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un giorno, poco più di una settimana fa, tornavo verso l’ufficio dopo una breve pausa. passavo per una piazzetta dietro la casa dove abiterò ancora per pochi giorni, accanto ad una chiesa di rito copto. aveva appena smesso di piovere ed una ragazza molto giovane, bruna, volto corrucciato e sguardo perso in avanti, camminava con passo deciso incontro a me. la seguiva un ragazzo, coetaneo, biondino, di quel biondo un po’ anonimo, con il viso segnato dall’acne e le sopracciglia piegate ad un muto appello. aveva in mano un ombrello, di quelli pieghevoli, per l’appunto ripiegato. lo stringeva con entrambe le mani. quasi fosse l’ombrellino a sorreggere lui, e non viceversa.  disse, portando la voce un po’ in avanti, verso lei: allora oggi pomeriggio andiamo  a …. ?  lei fece un gesto, senza girarsi, con la mano a cornetta vicino all’orecchio, come a dire: telefonami. lui, con sguardo ancora più intensamente appellante: ma ci vediamo comunque? ….alle cinque? lei ancora senza voltarsi e continuando a camminare scosse la testa, in un muto ma deciso diniego.
Io ero oramai passata oltre, non potevo fermarmi, sarei stata notata per la mia indiscrezione. ma arrivata in fondo al vicolo, quando oramai dovevo forzatamente svoltare e perdere il contatto visivo e auditivo della scena, non resistetti e mi voltai.
lui era fermo all’angolo prima della piazzetta. lei inesorabilmente andata. era rimasto li, attaccato al suo ombrellino, tirando e richiudendo il piccolo manico, guardando nella direzione in cui lei era sparita.

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ero nella casetta di periferia, con il falegname che mi aiutava a montare mobili. anzi lui li montava mentre io giravo per casa  tentando di creare pile di scatole adatte al transito da una stanza a l’altra. avevo deciso di fare una pausa ed avevo comprato per entrambi e per il piccoletto della pizza alla pala, in una rosticceria che sicuramente sarà il mio punto di riferimento per i prossimi giorni.
mangiando, in piedi, nella piccola cucina, ci siamo messi a parlare di case, e lavori, e figli. e così ho scoperto che il figlio del falegname, di cui purtroppo continuo a non ricordare il nome – che è un nome da uomo in romania – certamente – ma che in italia sembra un nome da donna – ho scoperto dicevo che il figlio ha undici anni. lo avevo visto la domenica prima, con la madre, quando erano venuti a casa mia, la  casa dove abiterò ancora per sei giorni, per vedere il lavoro da fare. e mi era sembrato coetaneo del mio, del piccoletto, che ha nove anni. invece lui ne ha undici, ma non ancora compiuti, mi dice m. (l’iniziale del nome la ricordo) con occhi orgogliosi, li farà questo mese. ed il piccolo figlio del falegname, già da due anni, la mattina va a scuola da solo. ora frequenta la prima media, ma lo faceva già alle elementari. e poi all’ora di pranzo esce di scuola, da solo e da solo va a casa, dove mangia da solo e rimane da solo fino al ritorno della madre. il padre torna più tardi. vivono in un paese vicino roma ed entrambi lavorano in città. lui falegname, lei fa “le pulizie”. in una casa di piazza di spagna, da tredici anni, sempre la stessa famiglia, mi dice lui, sempre con sguardo orgoglioso. tranne quando ha avuto il bambino. i primi anni era venuta la suocera, dalla romania, per aiutarli. ma poi era ripartita, e loro si sono organizzati così.
Il pensiero di quel bimbo  già così autonomo, mentre il piccoletto ha bisogno quasi che gli infili ancora le mutande mi ha fatto molto pensare.

