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Merda! è una delle mie imprecazioni preferite. Siamo nella merda. Ho la merda fino al collo. Una giornata di merda.

Merda! (detto come augurio prima di andare in scena). Uomo di mmmmmerda, se proprio si vuole gratificare qualcuno.

Ma c’è chi adora questo sottoprodotto alimentare. Ed è la mia cagnetta. Anzi pare tutti i cani.

Lei ha una riserva, tra l’altro,  sempre pronta: la lettiera di Gilda e Arturo. Non la becco mai in flagrante. Trovo solo tracce di sabbietta che inequivocabilmente portano a lei.

Quando usciamo, al parco, se possibile si rotola su qualche escremento nell’erba, e se per caso le capita di trovare feci umane (e pare che nei parchi se ne trovino parecchie) è giornata di festa, una vera golosità.

Ho cercato delle spiegazioni e quindi ho fatto un giro su internet. L’argomento è seguitissimo, perché pare che la questione dei cani mangiatori di merda sia diffusissima. Una spiegazione è che per loro è estremamente saporita, specialmente quella dei gatti che hanno una alimentazione molto proteica e con delle sostanze che la rendono appetitosa e quella umana che ovviamente ha i residui di tutti i vari cibi che ingeriamo.

Altre teorie optano per carenze varie, tra cui sali minerali. Ma vista la diffusione della tendenza mi sembra difficile.

Quindi per loro è una specie di delizia e questo mi fa pensare che difficilmente riuscirò a toglierle il vizio. Purtroppo dovrò impedirle di darmi i bacetti, almeno quando sento che ha un’alito appestante.

 

Il buddismo insegna che qualunque problema è un’occasione. Occasione per andare più in fondo nella conoscenza di se stessi e per sperimentare la possibilità di azioni diverse, in controtendenza, rispetto alle nostre abitudini.

Dopo un periodo di stressanti confronti con la patologia distruttiva della cagnetta  con la sindrome dell’abbandono, che ogni volta che viene lasciata a casa da sola ce la fa ritrovare come se fosse passato l’uragano Sandy, oggi abbiamo avuto la visita del comportamentalista per cani.

E’ venuto a casa, perché deve conoscere la cagnetta nel suo habitat e con il suo branco. Al momento il branco saremmo il piccoleto, io, Arturo (il gatto anziano ) e Gilda (la gatta femmina detta anche la Furia Buia).

Fabio, questo il nome, è stato accolto come un vero guru. E tale si è rivelato. Il linguaggio dei cani è quasi totalmente non verbale e quindi i fiumi di parole, minacce, insulti, blandimenti (si può dire?) con i quali avevo tentato inutilmente di educare Cicoria erano stati inutili. Per lei solo suono, più o meno preoccupante. Lui con pochi gesti e qualche bocconcino in premio l’ha subito rassicurata e conquistata. E di conseguenza noi, che stavamo lì a guardare ed imparare pendendo dalle sue labbra. Primi concetti recepiti. Io sono la Femmina Alfa, e devo dimostrarlo facendo quello che le Femmine Alfa normalmente fanno in un branco. Coccole quando lo dico io, solo se si presenta con educazione (quindi niente zompi addosso ogni minuto) tempi scanditi dalle mie esigenze e non dai suoi strazianti richiami, e movimenti del branco che devono seguire le mie decisioni. Quindi se decido di uscire di casa niente coccole pre-distacco e paroline dolci e rassicuranti ma voltare le spalle e andare (ovviamente avendo prima messo in salvo il savabile in stanze appositamente chiuse – per fortuna non ha ancora imparato ad aprire le porte)

Due piccole accortezze: lasciarle una mia maglia, abbastanza impregnata di mio odore – insomma più puzza meglio è – e una radio accesa che le faccia sentire voci umane e/o musica. Al momento la cosa non ha avuto effetti pratici risolutivi, ancora oggi io e il piccoletto tornati dal cinema abbiamo trovato i resti del tornado.  Ma considerando che gli zompi addosso sembrano finiti e che non mi strappa più il braccio quando camminiamo al guinzaglio ho buone speranze che nel giro di un tot riusciremo ad arginare anche questa.

