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Archivio mensile:agosto 2013

coppacampioniromaliverpdasottoRientro a casa da teatro. Ho visto un bel testo di Giuseppe Manfridi “Roma Liverpool 1 – 1” portato in scena in maniera eccelsa (come sempre) da Paolo Triestino. Ho riso molto e mi sono trovata a fare il tifo per una Roma che non esiste più, per una partita di cui nulla sapevo.  Che il calcio non lo seguivo allora e tantomeno oggi. ( ma nel cuore sempre giallorossa resto)

Ma non è questione di calcio. E’ questione di passione, che si trasmette, e di talento, e di occasioni mancate, e di pezzi di vita.

Dovrei essere allegra per la serata piacevole.

Invece.

Come lascio il teatro rientro in una dimensione di fatica quotidiana e depressione.

La mancanza di riposo nel periodo estivo, di un vero riposo intendo. Quello mentale, del distacco vero, reale e totale dal lavoro. Della condivisione di un periodo di una vacanza qualunque in qualunque posto, ma con le persone che ami. Questa mancanza ora si fa sentire. All’inizio di un nuovo anno di lavoro intenso, si fa sentire.

Ma non è solo la fatica fisica o mentale. O i dolori che da qualche mese mi perseguitano.

E’ la mancanza di un vero senso di soddisfazione, carenza di un risultato positivo. Difficoltà a mantenere la rotta senza avere un riscontro utile.

Sembra che qualunque cosa stia andando male. Nonostante gli sforzi non riesco a portare a casa risultati.

Apparentemente non è così. Credo ci siano persone che addirittura mi invidiano. Ma è tutta apparenza.

Tutta la professionalità, l’impegno, la creatività, il tempo, la serietà, che metto nel lavoro portano zero risultati. Sopravvivo. In attesa che qualcosa si compia e arrivino tempi migliori, e si ribaltino le condizioni assurde nelle quali sto lavorando.

E non è solo una questione di denaro. Sento che nulla di quello che faccio viene realmente apprezzato da nessuno. O forse non ha semplicemente alcun valore.

Nessuno è indispensabile. Immaginavo che avrei avuto, ad un certo punto della vita, finalmente un risultato  positivo dagli sforzi che ho fatto nel mio  percorso. Invece sembra tutto inutile. Forse veramente ho sbagliato scelte, negli ultimi anni. Ho puntato su persone e testi e lavori sbagliati.

Avere la mia età ed avere questi risultati è fallimento puro.

Dov’è più la mia passione? E il talento c’è mai stato? E quali sono le occasioni che ho mancato.

Prendere una grande sconfitta di calcio come parabola di vita, a questo sono arrivata.

Il mio imprinting, la mia educazione familiare, mi ha condizionato a non chiedere. Sin da piccoline io e mia sorella non dovevamo chiedere nulla. Nulla era dovuto, tutto era una concessione. Sicuramente quando passavamo davanti alla cartoleria sotto il portico vicino casa non dovevamo assolutamente chiedere di comprare la “sorpresina”. il cartoccio di cartone con dentro un piccolissimo giochino o un dolcetto con una decalcomania, incartato con una velina colorata, veniva venduto a dieci lire dentro uno scatolone di cartone. Sceglievi e non sapevi cosa c’era. Potevamo avere una sorpresina solo se non la chiedevamo espressamente.

Non si poteva chiedere una seconda porzione di cibo, veniva offerta se rimaneva.

Non avevamo nessuna autorizzazione a chiedere cose. Ci venivano comunicate o date.

Chiaramente questo ha influito non poco nella mia vita di relazione. In generale. Ed in particolare nelle relazioni affettive.

Un po’ come la pubblicità di Denim. La donna che non deve chiedere, mai!

Solo che poi non è così.

Se si vuole ottenere qualcosa si deve chiedere. E può non bastare.

Nel tempo ho cercato di adeguarmi, e di imparare. Ma la difficoltà è tanta. Anche perchè c’è il rischio del no.

Però ho imparato anche un’altra cosa. Questo lo devo al lavoro che faccio, ma anche agli uomini che ho avuto. Un no secco, deciso, chiaro, inequivocabile, è già un obiettivo raggiunto. Avere un forse, vediamo, non so, dammi un tempo per, è facile.

Avere un no, è molto più difficile.

Poche persone riescono a dire: no questo non è possibile. E’ inutile parlarne. Ti farei solo perdere tempo.

