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tu

che ricordi hai?

ricordi quel giorno, il primo in cui ci siamo incontrati. sulla strada. un abbraccio. occhi negli occhi. ed è stato amore

immediato

ricordi le carezze, gli abbracci, le coccole

le voci tenere a rincorrersi

il cibo preparato per te

e le notti passate vicino vicino.

le carezze, tante.

il calore

tanto

come ti senti?

temi che io possa tradirti, abbandonarti

vivi il presente o il passato ti torna addosso lacerandoti il cuore

alle volte ti osservo mentre sogni

ti muovi come se corressi

piangi a volte

e io vorrei essere con te nel tuo sogno a correre lungo il mare o in mezzo ad un prato verde e immenso

tu forse se felice perché vivi ora e qui

ti basta vedermi

ti basta sentire il mio corpo contro il tuo

niente di quando eri sola

niente di quando ti hanno deluso, tradito, abbandonato.

vorrei essere te,

a volte.

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sento il suo corpo addormentato accanto al mio.

a tratti i suoi muscoli fremono

come stesse sognando di correre.

si stringe a me.

il suo contatto mi piace,

mi fa sentire protetta

calda

amata.

ora arriva l’altro.

si mette sul letto delicatamente

ma poi tenta goffamente di salirmi sopra.

mi agito e desiste

si sdraia sull’altro lato.

gli faccio una carezza rapida e lo sento  rilassarsi.

poco dopo il suo respiro regolare mi dice che si è addormentato.

mi riempiranno il letto di peli, lo so

ma dormire tra cane e gatto non ha eguali.

 

 

… considerando che fa parte di un periodo particolarmente particolare.

la controprova sono i sogni che faccio la notte. situazioni da lettino di Freud

o di Jung

ma lasciamo stare, che poi dicono che le donne sanno solo scrivere di cose molto intime….

foto chiaveil risveglio era stato normale, la notte quasi tranquilla, ero sola.

in bagno la prima sorpresa.

dopo aver tentato inutilmente di azionare lo sciacquone, aver aperto tutti i rubinetti, controllato la chiusura generale dal contatore, mi sono dovuta arrendere all’idea che ero completamente senz’acqua. la cosa buffa è che proprio il pomeriggio prima avevo effettuato la lettura ed inviato, affrancandola – perchè manco le cartoline preaffrancate ti lasciano quelli che vengono a farti la lettura di giorno feriale di mattina come se tu non avessi nulla di meglio da fare che restartene a casa a farti leggere i contatori, la cartolina all’Acea.

“non gli è piaciuta la lettura?” “avrò inviato la cartolina troppo tardi e si sono irritati?”

poi ragionando sul fatto che al risveglio non avevo sentito le cascate del niagara dai tubi che scendono – evidentemente accanto al mio letto, dai piani superiori, ho pensato che forse il problema riguardava l’intero condominio.

mal comune – mezzo gaudio

ho rimediato una tazzina d’acqua da un fondo di bottiglia per farmi il caffè

altre due dita da un altro fondo per il mio beverone mattutino

ho mandato un messaggio a mia figlia dicendole che sarei passata da lei a lavarmi almeno la faccia e i denti

nessuna risposta, ovviamente dormiva ancora.

è stato mentre preparavo la borsa per uscire, infilando spazzolino da denti e deodorante, che mi sono resa conto che a casa mancava qualcosa.

rapido giro di sguardi, tanto la casa è tutta lì, e mi rendo conto che mentre Arturo dopo aver mangiato la sua dose di croccantini è tornato ad acciambellarsi sul piomone e Cicoria mi mugola davanti in attesa di uscire a fare i suoi bisogni, non c’è traccia di Gilda.

Gilda la Furia Buia

Gilda la ladra

Gildoca, come l’ha chiamata il piccoletto da subito quando siamo andati a prenderla, minuscola, al gattile di Santa Severa.

saranno quattro anni?

forse cinque.

il tempo passa così velocemente.

la chiamo, inizio a cercare in tutti gli armadi, spesso si infila come un razzo senza che io la veda (furia buia appunto) e poi dopo un poco sento grattare dietro lo sportello. ma si infila anche in qualunque tipo di scatola o pertugio e nella casa ancora piena di cose post-trasloco faccio fatica a terminare l’esplorazione.

niente, a casa semplicemente non c’è.

e non è potuta uscire in giardino perchè non ho ancora aperto le finestre.

grande ondata di panico e senso di colpa.