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una mattina, pochi giorni fa, passavo in macchina, con il piccoletto, accanto ad una scuola occupata. l’avevano occupata pochi giorni prima, e noi c’eravamo. passavamo proprio mentre veniva tirato fuori dalle finestre uno striscione e tutti i ragazzi sotto ad applaudire….. ho spiegato al piccoletto cosa è un’occupazione, e come sicuramente succederà anche a lui, così come è successo alla ventiduenne, di dormire a scuola in un sacco a pelo, sdraiato sopra due banchi uniti. quella mattina fuori la scuola c’erano studenti, insegnanti, qualche genitore. passando con la macchina, lentamente per non urtare nessuno, ho notato un gruppetto di ragazzini intorno ad un biondino con la chitarra a tracolla. erano lì che aspettavano che lui trovasse il giusto accordo. e lui, con un sorriso molto soddisfatto lo ha preso quell’accordo, ed ha iniziato a suonare e cantare una canzone in inglese che non conoscevo affatto. io però ero molto più concentrata sul suo volto, che non sulla melodia. mi chiedevo dove avevo già conosciuto quel ragazzo. un volto familiare, quasi intimo. pochi metri e con la macchina li ho superati, svoltando sulla piazza del monte dei pegni. ed ecco che mi sono ricordata. del ragazzino dopo la pioggia, delle sue mani strette sull’ombrello, e di lei che se ne era andata.
chissà se ora era li, tra la folla di ragazzi sotto la scuola occupata, a sentirlo suonare la sua canzone……

 

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Per anni ho avuto a che fare con le femmine. Nel senso che avevo per casa una figlia femmina, la ventiduenne, e le sue amichette. Non che non frequentassero maschietti, ma il mio contatto con loro era sporadico. Mi occupavo quasi esclusivamente di sederi e mutandine da femmina.

Poi è nato il piccoletto. Già da neonato c’è stato il problema idrante. Era matematico.  Appena aprivo il pannolino per cambiarlo partiva lo schizzo. Inizialmente mi ha fregato. Ma  basta saperlo e si provvede con paraschizzi.

Ad un certo punto, poi, è stato evidente il diverso rapporto che i maschi hanno con la cacca e con il momento della defecazione.

La cacca dei bimbi è santa, si sa. Però quando crescono diventa cacca puzzolente come tutte le altre. E io non è che sia particolarmente schifiltosa. Tra figli, cani e gatti, di cacca ne ho una dimestichezza estrema.

Quello che non mi riesce di accettare, però, è la noncuranza con la quale, ho scoperto, i maschi lasciano tracce odorose o fisiche delle loro deiezioni. Evidentemente i soggetti maschi che avevo frequentato fino ad allora erano abbastanza atipici. Con il piccoletto, e con la conferma da parte di voci autorevoli, ho capito che il maschio umano tende a non curarsi dei residui derivanti dalla defecazione.

Si lo so questo post sta diventando una cacca. Ma è giusto che si sappia. C’è un gran numero di esponenti del sesso maschile che ritiene inutile lo scopettino del bagno. Effemminato l’uso del bidet. Non solo. Credo ritenga inutile anche un eccessivo utilizzo della carta igienica.

Da ciò ne derivano indumenti intimi orribilmente tracciati dall’escremento caccantizio, che la mamma o moglie si ritrova nel cesto dei panni sporchi.

Ora nel caso del piccoletto ho chiuso un occhio e anche due, per via dell’età. Ma all’ennesimo paio di mutande smerdato ho capito che dovevo assolutamente correre ai ripari per non gravare un’altra donna, nel futuro, del triste compito del candeggio. Quindi, oltre ai necessari consigli sull’utilizzo di quello strano accessorio presente in bagno denominato bidet, e alla rassicurazione che di carta igienica ne può usare quanta necessaria senza timore, alla fine l’ho minacciato di lasciagli lavare le sue mutande da solo. Cosa che incredibilmente lo ha abbastanza schifato.

Dunque, la conclusione.

Sappiate che il detto: il vero uomo ha da puzzà, è molto superato. Le donne normalmente in un partner (abituale, stagionale o occasionale) preferiscono un corpo, e i relativi accessori, puliti e profumati.

E più che altro, donne, crescete maschi puliti!

Il mio imprinting, la mia educazione familiare, mi ha condizionato a non chiedere. Sin da piccoline io e mia sorella non dovevamo chiedere nulla. Nulla era dovuto, tutto era una concessione. Sicuramente quando passavamo davanti alla cartoleria sotto il portico vicino casa non dovevamo assolutamente chiedere di comprare la “sorpresina”. il cartoccio di cartone con dentro un piccolissimo giochino o un dolcetto con una decalcomania, incartato con una velina colorata, veniva venduto a dieci lire dentro uno scatolone di cartone. Sceglievi e non sapevi cosa c’era. Potevamo avere una sorpresina solo se non la chiedevamo espressamente.

Non si poteva chiedere una seconda porzione di cibo, veniva offerta se rimaneva.

Non avevamo nessuna autorizzazione a chiedere cose. Ci venivano comunicate o date.

