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Libri

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Be’, dice la morte, passandomi accanto,
ti prenderò comunque,
non importa quello che sei stato:
scrittore, tassista, pappone, macellaio,
paracadutista acrobatico, io ti
prenderò…
okay, baby, le dico io.
Adesso ci beviamo qualcosa insieme
mentre l’una di notte diventano
le due
e lei solo sa
quando verrà il
momento, ma oggi sono
riuscito a fregarla: mi sono preso
altri cinque dannati minuti
e molto di
più.

charles-bukowski

Annunci

880014In attesa della pubblicazione del sequel di “Gobbi come i Pirenei” (allora, alla NEO cosa aspettate?), è stato pubblicato dalla casa editrice Officine Editoriali un  racconto di Otello Marcacci  in versione ebook: La Lotteria.

Il racconto è una storia ambientata nell’anno 2802, insomma una roba di fantascienza. Questo potrebbe scoraggiare qualcuno che, come me, non ama molto la materia. O meglio, in anni adolescenziali ho letto alcuni dei capisaldi della letteratura fantascientifica. Ma passato quel periodo non mi sono mai più avvicinata al genere.

Però, come sempre, Marcacci sorprende i suoi lettori. E’ fantascienza, è vero. Si parla di guerre stellari contro popoli alieni. Di pianeti distanti raggiunti, colonizzati e abitati dagli umani. Di tecnologie che permettono l’invincibilità, almeno per un giorno. Ma al centro del racconto c’è comunque l’uomo. L’essere umano con tutto il bagaglio di vita, amori, vigliaccherie, tradimenti, meschinità e seconde possibilità. Temi a cui Otello Marcacci fa ricorso per dare attraverso i suoi libri il senso che ha della vita.

Per come l’ho inteso io: una gran fregatura, che però vale la pena vivere fino in fondo.

E vale la pena leggere fino in fondo questo racconto.

Se poi non lo conoscete e vi può interessare leggere i romanzi che ha pubblicato, da oggi è online anche il suo sito www.otellomarcacci.com.

Il primo ricordo che ho di Istanbul è da bambina.

piccola pantofola d'argentoAvevo una serie di libri di mia madre di quando era piccola, edizioni Salani, collana “La Biblioteca dei miei Ragazzi”, stampati dal millenivecentotrenta al cinquanta. Da antiche leggende a storie di avventura, dove ovviamente venivano esaltate virtù come il coraggio, il senso del sacrificio, l’amore per la propria patria e per la propria famiglia.

Uno di questi libri si intitolava “La piccola pantofola d’argento”. Era la storia di una bambina nata nel Caucaso. Veniva rapita, non ricordo più come, attraversava territori deserti ed avventure fino ad arrivare a Costantinopoli all’epoca dell’Impero Ottomano, proprio nel palazzo del Sultano. Una storia orientale un poco torbida ed affascinante, dove la pantofolina era l’unica traccia che aveva il fratello per ritrovare e riconoscere la ragazza rapita al suo clan familiare.

Ho letto questo libro decine di volte, e sognavo continuamente di avere una vita avventurosa come quella della protagonista: Tamara, Tamariska per i familiari. E sognavo questa mitica città di minareti e caravanserraglio. La corte del Sultano, le stanze in penombra, divani e tende di mussola. Una gran confusione, ammetto.

Quando, dopo trent’anni, sono arrivata per la prima volta ad Istanbul lo avevo quasi dimenticato. Ma è bastato arrivare nel primo grande cortile del Topkapi per fare un salto indietro nel tempo e rivedermi da bambina a sognare di possedere delle pantofoline d’argento dalla punta ricurva.

Quella volta lì ero andata ad Istanbul con il mio primo marito. Un viaggio di quattro giorni, a cavallo del primo Maggio, lasciando la ventunenne (allora ottenne) alle nonne. E’ stato uno strano viaggio. L’ultimo che abbiamo fatto insieme. Eravamo molto sereni, tranquilli. Camminavamo per Istanbul tenendoci per mano. E la notte dormivamo ancora vicini. Ma erano le uniche intimità da tanto tempo ormai. Affetto fraterno. Un legame che durava da molti anni e che forse sarebbe andato avanti così ancora per molti anni a seguire. Ma io non sono fatta per i compromessi, e dopo pochi mesi ci separammo.

