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buon sanvalentino alle donne fidanzate con un uomo sposato – chè stasera lui festeggia con la mogliettina

buon sanvalentino a quelle che si sono alzate alle sei per preparare la cenetta prima di portare il bambino al nido – che lui non mangerà perché “Amò non ti ricordi che il venerdì ciò il calcetto?”

buon sanvalentino a chi oggi non ha ricevuto né uno schiaffo né un pugno dal proprio uomo – ma solo perché è sanvalentino

buon sanvalentino alle signore che stasera festeggiano con il proprio maritino – che manda messaggini su watsapp alla fidanzata

buon sanvalentino alle ragazze mollate  solo ieri con la frase tu meriti molto di più

buon sanvalentino a tutte le donne che hanno sperato che arrivasse un mazzo di fiori

o almeno una telefonata

o un sms…

buon sanvalentino a chi  ama davvero e  lo dice mangiandosi le labbra

buon sanvalentino a tutti i cuori dolci che si sciolgono come il burro di fronte ad una foto

buon sanvalentino a chi sorride sorniona e sa…..

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sl1-2L’isola mi accoglie come aveva fatto tanti anni fa. Silenziosa e altera. Grigia e rigida nella luce dell’alba. Arrivo con l’aliscafo restando in piedi all’esterno come sempre. Non riesco a sopportare il chiuso e il rollare innaturale che produce. Rimango fuori, nel vento creato dalla velocità. Che si spegne piano piano, mentre i motori scendono di giri e l’Isola si avvicina.

Arriva forte l’odore di zolfo, mentre scendo lentamente dalla passerella di legno. Un odore che quando sei sull’isola non senti più. Tutto è impregnato. Tutto è  zolfo. Quando sei qui.

Turi mi aspetta con la campagnola davanti al molo. Mi guarda, mi prende dalle mani il trolley, lo carica dietro, mi da un frettoloso e stitico abbraccio e sale in macchina facendomi segno di imitarlo.

A casa trovo una colazione calda, dolce e irresistibile. Anche se inverno la brioche calda e il caffè forte con la crema, come piace a me.

– quanti anni è che non vieni?

– trenta, credo, forse qualcuno in più

– ma perché non venisti più?

-non ce l’ho fatta. Credimi. All’inizio non ce l’ho fatta. Poi la vita, il tempo.  Tutto.

– Si lo so. Come stanno i tuoi figli

– Bene. La grande studia. Il piccolo è una dolcezza.

– Bene

Passa un silenzio.

In un altro luogo, in un altro tempo, sarebbe un silenzio duro da sopportare. Qui. In questo momento è il minimo per riuscire a riprendere fiato

Turi non è cambiato. Era rude e rude è rimasto. Nei modi, non nei sentimenti. Quelli sono profondi ed immutabili. Trent’anni di distanza non li cambiano.

Ricordo l’arrivo sull’isola di allora. Stesa ora, stesso aliscafo, stesso molo. Ma l’isola era diversa. Sempre silenziosa e altrera, nella sua nube di zolfo. Ma immersa in una caligine che aspettava solo il minimo movimento del sole per riuscire a sfiancare gli animi più saldi.

(continua)

La mattina, dopo aver accompagnato il piccoletto a scuola, mi fermo al parchetto di fronte per far correre un poco Cicoria prima di farle passare la giornata a casa o in ufficio.

A volte il piccolo parco, che è gestito dalla Chiesa adiacente, è chiuso. (una volta dovrò scrivere di questi giardini dell’Aventino, entrarci ti porta indietro nei secoli e l’affaccio dalla rupe ti avvicina ai gemmelli che dovevano decidere da quale parte fondare la loro città)

Allora riprendo la macchina ed andiamo al parco della Casa del Jazz. E’ dall’altra parte di Viale Aventino, passata San Saba e la Porta delle  Mura Ardeatine. E’ una struttura voluta dall’Amministrazione Veltroni e realizzata su una proprietà confiscata ad uno dei boss della Banda della Magliana, Enrico Nicoletti. Lui era il “cassiere” ed acquistò la villa dal Vicariato di Roma. La fece ovviamente ristrutturare compiendo numerosi abusi edilizi, neanche a dirlo. Quando fu affidata al Comune di Roma venne ripristinata la pianta originale del 1936, trasformata in auditorium per il jazz, ed il bellissimo parco fu aperto al pubblico. E’ poco conosciuto ed appartato e passeggiarci la mattina da un senso quasi di possesso. Quasi come essere nel giardino di una propria villa. Non aveva gusti malvagi in fatto di abitazioni il caro Nicoletti.