“ma allora è sparita da ieri sera!” “e non mi sono accorta di niente!”

ripenso alla notte

non ricordo di averla sentita sui piedi

e nemmeno mi è salita sulla pancia facendo le fusa come un arrotino

gelo.

dentro e fuori

in giardino non c’è traccia

chiamo, giro, esco, entro riguardo ovunque, non c’è.

si è fatto tardi, decido di lavarmi in ufficio e vado sperando di non aver visto bene e di averla lasciata chiusa in casa.

all’ora di pranzo scappo di nuovo a casa e la speranza svanisce. non c’è. Gilda è semplicemente scomparsa. dalla sera prima. e la notte ora gela.

sono davvero preoccupata, ma devo riuscire subito per andare alla scuola del piccoletto dove ci sarà la vendita di beneficenza degli oggetti costruiti da loro per l’adozione a distanza che facciamo dalla prima elementare.

lungo la strada, morta di fame – sono ormai quasi le 14,30 e sono in megaritardo – mi fermo  per mangiare un panino in piedi.

è un baretto di monteverde che non avevo mai notato prima. c’è un banco tipo salumeria dove preparano dei panini buonissimi, a richiesta e dove vedo tutta una serie di prodotti abbruzzesi, prodotti che arrivano in particolare dalle zone del Parco Nazionale. un territorio che sfiora la mia casa di montagna. con enorme stupore, mai viste prima a Roma, vedo che hanno delle birre artigianali prodotte ad Amatrice. mi sento a casa. i due giovani baristi però non sono amatriciani, sono umbri.

dopo questa felice scoperta riesco frettolosamente per continuare il percorso e … oplà…. la macchina non parte.

l’avevo parcheggiata “leggermente in doppia fila” appoggiata di traverso accanto ai cassonetti.

provo, riprovo. nulla.

è tardissimo. mio figlio vedrà arrivare tutti i genitori che si accaparreranno gli oggetti più belli, ed io non ci sarò.

tento il salvataggio da parte del padre. abita non troppo lontano e anche lui starà andando….

cellulare spento.

prima di urlare e bestemmiare ed inveire, mi rendo conto che la strada è fortemente in discesa.

chiamo in aiuto i baristi umbri,  mi faccio spostare un poco indietro, parto a folle, ingrano la seconda e … via…. riparte.

manco mi sono fermata a ringraziarli, dovrò passarci uno di questi giorni.

come per miracolo arrrivo a scuola in tempo per entrare con gli altri.

del padre nessuna traccia, solita atmosfera prenatalizia che mi costerna sempre di più di anno in anno, ma sorrido gaia

non faccio che pensare a Gilda sparita ma contratto allegra l’acquisto di calendari con graffiti rupestri eseguiti dal piccoletto e segnaposto composti da sassi colorati dal medesimo artista

faccio il mio dovere e arrivo a spedere la quota che servirà a farmi sentire in pace con la coscienza per il prossimi dodici mesi

mi aggiro un poco spersa

tanta gente e la confusione non fa che accrescere il senso di un disagio interno che aumenta di ora in ora in questo giorno strano.

distrattamente ogni tanto guardo l’ora sul cellulare. nessun messaggio e i minuti passano lenti.

mentre lo rinfilo in borsa, sento un oggetto in una delle tasche interne. non è molto grande e faccio fatica a tirarlo fuori.

è una vecchia chiave

dorata

mai vista prima

ne sono certa

non l’ho mai avuta nè so cosa possa aprire

è vero che le mie sono le borse di Mary Poppins, ma pur contenendo un mondo di oggetti, magari dati per persi da mesi, conosco la provenienza di tutto ciò che trovo.

rimango con la chiave in mano, senza parole

immagini mistiche mi passano nel cervello

la chiave di “molto lontano, incredibilmente vicino”

la chiave di Alice nel Paese delle Meraviglie

le chiavi volanti di Harry Potter

un oggetto altamente simbolico, questa chiave

ed estrememente misterioso il suo trovarsi nella mia borsa.

la giornata si chiuderà con la certezza che Gilda probabilmente è uscita per sempre dalle nostre vite.

foto Gilda - Cesto ridotto

La mattina, dopo aver accompagnato il piccoletto a scuola, mi fermo al parchetto di fronte per far correre un poco Cicoria prima di farle passare la giornata a casa o in ufficio.