Cosa c’entra quindi la Femmina Alfa con la filosofia buddista e la cagnetta con sindrome dell’abbandono? C’entra, c’entra. Perché i comportamenti basici nel rapporto con i cani sono pressappoco quelli che dovremmo utilizzare con gli umani. Attenzione al linguaggio usato da chi abbiamo di fronte., consapevolezza di sé, decisione e sicurezza nei comportamenti. Sembra poco! Grande lezione quindi, sia per me che per il piccoletto. Io certo diventerò nel giro di poco una vera Femmina Alfa e questo farà un bel po’ di differenza in un bel po’ di situazioni.

Questa sera guardando sul  TG News 24 un servizio da un campo profughi siriano in Giordania, ho visto che i nuclei familiari sono perlopiù composti da donne con figli. In alcuni casi gli uomini sono ancora in Siria. In altri sono morti. Ho visto l’intervista ad una bellissima donna, giovane ma con il viso molto segnato, che si trova nel campo da circa sei mesi. In Siria faceva l’insegnante. E’ lì sola con i sette figli. Il marito si trova in Grecia e non l’aiuta. Lei non ha nulla se non l’assistenza del campo.  E deve trovare ogni giorno il cibo necessario a far stare bene i suoi figli. Quella si che è una Femmina Alfa.