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Ci sono periodi della vita in cui mi sono sentita trasparente, invisibile. Ora vorrei esserlo. Specialmente la mattina, quando il groppo che ho in gola da appena sveglia ancora non si è diluito. Ed ho paura di salutare le persone che incontro, le altre proprietarie di cani, le mamme di scuola, perchè temo la mia voce esca bagnata dalle lacrime che ingoio. Ma trasparente non sono, e neanche così brava ad evitare il resto del mondo, che sembra vada avanti comunque nonostante il mio tentativo di bloccarlo.

Da domani avrò cambiato casa. Ancora non fisicamente, ma contrattualmente si. Non assomiglierà a questa Villa, ma avrà un piccolo giardino. Non sarà su uno dei Colli più prestigiosi di Roma ma in una delle periferie meno lontane e meno degradate. Una di quelle zone dove le persone come me che non rubano e lavorano normalmente pagando tutte le tasse riescono a trovare ancora affitti umani per questa città che è nuovamente stata saccheggiata. Non dai Barbari, stavolta, ma da politici e banchieri.

L’ho cercata, l’ho vista e nel giro di una settimana ho deciso. Senza più dormire la notte, ovviamente, al pensiero del cambiamento di vita. Lascio la casa dove vivo da ventidue anni. La strada dove vivo da ventisette. Non ci sono sampietrini di cui non conosco gli angoli.

Senza essere patetica mi sono ripromessa di tornare ad abitare al centro di Roma quando le mie condizioni di vita saranno cambiate. Tutte. Perchè questo non deve essere il mio ultimo giro di giostra. Perchè non voglio continuare ad arretrare. Voglio fermarmi, le spalle appoggiate ad un muro solido e tentare di fare il giusto balzo per superare questo pantano viscido in cui sono invischiata.

Anche io vorrei condividere le mie notti insonni piene di pensieri, le mie scelte difficili, i momenti di cambiamento, con quel qualcosa che pensavo di avere e che invece forse non c’è mai stato. E mi chiedo come sarebbe stato decidere in due, come cambiare e dove andare.

A volte mi guardo indietro e mi dolgo di non essere stata più brava, e penso che meglio di questo strazio sarebbe tornare al prima. Ma so che di nuovo vorrei qualcosa che non posso avere. E non ho scelta. Io non ce l’ho.

bella, con i capelli cotonati e l’eyeliner nero, con l’abito color lilla, quello con i bottoni che sembravano dei bonbon. avevi un profumo dolce di cipria e fondotinta. mi baciavi di lato per non rovinare il rossetto. torniamo presto, dicevi. ma per me era l’eternità.

due piccole rughe verticali tra le sopracciglia disegnate con cura. sopra il tuo naso diritto. apparivano quando mi dicevi: Eli, senti un po’…. ed io tremavo in attesa di sapere qual’era il rimprovero, perchè c’era, era certo. te le ho accarezzate e spianate a lungo negli ultimi giorni. tentando di cancellarti il pensiero del dopo.

mi svegliavo di notte dopo un incubo. avevo delle visioni nitide degli animali enormi e mostruosi che mi minacciavano ancora nel buio. trovavo la forza di far uscire una mano dalle coperte solo per bussare al muro che divideva le nostre stanze.

la febbre me la godevo nel tuo lettone. lenzuola ricamate del corredo, quelle che ora ho io. due cuscini dietro la testa e il vassoio di legno con i piedini, per mangiare li. mi imbocchi? io tentavo…. sorridevi. sei grande oramai. ma ho tanto mal di testa…. e va bene! e mi passavi la mano sulla fronte, fresca e liscia la tua mano. me la sento ancora . con le dita lunghe e le unghie curate. le carezze con i grattini sulla schiena. però per quelli ti facevi sempre pregare un po’.

un movimento cauto, la distanza tra te e la scrivania, un gesto di protezione. ti devo parlare di una cosa. mi volevi dire che sei incinta? mi guardavi stupita. ma come fai a saperlo, non si vede ancora. certe cose io le sento, tu lo sapevi.

