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Pensieri in libertà

zona rossa

 

Le macerie sono vive. Gemono, cigolano, frusciano. La polvere si alza, un’imposta sbatte su una finestra cieca, il vento sfoglia un libro tra i massi sotto un arco che non sostiene più nulla.

Le macerie hanno un nome. Quelli di tutti gli uomini e le donne che hanno tirato su quelle case. Di tutte le mani che le hanno pulite, spolverate, aggiustate. Di tutti gli occhi che hanno sognato contro i vetri appannati in inverno, e di tutti i piedi che hanno sceso di corsa le scale per correre a giocare fuori.

Le macerie hanno una memoria. Dei figli partoriti sul tavolo della cucina. Della gallina del vicino regalata per festeggiare il ritorno del figlio dalla Germania. Della tenda fatta a tombolo per il corredo della figlia che sposa il venditore di frutta che passa con il camion una volta a settimana.

La zona rossa è dentro di noi, che facciamo fatica con le nostre macerie a guardare avanti e immaginare un nuovo inizio, un futuro con altri spazi che mantengano però la nostra storia e rispettino tutta la vita che non c’è più.

24.8.2016 – 3:36

 

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i sogni

E’ certamente merito di uno sconosciuto blogger, arrogante e maleducato, che ha postato un commento offensivo, da me subito cancellato, se ho ripreso in mano questo blog.

Non che ogni tanto non ci abbia pensato, a riprendere a scrivere.

Ma evidentemente non ho avuto grandi ispirazioni. No, devo essere sincera, ho fatto più cose in questo ultimo anno e mezzo che nei dieci anni precedenti. Allora semplicemente mi era passata la voglia di scrivere.

Farlo, scrivere, è normalmente una esigenza. Altrimenti si finisce con il poggiare parole una accanto all’altra senza un minimo di passione, o di rispetto per quella che dovrebbe essere un’arte.

Non che mi senta io stessa artista, per carità. Ma il rispetto dovuto all’arte non va dimenticato.

E’ anche vero che in questi ultimi mesi ho letto molto meno che in passato. Noia? Mancanza di titoli appassionanti? Anche qui la verità è solo nella volontà.

Anche se mi sento un po’ in colpa per aver quasi abbandonato una pratica che è stata sempre così importante per me, sin da quando sono bambina, devo ammettere che forse dei periodi di pausa ogni tanto ci vogliono.

Ma dove è stata la mia testa in questi mesi? In parte fortemente concentrata sul lavoro. Quel poco che c’è, complicato, faticoso, necessario ma insufficiente. Su progetti possibili, sulla costruzione di nuove opportunità. Insomma alla ricerca costante di quella stabilità che pare non si riesca a ritrovare. In parte concentrata su P. Un uomo pieno di risorse, energia, vita. Ma anche complesso, impegnativo, spesso assente ma con una presenza ingombrante. Lui è ancora accanto a me, tra momenti meravigliosi e periodi difficili, tra viaggi, partenze lontananze e ritorni. Con una influenza forte, costante su tutto ciò che faccio da un anno e mezzo.

E proprio pensando a lui, che sta lavorando ignaro a pochi metri da me, riprendo a scrivere. Per ricreare quella piccola “stanza tutta per me” virtuale che potrebbe essere la chiave di volta di tutti i rapporti. Avverto la necessità di riprendere a concentrarmi un poco su di me, sui pensieri che mi attraversano, sui sentimenti che provo, sulle rabbie, le frustrazioni, le speranze, le gioie, le attese e le delusioni. Ma anche sulla gratitudine verso una vita che ogni volta mi riempie di sorpresa.

Ho cambiato la mini descrizione di me: non ho più i miei due gatti, ho sempre i due figli (ovviamente) e la cagnetta. Ma ho voluto aggiungere che sono, nonostante l’età che corre, sempre piena, follemente piena, di sogni. E quelli spero mi accompagneranno per sempre perché quando non avrò più la follia, l’energia, la gioia di coltivare dei sogni, signori, sarò morta.

schedina-totocalcio

Quando ero bambina mio padre giocava al totocalcio.