A volte il piccolo parco, che è gestito dalla Chiesa adiacente, è chiuso. (una volta dovrò scrivere di questi giardini dell’Aventino, entrarci ti porta indietro nei secoli e l’affaccio dalla rupe ti avvicina ai gemmelli che dovevano decidere da quale parte fondare la loro città)

Allora riprendo la macchina ed andiamo al parco della Casa del Jazz. E’ dall’altra parte di Viale Aventino, passata San Saba e la Porta delle  Mura Ardeatine. E’ una struttura voluta dall’Amministrazione Veltroni e realizzata su una proprietà confiscata ad uno dei boss della Banda della Magliana, Enrico Nicoletti. Lui era il “cassiere” ed acquistò la villa dal Vicariato di Roma. La fece ovviamente ristrutturare compiendo numerosi abusi edilizi, neanche a dirlo. Quando fu affidata al Comune di Roma venne ripristinata la pianta originale del 1936, trasformata in auditorium per il jazz, ed il bellissimo parco fu aperto al pubblico. E’ poco conosciuto ed appartato e passeggiarci la mattina da un senso quasi di possesso. Quasi come essere nel giardino di una propria villa. Non aveva gusti malvagi in fatto di abitazioni il caro Nicoletti.

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Ci sono periodi della vita in cui mi sono sentita trasparente, invisibile. Ora vorrei esserlo. Specialmente la mattina, quando il groppo che ho in gola da appena sveglia ancora non si è diluito. Ed ho paura di salutare le persone che incontro, le altre proprietarie di cani, le mamme di scuola, perchè temo la mia voce esca bagnata dalle lacrime che ingoio. Ma trasparente non sono, e neanche così brava ad evitare il resto del mondo, che sembra vada avanti comunque nonostante il mio tentativo di bloccarlo.

Da domani avrò cambiato casa. Ancora non fisicamente, ma contrattualmente si. Non assomiglierà a questa Villa, ma avrà un piccolo giardino. Non sarà su uno dei Colli più prestigiosi di Roma ma in una delle periferie meno lontane e meno degradate. Una di quelle zone dove le persone come me che non rubano e lavorano normalmente pagando tutte le tasse riescono a trovare ancora affitti umani per questa città che è nuovamente stata saccheggiata. Non dai Barbari, stavolta, ma da politici e banchieri.

L’ho cercata, l’ho vista e nel giro di una settimana ho deciso. Senza più dormire la notte, ovviamente, al pensiero del cambiamento di vita. Lascio la casa dove vivo da ventidue anni. La strada dove vivo da ventisette. Non ci sono sampietrini di cui non conosco gli angoli.

Senza essere patetica mi sono ripromessa di tornare ad abitare al centro di Roma quando le mie condizioni di vita saranno cambiate. Tutte. Perchè questo non deve essere il mio ultimo giro di giostra. Perchè non voglio continuare ad arretrare. Voglio fermarmi, le spalle appoggiate ad un muro solido e tentare di fare il giusto balzo per superare questo pantano viscido in cui sono invischiata.

Anche io vorrei condividere le mie notti insonni piene di pensieri, le mie scelte difficili, i momenti di cambiamento, con quel qualcosa che pensavo di avere e che invece forse non c’è mai stato. E mi chiedo come sarebbe stato decidere in due, come cambiare e dove andare.

A volte mi guardo indietro e mi dolgo di non essere stata più brava, e penso che meglio di questo strazio sarebbe tornare al prima. Ma so che di nuovo vorrei qualcosa che non posso avere. E non ho scelta. Io non ce l’ho.

Ambarabaciccicoccò anghingo

tre civette sul comò

che facevano l’amore

con la figlia del dottore

il dottore si ammalò

Ambarabaciccicoccò

Non so perchè mi è venuta.

Forse sono le tre civette che ho incontrato ieri notte uscendo dal bosco di castagni, tornando verso il paesello in collina. Ho incontrato anche la volpe. Si è fermata a guardarmi per un poco prima di infilarsi nel sottobosco. E anche una famigliola di ricci che per una volta non sono stati schiacciati dalle ruote della macchina.

Amo quel bosco. E i ritorni notturni che mi permettono di incontrati gli animali.

Le civettte sul comò rimangono un mistero. Cosa ci fanno? Chi sono? Perchè si fanno la figlia del dottore? E perchè questa storiellina erotica viene raccontata ai bambini?

