del falegname, di cui purtroppo continuo a non ricordare il nome – che è un nome da uomo in romania – certamente – ma che in italia sembra un nome da donna – ho scoperto dicevo che il figlio ha undici anni. lo avevo visto la domenica prima, con la madre, quando erano venuti a casa mia, la  casa dove abiterò ancora per sei giorni, per vedere il lavoro da fare. e mi era sembrato coetaneo del mio, del piccoletto, che ha nove anni. invece lui ne ha undici, ma non ancora compiuti, mi dice m. (l’iniziale del nome la ricordo) con occhi orgogliosi, li farà questo mese. ed il piccolo figlio del falegname, già da due anni, la mattina va a scuola da solo. ora frequenta la prima media, ma lo faceva già alle elementari. e poi all’ora di pranzo esce di scuola, da solo e da solo va a casa, dove mangia da solo e rimane da solo fino al ritorno della madre. il padre torna più tardi. vivono in un paese vicino roma ed entrambi lavorano in città. lui falegname, lei fa “le pulizie”. in una casa di piazza di spagna, da tredici anni, sempre la stessa famiglia, mi dice lui, sempre con sguardo orgoglioso. tranne quando ha avuto il bambino. i primi anni era venuta la suocera, dalla romania, per aiutarli. ma poi era ripartita, e loro si sono organizzati così.
Il pensiero di quel bimbo  già così autonomo, mentre il piccoletto ha bisogno quasi che gli infili ancora le mutande mi ha fatto molto pensare.

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una mattina, pochi giorni fa, passavo in macchina, con il piccoletto, accanto ad una scuola occupata. l’avevano occupata pochi giorni prima, e noi c’eravamo. passavamo proprio mentre veniva tirato fuori dalle finestre uno striscione e tutti i ragazzi sotto ad applaudire….. ho spiegato al piccoletto cosa è un’occupazione, e come sicuramente succederà anche a lui, così come è successo alla ventiduenne, di dormire a scuola in un sacco a pelo, sdraiato sopra due banchi uniti. quella mattina fuori la scuola c’erano studenti, insegnanti, qualche genitore. passando con la macchina, lentamente per non urtare nessuno, ho notato un gruppetto di ragazzini intorno ad un biondino con la chitarra a tracolla. erano lì che aspettavano che lui trovasse il giusto accordo. e lui, con un sorriso molto soddisfatto lo ha preso quell’accordo, ed ha iniziato a suonare e cantare una canzone in inglese che non conoscevo affatto. io però ero molto più concentrata sul suo volto, che non sulla melodia. mi chiedevo dove avevo già conosciuto quel ragazzo. un volto familiare, quasi intimo. pochi metri e con la macchina li ho superati, svoltando sulla piazza del monte dei pegni. ed ecco che mi sono ricordata. del ragazzino dopo la pioggia, delle sue mani strette sull’ombrello, e di lei che se ne era andata.
chissà se ora era li, tra la folla di ragazzi sotto la scuola occupata, a sentirlo suonare la sua canzone……

 

Per la prima volta nella vita mi ritrovo nel ruolo dell’Altra.

Dopo anni passati a crescere la prole in assenza della presenza casalinga di un uomo, che invece prendeva il pargolo per il fine settimana o per un pomeriggio con pernotto, sono diventata io “quella della domenica”.

Per un periodo breve s’intende.

Ma è un’esperienza particolare. Molto particolare.

Ora, cari figlioli, se mi leggete sappiate che è dato per scontato il mio materno dispiacere di non avervi ogni istante e la mancanza totale che mi procura la vostra assenza.

(Questo per non dover ricorrere in futuro a costose cure analitiche.)

La ventunenne è da qualche mese traslocata nella casa paterna.

Il piccoletto, per soli quindici giorni, in quella del di lui genitore. Non che non fosse mai accaduto di stare per tempi lunghi lontana dai figli. Ma la cosa era sempre stata associata a partenze per regioni amene dell’Italia del sud.

Ora invece siamo tutti in città. Loro a casa dei padri. Io a casa mia. Sola.