Quel Primo Maggio a Istanbul ci furono degli scontri. Passavamo, ricordo, in una grande Piazza, forse proprio Piazza Taksim, e ci trovammo proprio nel mezzo nel momento in cui da destra arrivava una grande folla di manifestanti, mentre a sinistra c’era un cordone di polizia in tenuta antisommossa con i blindati. Facemmo un velocissimo dietrofront. In albergo poi vedemmo che gli scontri erano stati violenti e c’erano stati parecchi feriti.

Dopo tanto tempo, quattro anni fa sono tornata. Un viaggio di lavoro, tre giorni, ma straordinariamente ho avuto due mezze giornate libere per poter di nuovo visitare la città. Ero lì per un progetto europeo, con altri italiani, greci, ciprioti e ovviamente turchi. La nostra ospite Turca, Sevi, una deliziosa giovanissima danzatrice e coreografa, ci fece vivere la vera Istanbul guidandoci la sera tra la movida dei locali “giovani” e i risporantini dove mangiare il pesce sul Bosforo. La mattina, prima delle riunioni di lavoro, andavo in giro con un collega che non aveva mai visto la città. Io, straordinariamente, ricordavo ancora dopo tanti anni, strade e percorsi. Come se realmente avessi vissuto lì per un lungo tempo.images-4

Avevo letto da poco, ricordo, uno dei libri che ho amato maggiormente di Orhan Pamuk “Istanbul”, appunto. Nel libro di Pamuk, però, avevo avuto modo di conoscere ancora un’altra città. Quella in bianco e nero dell’inverno. La città con le case di legno degli anni cinquanta. Le atmosfere tristi e malinconiche delle città che hanno vissuto antichi fasti, prima del crollo di una civiltà.

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Vedere le immagini di questi giorni online o in televisione, riconoscere le strade e i volti dei giovani che avevo incontrato a bere gli aperitivi nei locali, mi riporta alla mente la sensazione di modernità e fervore culturale che avevo avuto nei giorni della mia visita. La certezza che pochi posto al mondo possono contenere così tante contaminazioni tra passato e presente, oriente e occidente, tradizione e modernità come si trovano in ogni luogo, ad Istanbul.

C’è un momento della mia infanzia che spesso mi ritorna in mente. Sto giocando con delle compagne di scuola sul balcone e sento mio padre che parla con la mamma:

“E’ ora che Franca incominci a recitare, ormai è grande”.

Avevo tre anni.

La mamma commenta: ” speriamo che abbia talento”.

E mi ricordo i giorni appresso mentre mi insegnava la parte “bocca a bocca”, così si diceva in compagnia, parola per parola come una litania. Il mio debutto sarebbe avvenuto la settimana seguente, nella recita del Venerdì Santo: dovevo rappresentare un angiolino di supporto all’arcangelo Gabriele interpretato da mia sorella Pia, che, con tanto di ali maestose e abito fluente di seta, appariva a Giuda dopo l’infame mercato:” Pentiti Giuda traditore che per trenta monete d’argento hai venduto il tuo Signore! Pentiti! Pentiti!” recitava Pia e io dovevo ripetere gridando la stessa battuta:” Pentiti! Pentiti! Giuda traditore che per trenta monete d’argento hai venduto il tuo Signore!”

Non era una gran parte, non credo di aver messo molto a impararla. “Ripeti!” e ancora “Ripeti!” diceva la mamma mentre pelava le patate per il minestrone:”Ripeti!”

Mia madre per i suoi figli era ambiziosissima.

Per l’occasione mi aveva cucito un bellissimo abito bianco da angelo, con due grandi ali bianche e oro appoggiate sulle spalle. Seppur credente non andava mai in chiesa. Lei lo sapeva benissimo che gli angeli erano vestiti così!

Mio padre, ormai entrato nel gioco, mi fabbricò una coroncina di lampadine che, grazie a una pila infilata nelle mutandine si accendevano. Come in un rito sollevò la coroncina e me la pose in testa.

(….)

Il guaio, l’imprevisto che più imprevisto di così non si poteva immaginare, fu che il personaggio di Giuda era interpretato da mio zio Tommaso, un uomo che avevo sempre visto calmo, sorridente, mi raccontava storie bellissime e mi regalava un sacco di giochi. Volevo molto bene a mio zio, e vedermelo lì, proprio vicino vicino, con una parruccacccia nera in testa…gli occhi che lanciavano saette tra un minaccioso tuonar e lampeggiar nel cielo… che disperato gridava: ” Possano i corvi divorarmi le budella, le aquile strapparmi gli occhi!” e altri animali che non so più, ” mi divorino un pezzetto alla volta a cominciare dalla lingua” mi fece un terribile effetto. Mamma mia che spavento! Cosa stava capitando?! Ero stravolta me lo ricordo benissimo.