Mi sveglio come al solito con il mal di schiena. L’osteopata mi disse che dipende molto spesso da quello mangio o bevo la sera. E’ probabile. Comunque faccio  fatica la mattina ad alzarmi, a qualunque ora mi svegli. Tento di poltrire un po’. Ma non appena mi muovo nel  letto gatti e cagna mi sentono e non mi danno pace finchè non mi alzo. Cibo. Per loro è tutto legato al cibo. Per la cagnetta è anche questione di pipì. Con grande fatica, mi faccio un caffè e poi mi infilo un pantalone e una maglia e la porto  giù. Il cielo era sereno ma vedo in arrivo grossi nuvoloni. Ieri sera avevo deciso di partire per la montagna, ma questo tempo mi blocca il desiderio. Penso alla casa fredda, chiusa da settimane. Non ho voglia di andare da sola e in questi giorni sarò senza figli. Dovrei portare delle cose e andare a svuotare i tubi dell’acqua prima che arrivi il gelo. Ma mi sa che aspetterò la prossima settimana. Sì. Torno a casa e apro il computer. Ho ricevuto molti messaggi. Mi fa piacere. Il cellulare invece è muto. Il mio amore è lontano. Non riusciamo a conciliare  i nostri tempi. Non so quando ci rivedremo. Sapevo dall’inizio che sarebbe stato così. Ma ora mi pesa. Passo del tempo a scrivere. Non succede spesso che la mattina mi metta al computer, non è nell’ordine delle priorità, ma oggi mi rallegra. Ad un certo punto però sento bisogno di muovermi. Prendo il guinzaglio ed esco con la cagna. Solito giro e poi verso il giardino di Castel Sant’Angelo. Come quando avevo i figli piccoli la cagnetta mi porta a cercare gli spazi verdi, dove può correre liberamente. Mi costringe anche a camminare molto, e questo è bene. Ci fermiamo un poco ai giardini e poi sento ancora il bisogno di muovermi. Camminiamo a lungo, intorno al Castello e poi ancora avanti oltre San Pietro nelle spine di Borgo. Ancora oltre verso le Milizie. Poi mi fermo. Non è più bello qui. Troppa gente. Fiumi di turisti che sciamano verso San Pietro. Troppa confusione, non si riesce quasi a camminare. Rifaccio il giro da Borgo e si torna a Castello. Il telefono è ancora muto. Brutto segno. Non so se per quello che è andato a risolvere nel suo viaggio o per il nostro menage. Forse per entrambi. Parlo brevemente con la ventunenne. Mi sente strana. E’ fuori Roma con amici, la tranquillizzo. Chiamo la mia amica che mi aveva cercato ieri sera. Non avevo risposto, non mi andava di chiacchierare. Ora, camminando  per le vie del centro mi faccio raccontare le sue storie. Ormai è tanto che siamo in giro e con i ritmi della cagnetta abbiamo un passo molto veloce. Inizio ad essere stanca. E’ ora di pranzo. Non ho molta fame, in verità. Solo quando sono in ascensore e mi vedo nello specchio, mi rendo conto di che razza di faccia slavata ho. Niente trucco, capelli strani. Do’ le spalle allo specchio e me ne frego. Dovrei approfittare oggi che sono a casa, per darmi una ripulita. Farmi una ceretta, tagliare le pellicine alle mani. Ma non ne ho voglia. Lo farò domattina. Apro il frigo. Non ho voglia di cucinare. Taglio qualche fetta di Speck. Non c’è pane. Trovo dei taralli in una bustina di qualche mese fa. Sono un po’ orrendi ma commestibili. Mangio guardando un TG e aggiornando di nuovo i messaggi sul pc. Mi concedo mezza birra, mi farà venire sonno ma meglio così. Mi porto a letto un libro che dovrei rileggere, non  mi va. Riprendo quello che sto finendo. Non è bello. Un romanzo di un’autrice siciliana che racconta di una giovane donna contadina sposata ad un anziano barone ai primi del novecento. E’ un po’ sensuale, a tratti erotico. Con un intercalare siciliano. Ha tutti gli ingredienti per un best seller. Ma niente di che. Un regalo. Leggo un poco e poi dormo. Mi sveglio di soprassalto con la cagnetta che abbaia. Sicuramente il mio vicino di casa che esce. Lei pensa che il pianerottolo sia nostro e sorveglia i suoi movimenti. Sono ancora più stordita di stamani. Mi faccio un altro caffè. Il cellulare non mi dà notizie. Riaccendo il computer. Oggi è una giornata particolare. Continuo a scrivere e rispondere a messaggi. E’ quasi elettrizzante. Mi sento vagamente autistica. Non apro bocca da ore. Pazienza. Finalmente sento il bip di un messaggio al telefono: “Mi manchi”. messaggio un po’ laconico. Rispondo laconica: “Manchi tu di più” Senza accorgermene passo un’ora a leggere e scrivere. La cagnetta inizia a ridarmi il tormento. Si, meglio così. Devo fare qualcosa. Scuotermi da questo torpore. Un amico mi da un suggerimento su un film da vedere assolutamente. Guardo la cagnetta. Decido di fare un’altra passeggiata con lei. Stavolta vado verso il Pantheon. Ci fermiamo da Feltrinelli, ma di sabato pomeriggio, con lei è un problema girare per libri. Decido di andare a fare un aperitivo dall’amico libraio, che per non chiudere ha trasformato la libreria in un biblio-bar. Passo davanti ad un’altra libreria storica che chiuderà tra pochi giorni. C’è la vendita di chiusura con i libri al cinquanta per cento. Che tristezza. Però mi irrita leggere il cartello “Si sfratta la cultura”. Lo sfratto da parte di un privato non è uno sfratto alla cultura. E’ solo questione di Business. Basta dirlo. Non si riesce a pagare l’affitto di un negozio dietro la Minerva con la vendita di libri. Questo è quanto. Le librerie stanno chiudendo. Da Feltrinelli non si riesce ad entrare. Questo è quanto. Arrivo al Collegio Romano e mi fermo. E’ tanto che non vedo l’amico libraio e oggi non ho voglia di chiacchierare. Torno indietro. faccio il giro dal Teatro Valle. Solita situazione. Dentro stanno facendo qualche spettacolo e fuori sembra l’ingresso di un basso. Non so perché il più bel teatro storico romano debba essere in questo stato. L’occupazione è stata un gesto forte, ma è passato più di un anno e un piccolo gruppo si è impossessato di un teatro pubblico in un edificio storico. Non so in quale altro posto questo sarebbe tollerato per così tanto tempo.  E’ ora che torni a casa. Ho voglia di mangiare cibo fresco. Passo al supermercato e decido per straccetti e insalata con avocado e carciofini. Compro anche del pane e del vino. Un novello delle Dolomiti e un rosso toscano. Stasera scriverò il mio post e poi finisco il libro della siciliana. Il mio amore scrive che mi ama. Mi manca.

Cosa c’è di peggio di una giornata ininterrotta di pioggia?

Una giornata ininterrotta  di pioggia con raffiche di vento che strappano via l’ombrello.

E cosa c’è di peggio di una giornata ininterrotta di pioggia  con raffiche di vento che strappano via l’ombrello?

Avere una cagnetta che deve fare i suoi bisogni e che non esce di casa con la pioggia. E specialmente con una pioggia ininterrotta con raffiche di vento che strappano via l’ombrello.