Senza dover fare la spesa, senza dover fare lavatrici, senza nemmeno accendere il fornello se non per il caffè doppio alla mattina.

Periodo di stravizi? No per niente. Ore e ore in ufficio e poi al teatrino in periferia e poi di nuovo in ufficio. Caviglie gonfie e culo a forma di sedia. E per smaltire, qualche chilometro a piedi con la cagnetta.

Ma è il mood che mi esalta. Essere io a chiamare per sapere come stanno. Essere io a sentirmi dire: quando ci vediamo? Essere io a organizzare nel pomeriggio con pernotto la visita da Esplora. Dedicare un pomeriggio intero alla sua delizia. Essere io a dire: se vuoi domani andiamo a comprare il necessario per il tuo viaggio.

Essere dalla parte di chi manca, di chi arriva con una sorpresa, di chi organizza il momento ludico, di chi è di più!

Questo è stato il mio mood per due settimane. Essere l’altra, non data per scontata, non trasparente mentre gira per casa raccattando cose, non trattata con sufficienza o impazienza.

Ed avere a mia volta la serenità, la calma, la gioia e il tempo completamente dedicati ad essere lì, in quel momento, per dare il mio massimo.

Vi amo.

 

 

donne-cena-pesceCinque donne intorno a una tavola su una terrazza romana.

G. si è appena separata dopo più di vent’anni di matrimonio. Ha un aspetto splendido. Ci ha invitate a cena perchè dopo mesi l’ho chiamata e ci siamo riviste per un caffè. Ma non basta per riprendere un’amicizia che è durata tanto, tanto tempo. E lei supergenerosa ed ospitale com’è (napoletana), favorita da una splendida grande casa, ha organizzato una cena dove reincontrarci insieme ad altre amiche.

P. è sempre bella, per lei gli anni sembra non passino. Anche lei separata, ma da anni ormai, ha un compagno fisso che vive all’estero. Da sempre. Prima in Germania, ora a Londra. Sono ricercatori. Ride sulla questione Marino-Vivisezionista. Nessun medico o chirurgo può evitare di passare per l’utilizzo di animali cavia, dice lei. E quindi parla di strumentalizzazione politica. Ci vuol poco a capirlo, dico io, quando Roma è tappezzata da manifesti con Alemanno abbbracciato ad un gattino. Dico Alemanno! Avete mai visto lo sguardo di Alemanno dal vivo? Potrebbe far scappare un Dobermann.

F. è come al solito una tacca sopra le altre per sensibilità. Riesce a capire tra le pieghe di un racconto i passaggi emotivi che lo hanno generato. Io penso sia per tutti i problemi di salute che ha dovuto sopportare. Anni di lotta ad un diabete che le dava vita a tempo. Il tempo di azione dell’insulina, poi era come si spegnesse una candela. A vederla così abbronzata e mesciata, sempre in gran forma fisica e vestita carina non si potrebbe immaginare che ha subito un trapianto di reni ed è sempre sotto farmaci. Infatti è  splendida, come sempre. Tranne alla fine, quando dice che è ora e deve andare, e si capisce che per lei non è un modo di dire. Come cenerentola ha un tempo di autonomia. E quando scende le scale ha già un altro volto e il pallore sotto l’abbronzatura delle Eolie. P., la sorella, le va dietro per sostenerla e scortarla fino a casa.

A. è il solito grillo. Siamo salite assieme, e in macchina mi ha già fatto il terzo grado. Vuole sapere tutto. L’amore? Quale? Ma lo scrittore… Finita. Ma che fai tu con gli uomini, li consumi? Rido. No, era una storia molto complicata. Mi chiede del lavoro. Dopo tanti anni non hanno ancora mica capito bene che lavoro faccio. Sono leggermente fuori dai canoni. Le chiedo dei figli. Lei è un’altro dei grandi misteri femminili. E’ una donna minuta, non bellissima, il viso segnato anzitempo dall’età. Ha sposato da poco un uomo bellissimo molto più giovane di lei. Dopo anni di convivenza lo hanno deciso per poter adottare un bambino. Ne hanno avuti due, dall’africa, fratelli gli hanno detto. La femmina è una quasi adolescente, il maschio ha cinque anni. E’ sconvolgente pensare come due persone che non hanno mai avuto figli possano passare in un attimo da zero a cento in questo modo. Sono dei miti.

