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tu

che ricordi hai?

ricordi quel giorno, il primo in cui ci siamo incontrati. sulla strada. un abbraccio. occhi negli occhi. ed è stato amore

immediato

ricordi le carezze, gli abbracci, le coccole

le voci tenere a rincorrersi

il cibo preparato per te

e le notti passate vicino vicino.

le carezze, tante.

il calore

tanto

come ti senti?

temi che io possa tradirti, abbandonarti

vivi il presente o il passato ti torna addosso lacerandoti il cuore

alle volte ti osservo mentre sogni

ti muovi come se corressi

piangi a volte

e io vorrei essere con te nel tuo sogno a correre lungo il mare o in mezzo ad un prato verde e immenso

tu forse se felice perché vivi ora e qui

ti basta vedermi

ti basta sentire il mio corpo contro il tuo

niente di quando eri sola

niente di quando ti hanno deluso, tradito, abbandonato.

vorrei essere te,

a volte.

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street art writer Hush Moments in soul

street art writer Hush
Moments in soul

 

tu hai l’agio di non essere

basta un click e non sei

hai l’agio di tornare nell’etere da dove sei arrivato

quale filo fragile per tenere assieme due vite

le parche avevano il fuso

per creare

e poi forbici

per tagliare

i fili che reggono la vita

tu hai solo il gesto di un dito, piccolo, impercettibile

click

io posso solo stare

in attesa

o anche non

ma non ho l’agio di

agire

decidere come o dove o quando

sto

alle volte gemo

altre graffio

quando riaffiorano vecchi dolori

antichi tradimenti

e ferisco

lo so

sono brava in questo

ho imparato molto presto

so colpire con unghie affilate

nel punto preciso dove so che fa male

le geishe imparano fin da bambine a tutelare i loro spazi

ma devono agire nell’ombra

muovere fili trasparenti come quelli tessuti da aracne

e devono saper stare

appena sveglia dopo un’altra notte di incubi e insonnia

c’è il cielo grigio e l’aria fredda

mi faccio un caffè

partire per non restare sola?

rimanere sola per non partire?

la vita è pura follia

ma bisogna dare un ordine a questa follia

c’è un poeta torinese, folle, che di questo ha fatto un mestiere

Guido Catalano 

io lo adoro

stamattina ho incontrato questa

ve la leggo

(potete anche non ascoltarmi tanto l’ho scritta sotto)

– quando non ci sei mi manchi
– e quando son con te?- vorrei non ci fossi
– così ti mancherei

– esatto
– potremmo non vederci mai più

– così mi mancheresti sempre
– geniale

– allora ciao
– allora addio

– già mi manchi un po’
– impossibile, son ancora qui

– va bene, addio
– un’ultima sigaretta?

– ho smesso un anno fa
– dai, è un’ occasione importante

– ma tu non fumi
– è vero

– ho delle cioccolate
– fondenti?

– fondentissime
– ok

– avresti mai detto che sarebbe finita così?
– sì, con te sì

– come sì con me sì?
– sei sempre stato strano, fin dal primo bacio

– solo perché son svenuto dopo averti baciata?
– ti sembra poco?

– avevo il calo di zuccheri e l’emozione a palla
– e quella volta che volevi picchiare il benzinaio perché dicevi che mi guardava in modo concupiscente?

– sai che son sempre stato geloso dei benzinai, è un mio punto debole
– va bene, ora vado

– se mi manchi troppo posso chiamarti al telefono?
– non penso funzioni così

– quindi a Natale non ci facciamo il regalo?
– direi proprio di no

– e tu potrai baciare altri, benzinai compresi?
– sì

– ma tutto ciò è terribilmente spaventosamente terribile
– lo è

– facciamo che tutto questo era un incubo e noi ci svegliavamo nello stesso letto e mentre facevamo colazione con le uova fritte io te lo raccontavo e ci ridevamo su?
– sei sicuro?