Non che capisse molto di calcio, non seguiva nemmeno le partite in effetti. Però aveva questa abitudine, di giocare la schedina tutte le settimane.

Nel suo piccolo studio, ricavato da quella che era stata in origine la camera di “servizio”, aveva una scrivania ingombra di carte. Non so che razza di documenti fossero, crescendo me lo sono spesso domandata visto i casini che poi ha combinato nel suo lavoro. Tra il tutto mi ricordo però che c’era sempre una pila di Quattroruote, schedine giocate e da giocare e il segreto del vero giocatore d’azzardo: un attrezzo che, agitato e rovesciato, tirava fuori una fila di piastrine con sopra impresso 1, 2 o x.

Ecco, mio padre si affidava alla sorte. Non ragionava su campionato, turni, trasferte o derby. Come ai dadi, si affidava al numero dato dal caso.

Questo è quello che io credo delle relazioni. Sono tante le caratteristiche che noi vediamo in una persona che ci fanno pensare, sperare, che possa essere quella adatta a noi, giusta per passare una parte di vita assieme. Le valutazioni che facciamo con la testa o di pancia quando incontriamo qualcuno che ci fa tremare i polsi. Ma poi, andando avanti, l’intersezione di due vite, l’unione di menti e corpi, danno vita ad un mix che sarà unico e irripetibile e che prenderà una strada del tutto sconosciuta e inimmaginabile. Questo credo. Nonostante tutto.

E di incroci ne ho passati, ad essere sincera, oramai. Ho incontrato uomini saggi e tristi, estroversi e incostanti. Ho incontrato bugiardi mentitori della miglior specie. Generosi o ladri, riservati o pazzi. Ho creduto alle storie più assurde nel nome di un amore inventato, ho scusato gesti inescusabili, supportato talenti falliti, mediato rabbie inutili. Ho visto amore dove invece c’era un calesse e questa è l’unica cosa di cui mi rammarico.

Perché il valore di un gesto, di una parola, di un piccolo pensiero generoso è quello che fa la differenza.

E quasi sempre, mi rendo conto, quello che resta dopo, alla fine, è davvero il nulla.

Ora che P, così nominerò il mio uomo, è partito per l’Asia mi ha lasciato:  una raccolta di suoi articoli e libri da leggere, alcune magliette (di cui una uso sempre per dormire), delle bustine di tè delizioso e un vasetto di melanzane sott’olio preparate con le sue mani, le scarpe da jogging, il suo spazzolino da denti sul lavandino e cinque giorni prenotati in Sardegna per il suo ritorno.

Finito il Grande Diluvio Romano porto Cicoria al parchetto dei cani.

Il parchetto è un pratone recintato, con al centro un fosso cannuto, autogestito e molto frequentato. Uno degli esempi di autogestione di spazi abbandonati, da parte di cittadini che non si aspettano nulla dalla municipalità.

Con i contributi di noi frequentatori viene tagliata l’erba, comprati sacconi per le cacche che ogni accompagnatore di cane è obbligato a raccogliere, sistemata l’area coperta che d’estate ti permette di non essiccarti mentre i cani scorrazzano.

Il prato è selvatico, niente di elegante, ma ha moltissima Malva delle cui radici i cani sono ghiottissimi.

Dalla primavera iniziano a rivelarsi tra l’erba un numero impressionante di formicai. Prima qualche animalino che esce da piccoli buchi, poi ingressi più ampi e movimenti frenetici. In estate enormi cerchi di erba bruciata indicano i punti dove le formiche stanno operando. Grandi mucchi di “rifiuti” nei pressi delle entrate e lunghe file di formiche che portano sottoterra l’impossibile. L’estensione è talmente ampia che si ha la sensazione che il Pratone sia sospeso su una unica immensa rete sotterranea di gallerie e stanze e pozzi.