una cosa però non l’avevo sentita. devo partire, vado in un paese lontano, in sud america. mi sforzavo di sorridere: che bello! bel viaggio! quando torni? lo sguardo serio: vado a vivere lì, tesoro. tornerò a natale e poi d’estate. sai francesco ha un cantiere lì. è stato solo un momento, una nuvola grigia davanti agli occhi, e poi di nuovo ho sorriso: si è giusto, devi andare. (scegli me, scegli me!!! urlavo dentro la testa)

non penserai di uscire con me conciata in quel modo! avevo i jeans e una tshirt. forse i camperos. ovvio che si! camminavamo entrambe arrabbiate, poi però il gelato da Giolitti ce lo prendevamo lo stesso.

uno degli ultimi pomeriggi eravamo sdraiate vicino, sul tuo lettone. ci tenevamo la mano. eri triste e depressa e pensavi a mio fratello. devi stargli vicino, ha già perso il padre. ha sofferto molto. per la prima volta trovai il coraggio di dirlo: anche io ho sofferto tanto. lo so, mi dicesti, lo so. e due lacrime ti sono scese lungo le guance. non parlai più.

mi manchi.

Ambarabaciccicoccò anghingo

tre civette sul comò

che facevano l’amore

con la figlia del dottore

il dottore si ammalò

Ambarabaciccicoccò

Non so perchè mi è venuta.

Forse sono le tre civette che ho incontrato ieri notte uscendo dal bosco di castagni, tornando verso il paesello in collina. Ho incontrato anche la volpe. Si è fermata a guardarmi per un poco prima di infilarsi nel sottobosco. E anche una famigliola di ricci che per una volta non sono stati schiacciati dalle ruote della macchina.

Amo quel bosco. E i ritorni notturni che mi permettono di incontrati gli animali.

Le civettte sul comò rimangono un mistero. Cosa ci fanno? Chi sono? Perchè si fanno la figlia del dottore? E perchè questa storiellina erotica viene raccontata ai bambini?

E’ solo una questione di assonanze fonetiche? O come in modo molto irionico si legge su Nonciclopedia

“è una filastrocca che per i suoi contenuti osceni è stata censurata in 18 paesi nel mondo. Purtuttavia viene tutt’ora tramandata ai bambini negli asili in forma clandestina.
La celebre opera letteraria è vietata ad un pubblico di minori poiché incita all’orgia, all’omosessualità, al sesso esplicito, al sesso subordinato implicito, al sesso interrazziale, orale, anale e vegetale e a credere che l’uccello è bello perché è vario”

Io in ogni caso propendo per la versione erotica. Mi ravviva i pensieri.

Offuscamenti mentali da isolamento extra familiare. Passaggi di anniversari vissuti senza affetti. Senza immaginare auguri che si sa non arriveranno. Facendo comunque il gesto propiziatorio con un brindisi tra conviventi.  Il paesino si ricorda di questa data.

I veri eroi oggigiorno non sbarcano su Ohama Beach. Mantengono famiglie e resistono e festeggiano compleanni e natali sempre uguali, con codici fissati e partecipazione coatta.

O altrimenti coloro i quali decidono che la vita va in un’altra direzione. Ma poi devo andarci, e fino in fondo. E senza lamentarsi.

Porto cibo ad una cagna bianca dagli occhi dolci che ha una zampa spappolata da una tagliola. Cibo e antibiotici. Inizialmente mi  guardava da lontano diffidente. Ora mi aspetta, mi viene incontro e si fa carezzare delicatamente dietro le orecchie. Con molta delicatezza, basta un gesto brusco e piegata la coda tra le gambe si allontana con un sorriso di scuse. Non riesce più a fidarsi. Mi da un poco di credito perchè fino ad ora ho rispettato i suoi tempi. I suoi movimenti. Non ho allungato la mano verso di lei. Ho atteso accucciata che si avvicinasse a me. Cicoria ci ha aiutato. L’accoglie e non è gelosa del cibo che le porto. E’ stato il ponte. Ho passato la mano dalla sua testa a quella della cagnetta bianca . Un passaggio lento e dolce dal pelo pulito e lucido e nero a quello sporco, ispido e bianco. La nera, la mia, era abbandonata su queste strade la scorsa estate. Ha perso la libertà barattandola con la sicurezza. Mi segue fedele, mi accontenta quando la chiamo, ma il suo vero istinto è  quello della zingara. Quando può si lancia nei campi, sopra il paesino. Corre nei prati. Insegue gatti, lucertole e ratti e torna con orribili prede. La bianca non troverà facilmente rifugio. E’ storpia per sempre. Ma forse conserverà la libertà e la sua indipendenza. Pagandola con la solitudine.