E’ solo una questione di assonanze fonetiche? O come in modo molto irionico si legge su Nonciclopedia

“è una filastrocca che per i suoi contenuti osceni è stata censurata in 18 paesi nel mondo. Purtuttavia viene tutt’ora tramandata ai bambini negli asili in forma clandestina.
La celebre opera letteraria è vietata ad un pubblico di minori poiché incita all’orgia, all’omosessualità, al sesso esplicito, al sesso subordinato implicito, al sesso interrazziale, orale, anale e vegetale e a credere che l’uccello è bello perché è vario”

Io in ogni caso propendo per la versione erotica. Mi ravviva i pensieri.

Offuscamenti mentali da isolamento extra familiare. Passaggi di anniversari vissuti senza affetti. Senza immaginare auguri che si sa non arriveranno. Facendo comunque il gesto propiziatorio con un brindisi tra conviventi.  Il paesino si ricorda di questa data.

I veri eroi oggigiorno non sbarcano su Ohama Beach. Mantengono famiglie e resistono e festeggiano compleanni e natali sempre uguali, con codici fissati e partecipazione coatta.

O altrimenti coloro i quali decidono che la vita va in un’altra direzione. Ma poi devo andarci, e fino in fondo. E senza lamentarsi.

Porto cibo ad una cagna bianca dagli occhi dolci che ha una zampa spappolata da una tagliola. Cibo e antibiotici. Inizialmente mi  guardava da lontano diffidente. Ora mi aspetta, mi viene incontro e si fa carezzare delicatamente dietro le orecchie. Con molta delicatezza, basta un gesto brusco e piegata la coda tra le gambe si allontana con un sorriso di scuse. Non riesce più a fidarsi. Mi da un poco di credito perchè fino ad ora ho rispettato i suoi tempi. I suoi movimenti. Non ho allungato la mano verso di lei. Ho atteso accucciata che si avvicinasse a me. Cicoria ci ha aiutato. L’accoglie e non è gelosa del cibo che le porto. E’ stato il ponte. Ho passato la mano dalla sua testa a quella della cagnetta bianca . Un passaggio lento e dolce dal pelo pulito e lucido e nero a quello sporco, ispido e bianco. La nera, la mia, era abbandonata su queste strade la scorsa estate. Ha perso la libertà barattandola con la sicurezza. Mi segue fedele, mi accontenta quando la chiamo, ma il suo vero istinto è  quello della zingara. Quando può si lancia nei campi, sopra il paesino. Corre nei prati. Insegue gatti, lucertole e ratti e torna con orribili prede. La bianca non troverà facilmente rifugio. E’ storpia per sempre. Ma forse conserverà la libertà e la sua indipendenza. Pagandola con la solitudine.