Ieri il Grande Diluvio Romano deve aver sconvolto non poco questo mondo sotterraneo. Arrivando al parco ho visto che non c’erano le solite file di laboriose operaie al lavoro, ma solo insetti di varie dimensioni che vagavano sperduti alla disperata ricerca di un segnale. Tra questi ho visto una formica enorme, grande forse dieci volte le altre, che si muoveva decisa  cercando di trovare un punto dove scavare. Arrivava vicino ad un rialzo del terreno, iniziava a fare un piccolo scavo con le zampe anteriori e le forti mandibole tirando fuori la terra di riporto e arrivando ad infilarsi quasi con tutto il corpo. Poi smetteva e ripartiva alla ricerca di un altro punto. Altro tentativo e nuova partenza.

Chi sei? E cosa stai cercando? – ho pensato mentre Cicoria si dava ad una appassionata caccia alle lucertole graziate da due giorni di casalinghitudine forzata.

Forse sei una Regina e con il Grande Diluvio Romano hai perso il tuo formicaio. Con un filo di paglia l’ho toccata e lei ci si è rabbiosamente attaccata risalendolo per venire a punire la mia mano. Veloce veloce l’ho depositata vicino all’entrata di quello che mi sembrava un formicaio attivo.

Ha sondato per un microsecondo il terreno e poi è ripartita in un’altra direzione, leggermente “spinta” dalle altre formiche, infinitamente più piccole ma assai più numerose.

Impegnata a raccogliere la cacca di Cicoria ho perso il contatto visivo con la mia Regina.

Dopo un poco ho notato un’altra formica, e poi un’altra, tutte delle stesse notevoli dimensioni, che praticavano lo stesso sport: saggiare il terreno in cerca di un punto adatto allo scavo.

Piano piano ho capito: siete Regine che avete perso il vostro formicaio ed ora ne dovete costruire uno nuovo prima di recuperare l’autorità e la forza che vi faranno riconoscere come tali dalle altre formiche. Dovete cercare il posto giusto e scavare, da sole, a lungo, prima che nuovamente veniate seguite per fondare una nuova città sotterranea.

E così mi sono sentita anche io. Sto cercando il posto giusto, e tento, e scavo, e fatico per riuscire a trovare il mio nuovo territorio e  per ricreare  una nuova rete di tante piccole energie costruttrici di cattedrali sotterranee.

Rafael Gómezbarros - Invasive Ants

Rafael Gómezbarros – Invasive Ants

Va via la corrente e subito esco di casa per vedere il paese alla luce della luna quasi piena.
Come lo ricordavo.
Come quando ero bambina.
Le ombre delle sagome degli edifici sono le stesse. Anche se non sono più le stalle dove andavo a guardare mungere le vacche e a comprare un litro di latte pannoso per la colazione con il mio bricco di alluminio.
Non più il pagliaio dove un ragazzo grande mi aveva fatto toccare un “arnese” che non avrei mai confessato di aver toccato.
Tutto oramai è stato trasformato in case. Cemento armato rivestito di pietra. Niente mucche, né latte , né paglia.
Voglio però guardare le stelle senza nessun inquinamento elettrico. Arrivo sull’aia, dove un tempo il buio era totale e galeotto.
Ma non faccio in tempo a fermarmi dove una volta si trebbiava e setacciava il grano, dove si seccavano i baccelli dei fagioli, dove tutta la comunità paesana si riuniva per lavorare i prodotti di questa terra di fatica, non riesco a mettere piede nel terreno dove generazioni hanno versato il loro sudore per produrre il minimo sostentamento per l’inverno, che ritorna la luce elettrica.
La delusione è grande ma mi fermo lo stesso a guardare il profilo dei monti illuminati dalla luna.
Mi viene un improvviso desiderio di scrivere di loro.
Ma cosa posso scrivere, piccola mente asservita alla necessaria sopravvivenza quotidiana….
Mentre torno verso casa mi torna il pensiero di un momento in cui scrivere era un gesto quotidiano. E un uomo era entrato nella mia vita attraverso la scrittura.
Fantasmi consumati dal vivere. Come grano e latte appena munto appartengono alla preistoria del sentimento.
Solo che io so distinguere oramai tra ricordi e illusioni.

