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Ho iniziato quest’anno 2018 in salita, ma a piedi.

Un paio di tortorate ben assestate, ricevute da chi più mi era vicino e di cui mi fidavo, mi hanno lasciato ginocchia a terra per mesi. Questo sarà uno di quegli anni che rimangono nella memoria, di quelli che fanno un po’ da spartiacque segnando un punto ben preciso nel percorso di vita.

La mia grande soddisfazione è di avercela fatta di nuovo, di essermi rialzata e di avere ripreso l’energia e la grinta di sempre. Come dice il mio buon amico Marcello sono una combattente.

E’ grazie a questo spirito, un po’ contadino, un po guerriero, che non ho mai mollato nella vita, nemmeno quando il senso di quello che accade resta un po’ un mistero, anche se a volte sembra che la vita si accanisca in maniera inspiegabilmente dura su di te.

E’ grazie soprattutto alla mia pratica buddista e agli insegnamenti dei miei maestri che ho saputo trasformare il veleno in medicina e utilizzare nuovamente quello che mi accadeva per crescere, e per questo sarò loro sempre grata.

Ma anche grazie a persone belle che mi hanno sostenuta e incoraggiata, persone da cui non mi aspettavo nulla e che si sono spese per me. Questo non è mai scontato e riscalda il cuore più di ogni altra cosa.

Infine, come regalo ultimo di una lunga serie, la mia amica Cristina mi ha dato la sua bici in “comodato d’uso gratuito perenne”. Dopo anni, grazie al fatto che vivo uovamente in centro, ho potuto mollare completamente macchina e mezzi pubblici e riprendere a girare in bici pedalando felice come una ragazzina.

Ancora sono un po’ maldestra con le marce e invece che una 7×3 la utilizzo come una 4×2. Ma nonostante tutto riesco a fare quasi tutte le salite…. e rispetto all’inizio del 2018 non sono più a piedi.

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Flying houses by Laurent Chéhère

Cara Incumbent, (non te la prendere con me il termine non è mio, è copyright del mio ex) noi non ci conosciamo, non siamo amiche né reali né virtuali ma, essendo probabile che questa mia ti arrivi comunque – dal momento che la madre degli imbecilli è sempre incinta – scriverò usando termini e toni adeguati.

Io non sono una nativa digitale, nemmeno tu dato che viaggiamo circa sugli stessi decenni, ma alcune istruzioni base le ho assimilate. Immaginavo che anche tu fossi oramai ferrata dal momento che usi il web anche per lavoro, ma forse mi sbagliavo. Con istruzioni base intendo proprio basiche, tipo ON-OFF della radio….ricordi quell’apparecchio rettangolare di plastica con un’antennina dalla quale usciva la musica? Ecco quello. Se pigiavi il bottone ON suonava, altrimenti taceva.

Su internet è uguale, basta pigiare il bottoncino giusto.

Per venire a noi. Diciamo che la privacy sul web  non esiste, ma quella poca che ci fanno credere di gestire va, appunto, gestita.

Quindi se io voglio/non voglio rendere pubblica una mia situazione, un’immagine, un pensiero, posso:

a) tenermelo per me o postarlo su FB (faccio un esempio di social media a portata anche degli analfabeti digitali)

b) postarlo ma con un livello di privacy alto (un solo utente, solo amici, tutti gli amici tranne uno…)

c) postarlo in modo “pubblico” cioè visibile al mondo intero.

E’ chiaro che se tu gestisci la tua pagina FB in modalità privata, poi un giorno improvvisamente decidi di postare foto, pensieri e commenti in modo pubblico, io deduco che vuoi mandare un messaggio a qualcuno. E mi sembra tu ci sia riuscita.

Mi sorprendo quindi quando poi, saputo che quel qualcuno ha visto il tuo messaggio pubblico e lo ha, privatamente, in modo del tutto personale e fuori dal web, commentato da persona a persona, ti indigni, strepiti come una comare al paesello e inveisci contro la violazione della tua privacy. Mi sorprendo, ripeto, ma probabilmente, mi dico anche, è stato il commento in se a toccare un nervo scoperto.

Per essere chiara: se la notizia essendo pubblica e quindi vista, fosse stata presa con serafica indifferenza o incassata diplomaticamente, la cosa avrebbe raggiunto il suo scopo.