– no, però facciamolo
– ci sto, però cerca di sentire un po’ la mia mancanza

– sempre
– spesso

– non mancherò

Come-aprire-un-pubEntro nella locanda. 
La differenza di temperatura mi sorprende piacevolmente. Fuori il freddo umido di una serata piovosa, dentro il caldo un poco puzzolente di cibo e umanità.

Vado al banco, sono sola e non mi va di sedermi a un tavolo. Questa benedetta abitudine femminile di non attirare l’attenzione. Chiedo una birra, rossa. Ho voglia di alcolici destrutturanti. Ho bisogno di spegnere il mio cervello per qualche ora.

Mi siedo su uno sgabello alto e inizio a sorseggiare la mia Leffe Cuveè, prodotta in Belgio, birra d’Abbazia a 8.4 gradi, temperatura ambiente.

Giro attorno gli occhi, più per vezzo che non per reale interesse alla varia umanità raccolta in quel locale. A ore dodici il mio sguardo si blocca. Un tavolo con un uomo e una donna. Inizialmente la mia attenzione è attratta dalla sensualità con la quale si stanno guardando. Dalla bellezza della giovane donna, e dalla prestanza del suo uomo. Un momento dopo mi fisso su di lui. Ha una gamba che finisce proprio sopra la coscia. Una stampella appoggiata alla sedia e il pantalone cucito poco dopo la fine del moncherino.

Il barista non è esattamente mio amico. Mi ha visto sì e no altre due volte. Ma ha voglia di parlare e ha intercettato il mio sguardo.

– Hai visto? Quel pezzo di figliolo! E pensa che fino a un mese fa non me ne ero accorto perché aveva una gamba finta. Sai com’è successo? Incredibile…

Anche se di solito scoraggio le confidenze, sono troppo attratta dalla storia per bloccarlo.

– Era in moto con la ragazza, quella che sta con lui al tavolo, quando ha avuto l’incidente. E’ andato contro il guardrail. Si è tranciato la gamba. La ragazza niente, solo qualche escoriazione. Un automobilista si è subito fermato e ha avuto la forza di bloccare l’emoraggia con le mani e di calmarlo e di parlargli per tutto il tempo che c’è voluto prima che arrivasse l’ambulanza. Gli ha salvato la vita sai? Lui era sotto shock, ma dopo qualche tempo l’ha cercato e l’ha incontrato e ringraziato per quell’interminabile mezz’ora a tenere stretta la sua coscia  per non farlo morire dissanguato, parlandogli con calma per non farlo impazzire.

Resto in silenzio, senza parole. Non riesco a immaginare lo shock subito da quei tre. Il ragazzo senza più una gamba, la ragazza in terra e l’uomo a fermare il sangue.

Dal tavolo si accorgono che io e il barista stiamo parlando di loro. Li stiamo evidentemente fissando in modo sfacciato. L’uomo ammiccando mi fa cenno con una mano di accomodarmi sulla sedia libera accanto a loro. La donna mi sorride. Mi siedo al loro tavolo. Mi scuso  per l’invadenza.

– Non ti preoccupare, ci siamo abituati – dice lei – Quando avevo la gamba artificiale, nessuno ci faceva caso – aggiunge lui – ma ora ho un problema, un’infezione, e non posso portarla per un po’. Ho esagerato con gli allenamenti.

Lo guardo interrogativa.

– Prima dell’incidente io correvo – dice – e anche parecchio. Partecipavo a gare e maratone. Mi sono fatto preparare un arto artificiale sperimentale. Tipo quello di Pistorius, hai presente?

Annuisco.

– Ho fatto parecchie gare. Mi sono piazzato niente male, sai? Ma ora ho un’infezione al moncherino e devo stare un po’ a riposo.

Mi parla con la tranquillità con cui si racconta di un taglio di capelli riuscito male. Poco importa tanto ricrescono.