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… dopo un treno perso,

una multa presa,

un figlio che perde un cambio di vestiti e scarpe appena comprate,

una bottiglia di Orvieto classico ghiacciato,

…. trovo nella mia libreria un titolo di cui non ricordo nulla

un autore di cui non ricordo nulla

fascetta che riporta “un autore da 5 milioni di copie” infilata tra pagina 434 e 435 di 553 pagine in totale.

c’è un uomo a N.Y. (USA), nato nel 1969, che vive con la sua famiglia composta da lui medesimo moglie e figlia – se ancora esiste sta famiglia –  che ha scritto un libro pubblicato in diverse lingue e che ha immaginato – per un tempo –  di diventare un autore di successo, copertine, traduzioni e fascette incluse, e che probabilmente oramai è diventato un alcolista dimenticato da tutti, a cui nessuno pubblica più niente, e che certamente insegna in una scuola di scrittura creativa e campa facendo lezioni di inglese all’università.

oggi, ho trovato questo libro dimenticato nella mia libreria

un libro nel quale  sono state riposte tante speranze

vite che hanno speso energia e tempo

foto di copertina d’autore

recensioni entusiaste dei maggiori quotidiani statunitensi

ed io l’ho mollato a pagina 434/553

senza ricordare nemmeno (ed io ho una portentosa memoria fotografica che sopperisce al  disfacimento del resto) la copertina, o quando l’ho acquistato, o perchè

e mi sono chiesta quanti altri libri giacciono nella mia libreria in questa situazione?

quale è la morale di tutto ciò?

1- è stata una giornata particolarmente difficile

2 – devo fare un post sulle fascette dei best seller

3 – autori più o meno pompati siete avvertiti: polvere siete e polvere ritornerete

4 – i miei autori più amati hanno davvero senso di esistere

5 (ed ultimo, che ho già rotto) a tutti gli altri scribacchini: datevi pace!

PS: se poi avete una pagina intera di ringraziamenti, beh fatevi una domanda e datevi una risposta

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BigMandala

o una spirale se non si vuole ammettere di girare spesso intorno ad un motivo, un pensiero, una necessità.

o un desiderio.

che poi desiderare è già molto.

nel momento in cui ho smesso, di desiderare, è passata la voglia di sforzarmi di capire, di gestire i tempi, di mantenere i nervi saldi e il cuore in alto.

il desiderio è un motore importante. per i buddisti è il veicolo per l’illuminazione. un desiderio è un espediente,  permette percorsi impensabili.

quindi è veramente importante fermarsi, ogni tanto, e capire cosa si desidera. nel tempo i miei desideri sono stati raffinati, a volte; basici, altre; condizionati dalle necessità, spesso; liberi di volare alti, raramente.

è un esercizio difficile quello di osservare la propria mente, o cuore. nel pensiero orientale non c’è divisione,  rappresentano l’essenza del se. l’osservazione attenta del proprio se permette di riprendere in mano la direzione. in ogni istante si può ridefinire il proprio percorso.

illuso è un essere che non ha il controllo della direzione che ha preso. la mente, o il cuore, sono condizionati dall’abitudine, dai mondi bassi, quelli più vicini all’istinto. l’illusione è come un velo che posto davanti agli occhi ci tinge tutto di un colore non reale.

a volte basta un piccolo gesto per alzare il velo, altre volte c’è bisogno di tanto tempo, di tanti giri intorno al punto.

e ognuno ha il proprio, di punto. pochi sono così saggi o illuminati da essere davvero libero di seguire il percorso più giusto per se.

è una lunga strada e dura tutta la vita.

perché tentare allora? perché non  lasciare che le cose vadano nel modo più facile?

perché la vita, dentro, in fondo, nel più profondo di ogni essere, vuole essere vissuta in modo libero.

la mia, almeno, ogni tanto mi urla: smettila!

allora dico va bene, smetto.

e ancora una volta mi fermo ad ascoltare.

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