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Siamo seri

la madre

La Madre – Rodoni 1909

Cara madre, è molto che non ti scrivo.

Lo so avrei dovuto farlo da tempo, ma come sai io non faccio le cose tanto per farle, e di scriverti non mi andava.

Le parole sono importanti e quelle scritte lo sono anche di più. So che ricorderai che ho stracciato tutte le tue lettere che mi hai inviato dal Sudamerica. Tutte quelle veline bianche rosse e blu della posta aerea: non c’era nulla di interessante in quegli  elenchi di cose fatte e eventi da organizzare, nulla che mi riguardasse o mi toccasse veramente. Anche quando ti scrissi, con voluta freddezza ed in modo particolareggiato di come avevo perso la verginità, tu mi rispondesti con termini pacati, con un sobrio invito a fare attenzione e un tiepido accenno alla mia trasformazione in donna.

Oggi non è stata una buona giornata, so che detesti quando mi lamento, ma credimi se lo faccio è perché davvero è stata una giornata di merda.

Tanto per farti capire quanto ero sfatta, la principessa – che tu sai quanto è tirchia – tornando dal controllo alla protesi mi ha portato un regalo: un bellissimo scialle di lana, con dei motivi di foglie e colori, si chiama “Wisteria”. Me lo ha dato e poi mi ha abbracciato dicendomi che non poteva più vedermi in quello stato.

Ricordi quando piangevo in prima elementare perché mi mancava “papino”?  Ero una fontana, inconsolabile perché davvero sentivo che la morte mi era vicina se non potevo vedere ne lui ne te seduti accanto a me nel banco….. ecco oggi piangevo allo stesso modo.

Certo non cerco più nessuno di voi due, ma quando mi torna quella sensazione di abbandono, quella mancanza assoluta di punti di riferimento, la negazione dell’esistenza, il crollo di ogni sicurezza, continuo a piangere con la stessa disperazione con cui lo facevo cinquanta anni fa. Eppure oramai dovrei essermi abituata alle perdite. Dovrei essere avvezza agli abbandoni e ai tradimenti….. invece continuo a subire e piagnucolare. Come vorrei essere cresciuta diversamente, madre. Tu credi sia ancora possibile per me imparare ad essere impassibile e forte?

Non so, forse alle volte lo sono stata. Ma mai quando la cosa mi riguardava personalmente. Sono capace di una grande forza e anche, direi, coraggio, quando si tratta di altri da me. Se devo assiste o consolare qualcuno sono molto brava. Già, ma quello lo ero anche da bambina. Ogni volta che accadeva qualcosa di increscioso, e nella nostra famiglia qualunque cosa leggermente fuori dalla norma era incresciosa, a me toccava il compito di tranquillizzare la sorella e i cugini. Che poi i cugini in realtà erano solo la più piccola, che i fratelli maggiori erano due specie di zombi: gelidi e insensibili.

Comunque ti stavo raccontando di oggi. Non è stata una buona giornata. Anzi è stata una pessima giornata. Di nuovo ho avuto quel coltello infilato nella schiena. Solitudine, tradimento e un senso di ingiustizia che si è rapidamente trasformato in rabbia. Lo capisci, madre, quanto fa male, ogni volta?

E dopo cinquant’anni anni, ancora non sono stata capace di reagire. Se non piangendo e sentendomi di nuovo come il brutto anatroccolo. Ci puoi credere?

foto-2

il 15 agosto mi sveglio presto.
rimango a letto girata sul fianco fino a quando la cagnetta mi si sdraia accanto e mi infila il naso tra la spalla e il collo e mi scava la schiena con le unghie. vuole uscire. le apro la porta e la faccio andare da sola per il paese fino alla strada che costeggia la campagna. inseguisse pure gatti e lucertole, non ce la faccio a vestirmi e seguirla. mangio uno yogurt e bevo un caffè e poi mi ributto a letto.
la solitudine è uno stato dell’anima.
solitamente mi accade d’estate.
ricordo momenti. il mio diciottesimo compleanno festeggiato con una crostata di visciole in montagna con mia madre e i miei fratelli. forse c’erano anche le zie. però ero sola.
il giorno in cui arrivò la notizia della morte di Borsellino. ero su un’isola con la ventitreenne, allora aveva un anno, e suo padre. ero sola anche allora. guardavo, come guardo ora, le altre coppie. e mi chiedevo cosa avevo io di sbagliato. cosa avevo immaginato fosse l’unione di un uomo e una donna. e ora? cosa immagino oggi?
quale tarlo ho dentro per non riuscire a smussare questo stato che mi porta a cercare, creare, vivere la solitudine.
arrivo a piedi al paese vicino. compro i giornali, faccio un po’ di spesa. incontro, come sempre qualcuno che vuole assolutamente offrirmi un caffè. qui a sud ancora sentono il dovere di ospitalità per gli stranieri. il sindaco e l’assessore sono contenti di come sta andando il festival, mi sento onorata della loro attenzione. riesco dopo un poco a defilarmi e dopo aver fatto un po’ di spesa per il pranzo torno verso casa.
il pranzo di ferragosto:
speck, pomodorini e freselle. con falanghina ghiacciata.
dormirò, poi andrò di nuovo in montagna, a passeggiare nel bosco di castagni seguita dagli occhi dei cinghiali. lo sento il loro respiro dietro i cespugli, i loro movimenti bruschi. a volte credo di aver sentito anche il loro odore. vado in giro con il naso alzato come la cagnetta. ascolto il respiro degli alberi e mi nutro del verde delle felci giganti. la sera, come ogni sera, sarò di nuovo personaggio pubblico. sorriderò e parlerò e avrò come sempre la simpatia di tutti. prima di tornare alla mia solitudine.