Cinque donne attorno a una tavola mangiano e bevono e ridono e si raccontano e ritrovano la gioia di essere assieme. Ancora una volta. Nonostante tutto.

foto1Freno e mi accosto passato il semaforo. F. arriva subito dopo, come mi aveva detto, in taxi. Da via Margutta a casa mia, poche fermate di autobus, io normalmente la faccio a piedi. Sale in macchina tutta sorridente. E’ vestita e truccata anni settanta. E’ il tema della festa di N. Io non mi sono abbigliata, veramente. Ho messo jeans e zoccoli. E una camiciona a fiori. Lei è tutta contenta di venire con noi in macchina. Con me e il piccoletto. Perchè “veramente per una donna andare sola con i mezzi è proprio impensabile”. I genitori le dicono così. Ha quasi la mia età. Credo. Mi parla del laboratorio che stanno facendo con N., di come le stia aprendo la vita alle relazioni umane. Mi aggiorna sulla situazione della sorella e della nipote nata con una gravissima malformazione al fegato, trapiantata con un intervento di straordinaria chirurgia neonatale con metà fegato di un ragazzo deceduto per un incidente in motorino, sopravvissuta a terapie e nuovi interventi. Tosta la bimba, e tosta la madre che non molla mai. Le ho conosciute questa estate, F, la sorella e la nipote che ha l’eta del piccoletto. Una famiglia strana, figlie di antiquari. Gente della roma bene, ora un poco in dissesto economico, ma tenacemente ancorate alla famiglia che le chiude in una sorta di mondo a parte. Mi incasino come sempre con la strada. Dobbiamo arrivare in un villino fuori roma dove vive N. con il suo compagno e due cani. Sbaglio. Prendo la Flaminia. E’ tutta bloccata. Torno indietro e prendo la Cassia. Lungo la strada preleviamo un’altra amica di N. che ci ha beccato telefonicamente. E’ un casino abitare così lontano. La villetta è già piena di gente. Amici di N., famiglia di lui, il compagno, che abita lì vicino e che è alla base della scelta dell’acquisto della casa in zona così amena. Ragazzi del laboratorio. Amici attori. Rivedo tante persone legate al festival estivo nel cilento che mi chiedono di Cicoria. Mi fa piacere se ne ricordino. La trovai in quei giorni lì, abbandonata per strada sulla collina. E subito diventò la mia ombra. La mamma di lui ha stracucinato cose buonissime. E’ una donna decisamente invadente ma lo fa in maniera talmente gentile e subdola che te ne accorgi troppo tardi. Lui mi ha raccontato che era ciccionissimo da piccolo, anzi obeso. Fin dopo l’adolescenza. lo faceva mangiare in continuazione. Ora è normale, anche un bell’uomo. La sorella di lui è a tutt’oggi semianoressica.  E’ lì con un uomo, mi sembra più rilassata del solito. Anche lei ha la mia età. Trovo un amico per il piccoletto, un bimbo di sette anni. Il papà mi dice che abitano subito accanto e propone di farli giocare con il loro nintendo. Figuriamoci! Amicizia fatta! Non si muovono da terra, seduti a giocare per due ore. Ogni tanto passiamo ad alimentarli ma la maggior parte del cibo rimane dimenticata accanto a loro, troppo impegnati, e viene spazzolata immediatamente da Ofelia o Amleto, i due cani di casa. Parlo con Franca,  un’attrice napoletana molto brava. Mi dice che sta partecipando ad un progetto europeo: Italia, Germania, Francia, Spagna e Grecia. Sei mesi di lavoro gratis, praticamente, con l’opzione di essere scelti poi nella seconda fase in Grecia. Lei è molto contenta del tipo di occasione, io non faccio commenti. Arrivano R., autore e regista da me molto amato, e la sua dolce ed eterea compagna, attrice. Lui subito circondato di chiacchiere inizia a raccontare amabilmente aneddoti che di solito riempiono le serate. Lei come sempre va a prendere qualcosa da mangiare per entrambi. Fa sempre così. Compone dei piatti con tanti assaggi e glieli porta. Non gli chiede mai