Invece, ahimè, le news a volte suscitano delle reazioni, e chi gestisce news sui social web lo dovrebbe mettere in conto.

Ma diciamo pure che la comunicazione non è il tuo forte, e veniamo alla sostanza del commento (che ripeto era del tutto privato, one to one, ma come dicevo la madre degli imbecilli è sempre incinta).

Se io facessi scarpe, fossi un’abile ciabattina e fossi residente a Spinaceto mi potrei forse offendere se qualcuno si riferisse a me come “la ciabattina di Spinaceto”? No, non credo…. a meno che io non fossi proprio un Mastro Ciabattino, allora magari potrei tenerci all’appellativo di Mastro…. ma mi sembra esagerato. Quindi idem se io fossi professoressa a Ciampino, o un’idraulico di Centocelle. Non ritengo sia offensivo, a meno che fare la Prof o l’Idraulico o il Ciabattino sia per me una sorta di vergogna, aspirando a fare altro. Ma ciò non può che essere nella propria mente. Si può tuttavia malignamente pensare, ma rientriamo nell’ambito delle ipotesi, che l’appellativo sia stato usato volutamente come una sorta di deminutio. Ci sta.

Sappi dunque, però, che al mio subentro – si! parliamo di questo affair come fosse un appartamento in affitto, una casa cioè che puoi personalizzare, tenere in ordine, imbiancare pure, ma senza farci investimenti strutturali che  – come si sa – il padrone di casa è strano e ogni tot, senza preavviso caccia via il vecchio inquilino e ne sceglie uno nuovo – al mio subentro, dicevo, sono stata appellata con epiteti ben più articolati e offensivi. Ma ho taciuto perché, da donna intelligente, ho capito la situazione che probabilmente viveva l’ex inquilina defraudata del suo bell’appartamento, e in verità la situazione di diverse inquiline che – a loro insaputa, pare – avevano coabitato.

Ora ti sfido ad immaginare di vedere la foto della bella casetta che hai abitato fino a poco prima, occupata dai bagagli del nuovo inquilino. Ti girerebbero ad elica, te lo assicuro e i commenti che faresti, dal tono che ti ho visto usare punta sul vivo, sarebbero ben più pesanti.

Quindi tornando al punto, cara incumbent, statti quieta. La tua scelta di rendere pubblico il tuo trasloco ha avuto l’effetto che desideravi: cioè che fosse pubblico. La scelta del tuo mestiere, se non ti soddisfa, può essere ancora aggiustata, ma francamente non mi riguarda. Per evitare qualunque ulteriore contatto visivo, per essere io serena, ti ho bannato quindi puoi pubblicare anche gli interni del wc non mi riguarda più in alcun modo.

Ti auguro comunque un lungo e piacevole soggiorno nel tuo nuovo appartamento.

P.S. Questa non è una missiva che include risposte, quindi blocco i commenti.

PP.SS. Sono rimasta amica di tutti i miei ex, dopo un adeguato periodo di odio feroce, quindi rassegnati…..

 

i sogni

E’ certamente merito di uno sconosciuto blogger, arrogante e maleducato, che ha postato un commento offensivo, da me subito cancellato, se ho ripreso in mano questo blog.

Non che ogni tanto non ci abbia pensato, a riprendere a scrivere.

Ma evidentemente non ho avuto grandi ispirazioni. No, devo essere sincera, ho fatto più cose in questo ultimo anno e mezzo che nei dieci anni precedenti. Allora semplicemente mi era passata la voglia di scrivere.

Farlo, scrivere, è normalmente una esigenza. Altrimenti si finisce con il poggiare parole una accanto all’altra senza un minimo di passione, o di rispetto per quella che dovrebbe essere un’arte.

Non che mi senta io stessa artista, per carità. Ma il rispetto dovuto all’arte non va dimenticato.

E’ anche vero che in questi ultimi mesi ho letto molto meno che in passato. Noia? Mancanza di titoli appassionanti? Anche qui la verità è solo nella volontà.

Anche se mi sento un po’ in colpa per aver quasi abbandonato una pratica che è stata sempre così importante per me, sin da quando sono bambina, devo ammettere che forse dei periodi di pausa ogni tanto ci vogliono.