ambarabaciccicoccò

Quand’ero ragazzina mio padre diceva, a me e mia sorella, che prima di conoscere il mondo avremmo dovuto conoscere bene l’Italia.

Metodico, lui.

Preciso, scientifico e metodico.

Infatti ogni estate, a metà agosto, dovevamo partire con lui per il fatidico viaggio. Nulla di grave, beninteso. Ma mi sarei suicidata, piuttosto. Venne un’età in cui per rendere le giornate più veloci andavo a letto alle otto. Sissignore, in viaggio con mio padre e mia sorella, in albergo, d’estate, alle otto ero a letto. Chiudevo gli occhi e immaginavo cose.

In realtà non ho mai smesso, di chiudere gli occhi e immaginare cose.

Così abbiamo visitato la Sicilia, la Puglia, la Calabria e il Veneto. Arrivò poi un anno di crisi finanziaria definitiva e i nostri viaggetti estivi finirono su un traghetto per l’Elba mai preso. Peccato. Quell’anno avevamo anche gommone e sci d’acqua, sarebbe stato fico.

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In questo momento la (ormai) ventiduenne è in volo verso la Thailandia. Scalo al Cairo e poi a Bangkok. E poi Vietnam e Cambogia. Un mese di viaggio.

Sono in due, lei e un’amica. Hanno prenotato il volo di andata e quello di ritorno. Ah! Dietro le insistenze di mia sorella (che ho pregato di intervenire in quanto viaggiatrice esperta e stata in quei luoghi due anni fa) hanno prenotato l’Albergo in cui dormiranno domani (spero) a Bangkok.

Io avevo 24 anni quando partii per la Thailandia. Con il mio futuro-ex-marito-padre-della-ventiduenne.

Lo avevo conosciuto l’estate prima, il giorno del mio ventiquattresimo compleanno. Lui ne aveva 40. Venne alla mia cena di compleanno accompagnato da amici comuni. Era  un bell’uomo scapolo, che dimostrava molto meno della sua età nonostante i capelli completamente bianchi da oramai un decennio, e che quell’estate fece qualunque cosa per farmi notare quanto era fico. Racconti dei suoi viaggi intorno al mondo, immersioni in apnea nel mar di Sardegna recuperando anfore romane (giuro!), grandi servizi fotografici con ingrandimenti di miei profili marini stampati su lastre argentate…. insomma mi innamorai.

Quando organizzammo questo primo mega viaggio insieme io ero a mio primo mega viaggio.

Lui super esperto viaggiatore prese in mano tutta la questione.

Iniziai ad avere i primi sospetti quando non riuscii a convincerlo che una carta di credito era molto meglio che viaggiare con rotoli di contanti o voucher.

Ebbi poi una strana sensazione quando fummo chiamati e fatti scendere dall’aereo (sbagliato) della Thaj che partiva in coincidenza con il nostro volo (giusto ) della Qantas.

Quando capii che ad ogni frase che ci rivolgevano in inlgese rispondeva sempre nello stesso modo perchè non capiva assolutamente nulla, presi in mano guida, documenti e gestione del viaggio.

Lui me lo lasciò fare, perchè era molto innamorato e uomo intelligente e sapeva come darmi dei contentini per tenermi buona.

Fu un viaggio memorabile. Super preparato in tutti i dettagli: collegamenti, trasporti, alberghi, coincidenze. Passammo dalla Tailandia all’Australia. Lizard Island sulla barriera corallina. Un sogno.

Dopo quattro anni nacque la creaturina che ora sta volando senza nessun tipo di prenotazione verso un viaggio di un mese tra Thailandia, Vietnam e Cambogia. Senza di me. Senza suo padre. Con un’amica più stordita di lei.

Mi dicono che devo stare calma. Non tragicizzare. Accettare che lei è ormai una donna e trattarla come tale.