Mi spiega di come ha superato lo shock grazie alle cure della sua ragazza. Lei è stata fantastica, dice.  E la guarda con dolcezza mentre le accarezza la mano. Ora si sono sposati, stanno cercando di avere un figlio.

Poi con aria molto complice mette i gomiti sul tavolo e avvicina il suo volto al mio.

– Non ho perso la gamba per caso, sai?

Non capisco

– Quell’incidente mi ha salvato la vita. I medici hanno recuperato l’arto amputato e lo hanno esaminato per capire se avevano un margine per tentare una ricostruzione. I chirurghi sono fissati sul riattaccare pezzi di corpo. Hanno scoperto che avevo un melanoma sotto il ginocchio.

Lo guardo esterrefatta.

– Si. Avevo un cancro alla gamba. Non me ne sarei accorto, probabilmente. Era un melanoma maligno, molto aggressivo. Mi hanno detto che quasi certamente mi avrebbe ucciso.  Capisci che fortuna? L’incidente mi ha strappato via la gamba e mi ha salvato la vita.

Questo il sogno.

Quando mi sveglio, sono sudata ed è ancora notte.

Il senso del sogno mi appare subito in tutta la sua crudele realtà.

… considerando che fa parte di un periodo particolarmente particolare.

la controprova sono i sogni che faccio la notte. situazioni da lettino di Freud

o di Jung

ma lasciamo stare, che poi dicono che le donne sanno solo scrivere di cose molto intime….

foto chiaveil risveglio era stato normale, la notte quasi tranquilla, ero sola.

in bagno la prima sorpresa.

dopo aver tentato inutilmente di azionare lo sciacquone, aver aperto tutti i rubinetti, controllato la chiusura generale dal contatore, mi sono dovuta arrendere all’idea che ero completamente senz’acqua. la cosa buffa è che proprio il pomeriggio prima avevo effettuato la lettura ed inviato, affrancandola – perchè manco le cartoline preaffrancate ti lasciano quelli che vengono a farti la lettura di giorno feriale di mattina come se tu non avessi nulla di meglio da fare che restartene a casa a farti leggere i contatori, la cartolina all’Acea.

“non gli è piaciuta la lettura?” “avrò inviato la cartolina troppo tardi e si sono irritati?”

poi ragionando sul fatto che al risveglio non avevo sentito le cascate del niagara dai tubi che scendono – evidentemente accanto al mio letto, dai piani superiori, ho pensato che forse il problema riguardava l’intero condominio.

mal comune – mezzo gaudio

ho rimediato una tazzina d’acqua da un fondo di bottiglia per farmi il caffè

altre due dita da un altro fondo per il mio beverone mattutino

ho mandato un messaggio a mia figlia dicendole che sarei passata da lei a lavarmi almeno la faccia e i denti

nessuna risposta, ovviamente dormiva ancora.

è stato mentre preparavo la borsa per uscire, infilando spazzolino da denti e deodorante, che mi sono resa conto che a casa mancava qualcosa.

rapido giro di sguardi, tanto la casa è tutta lì, e mi rendo conto che mentre Arturo dopo aver mangiato la sua dose di croccantini è tornato ad acciambellarsi sul piomone e Cicoria mi mugola davanti in attesa di uscire a fare i suoi bisogni, non c’è traccia di Gilda.

Gilda la Furia Buia

Gilda la ladra

Gildoca, come l’ha chiamata il piccoletto da subito quando siamo andati a prenderla, minuscola, al gattile di Santa Severa.

saranno quattro anni?

forse cinque.

il tempo passa così velocemente.

la chiamo, inizio a cercare in tutti gli armadi, spesso si infila come un razzo senza che io la veda (furia buia appunto) e poi dopo un poco sento grattare dietro lo sportello. ma si infila anche in qualunque tipo di scatola o pertugio e nella casa ancora piena di cose post-trasloco faccio fatica a terminare l’esplorazione.

niente, a casa semplicemente non c’è.

e non è potuta uscire in giardino perchè non ho ancora aperto le finestre.

grande ondata di panico e senso di colpa.