prima cosa desidera. Non è una donna fragile o sottomessa, e questa dedizione   molto femminile me la fa piacere. Io vorrei essere come lei, a volte. Lui si fa servire, ma senza supponenza. La ringrazia, come se cibarsi fosse realmente qualcosa al di sopra delle sue capacità, e dipendesse in questo completamente da lei. Accetta sempre la selezione di cibo che le gli propone, e continua a dialogare. Li adoro. Continuo a girare dentro e fuori la casa, saluto persone, gioco con i cani, rientro a controllare il piccoletto. Bevo vino rosso. A differenza dell’ultima volta non devo uscire per fumare. Arrivano amici di N. da Salerno con una valanga di mozzarelle di bufala da urlo. Ho notato dall’inizio della serata  una donna esile, magra, che cammina come una danzatrice. Mi colpisce. Non è giovanissima, anche lei all’incirca la mia età. Porta i capelli raccolti nel tipico chignon delle ballerine. Si muove continuamente in un incedere lento ma nervoso. Non la vedo mai mangiare. Bere si. Credo di aver capito che è la madre del bimbo che gioca con il piccoletto. Ho visto il suo sguardo su di me ogni volta che parlavo con il padre. Ad un certo punto ci troviamo insieme in giardino. Iniziamo a parlare dei figli. Lei ne ha due, anche un’altra bimba che è lì in giro. Sono gemelli. Mi parla di come mangino tanto, mangino tutto, e bene. E di quanto dormano. Dormono tanto. Ma realmente. E mangiano tutto. E dormono. E’ un modo strano di presentare due bambini di sette anni. Si parla così dei neonati. Parliamo a lungo, più che altro lei,  e ad un certo punto mi racconta delle apnee notturne della bambina, che la tengono in ansia e che la fanno dormire poco. Dorme con la bambina. Ma perchè dormi con lei? le domando in un moto spontaneo. Da quando sono nati hanno dormito entrambi con lei. Inizialmente perchè allattava e voleva far riposare il marito, lui a volte lavora anche di notte, hanno degli alberghi. E poi non è mai più riuscita a separarsi da loro. Proprio non ce la fa. Lo scorso inverno il maschio le ha chiesto se poteva dormire nella sua camera, e lei ne ha sofferto moltissimo. Ora dorme solo con la figlia. Il marito in camera della figlia. Le chiedo, in modo dolce: Lo sai che questo non va bene vero? In poco tempo è come se fossimo entrate in una estrema confidenza. Lei è sinceramente consapevole di sbagliare, mi dice, ma non riesce a pensare di non sentire il corpo della figlia accanto nel letto. Guardo dall’altra parte del giardino il marito. Un uomo gentile, mi sembra, un bravo papà direi. Chissà lui cosa pensa di questa separazione forzata dalla sua donna. Da sette anni. Arrivano persone, mi chiamano, ci separiamo. N. spegne le candeline. Il suo compagno la abbraccia e la bacia. Sono molto innamorati. Lui fa il dentista, N. è andata a farsi curare un dente e si sono innamorati. Lui nel giro di due settimane ha lasciato la moglie e sono andati a vivere insieme. Un botto!  Ora è molto tardi, devo riportare il piccoletto a casa e prima devo accompagnare F. ad un taxi e poi  due ragazze ad incontrare amici a Piazza Belli. Saluto la mia nuova amica. Mi chiede se vogliamo vederci e prendere un tè. Mi dice che è stata così felice di avermi conosciuto! Che parlare con me le ha fatto bene e vorrebbe poterlo fare ancora. Certo! Ci scambiamo i numeri su un salviettino di carta. Mi stringe forte la mano. Forse ha bevuto troppo. Vedo un’ansia febbrile nei suoi occhi. Mi imbarazza un poco. Al ritorno scopro che una delle due ragazze in macchina con noi è un’acrobata. Mi ricordo di averla vista scendere dall’alto del Teatro dell’Opera di Roma nel Barbiere di Siviglia, lo scorso inverno. Ha studiato arte circense e lavora prevalentemente con i Teatri Lirici e in grandi manifestazioni. Veramente stasera non finisco di stupirmi .

