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Esito ancora a pensarci.

Ero a casa di un uomo. Un uomo conosciuto da poco, a cui non ero per nulla interessata dal punto di vista fisico.

Mi stava dietro da un po’ e avevo accettato l’invito quasi per cortesia, essendo lui persona molto cortese.

La casa era minuscola, praticamente una stanza. Pareti grezze, pochi mobili. Direi povera.

Mi aggiravo un poco imbarazzata guardando qualche immagine alle pareti, la conversazione languiva.

Cercavo un modo per venirne fuori senza offendere ma abbastanza velocemente.

Quando improvvisamente lui aprì una grande porta, anzi più di una, e la prospettiva asfittica e grigia mutò completamente: ci trovavamo in riva al mare. Una casa minuscola su enormi dune. Di fronte le onde di un blu violaceo che si infrangevano sulla riva. Una visione mozzafiato.

Lui mi guardò per osservare l’effetto della meraviglia sul mio volto. Non c’erano dubbi, ero estasiata.

Un posto così speciale doveva essere certamente il suo asso nella manica.

All’improvviso diventai triste.

Avrei dovuto rinunciare al piacere di soggiornare in quella casetta così preziosa. Nulla, neanche il possederla mi aveva reso speciale l’uomo che la abitava.

Il risveglio lasciò inizialmente un senso di amaro.

Ma poi il vero, forse vero, significato mi si palesò.

Quali preziosi tesori posseggono persone che noi immaginiamo insignificanti o non interessanti?

Forse era questo il senso.

O forse solo la speranza di trovarne, di tesori, in questa umanità asfittica e grigiastra.

Magritte - Portrait of Stephi Langui

Magritte – Portrait of Stephi Langui

“Se poi vi è un fine delle nostre azioni che noi vogliamo di per se stesso, mentre gli altri li vogliamo solo in vista di quello, e non desideriamo ogni cosa in vista di un’altra cosa singola (così infatti s’andrebbe all’infinito, cosicché la nostra tendenza sarebbe vuota e inutile), in tal caso è chiaro che questo dev’essere il bene e il bene supremo.”

Aristotele 

Apprendiamo che il vero aspetto di tutti i fenomeni corrisponde anche ai due Budda Shakyamuni e Molti Tesori [seduti insieme nella torre preziosa]. “Tutti i fenomeni” corrisponde a Molti Tesori e il “vero aspetto” corrisponde a Shakyamuni. Questi sono anche i due elementi di realtà e saggezza. Molti Tesori è la realtà e Shakyamuni è la saggezza. È l’illuminazione al fatto che realtà e saggezza sono due, ma allo stesso tempo non sono due.

Questi sono insegnamenti d’importanza primaria. Corrispondono ai princìpi per cui “le illusioni e i desideri sono illuminazione” e “le sofferenze di nascita e morte sono nirvana”. 

Nichiren Daishonin

Desiderio 33

E’ successo che ho perso il contatto con me stessa.

Per tutti i primi anni della mia vita  ho avuto l’insegnamento che non avevo nessun diritto di desiderare. Che c’era comunque qualcuno che aveva già deciso per me cosa era bene o male, cosa era giusto o adeguato.

Ci ho messo tanto a superare il condizionamento. Si può andare via e gettare in un pozzo i ricordi e i legami, ma nel profondo, nel DNA, rimangono, perfidi e invadenti.

Dopo anni con una serie di colpi di testa, di cui in fondo non mi sono ancora veramente perdonata, ho preso finalmente in mano la mia vita. Nuovi rapporti, nuove regole, nuovo lavoro.

Ho imparato ad ascoltarmi, a dare retta ai miei desideri. Non le voglie improvvise, banali, illusorie. I desideri profondi, quello per cui ha valore la fatica di vivere. I desideri sono motori potenti. Ho imparato che la questione fondamentale è la strada che si percorre per riuscire a realizzarli. Pensieri e parole e azioni atte a far si che si materializzi il nostro pensiero. E l’ho fatto. Ho rischiato tutto. Ho mandato a monte sicurezze e vita facile e ho costruito il mio piccolo mondo, quelloin cui mi sono sentita per la prima volta a mio agio così come sono.