Ma dove è stata la mia testa in questi mesi? In parte fortemente concentrata sul lavoro. Quel poco che c’è, complicato, faticoso, necessario ma insufficiente. Su progetti possibili, sulla costruzione di nuove opportunità. Insomma alla ricerca costante di quella stabilità che pare non si riesca a ritrovare. In parte concentrata su P. Un uomo pieno di risorse, energia, vita. Ma anche complesso, impegnativo, spesso assente ma con una presenza ingombrante. Lui è ancora accanto a me, tra momenti meravigliosi e periodi difficili, tra viaggi, partenze lontananze e ritorni. Con una influenza forte, costante su tutto ciò che faccio da un anno e mezzo.

E proprio pensando a lui, che sta lavorando ignaro a pochi metri da me, riprendo a scrivere. Per ricreare quella piccola “stanza tutta per me” virtuale che potrebbe essere la chiave di volta di tutti i rapporti. Avverto la necessità di riprendere a concentrarmi un poco su di me, sui pensieri che mi attraversano, sui sentimenti che provo, sulle rabbie, le frustrazioni, le speranze, le gioie, le attese e le delusioni. Ma anche sulla gratitudine verso una vita che ogni volta mi riempie di sorpresa.

Ho cambiato la mini descrizione di me: non ho più i miei due gatti, ho sempre i due figli (ovviamente) e la cagnetta. Ma ho voluto aggiungere che sono, nonostante l’età che corre, sempre piena, follemente piena, di sogni. E quelli spero mi accompagneranno per sempre perché quando non avrò più la follia, l’energia, la gioia di coltivare dei sogni, signori, sarò morta.

Finito il Grande Diluvio Romano porto Cicoria al parchetto dei cani.

Il parchetto è un pratone recintato, con al centro un fosso cannuto, autogestito e molto frequentato. Uno degli esempi di autogestione di spazi abbandonati, da parte di cittadini che non si aspettano nulla dalla municipalità.

Con i contributi di noi frequentatori viene tagliata l’erba, comprati sacconi per le cacche che ogni accompagnatore di cane è obbligato a raccogliere, sistemata l’area coperta che d’estate ti permette di non essiccarti mentre i cani scorrazzano.

Il prato è selvatico, niente di elegante, ma ha moltissima Malva delle cui radici i cani sono ghiottissimi.

Dalla primavera iniziano a rivelarsi tra l’erba un numero impressionante di formicai. Prima qualche animalino che esce da piccoli buchi, poi ingressi più ampi e movimenti frenetici. In estate enormi cerchi di erba bruciata indicano i punti dove le formiche stanno operando. Grandi mucchi di “rifiuti” nei pressi delle entrate e lunghe file di formiche che portano sottoterra l’impossibile. L’estensione è talmente ampia che si ha la sensazione che il Pratone sia sospeso su una unica immensa rete sotterranea di gallerie e stanze e pozzi.

Ieri il Grande Diluvio Romano deve aver sconvolto non poco questo mondo sotterraneo. Arrivando al parco ho visto che non c’erano le solite file di laboriose operaie al lavoro, ma solo insetti di varie dimensioni che vagavano sperduti alla disperata ricerca di un segnale. Tra questi ho visto una formica enorme, grande forse dieci volte le altre, che si muoveva decisa  cercando di trovare un punto dove scavare. Arrivava vicino ad un rialzo del terreno, iniziava a fare un piccolo scavo con le zampe anteriori e le forti mandibole tirando fuori la terra di riporto e arrivando ad infilarsi quasi con tutto il corpo. Poi smetteva e ripartiva alla ricerca di un altro punto. Altro tentativo e nuova partenza.

Chi sei? E cosa stai cercando? – ho pensato mentre Cicoria si dava ad una appassionata caccia alle lucertole graziate da due giorni di casalinghitudine forzata.

Forse sei una Regina e con il Grande Diluvio Romano hai perso il tuo formicaio. Con un filo di paglia l’ho toccata e lei ci si è rabbiosamente attaccata risalendolo per venire a punire la mia mano. Veloce veloce l’ho depositata vicino all’entrata di quello che mi sembrava un formicaio attivo.

Ha sondato per un microsecondo il terreno e poi è ripartita in un’altra direzione, leggermente “spinta” dalle altre formiche, infinitamente più piccole ma assai più numerose.