(…)

“Ma cosa sta capitando? Perchè zio Tommaso fa così?” Il groppo che avevo in gola stava per scoppiare. Mia madre dalla quinta mi faceva gesti più che perentori, le sue labbra ripetevano “pentiti, pentiti”. Giuro che avrei potuto dire la mia battuta, ma non me la sentivo proprio di rincarare la dose. No, io no, allo zio Tommaso questo non lo faccio! Non so cosa gli sia capitato,poverino. Forse è impazzito.

A piccoli passi, camminando come pensavo camminassero gli angeli, seppur spaventatissima, gli vado vicino, lui era in ginocchio e gridava più che mai…Dio che pena! Senza dire una parola mi arrampico al suo collo e lo abbraccio tempestandogli la faccia di baci. Insomma cercavo con tutti i mezzi che avevo a mia disposizione di calmarlo e piangevo nel silenzio che era calato in palcoscenico.

Pia era ammutolita. In quinta mia madre faceva segnali che non prospettavano niente di buono. Lo zio-Giuda si blocca per non più di cinque secondi, giuro. Poi con voce profonda (intanto con la mano solleticava la mia e con gli occhi rideva per tranquillizzarmi) recita rivolgendosi al cielo:” Dio, sei grande! A quest’orrendo peccatore mandi il conforto …. un piccolo angelo …. mi tendi la mano…. No, no, non me lo merito!” e, dal momento che lo spettacolo doveva pur terminare, taglia corto:” M’impicco! Dov’è il grande fico, albero della vergogna? M’impicco!”

Deve usare un po’ di forza per liberarsi da me, che proprio non ne voglio sapere di lasciarlo andare a impiccarsi. E poi cosa vuol dire impiccarsi? Non lo sapevo, ma ero certa che fosse una cosa orrenda. “L’albero più alto… dov’è l’albero più alto… lasciami andare, angolino…. lasciami…” dice lo zio e con un urlo agghiacciante esce di scena. Mia sorella, non sapendo più che fare (l’unica volta della sua vita, credo) camminando anche lei sulle punte, immediatamente lo segue. Grande applauso.

FRANCA RAME – Una Vita all’improvvisa.

la storiaWeg! Weg! da! Weg! Weg!”

Delle esclamazioni tedesche, interrotte e travolte da un vocio di donne, la raggiunsero una di quelle mattine, mentre, dopo un inutile viaggio alla Cassa Stipendi chiusa, s’avviava all’osteria di Remo. Si era appena inoltrata su una traversa della Tiburtina, e le voci provenivano dalla pate di Via Porta Labicana, a poca distanza di là. Nell’arrrestarsi incerta quasi si scontrò con due donne, che arrivavano di corsa da un’altra laterale alla sua destra. Una era anziana, un’altra più giovane. Ridevano esaltate, la più giovane teneva in mano le ciabatte dell’altra, che correva a piedi nudi. Questa si reggeva per le due cocche la gonna alzata sul davanti e gonfia di una polvere bianca: farina, sperdendone un poco sul selciato dietro ai suoi passi. L’altra portava una sporta d’incerato nero, anchessa gonfia di farina. All’incrociarsi con Ida, le gridarono:” Corra, signò, faccia presto. Stasera se magna!” “Aripiàmose la robba nostra!” “Ce la devono da ridà, la robba nostra, ‘sti ladri zellosi!” La voce già si spargeva, altre donne uscivano veloci dai portoni. “Tu, torna su ‘ccasa” ordinò ferocemente una passante, lasciando la mano di un bambino; e sulla traccia della farina versata, tutte s’imbrancarono di corsa, e Ida con loro. Non c’erano da fare che pochi metri. A mezza strada fra Via di porta Labicana e Lo Scalo Merci c’era un camion tedesco fermo, giù dal quale un milite del Reich teneva testa, sbraitando, a una folla di donne del popolo. Evidentemente, colui non osava metter mano alla pistola che portava al cinturone, per timore di venire linciato sul posto. Alcune delle donne, con l’ardimento supremo della fame, s’erano arrampicate addirittura sul camio, carico di sacchi di farina. E fatti dei tagli nei sacchi, se ne versavano il pieno dentro le gonne, le sporte e qualsiasi altro recipiente si fossero trovate a portare. Qualcuna se ne riempiva magari il secchio del carbone o la brocca dell’acqua. Un paio di sacchi giacevano in terra già mezzi vuoti, fra l’assedio; una quantità di farina s’era versata in terra e veniva pestata. Ida si fece largo disperata:” Anch’io! anch’io!” strillava come una bambina. Non riusciva a rompere l’assedio che stringeva i sacchi buttati a terra. Si sforzò a salire sul camion, ma non ce la faceva: “Anche a me! anche a me!!” Dall’alto del camion, una bella ragazza rise sopra di lei. Era scapigliata, con sopracciglia foltissime e more, i denti forti come di bestia. Si reggeva innanzi per le cocche la vesticciola colma, e le sue cosce, scoperte fino alle mutande nere di raion, splendevano di un candore straordinario, come quello delle camelie fresche:”Tiè, signò, ma spicciate!” e accucciandosi verso Ida, con una risata da furia le riempì la sporta di farina, versandogliela direttamente dal proprio grembo. Ida a sua volta si era messa a ridere simile a una bambina mentecatta, cercando di risortire col suo carico, di mezzo alla folla urlante. Le donne parevano tutte sbronze, eccitate dalla farina come da un liquore. Urlavano inebriate contro i Tedeschi gli insulti più osceni, che nemmeno le puttane di un lupanare. Le parole meno brutali erano: fraciconi! culoni! viiacchi! assassini!! ladriii! Nel sortire di fra la folla, ida si trovò in un coro di ragazzette, arrivate ultime, che da parte loro strillavano a gran voce, saltando come in un girotondo:

