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Archivio mensile:ottobre 2013

La mattina, dopo aver accompagnato il piccoletto a scuola, mi fermo al parchetto di fronte per far correre un poco Cicoria prima di farle passare la giornata a casa o in ufficio.

A volte il piccolo parco, che è gestito dalla Chiesa adiacente, è chiuso. (una volta dovrò scrivere di questi giardini dell’Aventino, entrarci ti porta indietro nei secoli e l’affaccio dalla rupe ti avvicina ai gemmelli che dovevano decidere da quale parte fondare la loro città)

Allora riprendo la macchina ed andiamo al parco della Casa del Jazz. E’ dall’altra parte di Viale Aventino, passata San Saba e la Porta delle  Mura Ardeatine. E’ una struttura voluta dall’Amministrazione Veltroni e realizzata su una proprietà confiscata ad uno dei boss della Banda della Magliana, Enrico Nicoletti. Lui era il “cassiere” ed acquistò la villa dal Vicariato di Roma. La fece ovviamente ristrutturare compiendo numerosi abusi edilizi, neanche a dirlo. Quando fu affidata al Comune di Roma venne ripristinata la pianta originale del 1936, trasformata in auditorium per il jazz, ed il bellissimo parco fu aperto al pubblico. E’ poco conosciuto ed appartato e passeggiarci la mattina da un senso quasi di possesso. Quasi come essere nel giardino di una propria villa. Non aveva gusti malvagi in fatto di abitazioni il caro Nicoletti.

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Ci sono periodi della vita in cui mi sono sentita trasparente, invisibile. Ora vorrei esserlo. Specialmente la mattina, quando il groppo che ho in gola da appena sveglia ancora non si è diluito. Ed ho paura di salutare le persone che incontro, le altre proprietarie di cani, le mamme di scuola, perchè temo la mia voce esca bagnata dalle lacrime che ingoio. Ma trasparente non sono, e neanche così brava ad evitare il resto del mondo, che sembra vada avanti comunque nonostante il mio tentativo di bloccarlo.

Da domani avrò cambiato casa. Ancora non fisicamente, ma contrattualmente si. Non assomiglierà a questa Villa, ma avrà un piccolo giardino. Non sarà su uno dei Colli più prestigiosi di Roma ma in una delle periferie meno lontane e meno degradate. Una di quelle zone dove le persone come me che non rubano e lavorano normalmente pagando tutte le tasse riescono a trovare ancora affitti umani per questa città che è nuovamente stata saccheggiata. Non dai Barbari, stavolta, ma da politici e banchieri.

L’ho cercata, l’ho vista e nel giro di una settimana ho deciso. Senza più dormire la notte, ovviamente, al pensiero del cambiamento di vita. Lascio la casa dove vivo da ventidue anni. La strada dove vivo da ventisette. Non ci sono sampietrini di cui non conosco gli angoli.

Senza essere patetica mi sono ripromessa di tornare ad abitare al centro di Roma quando le mie condizioni di vita saranno cambiate. Tutte. Perchè questo non deve essere il mio ultimo giro di giostra. Perchè non voglio continuare ad arretrare. Voglio fermarmi, le spalle appoggiate ad un muro solido e tentare di fare il giusto balzo per superare questo pantano viscido in cui sono invischiata.

Anche io vorrei condividere le mie notti insonni piene di pensieri, le mie scelte difficili, i momenti di cambiamento, con quel qualcosa che pensavo di avere e che invece forse non c’è mai stato. E mi chiedo come sarebbe stato decidere in due, come cambiare e dove andare.

A volte mi guardo indietro e mi dolgo di non essere stata più brava, e penso che meglio di questo strazio sarebbe tornare al prima. Ma so che di nuovo vorrei qualcosa che non posso avere. E non ho scelta. Io non ce l’ho.

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Stai lì che ti piangi addosso perchè la vita è dura. Perchè arrivare a fine mese è sempre più una scommessa.

Ti disperi perché il tuo uomo, ormai ex, continua tranquillamente a chattare per ore e tu sai che in fondo non hai fatto la differenza.

Cerchi un senso alla follia che ti spinge a lavorare dodici ore al giorno in un teatro per guadagnare quello che uno statale prende per sei con tredicesima quattordicesima e buoni pasto.

Poi Lou muore, e pensi che in fondo tu che cazzo ti disperi a fare.

calligrafia-alfabetomaisPrendi la penna in mano e scrivi, perdio!

Dritta quella schiena!

E come la tieni quella penna? Come diavolo le metti quelle dita? Cosa sei un granchio? Distendile, ecco così. No! non le raggrumare di nuovo. Distese!

Guarda che zampe di gallina. Ma non ti vergogni? E tutte quelle sbavature di inchiosto. Per forza! Con quel modo barbaro di tenere la penna!

No che non puoi usare la biro. Quante volte te lo devo spiegare che per imparare la calligrafia devi usare la stilografica? Perchè sei sempre così sciatta, eh? Non ti viene voglia di chiuderti da sola in bagno?

Scrivi, perdio, scrivi! Che diavolo piangi ora. Che ti cadono le lacrime sul foglio e si scioglie tutto l’inchiostro. E tieni la schiena dritta.

E poi che cosa è questo argomento che hai scelto. Eh? Chi te lo ha dato? Non potevi ragionarci meglio prima di metterti a scrivere di ste cose?

Cosa ne sai tu, eh?

Ma sei sempre la solita. Sempre con la testa per aria. Mai nulla di concreto.

E smettila di piangere, ti ho detto! Smettila! Che sennò ti do due sberle che poi ce l’hai davvero un motivo per piangere. Scema che non sei altro.

Tanto non ti alzi di qua finchè non hai finito. Dovessi rimanerci tutta la notte.

Più di un anno e qualche centinaio di post fa pubblicai questo raccontino. Si parla di separazioni e mi sembra il momento di riproporlo.

elinepal

Lei era finalmente serena. Non aveva più ansie o momenti di depressione. Niente scoppi di pianto improvvisi. La notte l’insonnia non la tormentava più. Dopo tutto quel tempo – troppo, ora si diceva – passato a tormentarsi, aveva lasciato alle spalle per sempre la relazione che  l’aveva fatta arrivare in paradiso e sprofondare all’inferno a momenti alterni (più i secondi che i primi, ragionava ora).

Aveva fatto una vacanza, aveva perso un po di peso e si era comprata dei vestiti nuovi. Aveva cambiato nuance ai capelli, anzi aveva aggiunto un tocco di biondo che con l’abbronzatura ci stava bene. Ora si stava preparando a partire per un nuovo lavoro di cui era molto contenta, sarebbe stata fuori un altro mese. Questa estate l’aveva passata quasi sempre in giro, per un motivo o l’altro, e questo le aveva fatto sicuramente bene. Niente routine. Niente luoghi conosciuti. Facce nuove.

Quando –…

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