L’arte dell’arronzo (questo l’ho imparato dal socio beneventano) è un’arte molto italiana. E certamente molto maschile.

Ma torniamo al non detto. Al non dichiarato. Questo è parte della comunicazione femminile. Io desidero una cosa dal mio uomo, non la dico, ma immagino – anzi mi aspetto proprio – che egli l’abbia capita e che risponda di conseguenza.

Sono stata per tredici anni con un uomo, il mio ex marito e padre della ventiduenne, dal quale non sono mai riuscita ad avere in regalo un anello. Non l’ho mai chiesto, direttamente. Ho avuto tantissimi regali da lui. Tutti bellissimi e fatti con il cuore. Ma per anni ho desiderato che lui mi regalasse un anello, e quello non l’ho mai avuto. (A dire il vero neanche da nessun altro uomo. Se si esclude un anellino di plastica di un  ristorante cinese.) Io non l’ho mai chiesto. ho sempre immaginato che fosse chiaro ciò che mi avrebbe fatto felice. Ho avuto in dono bei gioielli, abiti, racchette da tennis, vacanze e viaggi, anche un’auto (usata ma comunque un gran regalo) ma un anello mai.

Da ciò ho imparato che gli uomini non sono intuitivi. Devi dirgli proprio esattamente cosa ti aspetti. Certo che se poi tu sei chiara e loro cincischiano, non rispondo, prendono tempo, devi trarne delle conseguenze.

Negli anni ho incontrato uomini che usavano tipi diversi di linguaggio. Ci ho messo del tempo, anche lì, a capire.

Per fare un esempio il mio ex marito non parlava proprio. Un giorno che esasperata gli dissi: dimmi qualcosa di carino! Lui mi rispose (con gli occhi pieni d’amore- perchè lui mi amava veramente): Ciao! Scoraggiante, ma ci ho fatto l’abitudine.

Gli uomini spesso parlano attraverso i gesti. Gli oggetti. C’era una pubblicità anni fa che, non a caso, era: “dillo con i fiori”. Ho avuto un uomo che mi parlava attraverso le immagini. Attraverso foto o filmati. Non era un linguaggio di facile interpretazione ma alla fine avevo imparato.

Ho imparato a rispettare i silenzi, il non detto, a interpretare i segni. Ho cercato di dire con più chiarezza ciò che desidero, quello che mi aspetto.

La mia comunicazione con l’altro sesso è migliorata?

Sembra di no.

Per fare un esempio. Se io per dare un messaggio forte al mio amato decidessi di affiggere nella bacheca condominiale un annuncio tipo: “Domenica ad Amatrice grande sagra dell’Amatriciana, se qualcuno vuole venire ne sarò ben felice. Ci sarà anche un buon vinello rosso di accompagnamento”, vi sembrerebbe una buona comunicazione mirata e coinvolgente? A me no, a qualcuno, pare, si.

Da questo cosa se ne deduce? Niente. O, forse, tutto.

Anche se mi ripeto c’è solo una legge che vale. Se vuoi qualcosa, veramente, la devi chiedere. E la risposta può anche essere no. Ma anche peggio…..

bella, con i capelli cotonati e l’eyeliner nero, con l’abito color lilla, quello con i bottoni che sembravano dei bonbon. avevi un profumo dolce di cipria e fondotinta. mi baciavi di lato per non rovinare il rossetto. torniamo presto, dicevi. ma per me era l’eternità.

due piccole rughe verticali tra le sopracciglia disegnate con cura. sopra il tuo naso diritto. apparivano quando mi dicevi: Eli, senti un po’…. ed io tremavo in attesa di sapere qual’era il rimprovero, perchè c’era, era certo. te le ho accarezzate e spianate a lungo negli ultimi giorni. tentando di cancellarti il pensiero del dopo.

mi svegliavo di notte dopo un incubo. avevo delle visioni nitide degli animali enormi e mostruosi che mi minacciavano ancora nel buio. trovavo la forza di far uscire una mano dalle coperte solo per bussare al muro che divideva le nostre stanze.

la febbre me la godevo nel tuo lettone. lenzuola ricamate del corredo, quelle che ora ho io. due cuscini dietro la testa e il vassoio di legno con i piedini, per mangiare li. mi imbocchi? io tentavo…. sorridevi. sei grande oramai. ma ho tanto mal di testa…. e va bene! e mi passavi la mano sulla fronte, fresca e liscia la tua mano. me la sento ancora . con le dita lunghe e le unghie curate. le carezze con i grattini sulla schiena. però per quelli ti facevi sempre pregare un po’.