Nel mese di Gennaio ho avuto una sequenza di scadenze di lavoro che mi hanno tenuto in pista più del solito. Sull’ultima, oggi, io e il socio ci eravamo accapigliati. Non volevo partecipare. Ha vinto facile, mi ha preso sull’orgoglio. Non è un fine psicologo, è un uomo.

Detto ciò, nelle ultime tre settimane non mi sono fermata mai, compresi sabati e domeniche. Non so come, sono riuscita a mettere insieme tempi e orari e, fino alla scorsa settimana, sono andata avanti. Lì mi ha aiutato il padre del piccoletto che, prima volta da otto anni, ha tenuto il figlio fuori dai tempi canonici.

Non che sia un cattivo padre, o un padre che non ama stare con il figlio. Anzi! Ma che ci volete fare, anche lui è un uomo, e ha i suoi modi e i suoi tempi. E se si decide che sta con il figlio il martedì ed il martedì piomba un astronave sulla terra e si innesca una guerra intergalattica con minaccia di fine dell’umanità, lui comunque si darà da fare per essere all’appuntamento con il figlio. Se tutto questo succede di mercoledì… bèh…. può essere che non chiami nemmeno per sapere se gli alieni ci hanno prelevato o meno.

Comunque.  Due settimane fa, contravvenendo alle regole generali, ha tenuto il figlio mentre io ero al chiodo (cosa che sicuramente prima o poi sconterò, ma questa è un’altra storia) .

Ma la scorsa settimana era fuori anche lui per lavoro, e quindi dopo essermi esaurita senza riuscire a coordinare orari di lavoro e necessità di accudimento materno-familiare, sono ricorsa alla ventunenne.

E lei è arrivata. Con libri, casino, vestiti ovunque e collegamento wifi perenne.

Negli ultimi tre giorni le ho mollato casa, piccoletto, cagnetta e gatti e sono rimasta praticamente col culo incollato alla sedia dell’ufficio.

E lei s’è presa questa rogna, ha dormito nella sua vecchia camera, ha fatto fare i compiti al piccoletto, ha giocato con lui, l’ha fatto mangiare dando fondo alle ultime riserve di surgelati (neanche la spesa sono riuscita a fare!) ha giocato con lui, ci ha litigato, ha portato a spasso la cagnetta, ha raccolto il vomito del gatto anziano, ha raccolto l’umido sparso dalla cagnetta quando è rimasta da sola a casa, e domenica pomeriggio ha deciso di andare al cinema con il fratello a vedere l’ultimo film di Tim Burton.

Mentre ero alla ventesima ora di lavoro davanti al PC mi ha chiamato al tel e mi ha detto:” io avrei pensato di andare in macchina”.

Ora. La ventunenne ha la patente. L’ha avuta all’età regolamentare. Ma da allora non ha praticamente mai guidato. O meglio ha guidato raramente con me o con il padre con effetti sconvolgenti per tutti. Da molto non ha più messo mani al volante. Ma, per dimostrare che sono una madre altamente fiduciosa sulle capacità dei figli e che ero totalmente con il cervello cotto dalla stanchezza, ho risposto: ma certo tesoro! le chiavi sono nel cassetto.

E con ciò ho affidato a Santa Pupa la ventunenne, il piccoletto e anche la macchina.

E’ andato tutto molto bene. Loro sono arrivati al cinema. Vivi. Hanno visto il film e sono tornati a casa. Vivi.

La sera, quando sono tornata a casa mi sembrava tutto normale. La ventunenne soddisfatta per aver superato l’ansia da guida. Il piccoletto contento di vedermi. L a macchina parcheggiata regolarmente sotto casa (con un piccolo aiuto del garagista mosso a compassione dalle manovre della ventunenne) . Io contenta per non essere stata una mamma apprensiva e ansiosa.