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foto1Freno e mi accosto passato il semaforo. F. arriva subito dopo, come mi aveva detto, in taxi. Da via Margutta a casa mia, poche fermate di autobus, io normalmente la faccio a piedi. Sale in macchina tutta sorridente. E’ vestita e truccata anni settanta. E’ il tema della festa di N. Io non mi sono abbigliata, veramente. Ho messo jeans e zoccoli. E una camiciona a fiori. Lei è tutta contenta di venire con noi in macchina. Con me e il piccoletto. Perchè “veramente per una donna andare sola con i mezzi è proprio impensabile”. I genitori le dicono così. Ha quasi la mia età. Credo. Mi parla del laboratorio che stanno facendo con N., di come le stia aprendo la vita alle relazioni umane. Mi aggiorna sulla situazione della sorella e della nipote nata con una gravissima malformazione al fegato, trapiantata con un intervento di straordinaria chirurgia neonatale con metà fegato di un ragazzo deceduto per un incidente in motorino, sopravvissuta a terapie e nuovi interventi. Tosta la bimba, e tosta la madre che non molla mai. Le ho conosciute questa estate, F, la sorella e la nipote che ha l’eta del piccoletto. Una famiglia strana, figlie di antiquari. Gente della roma bene, ora un poco in dissesto economico, ma tenacemente ancorate alla famiglia che le chiude in una sorta di mondo a parte. Mi incasino come sempre con la strada. Dobbiamo arrivare in un villino fuori roma dove vive N. con il suo compagno e due cani. Sbaglio. Prendo la Flaminia. E’ tutta bloccata. Torno indietro e prendo la Cassia. Lungo la strada preleviamo un’altra amica di N. che ci ha beccato telefonicamente. E’ un casino abitare così lontano. La villetta è già piena di gente. Amici di N., famiglia di lui, il compagno, che abita lì vicino e che è alla base della scelta dell’acquisto della casa in zona così amena. Ragazzi del laboratorio. Amici attori. Rivedo tante persone legate al festival estivo nel cilento che mi chiedono di Cicoria. Mi fa piacere se ne ricordino. La trovai in quei giorni lì, abbandonata per strada sulla collina. E subito diventò la mia ombra. La mamma di lui ha stracucinato cose buonissime. E’ una donna decisamente invadente ma lo fa in maniera talmente gentile e subdola che te ne accorgi troppo tardi. Lui mi ha raccontato che era ciccionissimo da piccolo, anzi obeso. Fin dopo l’adolescenza. lo faceva mangiare in continuazione. Ora è normale, anche un bell’uomo. La sorella di lui è a tutt’oggi semianoressica.  E’ lì con un uomo, mi sembra più rilassata del solito. Anche lei ha la mia età. Trovo un amico per il piccoletto, un bimbo di sette anni. Il papà mi dice che abitano subito accanto e propone di farli giocare con il loro nintendo. Figuriamoci! Amicizia fatta! Non si muovono da terra, seduti a giocare per due ore. Ogni tanto passiamo ad alimentarli ma la maggior parte del cibo rimane dimenticata accanto a loro, troppo impegnati, e viene spazzolata immediatamente da Ofelia o Amleto, i due cani di casa. Parlo con Franca,  un’attrice napoletana molto brava. Mi dice che sta partecipando ad un progetto europeo: Italia, Germania, Francia, Spagna e Grecia. Sei mesi di lavoro gratis, praticamente, con l’opzione di essere scelti poi nella seconda fase in Grecia. Lei è molto contenta del tipo di occasione, io non faccio commenti. Arrivano R., autore e regista da me molto amato, e la sua dolce ed eterea compagna, attrice. Lui subito circondato di chiacchiere inizia a raccontare amabilmente aneddoti che di solito riempiono le serate. Lei come sempre va a prendere qualcosa da mangiare per entrambi. Fa sempre così. Compone dei piatti con tanti assaggi e glieli porta. Non gli chiede mai prima cosa desidera. Non è una donna fragile o sottomessa, e questa dedizione   molto femminile me la fa piacere. Io vorrei essere come lei, a volte. Lui si fa servire, ma senza supponenza. La ringrazia, come se cibarsi fosse realmente qualcosa al di sopra delle sue capacità, e dipendesse in questo completamente da lei. Accetta sempre la selezione di cibo che le gli propone, e continua a dialogare. Li adoro. Continuo a girare dentro e fuori la casa, saluto persone, gioco con i cani, rientro a controllare il piccoletto. Bevo vino rosso. A differenza dell’ultima volta non devo uscire per fumare. Arrivano amici di N. da Salerno con una valanga di mozzarelle di bufala da urlo. Ho notato dall’inizio della serata  una donna esile, magra, che cammina come una danzatrice. Mi colpisce. Non è giovanissima, anche lei all’incirca la mia età. Porta i capelli raccolti nel tipico chignon delle ballerine. Si muove continuamente in un incedere lento ma nervoso. Non la vedo mai mangiare. Bere si. Credo di aver capito che è la madre del bimbo che gioca con il piccoletto. Ho visto il suo sguardo su di me ogni volta che parlavo con il padre. Ad un certo punto ci troviamo insieme in giardino. Iniziamo a parlare dei figli. Lei ne ha due, anche un’altra bimba che è lì in giro. Sono gemelli. Mi parla di come mangino tanto, mangino tutto, e bene. E di quanto dormano. Dormono tanto. Ma realmente. E mangiano tutto. E dormono. E’ un modo strano di presentare due bambini di sette anni. Si parla così dei neonati. Parliamo a lungo, più che altro lei,  e ad un certo punto mi racconta delle apnee notturne della bambina, che la tengono in ansia e che la fanno dormire poco. Dorme con la bambina. Ma perchè dormi con lei? le domando in un moto spontaneo. Da quando sono nati hanno dormito entrambi con lei. Inizialmente perchè allattava e voleva far riposare il marito, lui a volte lavora anche di notte, hanno degli alberghi. E poi non è mai più riuscita a separarsi da loro. Proprio non ce la fa. Lo scorso inverno il maschio le ha chiesto se poteva dormire nella sua camera, e lei ne ha sofferto moltissimo. Ora dorme solo con la figlia. Il marito in camera della figlia. Le chiedo, in modo dolce: Lo sai che questo non va bene vero? In poco tempo è come se fossimo entrate in una estrema confidenza. Lei è sinceramente consapevole di sbagliare, mi dice, ma non riesce a pensare di non sentire il corpo della figlia accanto nel letto. Guardo dall’altra parte del giardino il marito. Un uomo gentile, mi sembra, un bravo papà direi. Chissà lui cosa pensa di questa separazione forzata dalla sua donna. Da sette anni. Arrivano persone, mi chiamano, ci separiamo. N. spegne le candeline. Il suo compagno la abbraccia e la bacia. Sono molto innamorati. Lui fa il dentista, N. è andata a farsi curare un dente e si sono innamorati. Lui nel giro di due settimane ha lasciato la moglie e sono andati a vivere insieme. Un botto!  Ora è molto tardi, devo riportare il piccoletto a casa e prima devo accompagnare F. ad un taxi e poi  due ragazze ad incontrare amici a Piazza Belli. Saluto la mia nuova amica. Mi chiede se vogliamo vederci e prendere un tè. Mi dice che è stata così felice di avermi conosciuto! Che parlare con me le ha fatto bene e vorrebbe poterlo fare ancora. Certo! Ci scambiamo i numeri su un salviettino di carta. Mi stringe forte la mano. Forse ha bevuto troppo. Vedo un’ansia febbrile nei suoi occhi. Mi imbarazza un poco. Al ritorno scopro che una delle due ragazze in macchina con noi è un’acrobata. Mi ricordo di averla vista scendere dall’alto del Teatro dell’Opera di Roma nel Barbiere di Siviglia, lo scorso inverno. Ha studiato arte circense e lavora prevalentemente con i Teatri Lirici e in grandi manifestazioni. Veramente stasera non finisco di stupirmi .