Impegnata a raccogliere la cacca di Cicoria ho perso il contatto visivo con la mia Regina.

Dopo un poco ho notato un’altra formica, e poi un’altra, tutte delle stesse notevoli dimensioni, che praticavano lo stesso sport: saggiare il terreno in cerca di un punto adatto allo scavo.

Piano piano ho capito: siete Regine che avete perso il vostro formicaio ed ora ne dovete costruire uno nuovo prima di recuperare l’autorità e la forza che vi faranno riconoscere come tali dalle altre formiche. Dovete cercare il posto giusto e scavare, da sole, a lungo, prima che nuovamente veniate seguite per fondare una nuova città sotterranea.

E così mi sono sentita anche io. Sto cercando il posto giusto, e tento, e scavo, e fatico per riuscire a trovare il mio nuovo territorio e  per ricreare  una nuova rete di tante piccole energie costruttrici di cattedrali sotterranee.

Rafael Gómezbarros - Invasive Ants

Rafael Gómezbarros – Invasive Ants

tu

che ricordi hai?

ricordi quel giorno, il primo in cui ci siamo incontrati. sulla strada. un abbraccio. occhi negli occhi. ed è stato amore

immediato

ricordi le carezze, gli abbracci, le coccole

le voci tenere a rincorrersi

il cibo preparato per te

e le notti passate vicino vicino.

le carezze, tante.

il calore

tanto

come ti senti?

temi che io possa tradirti, abbandonarti

vivi il presente o il passato ti torna addosso lacerandoti il cuore

alle volte ti osservo mentre sogni

ti muovi come se corressi

piangi a volte

e io vorrei essere con te nel tuo sogno a correre lungo il mare o in mezzo ad un prato verde e immenso

tu forse se felice perché vivi ora e qui

ti basta vedermi

ti basta sentire il mio corpo contro il tuo

niente di quando eri sola

niente di quando ti hanno deluso, tradito, abbandonato.

vorrei essere te,

a volte.

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appena sveglia dopo un’altra notte di incubi e insonnia

c’è il cielo grigio e l’aria fredda

mi faccio un caffè

partire per non restare sola?

rimanere sola per non partire?

la vita è pura follia

ma bisogna dare un ordine a questa follia

c’è un poeta torinese, folle, che di questo ha fatto un mestiere

Guido Catalano 

io lo adoro

stamattina ho incontrato questa

ve la leggo

(potete anche non ascoltarmi tanto l’ho scritta sotto)

– quando non ci sei mi manchi
– e quando son con te?- vorrei non ci fossi
– così ti mancherei

– esatto
– potremmo non vederci mai più

– così mi mancheresti sempre
– geniale

– allora ciao
– allora addio

– già mi manchi un po’
– impossibile, son ancora qui

– va bene, addio
– un’ultima sigaretta?

– ho smesso un anno fa
– dai, è un’ occasione importante

– ma tu non fumi
– è vero

– ho delle cioccolate
– fondenti?

– fondentissime
– ok

– avresti mai detto che sarebbe finita così?
– sì, con te sì

– come sì con me sì?
– sei sempre stato strano, fin dal primo bacio

– solo perché son svenuto dopo averti baciata?
– ti sembra poco?

– avevo il calo di zuccheri e l’emozione a palla
– e quella volta che volevi picchiare il benzinaio perché dicevi che mi guardava in modo concupiscente?

– sai che son sempre stato geloso dei benzinai, è un mio punto debole
– va bene, ora vado

– se mi manchi troppo posso chiamarti al telefono?
– non penso funzioni così

– quindi a Natale non ci facciamo il regalo?
– direi proprio di no

– e tu potrai baciare altri, benzinai compresi?
– sì

– ma tutto ciò è terribilmente spaventosamente terribile
– lo è

– facciamo che tutto questo era un incubo e noi ci svegliavamo nello stesso letto e mentre facevamo colazione con le uova fritte io te lo raccontavo e ci ridevamo su?
– sei sicuro?

– no, però facciamolo
– ci sto, però cerca di sentire un po’ la mia mancanza

– sempre
– spesso

– non mancherò

disegno di Salvo D'Agostino

disegno di Salvo D’Agostino

Camminava sul marciapiede, in attesa dell’arrivo del treno in ritardo di venti minuti.

