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Archivio mensile:dicembre 2012

IMG02648-20120710-2029Ai cuori teneri innamorati

a quelli che si sono lasciati

a chi lavora e non ci pensa

a chi importa, ma non  lo fa vedere

a quelli che come me amano il jazz, ma non ne fanno una malattia

e amerebbero anche il folk, se suonato con la giusta chitarra

a chi è di nuovo solo, e mi chiedo il perchè

a chi non si chiede mai nulla, e sta bene lo stesso

a quelli che sanno che forse sarà l’ultimo

a chi brucia il suo tempo e non si da pace

a chi è insicuro ma tiene in pugno la situazione

a chi ha paura

ed ha ragione

a chi sorride alla luna piena

e piange di fronte ad un tramonto

ai miei figli

al mio amore

auguro tutto l’augurabile e anche di più.

 

 

 

P1010441Sulla riva c’era una bottiglia d plastica. Niente di strano. Sulla spiaggia di questa stagione si trovano tante di quelle immondizie portate dal mare. O semplicemente lasciate da quella immondizia umana che non riesce a non infangare tutto il bello che incontra.

Una bottiglia come tante, dicevo. Solo che passandoci accanto ho visto che qualcosa si muoveva nell’acqua al suo interno. Inizialmente sembrava che fossero le alghette che  insieme ad un poco di sabbia si muovevano al rotolare della bottiglia mossa dall’onda. Ma avvicinandomi meglio e prendendola in mano mi sono accorta che erano proprio dei minuscoli animaletti. Dei piccolissimi gamberetti erano dentro la bottiglia! Mi ha colto uno stupore indicibile, come avessi scoperto il brodo primordiale dal quale tutti noi discendiamo.

Gamberetti piccolissimi ma perfetti, che nuotavano agitando le zampette e le antenne. Uno spettacolo  incredibile! Un microcosmo che probabilmente si era installato nella bottiglia quando questa era nel mare e lì si era sviluppato e cresciuto anche quando la bottiglia era stata portata a riva dalle onde. Un piccolo mondo completamente autosufficiente (almeno fino a quel momento) ed ignaro di essere uno sputo di mare nella plastica. Un piccolo mondo che tenevo in mano e osservavo come fossi il padreterno che osserva il nostro universo con tutti noi che ci agitiamo inconsapevoli della nostra ridicola finitezza.

Subito mi è tornato in mente il racconto di Dr. Seuss Ortone e il mondo dei Chi. ortone

Ortone è un elefante con una grande immaginazione e sensibilità che sente un giorno un grido d’aiuto provenire da un minuscolo granello di polvere che fluttua nell’aria. Poiché è un bestione generoso e disponibile, specie verso i più piccoli, non ci pensa un attimo a spostare la sua ingombrante mole fino a raggiungere lo strano granello. Scoprirà che su quel puntino, adagiato su un trifoglio in fiore, vive la Città di Chi non So, abitata dai microscopici Chi. Al primo cittadino, il Sinda-Chi, angosciato dai terremoti che scuotono il suo paese, Ortone promette che metterà in salvo il granello, cioè il mondo dei Chi. Per fare questo il generoso elefantone si mette contro la sua comunità che lo crede completamente pazzo, mentre altrettanto succede al Sinda-Chi nel suo piccolo mondo dove nessuno crede che sia in contatto con un essere enorme che controlla e sostiene il loro mondo. Alla fine, ovviamente, i due mondi riescono ad entrare in contatto, e Ortone riesce a salvare i Chi dalla distruzione.

Allo stesso modo io ho aperto la bottiglia e l’ho gettata in mare, riunendo il piccolo microcosmo al mondo dal quale era venuto.

Cosa voglio dire con tutta sta storia?

Che alle volte basta poco per rendersi conto che la nostra vita, il mondo che conosciamo, il nostro intero universo è sospeso ad un filo. Che ogni cosa potrebbe finire da un momento all’altro. Che ci sentiamo il centro dell’universo mentre siamo solo un insignificante piccolo granellino di polvere, mentre forse degli enormi occhioni elefanteschi ci osservano con apprensione.ganesha

Magari gli induisti avevano ragione ad adorare il Dio Ganesha.

 E magari con un poco di attenzione e di sensibilità si potrebbe evitare di insudiciare il mondo, ed in senso più immateriale di insudiciare le nostre vite. In entrambe le situazioni basta avere un poco più di rispetto. rispetto per gli altri, ovviamente, ma fondamentalmente per se e per la propria vita, che rispetto al tutto è niente.

tuffoSembra strano a pensarci ma in ogni istante della nostra esistenza noi decidiamo qualcosa. Cose banali, alle volte, di cui non ci rendiamo neanche conto. O cose piacevoli, per cui va da se che ci lasciamo trasportare dalla gioia e andiamo avanti. A volte dobbiamo decidere di agire in situazioni spiacevoli, e lì la questione si complica perché occorre, appunto, una decisione più consapevole.