Stamattina, ancora sotto schock per un’altra (quasi) notte in bianco(il socio ha fatto l’alba), mentre portavo a scuola il piccoletto gli ho chiesto: beh allora com’è andata ieri con tua sorella? come ti sei trovato con lei che guidava? E lui: Bene. Tutto ok. Solo, ad un certo punto, ho pensato che non ce la potevamo fare.

E io, tenendo la macchina che all’improvviso tendeva paurosamente a sbandare: Come? E perchè hai pensato che non ce la potevate fare???

Ma no, niente, solo perché ogni tanto la macchina si spegneva…..

Sospiro di sollievo. Solito problema dello stacco della frizione… si abituerà.  E’ maschio anche lui.

In una casa con mobili messi alla rinfusa. In una camera con una serie di lettini. In uno mi infilo con i miei figli e il mio amore aspettando la fine del mondo. Si la fine, quella vera. Senza un perché o un dubbio. Solo questa consapevolezza che tra poco sarà finita. Niente panico, solo un po di tristezza. E il desiderio di essere abbracciati insieme. Un pensiero mi passa. Ci saranno persone che dormiranno e non si accorgeranno nemmeno. Fortunate. Il letto è un po umido e io mi sveglio.

Solo un sogno, è stato solo un sogno. Sensazioni fortissime e emozioni vive. Ma solo un sogno.

Ma ogni cosa ha un perché, anche un sogno così.

Come se la vita mi stesse dicendo: Eli dai! reagisci. Non lasciare che tutto scorra. Agisci. Vai al nodo delle cose. Prendi il cuore della vita. Circondati solo di chi è realmente importante per te. Tutto potrebbe essere finito domani. La tua vita potrebbe durare ancora poche ore. Vivi ogni istante come fosse l’ultimo. Alza il culo e vai!

Oggi ho anche avuto due input forti dal modo del blog.

Il post di luporenna che mi è sembrato, stranamente, evocativo di questo mio sentire la vita, e la dedica musicale di granellidipolvere perché è di un artista che amo e ho amato molto e in particolare questo brano mi ha seguito in momenti molto speciali.

picasso_Mother_and_Child_1921_Esco dalla scuola con mio figlio. Andiamo a vedere i quadri. In un altro Istituto, quello principale. Andiamo a piedi. Lui è proprio mio figlio, il piccoletto. Ma mentre camminiamo, lo abbraccio come spesso faccio passandogli un braccio sopra le spalle, lui diventa più grande. Al punto che ora è il suo braccio sopra le mie spalle. E’ più alto di me. E’ sempre un ragazzo, il mio bambino, ma alto e grande come un uomo. E’ un po imbarazzante, ma anche emozionante.

Questo è l’inizio del sogno. Poi va avanti. Ma questo è il momento più intenso. Percepire di colpo, così vivamente, la potenzialità di vita di mio figlio. Vederlo improvvisamente già uomo, quando ancora è così cucciolo.

Mi tornano in mente i giorni, tanti, troppi, in cui ero spaccata esattamente a metà tra la certezza di non poterlo assolutamente avere un altro figlio, e l’angoscia di interrompere la gravidanza. E la serenità e l’energia ritrovata quando poi la decisione arrivò, al di là di ogni ragionevole dubbio.

E ricordo perfettamente i suoi occhi nel primo istante in cui ci siamo guardati. E la stretta della sua mano intorno ad un mio dito.

Ricordo l’angoscia delle notti passate a passeggiare e passeggiare e passeggiare, con lui che non dormiva e la mia fronte che ogni tanto si appoggiava al vetro fresco della finestra. Un poco per trovare refrigerio, un poco con l’istinto di sfondarlo quel vetro, per la stanchezza e la rabbia.

E ricordo una mattina, all’alba, quando non potendone più uscii con lui nel passeggino. Camminai a lungo e mi ritrovai in un’atmosfera surreale. Nella luce ancora pallida del primo mattino, nel silenzio irreale di una città ancora addormentata, centinaia di persone si muovevano silenziosamente tutte nella stessa direzione. Chi aveva bivaccato in strada. Chi veniva dalla stazione a piedi. Alcuni erano semplicemente in moto come non avessero mai fatto altro. E tutti verso San Pietro. Era la mattina dei funerali di Papa Wojtyla.  Io non sono cattolica, ma  quella mattina, in quell’atmosfera lì, ho sentito che stava accadendo qualcosa di veramente speciale. Ho avvertito l’energia di preghiera di migliaia di persone così come delle improvvise folate di vento ci si avvertono dell’arrivo di un temporale.  Ho percepito che essere lì in quell’occasione era essere presenti ad un piccolo pezzo di storia. Feci un giro dal ponte di Castel Sant’Angelo e poi me ne tornai indietro, col piccoletto finalmente addormentato nel passeggino.