IMG_0682Succede così a Roma. Una mattina ti alzi e all’improvviso è scoppiata la primavera. ma non una primavera tiepidina e timida. Una gagliardissima primavera piena di calore e fiori. Una primavera che magari dura un giorno ma che butta tutti fuori casa.

Io oggi mi sono fermata. Per un giorno, da settimane, non ho quasi lavorato. Solo qualche mail e aggiornamenti web. Ho messo il guinzaglio a Cicoria e siamo uscite in passeggiata.

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Primo pensiero. Se ci credi e se sei tenace c’è un posto anche per te. Anche se a volte sembra che tutto quello che fai viene preso come dovuto, anche se sembra che solo esistere è una impresa difficilissima, è invece possibile che anche nel cemento ci sia uno spazio per le foglie che stai tirando fuori.

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Cammino a lungo, come spesso accade. Passo da Ponte Sant’Angelo. Ci sono orde di turisti e qualunque tipo di vucumprà. Mi sento come Gesù nel Tempio ed urlando allo scempio butterei a terra tutti gli occhiali, collanine, orecchini, borse, cover di cellulari, che sono ammonticchiati sui cartoni ai lati del ponte, e butterrei a fiume, ancora pieno grigio e limaccioso,  quasi tutti i suonatori di chitarre elettriche e tamburi e pianole che occupano lo spazio restante.

Ma resisto all’impulso e porto Cicoria a correre sotto al Castello.

Niente da fare. Orde di turisti panino-muniti bivaccano nei praticelli, sdraiati al sole. Ci rifugiamo nel lato più stretto. Sembriamo due esiliate. Lei però incontra cani ed è felice. Io sempre di più avverto il peso della stanchezza e mi rabbuio al pensiero di una ennesima domenica passata in compagnia della mia fedele cagnetta.

Basta, esco dal fossato di Castel Sant’Angelo e continuo a camminare, spinta dalla necessità di liberare energie represse in settimane di sedentarietà lavorativa. Arrivo a Borgo. E’ ora di pranzo e vedo famiglie ai tavolini, famiglie in giro con pizze ripiene, famigliole in vacanza a Roma che si siedono all’ombra e sorridono di tutto il bello che riescono a prendere con gli occhi.

Un pensiero molesto mi segue da giorni, ma oggi mi faccio raggiungere. Complice la stridente colonna sonora di Teho Teardo e Balanezcu Quartett che dalle cuffie mi inonda il cervello. Passo sotto un albero fiorito. E’ lo stesso che ho fotografato quasi un anno fa, tornando da una notte che mi dava una idea di futuro felice, sconfessato solo dopo poco più di un’ora. Neanche un anno fa. Eppure una vita fa.