un movimento cauto, la distanza tra te e la scrivania, un gesto di protezione. ti devo parlare di una cosa. mi volevi dire che sei incinta? mi guardavi stupita. ma come fai a saperlo, non si vede ancora. certe cose io le sento, tu lo sapevi.

una cosa però non l’avevo sentita. devo partire, vado in un paese lontano, in sud america. mi sforzavo di sorridere: che bello! bel viaggio! quando torni? lo sguardo serio: vado a vivere lì, tesoro. tornerò a natale e poi d’estate. sai francesco ha un cantiere lì. è stato solo un momento, una nuvola grigia davanti agli occhi, e poi di nuovo ho sorriso: si è giusto, devi andare. (scegli me, scegli me!!! urlavo dentro la testa)

non penserai di uscire con me conciata in quel modo! avevo i jeans e una tshirt. forse i camperos. ovvio che si! camminavamo entrambe arrabbiate, poi però il gelato da Giolitti ce lo prendevamo lo stesso.

uno degli ultimi pomeriggi eravamo sdraiate vicino, sul tuo lettone. ci tenevamo la mano. eri triste e depressa e pensavi a mio fratello. devi stargli vicino, ha già perso il padre. ha sofferto molto. per la prima volta trovai il coraggio di dirlo: anche io ho sofferto tanto. lo so, mi dicesti, lo so. e due lacrime ti sono scese lungo le guance. non parlai più.

mi manchi.

il mio racconto in risposta alla proposta di PABLO

The-Old-Mini-mini-cooper-6977218-1797-1226Era arrivata l’estate, la mia prima da “fuori casa”.

Avevo lasciato la casa di mio padre, a metà inverno. In modo non consensuale.

Avevo fatto l’esame di maturità. Cinquantaquattro e tanto bastava.

Ora si trattava di decidere cosa fare nella vita. Tutto qua.

Nel paesello di montagna, nella vecchia casa ristrutturata da mio nonno, avevo mia madre – in Italia per le vacanze estive – che mi pressava per trovare un lavoro. Dovevo mantenere la mia nuova vita nella casa che dividevo con mio zio scapolo e una vecchia tata.

Avevo un giro di zie che continuavano a darmi consigli su cosa fare nella vita. Qualunque cosa mi rendesse autosufficiente. Nessuna concessione a pensieri su cosa avrei desiderato fare nella vita. Quale poteva essere la mia vera “passione”. Quella sarebbe rimasto un mio segreto per altri dodici anni.

Quella estate la prendevo di petto sentendo che la vita che avevo appena creduto di afferrare mi stava già sfuggendo di mano.

Avevo la patente e l’uso della Mini 1000 di mia madre. La vita estiva dal paesello si allargava alle altre frazioni e, la notte, al Comune, dove c’era la discoteca e gli unici bar aperti fino a tardi.

Avevo una passione per la Mini 1000. Azzurra. Beveva come un alcolista irlandese, ma mi dava soddisfazioni incredibili. Nessuno mi raggiungeva.

Guidavo per le strade di montagna come se ogni curva fosse una sfida personale a me, alla mia capacità di andare oltre, sempre oltre, ma senza uscire dalla carreggiata.

Esercizio di stile che ho tentato sempre di portare avanti.

Arrivai una sera sul corso del Comune che già incominciava l’imbrunire. Al solito bar c’erano ragazzi che non avevo mai incontrato prima. Me li presentarono. Tra loro c’era G.

Molto più elegante degli altri, per modi e abiti e molto, ma molto, bello. Non carino, non un tipo. Proprio bello.

Aveva infatti, ovviamente, tutto un codazzo di ragazze. AlTrettanto ovviamente lo ignorai.

Si decise di andare alla discoteca.

Di nuovo prese le macchine per i pochi chilometri di distanza mi ritrovai con G. che guidava dietro di me.

Aveva un’auto borissima. Un cabrio non ricordo più con che sigla, rosso fuoco ovviamente. Sicuramente potente, dal rombo che avvertivo, ma veramente brutto.

Spinsi sull’accelleratore. Lui mi si tenne incollato. Mi sforzai di non frenare in curva. Decelleravo solo scalando le marce. Arrivammo nel piazzale della discoteca e mi si affiancò.