C’è una favola che va in scena tutte le sere a Roma al Teatro Piccolo Eliseo Patroni Griffi, ancora fino al 4 novembre. Uno spettacolo per bambini serale? No uno spettacolo per adulti “La macchina dei desideri” di Giampiero Rappa.

Rappa è un autore straordinario, non – o non solo – perché scrive dei bei testi, ma perché riesce ogni volta a sorprendere senza mai deludere, a cambiare toni senza perdere la sua specificità, ad essere chiaro e godibilissimo pur mettendo nei suoi testi temi importanti ed urgenti.

Poco più di un anno fa, essendo sempre stata sua grande fan e lavorando assieme per la prima volta, gli chiesi se aveva mai pensato di scrivere un testo per bambini. Forse perché era diventato papà da poco, o forse perché sentivo che aveva delle potenzialità forti nella sua scrittura. La capacità, appunto, di sorprende e ammaliare e interessare e divertire  dicendo cose molto serie.

Mi rispose che in effetti aveva scritto qualcosa che era una favola, ma che non necessariamente era una storia per bambini.

La macchina dei desideri racconta di  un villaggio chiamato Obetrek, in piena crisi economica e con il problema della siccità. Due commercianti stranieri costruiscono una macchina in grado di realizzare i desideri della gente. Cosa accade quando ogni persona può realizzare i propri desideri è facile immaginarlo. Ognuno tenta di dare vita ai propri sogni, siano essi legittimi o meno. E così Gherbò e Orfice (i due commercianti stranieri) intelligentemente sfruttano le più orrende pulsioni per arricchirsi alle spalle di un sindaco/duce, di Cupide, Antipide, Protide, tutti cittadini impegnati a risolvere i propri problemi senza curarsi dell’orribile destino che attende il loro piccolo mondo. C’è però un bambino (nelle fiabe c’è sempre un bambino) il piccolo Elliot che invece si muove solo in direzione dell’altrui felicità. Nel suo cuore esistono ancora l’ingenuità, l’altruismo e la positività. 

Il pubblico inizialmente rimane spiazzato di fronte al linguaggio favolistico e a personaggi così improbabili. Ma poi viene catturato. e ride e segue e parteggia per i più deboli, e irride il potente sindaco e gioisce del finale. Come dei veri bambini di fronte ad una fiaba. Che le fiabe si sa sono uno specchio della realtà.

Ultime considerazioni. Giampiero Rappa ha curato, come sempre, la regia esaltando la parola attraverso una apparente e studiata semplicità di allestimento guidando dei bravissimi attori. Tra cui vorrei ricordare Fortunato Cerlino nella parte dell’inventore della macchina Gherbò e Antonio Zavatteri il Sindaco. Davide Lucchesi ha creato la bellissima immagine della macchina utilizzata anche in locandina. Amela D’atri ha disegnato una serie di  mappe del paese di Obetreck.

in scena al Piccolo Teatro Eliseo
fino al 4 novembre 2012

LA MACCHINA DEI DESIDERI
testo e regia Giampiero Rappa
con Silvia Ajelli, Cristina Cavalli, Fortunato Cerlino, Massimiliano Graziuso, Sergio Grossini, Francesco Guzzo, Mauro Pescio, Antonio Zavatteri
scene Barbara Bessi
costumi Anna Coluccia
luci Gianluca Cappelletti
musiche originali Arturo Annecchino
assistente alla regia Stefano Patti
Teatro Eliseo / Gloriababbi Teatro

Stasera vi presento Patrizia Santangeli, amica, regista e copywriter con cui ho avuto il piacere di fare alcune cose belle, e spero di poterne fare altre di belle  in futuro. Questo è il diario del suo audio-documentario che sta facendo in un centro di accoglienza per i bambini afghani che, in fuga dal loro paese, passano per Roma. E’ un lavoro molto bello e delicato, come Patrizia sa fare. Leggerlo già da l’idea di ciò che sarà ascoltarlo. Buon lavoro Pat.