“Zozzoni! Zozzoni! Zozzoniii!!!”

E in quella udì la propria voce, stridula, irriconoscibile nel suo eccitamento infantile, gridare nel coro:

“Zozzoni!”

Per lei, questa era già una parolaccia da trivio: mai pronunciata una simile.

La guardia tedesca aveva preso la fuga in direzione dello Scalo Merci. “Gli apai! Gli apai!” sentì Ida gridare alle proprie spalle. Difatti, mentre lei fuggiva verso la Tiburtina, dal lato opposto era riapparso il milite tedesco, con un rinforzo di militi italiani della PAI. Costoro tendevano in alto il braccio armato di pistola; e per intimidazione spararono dei colpi in aria, ma Ida, sentendo gli spari e le urla confuse delle donne, credette in una strage. La prese una terribile paura di cadere colpita a morte, lasciando sulla terra Useppe figlio di nessuno. Urlò correndo alla cieca, mischiata a donne in fuga che quasi la travolsero. Infine si trovò sola, senza sapere dov’era, e si sedette su uno scalino, presso uno sterrato. Non si vedeva più niente, altro che delle bolle immaginarie di sangue rosso-cupo, che scoppiavano nell’aria assolata. Quello stesso frastuono martellante, che sempre la svegliava alla mattina, adesso era tornato a ribatterle dentro le tempie, nel suo solito vocio di sommossa: ” Useppe! Useppe!” Ne provò uno spasimo alla testa, così acuto che si tastò fra i capelli con le dita , nel sospetto di trovarsele bagnate di sangue. Ma i colpi di prima non l’avevano ferita, era incolume. D’un tratto  sobbalzò, non vedendosi più la sporta al braccio! Ma se la ritrovò li accanto sullo sterrato con la farina intatta quasi fino all’orlo: ne aveva persa poca, fortunatamente, nella sua fuga. Affannossamente allora si mise alla ricerca del borsellino ricordando, infine, che doveva esserle rimasto in fondo alla sporta. E lo ripescò febbrilmente, sporcandosi tutto il braccio di farina mista a sudore.

La sporta, troppo colma, non si chiudeva. Da un mucchio di immondezza che stava lì in terra, essa raccolse un pezzo di giornale, per nascondere la farina rapinata, prima di avviarsi verso il tram.

Elsa Morante – La Storia

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Ho acquistato questo libro di Pennac in una città dove francamente non pensavo sarei mai andata. Ho iniziato a leggerlo accanto al naufrago  febbricitante. Mi ha subito preso e iniziato a commuovere. Ho continuato a leggerlo col piccoletto, per il quale lo avevo comprato.