La musica non mi dà tregua mentre cammino tra i turisti incerca di una trattoria. E  il pensiero va ad un’auto familiare in giro sulle colline toscane.  Decido di non fare più finta di niente, mi lascio inondare da quei sentimenti che normalmente cancello. Rivedo gli occhi dubbiosi della mia amica mentre le racconto il mio segrete. Le sue parole artificialmente rassicuranti su come tutto alla fine prenderà la giusta strada. Le stesse parole che direi a chiunque al mio posto, pur non credendoci affatto. Ma io SO che prenderà la giusta strada, e glielo dissi. E dunque perchè ora questo pensiero molesto mi invade e mi addolora?

Torno a casa. Mangio. Dormo. Al risveglio ho bisogno di nuovo di correre fuori casa. Di muovermi, camminare veloce, cercare posti dove lo sguardo possa spaziare.

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Roma ha una risorsa impagabile, le Ville. Oggi mi spingo fino a Villa Borghese. Camminando per il centro di nuovo ho difficoltà a farmi largo tra i turisti che invadono le strade. Mi auguro che ai commercianti romani questo porti qualcosa di buono. Arrivo a Trinità dei Monti che è quasi il tramondo. Cicoria oramai è il mio alter ego. Niente musica nelle cuffie. ormai non la reggerei più.Il pensiero molesto oramai si è impadronito completamente di me. Camminando libero tossine e cerco di usarlo. Se non posso far finta che non esista, e se affrontarlo mi fa così male, devo cercare il modo di usarlo.

Il sole che tramonta su Roma libera in me un sentimento di meraviglia.

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Il privilegio di avere questa meraviglia mi fa sentire una regina. Cammino tra i turisti con la consapevolezza che loro tra poco, scattate le foto, ripartiranno, mentre io potrò passare e ripassare queste immagini ogni giorno in cui sarò disponibile a salire qui e a lasciarmi catturare dalla bellezza.

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Tutto il resto, vita, movimenti, cambiamenti, persone, amore, lavoro, prenderà la strada che deve. Io so di avere un cuore grande, e di saper affrontare qualunque cosa con tutto l’amore che il mio grande cuore contiene. Come suggeriva un padre saggio ad un’amica blogger, qualunque cosa fatta con amore ha un altro valore.

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Leggevo l’ultimo post di Alice  e mi sono fermata a ragionare sull’abitudine alla solitudine. Nel mio caso è quasi ridicolo parlare di solitudine. Anche ora che la ventunenne è andata a vivere dal padre, ho sempre il piccoletto. E quando anche lui è a casa del padre sono comunque in compagnia di due gatti e una cagna.

Questa notte, a proposito, ho capito che Cicoria e Gilda, due vere bastarde dentro, hanno oramai fondato una sorta di associazione a delinquere. Dove non arriva la cagna, salta la gatta, ed insieme riescono a spazzolare qualunque cibaria io dimentichi di togliere di mezzo. Un coperchio caduto dalla padella al pavimento ha fatto si che le beccassi col muso in flagrante reato e mi ritrovassi alle due di notte sveglia a meditare sulla solitudine.

L’abitudine a gestire tutto in prima persona, ad essere sempre investiti della responsabilità della decisione. La sensazione che non ci si può voltare con la testa di lato e dire: di questo potresti per favore occupartene tu? O anche chiedere una mano per piegare il lenzuolo da stendere, o tirare su il piumone dal letto. Avere un menù per ogni cena, senza discuterlo con nessuno. Fare i conti con il proprio denaro, inventarsi nuovi modi per risparmiare o permettersi un piccolo regalo (che tanto nessuno te ne fa).

Tutto questo è abitudine alla solitudine.

E condividere il letto, la colazione. Fare la spesa spingendo il carrello in due discutendo del tipo di pasta da comprare. O semplicemente comprare i fusilli perchè sono quelli che preferisce lui. Questo essere coppia nella quotidianità, mi manca? Amerei avere di nuovo un uomo accanto, veramente accanto, fisicamente presente, sempre, nella mia vita?

O le scelte fatte negli anni confermano che dormire abbracciati è bello, si. Ma una notte ogni tanto. E il bagno può essere veramente l’anticamera dell’infermo. E in fondo la fatica di decidere ogni cosa da sola è inferiore a quella di doverle condividere quelle decisioni.