Il sole illuminava quasi tutto il primo binario, arrivando fino a sotto la pensilina. L’aria invernale del mattino era diventata tiepida.

Attendere l’arrivo di qualcuno è sempre una piccola emozione. Quando poi un evento imprevisto dilata l’attesa, l’emozione diventa più forte.

Lei camminava lungo il binario con un’andatura da ballerina, seguita dal suo cane nero al guinzaglio. Testa alta, fronte al sole, spalle rilassate. I piedi poggiavano in terra quel tanto che bastava per darle uno slancio in avanti. Come non volendo mischiarsi col pavimento anonimo e freddo.

Dal primo istante in cui era entrata in quella stazione e aveva preso coscienza del ritardo del treno, aveva attivato la sua piccola modalità di sopravvivenza: lo standby. Quando le emozioni rischiavano di travolgere la sua vita, di precipitarla in quegli stati di ansia in cui non aveva più voglia di trovarsi, attivava una sorta di sospensione, una momentanea archiviazione, che le permetteva di tenere sotto controllo la situazione. In quel momento i suoi pensieri erano assorbiti dal luogo in cui si trovava, dallo stato in cui era ridotto e dalle persone che abitavano provvisoriamente con lei quel marciapiede assolato.

La stazione era un monumento alla storia moderna. Un marmoreo monumento creato per l’arrivo dell’ospite più scomodo e ingombrante Roma abbia avuto negli ultimi cento anni: Adolf Hitler.

Per il suo arrivo a Roma quella che era una piccola fermata di campagna era stata trasformata in una stazione monumentale per accogliere “romanamente” il dittatore tedesco.

Ora, quel mausoleo all’Italianità, era diventato un triste luogo di passaggio, contenitore di sporcizia, detriti e umanità allo sbando.

Avvolto alla buona in una zozza coperta di lana, che le ricordò subito quelle che lei aveva portato giorni prima alla parrocchia vicino casa, c’era un giovane, magro al punto tale che si poteva immaginare vederlo svenire  da un momento all’altro.

Camminava, anzi barcollava, anche lui nella zona soleggiata del marciapiede, aprendosi un varco chimico tra le persone che al suo passaggio giravano la testa con una smorfia disgustata e si affrettavano ad allontanarsi. Aveva il viso illuminato da una smorfia di esaltazione, e teneva stretta a se la coperta da cui spuntavano solo la testa scarmigliata e i piedi sporchi infilati in due residui di scarpe da ginnastica.

La bocca si muoveva, mormorando litanie incomprensibili, e gli occhi spalancati giravano intorno cercando chissà quale presenza.

Lei ebbe l’impressione che lui vedesse intorno a se un mondo altro, qualcosa che nessuno dei presenti poteva percepire. Lo seguì con lo sguardo mentre andava a sedersi in terra, in fondo al binario, e iniziava a dialogare con qualcosa d’invisibile che avrebbe potuto essere anche il raggio di sole che aveva di fronte. Un monologo mistico all’aria calda del mattino.

Provò un certo imbarazzo, come stesse sbirciando dalla serratura di una camera. Come se la sacralità di quel mormorare, di quel dialogo innaturale, non dovesse essere profanato da chi non poteva vedere.

Si girò e iniziò a percorrere il binario nel verso contrario, con il cane al suo fianco.

La banchina era molto lunga, proseguiva molto oltre la pensilina che costeggiava la stazione. Andava avanti, affiancando il primo binario, inoltrandosi in una sorta di zona di campagna. Uno sterrato pieno di arbusti e casupole al cui lato i binari si sdoppiavano e allargavano in un delta che portava i treni oltre la città nelle più svariate direzioni.

Il marciapiede diventava più stretto e pieno di immondizie. Lei iniziò a notare resti di cibo e grovigli di coperte, residui giacigli notturni delle anime perse che abitavano lo scalo. Il cane percepiva odori forti, lo capiva da come strattonava il guinzaglio cercando di lanciarsi dietro le sue tracce olfattive. Vide escrementi umani dietro le siepi ridotte a sterpaglia.

Si pentì di essere arrivata fino a quel punto. Sentiva di essere al confine della comoda civiltà urbana. Nell’atrio della disperazione umana.