Dopo anni, invece, oggi mi rendo conto che è un  lungo tempo in cui invece di avere obiettivi o desideri, cerco di galleggiare. Di mantenere il controllo. Vivacchio alla giornata.

Non me ne ero resa conto, fino a che ho letto un paio di post di Mister Incredibile: questo per esempio.  Ho sbattuto il grugno contro la realtà e non mi è piaciuta per niente. Anzi non MI sono piaciuta per niente.

E siccome lamentarsi è comunque vietato, posso solo rimboccarmi le maniche, darmi una calmata, guardare di nuovo in fondo a me stessa, frugare tra le paure, le ansie, i bisogni, i doveri….. e recuperare il mio vero obiettivo, il mio vero desiderio. Quello che sarà la benzina per il mio percorso da oggi in avanti.

Ieri sera non sono riuscita ad arrivare neanche al divano. Dopo aver letto un poco della gabbianella che non voleva confessare neanche a se stessa il desiderio di imparare a volare – è una storia che continua ad emozionarmi ogni volta che la rileggo, potenza di un grande autore – ho abbracciato il piccoletto che sapeva di buono e tenero e caldo e mi sono lasciata scivolare nel sonno accanto a lui, ancora praticamente vestita.

Questa sera mi è arrivata come un lampo. Come una diapositiva sparata all’improvviso sulla parete. L’immagine di un’alba, sul Gange, in barca.

Varanasi.

Ricordi di tanto tempo fa. Così tanto che mi sembra un’altra vita. E un’altra me.

Ma poi a pensarci bene non così distante da come sono ora. Mi rivedo come in un ritratto. Certo un sacco più giovane e carina. Molti capelli, molto scuri. Mi sa che avevo anche una permanente. Ho i capelli più dritti del fil di ferro e quando andavano ricci li ho massacrati di acidi pur di piegarli.

Però a parte le guance più scavate e le labbra più fine mi sento uguale a lei. Stesso temperamento esuberante. Stessi slanci di curiosità. Nessun timore di osare. E una strana inspiegabile gioia che mi accompagna anche quando francamente non ci sarebbe niente da gioire.

Quella mattina ci eravamo svegliati che era ancora buio proprio per arrivare sul Gath all’alba, quando gli induisti iniziano le loro abluzioni rituali. Varanasi è una delle città sacre. La più sacra. Dove un induista deve andare almeno una volta nella vita e bagnarsi nelle acque del Gange da cinque Gaths diversi per sfuggire al samsara, l’eterno ciclo di morte e rinascita.

Avevamo avuto una barca perché dal fiume si può osservare al meglio tutta la sponda, con il movimento delle centinaia di persone che arrivano e scendono i gradoni  e seminudi si immergono nelle acque che scorrono veloci. Acque nere, a quell’ora, e per niente invitanti. Considerando poi che il Gange è una cloaca a cielo aperto e per di più in quel punto avvengono tutte le cremazioni, io stavo ben attenta a far si che nemmeno una goccia di acqua mi sfiorasse.

Forse, per questo, continuerò a morire e rinascere chissà ancora per quanto.

La barca era piccolina e l’indiano che la guidava mica tanto robusto. Per cui ondeggiava parecchio e dava per niente tranquillità. Ad un certo punto di fianco alla barca un’ombra enorme scivolò emergendo e poi reimmergendosi immediatamente. Una lunga schiena grigia strisciante. Cos’era non l’ho mai capito. Il mio inglese e quello dell’indianino  barcaiolo parevano due lingue differenti.

Nelle foto che ho ritrovato l’immagine è di una bellezza da spezzare il cuore. Ma da lì non arriva l’odore fortissimo che ovunque in india ti trapassa le narici. Un misto di sporcizia e merda e incensi. Indefinibile. Che si appiccica alla pelle, a cui non ci si abitua, e che dopo un po’ di giorni diventa quasi il tuo odore. Indimenticabile e terribile. Ma quanto vorrei ancora respirarlo. E quanto vorrei tornare lì. Oggi. E ripetere il viaggio sul fiume. E tornare la sera per assistere, un po’ appartata in quanto donna, al rito della cremazione e alla dispersione delle ceneri nell’acqua.

Oggi farei anche un piccolo rito che allora, per pudore o imbarazzo, non feci. Affidare una fiammella alla madre Ganga e attendere per vedere quanto lontano la corrente la porterà. Più lontano andrà e più vedrò realizzati i miei sogni.