Chiaramente questo ha influito non poco nella mia vita di relazione. In generale. Ed in particolare nelle relazioni affettive.

Un po’ come la pubblicità di Denim. La donna che non deve chiedere, mai!

Solo che poi non è così.

Se si vuole ottenere qualcosa si deve chiedere. E può non bastare.

Nel tempo ho cercato di adeguarmi, e di imparare. Ma la difficoltà è tanta. Anche perchè c’è il rischio del no.

Però ho imparato anche un’altra cosa. Questo lo devo al lavoro che faccio, ma anche agli uomini che ho avuto. Un no secco, deciso, chiaro, inequivocabile, è già un obiettivo raggiunto. Avere un forse, vediamo, non so, dammi un tempo per, è facile.

Avere un no, è molto più difficile.

Poche persone riescono a dire: no questo non è possibile. E’ inutile parlarne. Ti farei solo perdere tempo.

L’arte dell’arronzo (questo l’ho imparato dal socio beneventano) è un’arte molto italiana. E certamente molto maschile.

Ma torniamo al non detto. Al non dichiarato. Questo è parte della comunicazione femminile. Io desidero una cosa dal mio uomo, non la dico, ma immagino – anzi mi aspetto proprio – che egli l’abbia capita e che risponda di conseguenza.

Sono stata per tredici anni con un uomo, il mio ex marito e padre della ventiduenne, dal quale non sono mai riuscita ad avere in regalo un anello. Non l’ho mai chiesto, direttamente. Ho avuto tantissimi regali da lui. Tutti bellissimi e fatti con il cuore. Ma per anni ho desiderato che lui mi regalasse un anello, e quello non l’ho mai avuto. (A dire il vero neanche da nessun altro uomo. Se si esclude un anellino di plastica di un  ristorante cinese.) Io non l’ho mai chiesto. ho sempre immaginato che fosse chiaro ciò che mi avrebbe fatto felice. Ho avuto in dono bei gioielli, abiti, racchette da tennis, vacanze e viaggi, anche un’auto (usata ma comunque un gran regalo) ma un anello mai.

Da ciò ho imparato che gli uomini non sono intuitivi. Devi dirgli proprio esattamente cosa ti aspetti. Certo che se poi tu sei chiara e loro cincischiano, non rispondo, prendono tempo, devi trarne delle conseguenze.

Negli anni ho incontrato uomini che usavano tipi diversi di linguaggio. Ci ho messo del tempo, anche lì, a capire.

Per fare un esempio il mio ex marito non parlava proprio. Un giorno che esasperata gli dissi: dimmi qualcosa di carino! Lui mi rispose (con gli occhi pieni d’amore- perchè lui mi amava veramente): Ciao! Scoraggiante, ma ci ho fatto l’abitudine.

Gli uomini spesso parlano attraverso i gesti. Gli oggetti. C’era una pubblicità anni fa che, non a caso, era: “dillo con i fiori”. Ho avuto un uomo che mi parlava attraverso le immagini. Attraverso foto o filmati. Non era un linguaggio di facile interpretazione ma alla fine avevo imparato.

Ho imparato a rispettare i silenzi, il non detto, a interpretare i segni. Ho cercato di dire con più chiarezza ciò che desidero, quello che mi aspetto.

La mia comunicazione con l’altro sesso è migliorata?

Sembra di no.

Per fare un esempio. Se io per dare un messaggio forte al mio amato decidessi di affiggere nella bacheca condominiale un annuncio tipo: “Domenica ad Amatrice grande sagra dell’Amatriciana, se qualcuno vuole venire ne sarò ben felice. Ci sarà anche un buon vinello rosso di accompagnamento”, vi sembrerebbe una buona comunicazione mirata e coinvolgente? A me no, a qualcuno, pare, si.

Da questo cosa se ne deduce? Niente. O, forse, tutto.

Anche se mi ripeto c’è solo una legge che vale. Se vuoi qualcosa, veramente, la devi chiedere. E la risposta può anche essere no. Ma anche peggio…..

[immagini.4ever.eu] galassia 159727Credo nell’Amore.

Nell’Amore facile, quello che se ci inciampi lo riconosci subito.

Credo nell’Amore reciproco, quello dove non si finisce mai di ripetersi che sì, ti amo, no, io di più.

Credo nell’Amore che supera le distanze, e i problemi pratici, e si rinnova ad ogni incontro ma non ha quasi bisogno di vedersi, che tanto ci si ama anche da lontano.