E mentre decideva di girarsi per tornare indietro sentì il rumore metallico di un treno che arrivava alle sue spalle. L’inconfondibile, pesante rumore di un lungo treno merci che passava lentamente sul primo binario, frenando, fino a fermarsi accanto a lei.

Improvvisamente si sentì trascinata indietro nel tempo. Percepì con chiarezza l’ambivalenza di quei vagoni chiusi da pesanti maniglioni di ferro.

Proprio in quei giorni si rievocavano al Ghetto e in Sinagoga gli strazi cui erano stati assoggettati gli ebrei romani, e in quel momento lei percepì con chiarezza quello che era stato in quel luogo, in un altro tempo, un momento di quello strazio.

Ora, diritta accanto a quel treno merci, con il cane nero al suo fianco, come una sorta di Kapò, si sentì invadere dalla vergogna, da uno strano senso di nausea voyeuristica, che le impose di girarsi e con passo velocissimo tornare al centro della stazione, superando quelle oscene carrozze di legno e ferro e sangue.

Bastò poco. Ritrovarsi sotto gli altoparlanti che mandavano ossessivamente lo spot di un gestore telefonico. L’odore di caffè che arrivava dalla porta aperta del bar. Le voci concitate con cui una comitiva di turisti si affrettava verso il sottopassaggio. Tutto questo la riportò in un istante nel momento presente, nel suo stato di attesa del treno e del suo passeggero. Dallo standby alla concreta emozione dell’attesa del suo incontro.

(Nella stesura di questo post ho avuto l’ausilio di un editor d’eccezione, di cui (al momento) non sono autorizzata a rivelare l’identità. Spero di non aver tradito il suo lavoro)

… considerando che fa parte di un periodo particolarmente particolare.

la controprova sono i sogni che faccio la notte. situazioni da lettino di Freud

o di Jung

ma lasciamo stare, che poi dicono che le donne sanno solo scrivere di cose molto intime….

foto chiaveil risveglio era stato normale, la notte quasi tranquilla, ero sola.

in bagno la prima sorpresa.

dopo aver tentato inutilmente di azionare lo sciacquone, aver aperto tutti i rubinetti, controllato la chiusura generale dal contatore, mi sono dovuta arrendere all’idea che ero completamente senz’acqua. la cosa buffa è che proprio il pomeriggio prima avevo effettuato la lettura ed inviato, affrancandola – perchè manco le cartoline preaffrancate ti lasciano quelli che vengono a farti la lettura di giorno feriale di mattina come se tu non avessi nulla di meglio da fare che restartene a casa a farti leggere i contatori, la cartolina all’Acea.

“non gli è piaciuta la lettura?” “avrò inviato la cartolina troppo tardi e si sono irritati?”

poi ragionando sul fatto che al risveglio non avevo sentito le cascate del niagara dai tubi che scendono – evidentemente accanto al mio letto, dai piani superiori, ho pensato che forse il problema riguardava l’intero condominio.

mal comune – mezzo gaudio

ho rimediato una tazzina d’acqua da un fondo di bottiglia per farmi il caffè

altre due dita da un altro fondo per il mio beverone mattutino

ho mandato un messaggio a mia figlia dicendole che sarei passata da lei a lavarmi almeno la faccia e i denti

nessuna risposta, ovviamente dormiva ancora.

è stato mentre preparavo la borsa per uscire, infilando spazzolino da denti e deodorante, che mi sono resa conto che a casa mancava qualcosa.

rapido giro di sguardi, tanto la casa è tutta lì, e mi rendo conto che mentre Arturo dopo aver mangiato la sua dose di croccantini è tornato ad acciambellarsi sul piomone e Cicoria mi mugola davanti in attesa di uscire a fare i suoi bisogni, non c’è traccia di Gilda.

Gilda la Furia Buia

Gilda la ladra

Gildoca, come l’ha chiamata il piccoletto da subito quando siamo andati a prenderla, minuscola, al gattile di Santa Severa.

saranno quattro anni?

forse cinque.

il tempo passa così velocemente.

la chiamo, inizio a cercare in tutti gli armadi, spesso si infila come un razzo senza che io la veda (furia buia appunto) e poi dopo un poco sento grattare dietro lo sportello. ma si infila anche in qualunque tipo di scatola o pertugio e nella casa ancora piena di cose post-trasloco faccio fatica a terminare l’esplorazione.

niente, a casa semplicemente non c’è.

e non è potuta uscire in giardino perchè non ho ancora aperto le finestre.

grande ondata di panico e senso di colpa.