Oggi, vuoi per l’età, vuoi per qualche congiunzione astrale, non ho fatto altro che commuovermi. Stasera a Teatro per lo spettacolo di Ruggero Cappuccio su Paolo Borsellino (ogni volta che lo vedo mi commuovo nuovamente) e stamani mentre leggevo il libro al piccoletto. Ho dovuto far finta di essere raffreddata per non fargli vedere che la voce mi si rompeva e grosse lacrime mi scendevano da sotto gli occhiali. E’ un libro che pensavo  per bimbi piccoli, quasi superato per lui, e che invece tocca il mio vecchio cuore, come quello di chiunque abbia conosciuto l’abbandono e la solitudine. E poi l’incontro con una persona speciale.

Voglio riportare questo capitolo. Sarà banale per chiunque non abbia sperimentato cosa significa condividere ogni piccola cosa del quotidiano con qualcuno a cui  si vuole veramente bene.

Dicono che la felicità non si possa raccontare. dicono che è noiosissima, la felicità. Dicono che alle persone felici non succede niente. Sono felici e basta. come se il tempo si fosse fermato . Niente da raccontare, parrebbe. Ma io non la penso così. Proprio no! Penso, anzi, che se si dovesse raccontare tutta la felicità di Ernest e Celestine ci vorrebbero migliaia di pagine. Perchè la felicità è insieme qualcosa di immenso e di minuscolo. Descrivere l’immensa felicità di Ernest e Celestine è facile, basta una frase “Ernest e Celestine erano immensamente felici”. Ecco, fine. Ma per descrivere le mille piccole sfumature di questa felicità immensa ci vorrebbe un libro enorme! Facciamo una lista, solo per darvi un’idea:

1. La felicità di Celestine nel lasciare la cantina per trasferirsi di sopra, in casa di Ernest. Non facile da spiegare sapendo cosa gli orsi pensano dei topi. Almeno cento pagine!

2. La felicità di Ernest nel ripetere dieci volte al giorno : Casa mia è casa tua, Celestine! E’ casa tua, casa mia!” Anche questo non è facile da spiegare. Soprattutto sapendo quale orrore hanno gli orsi di vedere un topo in casa loro! Almeno altre cento pagine!

3. La felicità di Celestine nel sistemare l’amaca nella cucina di Ernest, nell’essere svegliata dai primi raggi del sole e nel lavarsi nell’acquaio. Almeno duecento pagine di descrizioni! Perché Celestine adora tutto quello che c’è nella cucina di Ernest: le finestre a riquadri, le tendine di pizzo, la vecchia cucina economica con gli strofinacci che pendono dalla maniglia del forno, le pentole, ogni cosa…. E adora tutto nel resto della casa. Compreso il disordine di Ernest. Ah! Il disordine di Ernest: come niente sono mille pagine!

4. La felicità di Ernest nel costurire un vero e proprio atelier per Celestine: Il cavalletto con il legno di un vecchio sgabello, le tele con alcune lenzuola immacolate, le cornici con quelle dei giudici, i pennelli in pelo di orso, la tavolozza del paralume di porcellana che pende dal soffitto della cucina… Dai! cinquanta pagine!

5. La felicità di Celestine nel preparare la colazione a Ernest:

– Ah, come borbotta il Grande Orso Cattivo! E’ perchè si sta svegliando! Prepariamogli subito la colazione! Altrimenti quel Grande Orso Cattivo sarebbe capace di mangiarsi un topolino!

– Proprio così! Con tanto di scarpe, cappotto e mantellina. Zac! Oplà! Gnam gnam! Glu glu! prot! e a nanna.

( qui, se i due sono in forma,  cinquanta o sessanta pagine di dialoghi)

6. La felicità di Celestine nel ritrarre Ernest al pianoforte, Ernest al violino, Ernest alla fisarmonica, Ernest alla batteria, Ernest che suona la tromba, Ernest che lava i piatti, Ernest a tavola con il suo amico Bolero (ogni tanto Bolero viene a trovarli, soprattutto quando ha fame), Ernest e Celestine che cenano a lume di candela, gli autoritratti di Celestine, Celestine travestita da orsetta grazie alle mascherine che ha trovato in cantina…. Non oso calcolare il numero di pagine per descrivere tutti questi capolavori”

… E così avanti per altre pagine e altri punti…. da leggere e sorridere e commuoversi solo al pensiero di una vita insieme così.

Cronache di un pigiama rosa

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