Piove sui giusti e sugli iniqui.
E cosa c’entriamo noi nel mezzo?

Oggi pomeriggio sono uscita dall’ufficio. Sono passata a prendere la cagnetta che avevo lasciato a casa qualche ora prima e ho tentato di farle fare una pipì nel cortile. Ma c’era una cucciolotta di tre mesi, Frida, che sembra non aspetti altro che incontrare lei ogni volta che scende, e così distratta com’era, ho capito che di pipì non se ne parlava proprio. Quindi l’ho fatta salire in macchina con la vescica ancora piena e sono andata verso la scuola del piccoletto. Siamo arrivate proprio sul suono della campanella. Ho trovato un posto per parcheggiare, lontanuccio.  In mezzo ad un’orda di turisti su certe minibighe elettriche che oramai hanno invaso tutto il Centro, in fila per andare a sbirciare il Cupolone dall’antica serratura di una porta di una delle vecchie chiese di Roma. Di corsa ho preso il piccoletto e ci siamo fermati cinque minuti nel giardino di fronte scuola per la famosa pipì. Poi, sempre un po’ correndo abbiamo ripreso la macchina e l’ho accompagnato alla palestra di KungFu. Lasciato lui ho rimesso la cagnetta nella macchina che avevo lasciato in doppia fila e siamo arrivate al parco. Lì, dopo aver di nuovo cercato un parcheggio non troppo lontano, finalmente l’ho potuta lasciare un poco libera  di correre e dare la caccia a passerotti e cornacchie. Quindici minuti. L’ho riagganciata al guinzaglio e via di nuovo in macchina verso la palestra. A quel punto ero circa cinque minuti in anticipo e mi sono fermata ad aspettare nel piccolo cortile della palestra. Come me c’erano tanti altri genitori, o nonni, o zii, insomma adulti che aspettavano l’uscita dei piccoli Ninja per proseguire poi la giornata. Pensavo a cosa dovevo comprare al supermercato, a cosa preparare per cena (ogni giorno a questo punto ho un buco nero) e mi guardavo intorno.

E poi all’improvviso ho avuto un flash.

Uno di quei momenti in cui tutto sfuma, il tempo rallenta e ti sembra di essere sospeso su un Dolly che fa una panoramica in campo lungo, e tu vedi tutto dall’alto, anche te stesso.

E mi sono chiesta. Ma è necessario tutto ciò. O meglio. E una vita normale questa? In cui concentri in due ore così tante energie per fare cose che in un altro luogo o tempo sarebbero solo un corollario, un automatismo, intorno a tante altre azioni fatte con lo stesso impegno?

Se io vivessi, per esempio, in un ambiente rurale. Dove il piccoletto uscito da scuola non avesse bisogno di palestre per sfogarsi dopo otto ore di immobilità, ma potesse correre in un prato intorno a casa, arrampicandosi sugli alberi e giocando con amici o animali in piena libertà. E dove la cagnetta, ma anche i miei claustrofobici gatti, potessero entrare e uscire da casa quando vogliono, e scorrazzare in giro defecando e spisciacchiando dove gli pare, come natura vuole. In tutto quel tempo lì io quante cose potrei fare?

Potrei preparare una merenda per i figli e gli amici dei figli, magari anche un bel pane e nutella (a quella non si rinuncia mai) ma con il pane fatto in casa, come facevo quando ancora non avevo ripreso a lavorare. Oppure potrei continuare a lavorare con la mia connessione WiFi (non demonizziamo la tecnologia) evitando di trascinarmi con i sensi di colpa per aver dovuto interrompere le attività a metà pomeriggio.

O se proprio fossi troppo fortunata potrei stare distesa su una poltrona a leggere un libro di ricette per trovare qualche idea gustosa per la cena evitando di arrivare a propinare pesce surgelato o stracotti come al solito, e riuscendo ad organizzare magari anche una bella cena per quegli amici che invece non invito mai.

E’ sembrato un tempo molto lungo, invece immagino sia passato meno di un minuto. Finito il flash sono tornata nel gruppone dei genitori e i bambini hanno iniziato ad uscire dalla palestra.

Ho ripreso piccoletto e cagnetta e risaliti in macchina ci siamo diretti verso il supermercato.

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