“ma allora è sparita da ieri sera!” “e non mi sono accorta di niente!”

ripenso alla notte

non ricordo di averla sentita sui piedi

e nemmeno mi è salita sulla pancia facendo le fusa come un arrotino

gelo.

dentro e fuori

in giardino non c’è traccia

chiamo, giro, esco, entro riguardo ovunque, non c’è.

si è fatto tardi, decido di lavarmi in ufficio e vado sperando di non aver visto bene e di averla lasciata chiusa in casa.

all’ora di pranzo scappo di nuovo a casa e la speranza svanisce. non c’è. Gilda è semplicemente scomparsa. dalla sera prima. e la notte ora gela.

sono davvero preoccupata, ma devo riuscire subito per andare alla scuola del piccoletto dove ci sarà la vendita di beneficenza degli oggetti costruiti da loro per l’adozione a distanza che facciamo dalla prima elementare.

lungo la strada, morta di fame – sono ormai quasi le 14,30 e sono in megaritardo – mi fermo  per mangiare un panino in piedi.

è un baretto di monteverde che non avevo mai notato prima. c’è un banco tipo salumeria dove preparano dei panini buonissimi, a richiesta e dove vedo tutta una serie di prodotti abbruzzesi, prodotti che arrivano in particolare dalle zone del Parco Nazionale. un territorio che sfiora la mia casa di montagna. con enorme stupore, mai viste prima a Roma, vedo che hanno delle birre artigianali prodotte ad Amatrice. mi sento a casa. i due giovani baristi però non sono amatriciani, sono umbri.

dopo questa felice scoperta riesco frettolosamente per continuare il percorso e … oplà…. la macchina non parte.

l’avevo parcheggiata “leggermente in doppia fila” appoggiata di traverso accanto ai cassonetti.

provo, riprovo. nulla.

è tardissimo. mio figlio vedrà arrivare tutti i genitori che si accaparreranno gli oggetti più belli, ed io non ci sarò.

tento il salvataggio da parte del padre. abita non troppo lontano e anche lui starà andando….

cellulare spento.

prima di urlare e bestemmiare ed inveire, mi rendo conto che la strada è fortemente in discesa.

chiamo in aiuto i baristi umbri,  mi faccio spostare un poco indietro, parto a folle, ingrano la seconda e … via…. riparte.

manco mi sono fermata a ringraziarli, dovrò passarci uno di questi giorni.

come per miracolo arrrivo a scuola in tempo per entrare con gli altri.

del padre nessuna traccia, solita atmosfera prenatalizia che mi costerna sempre di più di anno in anno, ma sorrido gaia

non faccio che pensare a Gilda sparita ma contratto allegra l’acquisto di calendari con graffiti rupestri eseguiti dal piccoletto e segnaposto composti da sassi colorati dal medesimo artista

faccio il mio dovere e arrivo a spedere la quota che servirà a farmi sentire in pace con la coscienza per il prossimi dodici mesi

mi aggiro un poco spersa

tanta gente e la confusione non fa che accrescere il senso di un disagio interno che aumenta di ora in ora in questo giorno strano.

distrattamente ogni tanto guardo l’ora sul cellulare. nessun messaggio e i minuti passano lenti.

mentre lo rinfilo in borsa, sento un oggetto in una delle tasche interne. non è molto grande e faccio fatica a tirarlo fuori.