Credo nell’Amore che è sincerità, reciprocità, rispetto. Credo nella forza che dà avere amore. Credo che Amare significa donare.

Credo nell’uomo che amo perchè sento la sua esistenza intimamente legata alla mia. Perché sento che aggiunge valore alla mia vita, e non sottrae energia o tempo o pensieri, ma ne aggiunge. Perchè la forza che arriva dal suo amore supera ogni distanza. E  mantiene caldo il mio cuore sempre.

Cosa fareste se fosse vostra figlia ad essere stata violentata?

Cosa fareste se fosse stato vostro figlio a violentare una ragazza?

Avreste urlato che la colpa era  sua perchè indossava una minigonna? Che se l’era cercata?

Esiste in questo paese un movimento di done e uomini  di coscienza che sappiano difendere i propri figli da questa cultura barbara?

Possiamo fare qualcosa perchè tutto questo non accada mai più?

 

Lo stupro impunito del branco di Montalto “Io, stanca di combattere per avere giustizia”

Sei anni dopo nuovo stop al processo. La rabbia della ragazza: “Mi hanno rubato la vita”

Nessuno dei suoi aguzzini, o dei loro genitori, mi si è avvicinato per dirmi mi dispiaceMia figlia aveva solo 15 anni, da allora ha cambiato città, smesso di studiare e perso venti chili: non vive più

(MARIA NOVELLA DE LUCA. La Repubblica)