Ieri ho letto il post che @aquilanonovedente ha scritto sulla vicenda del bambino trascinato via dalla scuola per una sentenza del giudice che lo affidava al padre.

#comment-9669Ma mi faccia il piacere

Non avevo volutamente visto né letto di questa vicenda perché sono pavida e so che queste cose mi fanno troppo male.

Ma dopo aver letto il post di @aquila mi è capitato di vedere un TG e ovviamente hanno passato le immagini incriminate.

Non ci sono scusanti né ragioni che possono portare a fare questo ad un bambino. Nessuna. E non c’è rimedio per quello che hanno fatto. Nessuno.

Io sono stata figlia di genitori separati. Ed uso il passato perché l'”essere figlia di genitori separati” è uno stato del se, non una condizione oggettiva. Ho superato da anni quello status, ma credo che le conseguenze per ciò che ho vissuto in quegli anni siano ancora presenti nella mia vita.

Attenzione. Non sto dicendo che sono contro la separazione. Nè che i figli di separati siano segnati a vita. No. Come sempre ogni cosa va vista attraverso le modalità con cui viene attuata.

La violenza esercitata su dei bambini da parte dei genitori, o adulti in genere, e dalle istituzioni, nel corso di una separazione però è un rischio altissimo. E per violenza intendo sia quella fisica che quella morale e psicologica.

Ai tempi della separazione dei miei il divorzio era ancora per colpa e l’affido solitamente era dato alla madre, tranne casi eclatanti di comprovata inaffidabilità della stessa. Forse ancora oggi è così, ma ora la legislazione prevede prevalentemente l’affido condiviso con il tentativo, secondo me fallace, di dare ad entrambi i genitori la possibilità di continuare ad esercitare diritti e doveri nei confronti del minore.

Nè in passato, né ora, un Tribunale Minorile, né una legge, possono tutelare però il minore dalla violenza.

Solo degli adulti maturi, che hanno realmente a cuore il bene vero dei figli, possono trovare la via per attutire il dolore e il disagio che un bambino comunque ha nel disfacimento della sua vita famigliare.

Non possono esistere regole prestabilite, né tempi prestabiliti. Ogni madre e padre sa cosa è il vero bene per il proprio figlio e dovrebbe mettere questo bene al di sopra di tutto. Molto spesso non accade e i figli vengono usati come arma. Vengono caricati di responsabilità. Vengono divisi, anzi spaccati, negli affetti. Su di loro vengono trasferiti i rancori e le delusioni provati per il partner.

Io al tempo fui violentemente separata da mia madre. Era una fedifraga e allora era una colpa grave. Non starò a difenderla, a difendere la sua memoria, né a spiegare perché una persona dopo anni e anni di inferno matrimoniale arriva al tradimento. Al tempo lei non fu perdonata e le furono tolte le figlie. E in questo modo pagammo anche noi la sua colpa. Per sempre. Perché da questo tipo di dolori non si torna indietro. Si possono elaborare. Si può crescere e maturare intorno a un’esperienza così. Ma non si torna più indietro.

Quindi quando sento i racconti di madri a cui sono stati rapiti i figli da padri di altre culture e religioni e che si battono inutilmente per anni per il diritto di rivederli. O di padri a cui i figli sono portati via con strategie legali, magari infamanti e spendono anni e soldi e viaggi per riabilitarsi e ristabilire i loro diritti. Quando vedo le immagini che ho visto al TG, non penso allo strazio dei genitori, alle loro pene o rabbia o giuste recriminazioni. Penso a quei bambini. Al loro cuore spezzato, frantumato per sempre. Alla fiducia bruciata, al rispetto negato. Al crollo dell’unica certezza che un bambino dovrebbe avere. Quella che i propri genitori gli voglio bene.

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