Sè, vabbè. Ne riparliamo…..

compleblogil timer mi indica che tra due ore è passato un anno.

Un anno  fa decisi che avrei scritto un post al giorno per 365 giorni.

Era un momento particolare, uscivo da un periodo duro. Molto duro. E avevo da poco aperto un blog. Per la prima volta nella mia vita mi stavo sfidando a scrivere e pubblicare quello che normalmente rimaneva confinato nella mia mente (o anima, direbbero i buddisti).

Mi resi conto subito che avrei avuto delle serie difficoltà a continuare. Io sono così. Impulsiva, immediata. Appena decido o penso una cosa devo subito realizzarla. Decisi di avere un blog una sera che ero particolamente giù e nel giro di due ore era funzionante. Ho una grande capacità di azione. Ma quanto a continuità e costanza …. bè lasciamo perdere.

Così dopo pochi post mi sono resa conto che avrei potuto anche smettere. Ma il mio obiettivo principale dovrebbe essere sempre quello di arrivare fino in fondo, qualunque cosa accada.

Inoltre sentivo un pizzicorino alla base della colona vertebrale. Quel pizzicorino che mi arriva sempre quando si sta completando un ciclo della mia vita e ne sta per iniziare un altro. Banalmente avrei compiuto cinquant’anni. Il lavoro non andava mica tanto bene e avevo avuto una batosta sentimentale niente male. Il pizzicottino, però mi diceva che la mia vita stata girando. C’era nell’aria un profumino di cambiamento…. E così decisi di sfidarmi. Un post al giorno. Per un anno. Una follia! Avrei documentato un anno della mia vita attraverso i miei pensieri, le riflessioni, una immagine, qualcosa. Per poi, dopo 365 giorni, tirare le somme.

Ed eccoci.

Mica so bene che devo dire.

Cioè di cose ne sono successe tante, ma quanta importanza hanno? Ho smesso di fumare. Sono ingrassata. Sto a dieta. Ho incontrato una comunità che non immaginavo neanche esistesse. Siete voi. Ho compiuto i miei primi cinquant’anni. Ho il lavoro sempre più complicato ma forse stringendo i denti qualcosa di buono sta arrivando. Ho smesso di vedere la TV perchè la sera scrivo o leggo i vostri post. Purtroppo ho anche smesso, quasi, di leggere libri. Ma ora non dovendo scrivere tutti i giorni riuscirò a rimettermi in paro.

Ma c’è una cosa fondamentale, LA COSA, che è accaduta solo grazie al fatto che ho portato avanti il blog.

Ho conosciuto la persona che sicuramente ha cambiato la mia vita. Un uomo stupendo che riesce a darmi una quantità d’amore che supera il tempo, le distanze, e qualunque problema. Grazie a lui ho riscoperto la Eli che conoscevo. Ironica, sensibile, amante dello scherzo e della battuta ma anche pronta a sottoscrivere questioni importanti. Non era più così da un bel po’. Avevo permesso alla vita di schiacciare completamente  la mia anima. Esiste  l’uomo perfetto? Certamente no. Come non esiste la donna perfetta. Ma lui ha una meravigliosa dote, che non ho mai trovato in nessuno prima: la totale e completa generosità nell’amare. Ed è capace di gesti eclatanti ma profondi. Ho riscoperto la parola amore, ma anche la tenerezza e  la sensazione di essere sempre al centro della sua vita e dei suoi pensieri.

Grazie amore.

Non ti avrei incontrato senza questo blog.

donne-cena-pesceCinque donne intorno a una tavola su una terrazza romana.

G. si è appena separata dopo più di vent’anni di matrimonio. Ha un aspetto splendido. Ci ha invitate a cena perchè dopo mesi l’ho chiamata e ci siamo riviste per un caffè. Ma non basta per riprendere un’amicizia che è durata tanto, tanto tempo. E lei supergenerosa ed ospitale com’è (napoletana), favorita da una splendida grande casa, ha organizzato una cena dove reincontrarci insieme ad altre amiche.