MONTALTO DI CASTRO – Sei anni fa, esattamente in questi giorni, in questa stessa pineta che si affaccia sul mare e dove di notte nessuno sente e nessuno vede. Forse era già primavera, mentre oggi il cielo è incerto: la stuprarono in otto, per tre infinite ore, M. aveva 15 anni, gli altri, il branco, poco di più.
«Mi hanno preso la vita e rubato il futuro, ho sperato ogni giorno di avere giustizia, ma se avessi saputo che finiva così non li avrei mai denunciati. Ora sono stanca, non ho più la forza di combattere», racconta oggi M. L´hanno chiamato lo “stupro di Montalto di Castro”, dal nome di quel paese tra Lazio e Toscana che ha continuato testardamente a difendere i suoi “bravi ragazzi”, che nella notte tra il 31 marzo e il primo aprile del 2007 abusarono selvaggiamente di M., Maria, un nome che non è il suo ma le assomiglia. Oggi dopo sei anni e due processi, quella ferocia di gruppo è diventata il paradigma di quanto in Italia la violenza sessuale resti di fatto ancora impunita. E le vittime relegate nell´ombra di vite spezzate.
“Aveva la minigonna”, fu l´incredibile capo d´accusa del paese schierato in piazza davanti alle telecamere di Canale 5 per insultare Maria, che aveva la media del 9 a scuola, e quella sera di marzo aveva accettato dalla sua amica del cuore l´invito ad una festa in una discoteca di Montalto di Castro. Qualcuno poi l´aveva convinta ad uscire dal locale, per prendere un po´ d´aria nella pineta, gli altri erano sbucati dal buio. Il resto è incubo, vergogna, paura, l´avevano lasciata lì pesta, sanguinante, con le calze rotte. Per quindici giorni Maria si tiene il segreto, poi in lacrime racconta tutto al preside del liceo di Tarquinia che allora frequentava, e che l´aveva convocata per capire perché quell´allieva così brillante non facesse altro che piangere in classe. Sei anni e due processi dopo, nonostante la richiesta di 4 anni di carcere avanzata dal Pubblico ministero, e pur riconoscendo che il racconto di Maria è del tutto veritiero, il 26 marzo scorso il tribunale per i minori di Roma ha deciso per la seconda volta di affidare i colpevoli – alcuni lavorano, altri sono diventati padri, mai nessuno ha chiesto scusa a Maria – ai servizi sociali. Sospendendo così ancora una volta il processo.
E allora bisogna salire su una strada ripida alle porte di Tarquinia, trenta chilometri da Montalto di Castro, attraversare un ballatoio rigoglioso di fiori curati, e sedersi accanto ad Agata, la madre di Maria, 59 anni, quattro figli, Salvatore, Gianluca, Cinzia e Maria, gemelle, emigrata qui dalla Sicilia 23 anni fa, un marito camionista, lei stiratrice in lavanderia. E c´è tutto il dolore di una madre nei grandi occhi azzurri di Agata, un pudore violato, «per farla visitare la portai dalla ginecologa che l´aveva fatta nascere, ma alle cinque del mattino, per non incontrare nessuno».
Nel salotto che odora di pulito, con le foto in cornice e i buoni mobili di famiglia, Agata racconta. «Quello che hanno fatto a Maria lo sento ogni giorno sulla mia pelle, sono ferite aperte, era poco più che una bambina, oggi vive quasi nascosta, a casa di un´amica dove fa la baby sitter, ha smesso di andare a scuola, è l´ombra della bella ragazza che era, ha paura del buio, da quella notte maledetta non ha mai più messo una gonna, e in tutti questi anni nessuno dei suoi aguzzini, o dei loro genitori, mi si è avvicinato per dirmi mi dispiace, mio figlio ha sbagliato. Anzi, durante le udienze i ragazzi ridevano». Ci avevano già provato i giudici, nel 2009, a recuperare gli otto del branco, alla fine rei confessi, difesi da buoni avvocati e con famiglie abbienti alle spalle. Addirittura il sindaco di Montalto di Castro, Salvatore Carai, ancora oggi iscritto al Pd, contro ogni procedura aveva prelevato dalle casse comunali 40mila euro per difendere i violentatori. Una “messa in prova” fallita, durante la quale uno degli otto era stato addirittura arrestato per stalking contro la fidanzata, tanto che la Corte di Cassazione aveva revocato quel provvedimento, imponendo un nuovo processo di primo grado.
Continuerebbe a combattere Agata, vorrebbe impugnare quella “messa in prova” che non ha reso giustizia a sua figlia. Insieme a lei, da sempre, un´altra donna tenace, Daniela Bizzarri, ex consigliera delle Pari Opportunità di Viterbo. Una solidarietà che diventa amicizia. «L´affidamento ai servizi sociali di questi ragazzi, oggi tutti maggiorenni, si è già rivelato un fallimento la prima volta. Perché riproporlo e far passare il concetto che lo stupro è un delitto minore? Così passa il messaggio dell´impunità». E basta affacciarsi in uno dei tanti chioschi semiaperti sul litorale di Montalto, per capire perché Agata e Maria si sentano sole. «C´avete rotto i co…, è stata una ragazzata, e se l´hanno fatto vuol dire che lei li incoraggiava. Lasciateci vivere». Agata liscia con gesto di sempre la tovaglia inamidata sul tavolo. «Quelli vanno in giro, sono liberi, li vedi nei bar, si sono sposati. Maria ha perso venti chili, è dovuta andare via, a lei chi restituirà il futuro? Per questo vorrei ancora avere giustizia». Ma è Maria invece che come tante altre donne vittime di stupro, ha deciso di ritirarsi. Delusa. Stanca. «Non posso sostenere un nuovo processo – sussurra – ad ogni udienza sto male, vomito, ricominciare daccapo, vedere le loro facce… Li dovevano condannare, ma mi basta che i giudici mi abbiano creduto, che io sono una ragazza perbene. Ora cerco soltanto un po´ di pace».

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L’amore fisico mi piace, te ne sarai accorto. Ma il motivo per cui mi piace non sta nel brivido con cui ci inebria e ci consegna all’oblio. Sta nella compagnia che ci regala e con la quale ci rincuora, nel conforto che proviamo a possedere un corpo da cui si è attratti: unire il nostro corpo a quel corpo, sentircelo dentro ed addosso. Alcuni sostengono che l’amore fisico non è che un mezzo per procreare, continuare la specie, ma si sbagliano di grosso… No, l’amore fisico è assai più d’un mezzo per continuare la specie. È un mezzo per parlare, comunicare, farsi compagnia. È un discorso fatto con la pelle anziché con le parole. E, finché dura, niente strappa alla solitudine quanto la sua materialità.
Oriana Fallaci – Insciallah

Cercavo un uomo, ho trovato un romanzo.

Una infinita linea di parole nell’etere. Ripetizioni, punti, linee, pausa, ripetizioni, asserzioni, offerte, punti, linee, pausa, richieste, pausa, linee, punti.

Una scia luminosa di intenzioni, speranza, movimenti per, stasi, promesse, ancora speranza, illusione?, certezze, ancora intenzioni.

Un girotondo di abbracci e baci e carezze e poi lo strappo la distanza e la mancanza e il desiderio di nuovo assieme e l’abbraccio e il calore corpo a corpo come fosse unico.