Oggi pomeriggio sono uscita dall’ufficio. Sono passata a prendere la cagnetta che avevo lasciato a casa qualche ora prima e ho tentato di farle fare una pipì nel cortile. Ma c’era una cucciolotta di tre mesi, Frida, che sembra non aspetti altro che incontrare lei ogni volta che scende, e così distratta com’era, ho capito che di pipì non se ne parlava proprio. Quindi l’ho fatta salire in macchina con la vescica ancora piena e sono andata verso la scuola del piccoletto. Siamo arrivate proprio sul suono della campanella. Ho trovato un posto per parcheggiare, lontanuccio.  In mezzo ad un’orda di turisti su certe minibighe elettriche che oramai hanno invaso tutto il Centro, in fila per andare a sbirciare il Cupolone dall’antica serratura di una porta di una delle vecchie chiese di Roma. Di corsa ho preso il piccoletto e ci siamo fermati cinque minuti nel giardino di fronte scuola per la famosa pipì. Poi, sempre un po’ correndo abbiamo ripreso la macchina e l’ho accompagnato alla palestra di KungFu. Lasciato lui ho rimesso la cagnetta nella macchina che avevo lasciato in doppia fila e siamo arrivate al parco. Lì, dopo aver di nuovo cercato un parcheggio non troppo lontano, finalmente l’ho potuta lasciare un poco libera  di correre e dare la caccia a passerotti e cornacchie. Quindici minuti. L’ho riagganciata al guinzaglio e via di nuovo in macchina verso la palestra. A quel punto ero circa cinque minuti in anticipo e mi sono fermata ad aspettare nel piccolo cortile della palestra. Come me c’erano tanti altri genitori, o nonni, o zii, insomma adulti che aspettavano l’uscita dei piccoli Ninja per proseguire poi la giornata. Pensavo a cosa dovevo comprare al supermercato, a cosa preparare per cena (ogni giorno a questo punto ho un buco nero) e mi guardavo intorno.

E poi all’improvviso ho avuto un flash.

Uno di quei momenti in cui tutto sfuma, il tempo rallenta e ti sembra di essere sospeso su un Dolly che fa una panoramica in campo lungo, e tu vedi tutto dall’alto, anche te stesso.

E mi sono chiesta. Ma è necessario tutto ciò. O meglio. E una vita normale questa? In cui concentri in due ore così tante energie per fare cose che in un altro luogo o tempo sarebbero solo un corollario, un automatismo, intorno a tante altre azioni fatte con lo stesso impegno?

Se io vivessi, per esempio, in un ambiente rurale. Dove il piccoletto uscito da scuola non avesse bisogno di palestre per sfogarsi dopo otto ore di immobilità, ma potesse correre in un prato intorno a casa, arrampicandosi sugli alberi e giocando con amici o animali in piena libertà. E dove la cagnetta, ma anche i miei claustrofobici gatti, potessero entrare e uscire da casa quando vogliono, e scorrazzare in giro defecando e spisciacchiando dove gli pare, come natura vuole. In tutto quel tempo lì io quante cose potrei fare?

Potrei preparare una merenda per i figli e gli amici dei figli, magari anche un bel pane e nutella (a quella non si rinuncia mai) ma con il pane fatto in casa, come facevo quando ancora non avevo ripreso a lavorare. Oppure potrei continuare a lavorare con la mia connessione WiFi (non demonizziamo la tecnologia) evitando di trascinarmi con i sensi di colpa per aver dovuto interrompere le attività a metà pomeriggio.

O se proprio fossi troppo fortunata potrei stare distesa su una poltrona a leggere un libro di ricette per trovare qualche idea gustosa per la cena evitando di arrivare a propinare pesce surgelato o stracotti come al solito, e riuscendo ad organizzare magari anche una bella cena per quegli amici che invece non invito mai.

E’ sembrato un tempo molto lungo, invece immagino sia passato meno di un minuto. Finito il flash sono tornata nel gruppone dei genitori e i bambini hanno iniziato ad uscire dalla palestra.

Ho ripreso piccoletto e cagnetta e risaliti in macchina ci siamo diretti verso il supermercato.

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