– Corri parecchio!

– No. Andavo tranquilla.

Mi sorrise. Io a lui.

La ragazza seduta al suo fianco, bella anche lei in modo irritante,  mi guardò con rancore.

La serata passò come tutte le altre, nella discoteca di montagna con il DJ Pel di Carota che di giorno faceva il vigile urbano.

Inattendibile come vigile, sopportabile come DJ.

Questa era la classifica dei singoli più venduti dell’anno:

(Out here) On my own – Nikka Costa

Enola Gay – Orchestral Manoeuvres in the Dark

Woman in love – Barbra Streisand

Amoureux solitaires – Lio

Bette Davis eyes – Kim Carnes

Sarà perchè ti amo – I Ricchi e Poveri

Gioca jouer – Claudio Cecchetto

Maledetta primavera – Loretta Goggi

Tunnel of love – Dire Straits

Semplice – Gianni Togni

Malinconia – Riccardo Fogli

Cicale – Heather Parisi

Johnny and Mary – Robert Palmer

Chi fermerà la musica – I Pooh

Donatella – Donatella Rettore

Anna dai capelli rossi – I Ragazzi dai capelli rossi

Arthur’s theme (Best that you can do) – Christopher Cross

Hula hoop – Plastic Bertrand

Every little thing she does is magic – The Police

Aveva di che sbizzarrirsi.

lady_diana_matrimonioA fine serata G. invitò tutti noi il pomeriggio successivo a casa sua ad assistere al matrimonio di Lady Diana Spencer con Carlo D’Inghilterra.

Decidemmo di attrezzarci con birre e panini e passare diverse ore davanti al suo megatelevisore nella Villa che aveva nel paese vicino.

Quella sera mi salutò con uno sorriso, che ricambiai un poco freddamente. Mai stata d’accordo nel fregare l’uomo ad un’altra. E poi sono sempre stata intimidita dalla troppa bellezza, specialmente se ostentata su un Cabrio di dubbio gusto.

Il giorno dopo iniziò nel modo più inatteso. Intanto la mattina fui ragguagliata sul fatto che la tipa in questione era una sua ex, che tentava un nuovo inizio ma, pare, senza successo.

Poi entrando nel giardino della Villa di G. la scatola del cambio del mio bassissimo Mini 1000 urtò inesorabilmente  il fermo del cancello. Il cambio era fottuto. Non aveva più nessuna presa. Girava a vuoto come quello finto delle macchinine degli autoscontro.

G. mi aiutò a spingere la macchina da un lato, si scusò per aver involontariamente procurato il danno e mi promise di aiutarmi a farla riparare.

Passò il pomeriggio e a nozze andate mi riaccompagnò a casa con il suo duetto.

Scesi dalla Rossa Fiammante vergognandomi come una ladra, e appena lasciata sulla piazza del paese fui circondata da sguardi interrogativi e ironici.

Mia madre mi comunicò che io avevo rotto la macchina e io l’avrei fata riparare.

Avevo un poco di soldi da parte, piccoli lavori come ragazza immagine per una marca di sigarette durante le gare off shore che si erano svolte a giugno.

Chiamai un carro attrezzi e mi organizzai per portare la macchina nella città più vicina per tentare di farla riparare prima che tutti andassero in ferie. Possibilità remota.

G. mi accompagnò, seguendo il feretro, fino in città.

Il mio animo oscillava dalla più nera disperazione per la spesa che stavo affrontando e che mi avrebbe lasciata completamente al verde, all’euforia più totale per le attenzioni che G. mi riservava.  Era un cavaliere perfetto. Mi apriva lo sportello per farmi salire. Si preoccupava che il vento non mi desse troppo fastidio. Tentò di risollevarmi il morale raccontandomi di sue disavventure automobilistiche.

Insomma mi corteggiò in modo assiduo e delicato. Mi sentivo un poco Lady D.

La sera la passai a casa sua. E passai con lui le settimane successive, in cui tra l’altro essendo appiedata venivo prelevata e accompagnata dal mio stupendo cavaliere e dalla sua terribile macchinetta.

Ma, c’è sempre un ma, nel giro di pochi giorni scoprii che il fascino di G. era tutto concentrato nel suo bellissimo volto, nel suo corpo perfetto e nella discreta quantità di denaro che possedeva.