Un coraggio rabbioso e una tenerezza fraterna misti a passione felina e dolcezza da geisha.

 

 

SULL’AMORE

   Allora Almitra disse: parlaci dell’Amore.
E lui sollevò la stessa e scrutò il popolo e su di esso calò una grande quiete. E con voce ferma disse:
Quando l’ amore vi chiama, seguitelo.
Anche se le sue vie sono dure e scoscese.
e quando le sue ali vi avvolgeranno, affidatevi a lui.
Anche se la sua lama, nascosta tra le piume vi può ferire.
E quando vi parla, abbiate fede in lui,
Anche se la sua voce può distruggere i vostri sogni come il vento del nord devasta il giardino.

    Poiché l’amore come vi incorona così vi crocefigge. E come vi fa fiorire così vi reciderà.
Come sale alla vostra sommità e accarezza i più teneri rami che fremono al sole,
Così scenderà alle vostre radici e le scuoterà fin dove si avvinghiano alla terra.
Come covoni di grano vi accoglie in sé.
Vi batte finché non sarete spogli.
Vi staccia per liberarvi dai gusci.
Vi macina per farvi neve.
Vi lavora come pasta fin quando non siate cedevoli.
E vi affida alla sua sacra fiamma perché siate il pane sacro della mensa di Dio.

Tutto questo compie in voi l’amore, affinché possiate conoscere i segreti del vostro cuore e in questa conoscenza farvi frammento del cuore della vita.
Ma se per paura cercherete nell’amore unicamente la pace e il piacere,
Allora meglio sarà per voi coprire la vostra nudità e uscire dall’aia dell’amore,
Nel mondo senza stagioni, dove riderete ma non tutto il vostro riso e piangerete, ma non tutte le vostre lacrime.

L’amore non da nulla fuorché sé stesso e non attinge che da se stesso.
L’amore non possiede né vorrebbe essere posseduto;
Poiché l’amore basta all’amore.

Quando amate non dovreste dire:” Ho Dio nel cuore “, ma piuttosto, ” Io sono nel cuore di Dio “.
E non crediate di guidare l’amore, perché se vi ritiene degni è lui che vi guida.

L’amore non vuole che compiersi.
Ma se amate e se è inevitabile che abbiate desideri, i vostri desideri hanno da essere questi:
Dissolversi e imitare lo scorrere del ruscello che canta la sua melodia nella notte.
Conoscere la pena di troppa tenerezza.
Essere trafitti dalla vostra stessa comprensione d’amore,
E sanguinare condiscendenti e gioiosi.
Destarsi all’alba con cuore alato e rendere grazie per un altro giorno d’amore;
Riposare nell’ora del meriggio e meditare sull’estasi d’amore;
Grati, rincasare la sera;
E addormentarsi con una preghiera in cuore per l’amato e un canto di lode sulle labbra.

cocciDirei quasi sempre.

Qualunque uomo io abbia avuto, in qualunque modo ci siamo lasciati, anche  e specialmente se a lasciare sono stati loro, e magari mollandomi in maniera crudele con tradimenti o insulti o entrambe le cose, comunque dopo un tot torna. Torna sempre.

E io mi chiedo perché.

Non è possibile che si rendano tutti conto che sono una donna incredibilmente meravigliosa e insostituibile. E’ chiaro che non tutti ci arrivano.

E allora perché. Cosa scatta in un uomo dopo un anno, o due, o dieci, che ti ha mollato? Quale senso del possesso ha il genere maschile per tentare di ripiombare nella tua vita quando ti intuisce, o ti vede, finalmente libera, felice, magari con un altro uomo? Quale incredibile presunzione narcisistica poi fa si che suppongano anche di essere accolti a braccia aperte?

Forse il fatto di averti avuto innamorata e disposta a qualunque cosa per averlo accanto? Tutte quelle parole meravigliose che hai detto, tutti quei gesti che hai fatto. Tutte le lacrime che hanno visto sulle tue guance o i gemiti di dolore dietro una porta chiusa. Possono davvero pensare che tutta quell’energia buttata al vento per uomini che non lo meritavano assolutamente possa di nuovo essere messa in campo per loro?

Ci vorrebbe un esercito di psicologi per capire il meccanismo dell’animo maschile. Ma non importa capire in fondo. Forse. Basta farsene una ragione.

Prima o poi tornano. Tornano sempre.

Che tenerezza.

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