“ma allora è sparita da ieri sera!” “e non mi sono accorta di niente!”

ripenso alla notte

non ricordo di averla sentita sui piedi

e nemmeno mi è salita sulla pancia facendo le fusa come un arrotino

gelo.

dentro e fuori

in giardino non c’è traccia

chiamo, giro, esco, entro riguardo ovunque, non c’è.

si è fatto tardi, decido di lavarmi in ufficio e vado sperando di non aver visto bene e di averla lasciata chiusa in casa.

all’ora di pranzo scappo di nuovo a casa e la speranza svanisce. non c’è. Gilda è semplicemente scomparsa. dalla sera prima. e la notte ora gela.

sono davvero preoccupata, ma devo riuscire subito per andare alla scuola del piccoletto dove ci sarà la vendita di beneficenza degli oggetti costruiti da loro per l’adozione a distanza che facciamo dalla prima elementare.

lungo la strada, morta di fame – sono ormai quasi le 14,30 e sono in megaritardo – mi fermo  per mangiare un panino in piedi.

è un baretto di monteverde che non avevo mai notato prima. c’è un banco tipo salumeria dove preparano dei panini buonissimi, a richiesta e dove vedo tutta una serie di prodotti abbruzzesi, prodotti che arrivano in particolare dalle zone del Parco Nazionale. un territorio che sfiora la mia casa di montagna. con enorme stupore, mai viste prima a Roma, vedo che hanno delle birre artigianali prodotte ad Amatrice. mi sento a casa. i due giovani baristi però non sono amatriciani, sono umbri.

dopo questa felice scoperta riesco frettolosamente per continuare il percorso e … oplà…. la macchina non parte.

l’avevo parcheggiata “leggermente in doppia fila” appoggiata di traverso accanto ai cassonetti.

provo, riprovo. nulla.

è tardissimo. mio figlio vedrà arrivare tutti i genitori che si accaparreranno gli oggetti più belli, ed io non ci sarò.

tento il salvataggio da parte del padre. abita non troppo lontano e anche lui starà andando….

cellulare spento.

prima di urlare e bestemmiare ed inveire, mi rendo conto che la strada è fortemente in discesa.

chiamo in aiuto i baristi umbri,  mi faccio spostare un poco indietro, parto a folle, ingrano la seconda e … via…. riparte.

manco mi sono fermata a ringraziarli, dovrò passarci uno di questi giorni.

come per miracolo arrrivo a scuola in tempo per entrare con gli altri.

del padre nessuna traccia, solita atmosfera prenatalizia che mi costerna sempre di più di anno in anno, ma sorrido gaia

non faccio che pensare a Gilda sparita ma contratto allegra l’acquisto di calendari con graffiti rupestri eseguiti dal piccoletto e segnaposto composti da sassi colorati dal medesimo artista

faccio il mio dovere e arrivo a spedere la quota che servirà a farmi sentire in pace con la coscienza per il prossimi dodici mesi

mi aggiro un poco spersa

tanta gente e la confusione non fa che accrescere il senso di un disagio interno che aumenta di ora in ora in questo giorno strano.

distrattamente ogni tanto guardo l’ora sul cellulare. nessun messaggio e i minuti passano lenti.

mentre lo rinfilo in borsa, sento un oggetto in una delle tasche interne. non è molto grande e faccio fatica a tirarlo fuori.

è una vecchia chiave

dorata

mai vista prima

ne sono certa

non l’ho mai avuta nè so cosa possa aprire

è vero che le mie sono le borse di Mary Poppins, ma pur contenendo un mondo di oggetti, magari dati per persi da mesi, conosco la provenienza di tutto ciò che trovo.

rimango con la chiave in mano, senza parole

immagini mistiche mi passano nel cervello

la chiave di “molto lontano, incredibilmente vicino”

la chiave di Alice nel Paese delle Meraviglie

le chiavi volanti di Harry Potter

un oggetto altamente simbolico, questa chiave

ed estrememente misterioso il suo trovarsi nella mia borsa.

la giornata si chiuderà con la certezza che Gilda probabilmente è uscita per sempre dalle nostre vite.

foto Gilda - Cesto ridotto

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