Cosa mi corrisponde di più? Cosa mi manca veramente oggi? Perchè è certo che qualcosa manca.

E in questo tratto del curvone della vita dove sento di essere da mesi. In questo tratto di strada dove continuo a svoltare  ma senza vedere  ancora il rettilineo. In questo tornante in discesa dove le cose iniziano ad accellerrare paurosamente. Un rotolare di attività, movimenti di persone che si affiancano e poi vanno via. Di altre che  tornano. Di lavoro piombato improvvisamente a sconvolgere gli orari lasciandoti con il fiatone e sempre un sacco di cose in sospeso. Di pensieri molesti che la notte ti tengono sveglia. In questo tratto di vita cosa o chi vorrei. Cosa o chi mi potrebbe ridare un senso di non-solitudine e placare la mia ansia. Cosa o chi?

lupoIeri andando al parco con il piccoletto e Cicoria, mi sono imbattuta in un cane lupo pazzesco. Il cane lupo più lupo avessi mai visto. Alto il doppio della mia cagnetta aveva un muso bellissimo, assolutamente lupesco, un colore grigio chiaro, come quello dei lupi. Il padrone ci ha tenuto a precisare che non era un cane lupo, ma un vero e proprio lupo. Io che lo stavo accarezzando mi sono un poco allarmata. Un lupo dei Carpazi, ha precisato, e mi ha spiegato che ha proprio delle caratteristiche diverse da quelle dei cani-lupo, per esempio le femmine vanno in calore solo una volta l’anno come i lupi, e poi non abbaia, ulula.

Devo dire che era una bestia bellissima, e questo incontro mi è rimasto così impresso che arrivata a casa ho cercato di documentarmi.

Esiste effettivamente una razza, il cane-lupo cecoslovacco, creata negli anni cinquanta da un colonnello cecoslovacco che tentò di far accoppiare  due pastori tedeschi con una lupa. Il primo tentativo andò malissimo per il primo pastore tedesco che fu morso pesantemente dalla lupa. L’anno successivo andò meglio, ma i cuccioli erano talmente lupeschi che non potevano essere allevati come cani. Dopo quattro o cinque generazioni invece i cuccioli hanno iniziato ad avere caratteristiche adatte all’allevamento. Questi comunque sono dei veri cani-lupo, e non dei lupi come si vantava il gongolone del parco. Però hanno un 25-30% di lupo, che effettivamente si vede.

La cosa che mi ha stupito è che, girando su internet, c’è un giro pazzesco di allevamenti di questa razza di cani, e pare sia uno dei più ricercati, anche se avere una bestia del genere in casa è un po più complicato che avere un normale cane. Ma si sa, in Italia esplodono le mode più strane.

Comunque sono dei cani di una bellezza inquietante, evidentemente hanno in loro qualche cosa di selvaggio e veramente “animale” che colpisce.

Merda! è una delle mie imprecazioni preferite. Siamo nella merda. Ho la merda fino al collo. Una giornata di merda.

Merda! (detto come augurio prima di andare in scena). Uomo di mmmmmerda, se proprio si vuole gratificare qualcuno.

Ma c’è chi adora questo sottoprodotto alimentare. Ed è la mia cagnetta. Anzi pare tutti i cani.

Lei ha una riserva, tra l’altro,  sempre pronta: la lettiera di Gilda e Arturo. Non la becco mai in flagrante. Trovo solo tracce di sabbietta che inequivocabilmente portano a lei.

Quando usciamo, al parco, se possibile si rotola su qualche escremento nell’erba, e se per caso le capita di trovare feci umane (e pare che nei parchi se ne trovino parecchie) è giornata di festa, una vera golosità.

Ho cercato delle spiegazioni e quindi ho fatto un giro su internet. L’argomento è seguitissimo, perché pare che la questione dei cani mangiatori di merda sia diffusissima. Una spiegazione è che per loro è estremamente saporita, specialmente quella dei gatti che hanno una alimentazione molto proteica e con delle sostanze che la rendono appetitosa e quella umana che ovviamente ha i residui di tutti i vari cibi che ingeriamo.

Altre teorie optano per carenze varie, tra cui sali minerali. Ma vista la diffusione della tendenza mi sembra difficile.

Quindi per loro è una specie di delizia e questo mi fa pensare che difficilmente riuscirò a toglierle il vizio. Purtroppo dovrò impedirle di darmi i bacetti, almeno quando sento che ha un’alito appestante.

 

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