sl1-2L’isola mi accoglie come aveva fatto tanti anni fa. Silenziosa e altera. Grigia e rigida nella luce dell’alba. Arrivo con l’aliscafo restando in piedi all’esterno come sempre. Non riesco a sopportare il chiuso e il rollare innaturale che produce. Rimango fuori, nel vento creato dalla velocità. Che si spegne piano piano, mentre i motori scendono di giri e l’Isola si avvicina.

Arriva forte l’odore di zolfo, mentre scendo lentamente dalla passerella di legno. Un odore che quando sei sull’isola non senti più. Tutto è impregnato. Tutto è  zolfo. Quando sei qui.

Turi mi aspetta con la campagnola davanti al molo. Mi guarda, mi prende dalle mani il trolley, lo carica dietro, mi da un frettoloso e stitico abbraccio e sale in macchina facendomi segno di imitarlo.

A casa trovo una colazione calda, dolce e irresistibile. Anche se inverno la brioche calda e il caffè forte con la crema, come piace a me.

– quanti anni è che non vieni?

– trenta, credo, forse qualcuno in più

– ma perché non venisti più?

-non ce l’ho fatta. Credimi. All’inizio non ce l’ho fatta. Poi la vita, il tempo.  Tutto.

– Si lo so. Come stanno i tuoi figli

– Bene. La grande studia. Il piccolo è una dolcezza.

– Bene

Passa un silenzio.

In un altro luogo, in un altro tempo, sarebbe un silenzio duro da sopportare. Qui. In questo momento è il minimo per riuscire a riprendere fiato

Turi non è cambiato. Era rude e rude è rimasto. Nei modi, non nei sentimenti. Quelli sono profondi ed immutabili. Trent’anni di distanza non li cambiano.

Ricordo l’arrivo sull’isola di allora. Stesa ora, stesso aliscafo, stesso molo. Ma l’isola era diversa. Sempre silenziosa e altrera, nella sua nube di zolfo. Ma immersa in una caligine che aspettava solo il minimo movimento del sole per riuscire a sfiancare gli animi più saldi.

(continua)

Mi ritrovo davanti alla TV a vedere Shopping Night Home Edition dove due coppie di donne, madri e figlie, si disputano il premio di 3.000 euro  sfidandosi a colpi di design ad arredare una veranda vista mare. Si aggirano in un enorme hangar magazzino pieno di elementi di arredo (una sorta di Ikea ma con più design) scegliendo quello che reputano più giusto, pressate dal tempo limitato e da due critici. (il risultato sarà una cagata ma comunque una delle due coppie vincerà)

Nel frattempo io sono seduta sul divano coperto da due orrendi panni per protezione contro le cacche del gatto anziano, circondata da scatoloni pieni di libri e film, librerie desolantemente vuote e sporche di polvere, scatole di cartone ancora piegate, materiali da imballaggio di vario tipo, mangiando un’insalata mista che poi non basterà e mi farà ripiegare su un pacchetto di wafer al cioccolato che mi manderà in paranoia e sensi di colpa.

Stanca morta, piena di dolori, stressata dopo una giornata passata da sola a smontare casa in compagnia di tutta la discografia di Lou Reed, con la sensazione che la montagna di scatole riempite non abbia svuotato assolutamente nulla. Tutto ancora da fare….

Parole scambiate oggi: una decina. Equamente suddivise tra il venditore di imballaggi da trasloco e il direttore (!) del supermercato che mi ha messo da parte un bel po’ di scatole di cartone.