è una vecchia chiave

dorata

mai vista prima

ne sono certa

non l’ho mai avuta nè so cosa possa aprire

è vero che le mie sono le borse di Mary Poppins, ma pur contenendo un mondo di oggetti, magari dati per persi da mesi, conosco la provenienza di tutto ciò che trovo.

rimango con la chiave in mano, senza parole

immagini mistiche mi passano nel cervello

la chiave di “molto lontano, incredibilmente vicino”

la chiave di Alice nel Paese delle Meraviglie

le chiavi volanti di Harry Potter

un oggetto altamente simbolico, questa chiave

ed estrememente misterioso il suo trovarsi nella mia borsa.

la giornata si chiuderà con la certezza che Gilda probabilmente è uscita per sempre dalle nostre vite.

foto Gilda - Cesto ridotto

eyes-wide-shut

capita che passi la giornata in uno dei teatri storici della capitale

con uno degli attori italiani viventi più bravo in assoluto

e che sia una giornata di tramontana e pioggia

– al mattino le cupole si stagliavano su un azzurro  ghiaccio attraversato da stracciatella di nuvole –

(in giorni come questo Roma ha un cielo commovente)

e che poi torni a casa,  a notte inoltrata, stanca e per nulla soddisfatta di come è andato il lavoro

domani altra giornata di prove e debutto

grande tensione

problemi da affrontare

e a casa, in una casa semismontata dal trasloco, da sola, hai bisogno di distrazione

cibo & drink

prima un sano approccio a proteine e fibre, per poi svaccare su vaffer al cioccolato e liquore di ciliege, molti vaffer e molto liquore (unica riserva di alcolici a disposizione)

guardando in tv l’ultima parte di Eyes Wide Shut

quella dove la mano di Kubrick forse non c’è più

(e lo pensi perchè non c’è più genialità ma solo conseguenze,

reazioni umane e conseguenti)

rappresentata da un uomo schiacciato dal senso di colpa

e da una donna

dolce

bionda

bellissima

– provata nell’animo e nel volto  da una notte insonne di pianti e confessioni –

che trova

dentro di se

la risposta.

e vai col valzer!

Mi ritrovo davanti alla TV a vedere Shopping Night Home Edition dove due coppie di donne, madri e figlie, si disputano il premio di 3.000 euro  sfidandosi a colpi di design ad arredare una veranda vista mare. Si aggirano in un enorme hangar magazzino pieno di elementi di arredo (una sorta di Ikea ma con più design) scegliendo quello che reputano più giusto, pressate dal tempo limitato e da due critici. (il risultato sarà una cagata ma comunque una delle due coppie vincerà)

Nel frattempo io sono seduta sul divano coperto da due orrendi panni per protezione contro le cacche del gatto anziano, circondata da scatoloni pieni di libri e film, librerie desolantemente vuote e sporche di polvere, scatole di cartone ancora piegate, materiali da imballaggio di vario tipo, mangiando un’insalata mista che poi non basterà e mi farà ripiegare su un pacchetto di wafer al cioccolato che mi manderà in paranoia e sensi di colpa.

Stanca morta, piena di dolori, stressata dopo una giornata passata da sola a smontare casa in compagnia di tutta la discografia di Lou Reed, con la sensazione che la montagna di scatole riempite non abbia svuotato assolutamente nulla. Tutto ancora da fare….

Parole scambiate oggi: una decina. Equamente suddivise tra il venditore di imballaggi da trasloco e il direttore (!) del supermercato che mi ha messo da parte un bel po’ di scatole di cartone.

Cambiare casa dopo ventidue anni è un’operazione quasi tantrica. Si mettono in moto pensieri sconvolgenti. Oggi all’improvviso mi sono ricordata di quando passavo di qui all’ora di pranzo, con l’appartamento ancora in ristrutturazione (marito architetto!), incinta di pochi mesi della vendiduenne, e mi mangiavo uno yocca e un’insalata tentando di mantenere il peso ideale, godendomi il sole che entrava dalla finestra della cucina ancora vuota.