Non sapevo mai realmente di cosa parlare con lui. Non leggeva libri, non aveva visto nessuno dei miei film culto. Amava una musica inascoltabile. E così non parlavamo molto. Si ascoltava musica in macchina (la sua musica) lo accompagnavo a giocare a calcetto (io odio il calcio) si andava in discoteca, si mangiava una pizza assieme.

Ero assolutamente certa che al ritorno in città non avrei retto.

E così fù.

Lui rientrò diversi giorni dopo di me. Mi cercò. Uscimmo assieme.

Fu una serata tranquilla. Cena e spiegazione.

Facemmo l’amore un’ultima volta e poi ci salutammo. Senza nessun rancore. Probabilmente neanche lui era innamorato. Solo un poco stupito di essere stato lasciato.

Normalmente non funzionava così.

La mia Mini 1000 visse ancora alcuni anni. La sua rottamazione fu quasi un funerale.

Ambarabaciccicoccò anghingo

tre civette sul comò

che facevano l’amore

con la figlia del dottore

il dottore si ammalò

Ambarabaciccicoccò

Non so perchè mi è venuta.

Forse sono le tre civette che ho incontrato ieri notte uscendo dal bosco di castagni, tornando verso il paesello in collina. Ho incontrato anche la volpe. Si è fermata a guardarmi per un poco prima di infilarsi nel sottobosco. E anche una famigliola di ricci che per una volta non sono stati schiacciati dalle ruote della macchina.

Amo quel bosco. E i ritorni notturni che mi permettono di incontrati gli animali.

Le civettte sul comò rimangono un mistero. Cosa ci fanno? Chi sono? Perchè si fanno la figlia del dottore? E perchè questa storiellina erotica viene raccontata ai bambini?

E’ solo una questione di assonanze fonetiche? O come in modo molto irionico si legge su Nonciclopedia

“è una filastrocca che per i suoi contenuti osceni è stata censurata in 18 paesi nel mondo. Purtuttavia viene tutt’ora tramandata ai bambini negli asili in forma clandestina.
La celebre opera letteraria è vietata ad un pubblico di minori poiché incita all’orgia, all’omosessualità, al sesso esplicito, al sesso subordinato implicito, al sesso interrazziale, orale, anale e vegetale e a credere che l’uccello è bello perché è vario”

Io in ogni caso propendo per la versione erotica. Mi ravviva i pensieri.

Offuscamenti mentali da isolamento extra familiare. Passaggi di anniversari vissuti senza affetti. Senza immaginare auguri che si sa non arriveranno. Facendo comunque il gesto propiziatorio con un brindisi tra conviventi.  Il paesino si ricorda di questa data.

I veri eroi oggigiorno non sbarcano su Ohama Beach. Mantengono famiglie e resistono e festeggiano compleanni e natali sempre uguali, con codici fissati e partecipazione coatta.

O altrimenti coloro i quali decidono che la vita va in un’altra direzione. Ma poi devo andarci, e fino in fondo. E senza lamentarsi.

Porto cibo ad una cagna bianca dagli occhi dolci che ha una zampa spappolata da una tagliola. Cibo e antibiotici. Inizialmente mi  guardava da lontano diffidente. Ora mi aspetta, mi viene incontro e si fa carezzare delicatamente dietro le orecchie. Con molta delicatezza, basta un gesto brusco e piegata la coda tra le gambe si allontana con un sorriso di scuse. Non riesce più a fidarsi. Mi da un poco di credito perchè fino ad ora ho rispettato i suoi tempi. I suoi movimenti. Non ho allungato la mano verso di lei. Ho atteso accucciata che si avvicinasse a me. Cicoria ci ha aiutato. L’accoglie e non è gelosa del cibo che le porto. E’ stato il ponte. Ho passato la mano dalla sua testa a quella della cagnetta bianca . Un passaggio lento e dolce dal pelo pulito e lucido e nero a quello sporco, ispido e bianco. La nera, la mia, era abbandonata su queste strade la scorsa estate. Ha perso la libertà barattandola con la sicurezza. Mi segue fedele, mi accontenta quando la chiamo, ma il suo vero istinto è  quello della zingara. Quando può si lancia nei campi, sopra il paesino. Corre nei prati. Insegue gatti, lucertole e ratti e torna con orribili prede. La bianca non troverà facilmente rifugio. E’ storpia per sempre. Ma forse conserverà la libertà e la sua indipendenza. Pagandola con la solitudine.

ambarabaciccicoccò

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