Cambiare casa dopo ventidue anni è un’operazione quasi tantrica. Si mettono in moto pensieri sconvolgenti. Oggi all’improvviso mi sono ricordata di quando passavo di qui all’ora di pranzo, con l’appartamento ancora in ristrutturazione (marito architetto!), incinta di pochi mesi della vendiduenne, e mi mangiavo uno yocca e un’insalata tentando di mantenere il peso ideale, godendomi il sole che entrava dalla finestra della cucina ancora vuota.

Quanti cambiamenti da allora! Dovrei fare un bilancio? Non ci penso proprio! Non oggi, con la pioggia che batte sui vetri e la solitudine e la fatica e la polvere e la sensazione di essere wonder woman un secondo dopo persi i  superpoteri….

wonder-woman

calligrafia-alfabetomaisPrendi la penna in mano e scrivi, perdio!

Dritta quella schiena!

E come la tieni quella penna? Come diavolo le metti quelle dita? Cosa sei un granchio? Distendile, ecco così. No! non le raggrumare di nuovo. Distese!

Guarda che zampe di gallina. Ma non ti vergogni? E tutte quelle sbavature di inchiosto. Per forza! Con quel modo barbaro di tenere la penna!

No che non puoi usare la biro. Quante volte te lo devo spiegare che per imparare la calligrafia devi usare la stilografica? Perchè sei sempre così sciatta, eh? Non ti viene voglia di chiuderti da sola in bagno?

Scrivi, perdio, scrivi! Che diavolo piangi ora. Che ti cadono le lacrime sul foglio e si scioglie tutto l’inchiostro. E tieni la schiena dritta.

E poi che cosa è questo argomento che hai scelto. Eh? Chi te lo ha dato? Non potevi ragionarci meglio prima di metterti a scrivere di ste cose?

Cosa ne sai tu, eh?

Ma sei sempre la solita. Sempre con la testa per aria. Mai nulla di concreto.

E smettila di piangere, ti ho detto! Smettila! Che sennò ti do due sberle che poi ce l’hai davvero un motivo per piangere. Scema che non sei altro.

Tanto non ti alzi di qua finchè non hai finito. Dovessi rimanerci tutta la notte.

luna opaca

in un mondo normale non uscirei alle nove di sera per tornare in ufficio a lavorare

in un mondo normale non mi sentirei abbandonata da qualcuno che tecnicamente non può abbandonarmi

in un mondo normale la luna piena e l’aria tiepida accompagnerebbero il mio riposo ed il giusto sonno

in un qualsiasi mondo tutto il lavoro e l’impegno e la professionalità e l’amore e la dedizione darebbero per   conseguenza di una vita normale

Kintsugi

Quando i giapponesi riparano un oggetto rotto, valorizzano la crepa riempiendo la spaccatura con dell’oro.
Essi credono che quando qualcosa ha subito una ferita ed ha una storia, diventa più bello.
Questa tecnica è chiamata “Kintsugi.”

Oro al posto della colla. Metallo pregiato invece di una sostanza adesiva trasparente.
E la differenza è tutta qui: occultare l’integrità perduta o esaltare la storia della ricomposizione?
Chi vive in Occidente fa fatica a fare pace con le crepe.
“Spaccatura, frattura, ferita” sono percepiti come l’effetto meccanicistico di una colpa, perchè il pensiero digitale ci ha addestrati a percorrere sempre e solo una delle biforcazioni: o è intatto, o è rotto. Se è rotto, è colpa di qualcuno.
Il pensiero analogico -arcaico, mitico, simbolico- invece, rifiuta le dicotomie e ci riporta alla compresenza degli opposti, che smettono di essere tali nel continuo osmotico fluire della vita.
La Vita è integrità e rottura insieme, perché è ri-composizione costante ed eterna. Rendere belle e preziose le “persone” che hanno sofferto……questa tecnica si chiama “amore”.
Il dolore è parte della vita. A volte è una parte grande, e a volte no, ma in entrambi i casi, è una parte del grande puzzle, della musica profonda, del grande gioco. Il dolore fa due cose: Ti insegna, ti dice che sei vivo. Poi passa e ti lascia cambiato. E ti lascia più saggio, a volte. In alcuni casi ti lascia più forte. In entrambe le circostanze, il dolore lascia il segno, e tutto ciò che di importante potrà mai accadere nella tua vita lo comporterà in un modo o nell’altro
I giapponesi che hanno inventato il Kintsugi l’hanno capito più di sei secoli fa – e ce lo ricordano sottolineandolo in oro.

Grazie alla pagina Facebook biologico e a Viola Graziosi.