P. è sempre bella, per lei gli anni sembra non passino. Anche lei separata, ma da anni ormai, ha un compagno fisso che vive all’estero. Da sempre. Prima in Germania, ora a Londra. Sono ricercatori. Ride sulla questione Marino-Vivisezionista. Nessun medico o chirurgo può evitare di passare per l’utilizzo di animali cavia, dice lei. E quindi parla di strumentalizzazione politica. Ci vuol poco a capirlo, dico io, quando Roma è tappezzata da manifesti con Alemanno abbbracciato ad un gattino. Dico Alemanno! Avete mai visto lo sguardo di Alemanno dal vivo? Potrebbe far scappare un Dobermann.

F. è come al solito una tacca sopra le altre per sensibilità. Riesce a capire tra le pieghe di un racconto i passaggi emotivi che lo hanno generato. Io penso sia per tutti i problemi di salute che ha dovuto sopportare. Anni di lotta ad un diabete che le dava vita a tempo. Il tempo di azione dell’insulina, poi era come si spegnesse una candela. A vederla così abbronzata e mesciata, sempre in gran forma fisica e vestita carina non si potrebbe immaginare che ha subito un trapianto di reni ed è sempre sotto farmaci. Infatti è  splendida, come sempre. Tranne alla fine, quando dice che è ora e deve andare, e si capisce che per lei non è un modo di dire. Come cenerentola ha un tempo di autonomia. E quando scende le scale ha già un altro volto e il pallore sotto l’abbronzatura delle Eolie. P., la sorella, le va dietro per sostenerla e scortarla fino a casa.

A. è il solito grillo. Siamo salite assieme, e in macchina mi ha già fatto il terzo grado. Vuole sapere tutto. L’amore? Quale? Ma lo scrittore… Finita. Ma che fai tu con gli uomini, li consumi? Rido. No, era una storia molto complicata. Mi chiede del lavoro. Dopo tanti anni non hanno ancora mica capito bene che lavoro faccio. Sono leggermente fuori dai canoni. Le chiedo dei figli. Lei è un’altro dei grandi misteri femminili. E’ una donna minuta, non bellissima, il viso segnato anzitempo dall’età. Ha sposato da poco un uomo bellissimo molto più giovane di lei. Dopo anni di convivenza lo hanno deciso per poter adottare un bambino. Ne hanno avuti due, dall’africa, fratelli gli hanno detto. La femmina è una quasi adolescente, il maschio ha cinque anni. E’ sconvolgente pensare come due persone che non hanno mai avuto figli possano passare in un attimo da zero a cento in questo modo. Sono dei miti.

Cinque donne attorno a una tavola mangiano e bevono e ridono e si raccontano e ritrovano la gioia di essere assieme. Ancora una volta. Nonostante tutto.

416c156ca489a9ddb2b3217eb5ca9e75-Sembra che la farfalla le sia molto affezionata.

La Signora sorrise.

– Questa signorina mi considera sua amica.

– Si può fare amicizia con una farfalla?

– Per fare amicizia con lei, per prima cosa bisogna diventare parte della natura. Nascondere le proprie caratteristiche umane,  restare qui immobili e pensare intensamente di essere un albero, un’erba, un fiore. Ci vuole tempo, ma una volta guadagnata la loro fiducia, si fa amicizia con grande naturalezza.

– Dà loro anche un nome? – chiese Aomame, incuriosita. – Voglio dire, come si fa con i cani, o coni i gatti.

La Signora scosse leggermente il capo.

– No, non do nomi alle farfalle. Ma anche senza nomi , le distinguo l’una dall’altra dal disegno e dalla forma. Inoltre, quando si dà loro un nome, chissà perché muoiono subito. Queste creature non hanno nome e vivono per un tempo molto breve. Ogni giorno vengo qui, le incontro, le saluto e faccio loro vari discorsi. Ma, quando il tempo è giunto, le farfalle scompaiono da qualche parte, in silenzio. Penso siano morte, ma sebbene cerchi, non ne trovo mai i resti. Svaniscono senza lasciare traccia, come se si fossero dissolte nell’aria. Le farfalle hanno una grazia incantevole, ma sono anche le creature più effimere che esistano. Nate chissà dove, cercano dolcemente solo poche cose limitate, e poi scompaiono silenziosamente da qualche parte. Forse in un mondo diverso da questo.

Murakami Haruki – 1Q84 – Libro primo

Dedicato a mia madre.

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"Sono una parte di tutto ciò che ho trovato sulla mia strada" A.Tennyson

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