Quanti cambiamenti da allora! Dovrei fare un bilancio? Non ci penso proprio! Non oggi, con la pioggia che batte sui vetri e la solitudine e la fatica e la polvere e la sensazione di essere wonder woman un secondo dopo persi i  superpoteri….

wonder-woman

La mattina, dopo aver accompagnato il piccoletto a scuola, mi fermo al parchetto di fronte per far correre un poco Cicoria prima di farle passare la giornata a casa o in ufficio.

A volte il piccolo parco, che è gestito dalla Chiesa adiacente, è chiuso. (una volta dovrò scrivere di questi giardini dell’Aventino, entrarci ti porta indietro nei secoli e l’affaccio dalla rupe ti avvicina ai gemmelli che dovevano decidere da quale parte fondare la loro città)

Allora riprendo la macchina ed andiamo al parco della Casa del Jazz. E’ dall’altra parte di Viale Aventino, passata San Saba e la Porta delle  Mura Ardeatine. E’ una struttura voluta dall’Amministrazione Veltroni e realizzata su una proprietà confiscata ad uno dei boss della Banda della Magliana, Enrico Nicoletti. Lui era il “cassiere” ed acquistò la villa dal Vicariato di Roma. La fece ovviamente ristrutturare compiendo numerosi abusi edilizi, neanche a dirlo. Quando fu affidata al Comune di Roma venne ripristinata la pianta originale del 1936, trasformata in auditorium per il jazz, ed il bellissimo parco fu aperto al pubblico. E’ poco conosciuto ed appartato e passeggiarci la mattina da un senso quasi di possesso. Quasi come essere nel giardino di una propria villa. Non aveva gusti malvagi in fatto di abitazioni il caro Nicoletti.

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Ci sono periodi della vita in cui mi sono sentita trasparente, invisibile. Ora vorrei esserlo. Specialmente la mattina, quando il groppo che ho in gola da appena sveglia ancora non si è diluito. Ed ho paura di salutare le persone che incontro, le altre proprietarie di cani, le mamme di scuola, perchè temo la mia voce esca bagnata dalle lacrime che ingoio. Ma trasparente non sono, e neanche così brava ad evitare il resto del mondo, che sembra vada avanti comunque nonostante il mio tentativo di bloccarlo.

Da domani avrò cambiato casa. Ancora non fisicamente, ma contrattualmente si. Non assomiglierà a questa Villa, ma avrà un piccolo giardino. Non sarà su uno dei Colli più prestigiosi di Roma ma in una delle periferie meno lontane e meno degradate. Una di quelle zone dove le persone come me che non rubano e lavorano normalmente pagando tutte le tasse riescono a trovare ancora affitti umani per questa città che è nuovamente stata saccheggiata. Non dai Barbari, stavolta, ma da politici e banchieri.

L’ho cercata, l’ho vista e nel giro di una settimana ho deciso. Senza più dormire la notte, ovviamente, al pensiero del cambiamento di vita. Lascio la casa dove vivo da ventidue anni. La strada dove vivo da ventisette. Non ci sono sampietrini di cui non conosco gli angoli.

Senza essere patetica mi sono ripromessa di tornare ad abitare al centro di Roma quando le mie condizioni di vita saranno cambiate. Tutte. Perchè questo non deve essere il mio ultimo giro di giostra. Perchè non voglio continuare ad arretrare. Voglio fermarmi, le spalle appoggiate ad un muro solido e tentare di fare il giusto balzo per superare questo pantano viscido in cui sono invischiata.

Anche io vorrei condividere le mie notti insonni piene di pensieri, le mie scelte difficili, i momenti di cambiamento, con quel qualcosa che pensavo di avere e che invece forse non c’è mai stato. E mi chiedo come sarebbe stato decidere in due, come cambiare e dove andare.

A volte mi guardo indietro e mi dolgo di non essere stata più brava, e penso che meglio di questo strazio sarebbe tornare al prima. Ma so che di nuovo vorrei qualcosa che non posso avere. E non ho scelta. Io non ce l’ho.

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