Il mio imprinting, la mia educazione familiare, mi ha condizionato a non chiedere. Sin da piccoline io e mia sorella non dovevamo chiedere nulla. Nulla era dovuto, tutto era una concessione. Sicuramente quando passavamo davanti alla cartoleria sotto il portico vicino casa non dovevamo assolutamente chiedere di comprare la “sorpresina”. il cartoccio di cartone con dentro un piccolissimo giochino o un dolcetto con una decalcomania, incartato con una velina colorata, veniva venduto a dieci lire dentro uno scatolone di cartone. Sceglievi e non sapevi cosa c’era. Potevamo avere una sorpresina solo se non la chiedevamo espressamente.

Non si poteva chiedere una seconda porzione di cibo, veniva offerta se rimaneva.

Non avevamo nessuna autorizzazione a chiedere cose. Ci venivano comunicate o date.

Chiaramente questo ha influito non poco nella mia vita di relazione. In generale. Ed in particolare nelle relazioni affettive.

Un po’ come la pubblicità di Denim. La donna che non deve chiedere, mai!

Solo che poi non è così.

Se si vuole ottenere qualcosa si deve chiedere. E può non bastare.

Nel tempo ho cercato di adeguarmi, e di imparare. Ma la difficoltà è tanta. Anche perchè c’è il rischio del no.

Però ho imparato anche un’altra cosa. Questo lo devo al lavoro che faccio, ma anche agli uomini che ho avuto. Un no secco, deciso, chiaro, inequivocabile, è già un obiettivo raggiunto. Avere un forse, vediamo, non so, dammi un tempo per, è facile.

Avere un no, è molto più difficile.

Poche persone riescono a dire: no questo non è possibile. E’ inutile parlarne. Ti farei solo perdere tempo.

L’arte dell’arronzo (questo l’ho imparato dal socio beneventano) è un’arte molto italiana. E certamente molto maschile.

Ma torniamo al non detto. Al non dichiarato. Questo è parte della comunicazione femminile. Io desidero una cosa dal mio uomo, non la dico, ma immagino – anzi mi aspetto proprio – che egli l’abbia capita e che risponda di conseguenza.

Sono stata per tredici anni con un uomo, il mio ex marito e padre della ventiduenne, dal quale non sono mai riuscita ad avere in regalo un anello. Non l’ho mai chiesto, direttamente. Ho avuto tantissimi regali da lui. Tutti bellissimi e fatti con il cuore. Ma per anni ho desiderato che lui mi regalasse un anello, e quello non l’ho mai avuto. (A dire il vero neanche da nessun altro uomo. Se si esclude un anellino di plastica di un  ristorante cinese.) Io non l’ho mai chiesto. ho sempre immaginato che fosse chiaro ciò che mi avrebbe fatto felice. Ho avuto in dono bei gioielli, abiti, racchette da tennis, vacanze e viaggi, anche un’auto (usata ma comunque un gran regalo) ma un anello mai.

Da ciò ho imparato che gli uomini non sono intuitivi. Devi dirgli proprio esattamente cosa ti aspetti. Certo che se poi tu sei chiara e loro cincischiano, non rispondo, prendono tempo, devi trarne delle conseguenze.

Negli anni ho incontrato uomini che usavano tipi diversi di linguaggio. Ci ho messo del tempo, anche lì, a capire.

Per fare un esempio il mio ex marito non parlava proprio. Un giorno che esasperata gli dissi: dimmi qualcosa di carino! Lui mi rispose (con gli occhi pieni d’amore- perchè lui mi amava veramente): Ciao! Scoraggiante, ma ci ho fatto l’abitudine.

Gli uomini spesso parlano attraverso i gesti. Gli oggetti. C’era una pubblicità anni fa che, non a caso, era: “dillo con i fiori”. Ho avuto un uomo che mi parlava attraverso le immagini. Attraverso foto o filmati. Non era un linguaggio di facile interpretazione ma alla fine avevo imparato.

Ho imparato a rispettare i silenzi, il non detto, a interpretare i segni. Ho cercato di dire con più chiarezza ciò che desidero, quello che mi aspetto.

La mia comunicazione con l’altro sesso è migliorata?

Sembra di no.

Per fare un esempio. Se io per dare un messaggio forte al mio amato decidessi di affiggere nella bacheca condominiale un annuncio tipo: “Domenica ad Amatrice grande sagra dell’Amatriciana, se qualcuno vuole venire ne sarò ben felice. Ci sarà anche un buon vinello rosso di accompagnamento”, vi sembrerebbe una buona comunicazione mirata e coinvolgente? A me no, a qualcuno, pare, si.

Da questo cosa se ne deduce? Niente. O, forse, tutto.

Anche se mi ripeto c’è solo una legge che vale. Se vuoi qualcosa, veramente, la devi chiedere. E la risposta può anche essere no. Ma anche peggio…..

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