Per tanto tempo mi sono lamentata del fatto che nella mia vita capitavano sempre cose sovrapposte, al punto che dovevo per forza scegliere: una strada o l’altra. Strade che probabilmente mi avrebbero condotta in direzioni molto diverse, ma che evidentemente mi allettavano entrambe, o comunque avevano entrambe pro e contro che si bilanciavano. A volte sono stati periodi di dubbio lancinante, perché la decisione riguardava questioni di vita o di morte, e ho imparato che nella vita molte questioni sono altrettanto importanti anche se apparentemente meno drastiche. Sono stata rimproverata. Non è che a me capita più di altri di dover decidere spesso tra due strade, è la vita che è così. Sono solo evidentemente più incapace di altri a fare scelte.

In ogni caso. Sia che ce ne rendiamo conto o meno tutta la nostra esistenza è frutto di continue decisioni o scelte. Che ce ne rendiamo conto o meno la direzione che prende la nostra vita è comunque legata ad ogni nostro singolo pensiero, o parola, o azione. Nel buddismo questo viene definito come legge di causa ed effetto, «Se vuoi conoscere le cause passate guarda i risultati che si manifestano nel presente, se vuoi conoscere gli effetti che si manifesteranno nel futuro, guarda le cause che stai ponendo nel presente» In verità la legge di causa ed effetto è  una legge per niente metafisica, molto scientifica. Al pari della legge di gravità esiste sia che ci crediamo o meno.

E’ facile da capire se prendiamo ad esempio effetti visibili ed immediati conseguenti ad azioni. Per esempio se lascio la macchina parcheggiata sulle strisce pedonali e trovo una multa sul parabrezza lego immediatamente la mia azione con il suo effetto. Più difficile è capire quanto quello che viviamo è frutto di cause messe nel passato (nel Buddismo  anche nell’infinito passato) o come ciò che facciamo, diciamo, pensiamo oggi può avere effetti nel nostro futuro. La questione fondamentale, che oramai fa parte integrante della mia vita, è la consapevolezza che occorre avere, mettere in campo, cercare di ottenere, il massimo della coerenza tra ciò che pensiamo e diciamo e le azioni che compiamo. E quando forzo la mano, quando non sono allineata, inevitabilmente la vita comincia a deragliare. Sento quasi fisicamente che sto sdrucciolando e niente mi gira più al giusto modo. E non intendo dire che esiste un solo modo di pensare, dire o agire. Rispetto la libertà di ognuno. E’ solo che ognuno deve avere coerenza con se stesso.

Quando quindi capitano situazioni per le quali la decisione su quale strada seguire mi spacca la testa, o l’anima, o il cuore, io pratico con la determinazione per agire con coerenza con me stessa, e di decidere al di là di ogni ragionevole dubbio cosa è giusto. Per me, non in assoluto, ma per me. Per quello che credo mi faccia bene, per ciò che da valore alla mia vita, per come desidero che sia il mio futuro.

E cerco di non lamentarmi nei momenti difficili, perché so da dove arrivano e perché. E cerco di prendermi la responsabilità di ciò che mi accade, senza delegare o accusare chi mi è vicino. E dico cerco perché a volte è veramente complicato.

tiberina2Oggi, durante una giornata che andrebbe per molti versi certamente dimenticata, ad un certo momento ho preso Cicoria e sono scesa al Tevere. C’era un bellissimo sole, la temperatura era mite, quasi primaverile. Sono scesa però sulla sponda opposta a quella solita. Basta poco e come per incanto ci si trova fuori dalla città. Lei rimane lì, in alto, sopra i muraglioni piemontesi, e poco più in basso c’è tutto un mondo quasi rurale. Le sponde sono ancora piene di fanghi e detriti delle recenti piene. Gli alberi spogli hanno i rami decorati di stracci e pezzi di plastica. Se non fosse uno spettacolo deprimente sembrerebbero quasi addobbi natalizi. Fa impressione pensare che l’acqua in quei giorni era almeno dieci metri sopra la mia testa. Ora è dentro gli argini, ma in certi punti proprio a filo, quasi debordante.

tiberina1Lascio sciolta Cicoria che parte naso a terra seguendo le sue impalpabili scie olfattive. Sembra impazzita dalla quantità di tracce. Scende dall’argine in punti dove la riva è ancora di terra e io la richiamo per la paura che finisca nel fiume. La corrente è fortissima e la travolgerebbe sicuramente. Ma lei rimane in bilico sull’acqua, annusando furiosa, per poi tornare indietro. Arriviamo fino all’uscita della Cloaca Massima e poi torniamo indietro. Costeggiamo l’isola Tiberina, passiamo sotto ponte Garibaldi dove c’è una tenda dei pankabestia che hanno due cani. Uno è sciolto e arriva ringhiando verso la cagnetta. Io la tengo e la proteggo dietro le mie gambe. La ragazza con voce strascicata mi dice: guarda che è buona vuole solo giocare. Si però è una cagnona grossa e ci fa paura. Andiamo oltre. Dopo poco arriviamo a Ponte Sisto. La luce è bellissima, il fiume arriva a filo argine dando l’impressione di una riva naturale, come prima che costruissero i muraglioni. In alto volteggiano i gabbiani e sul fiume, qui molto più profondo e lento, nuotano le anatre. Questo è il punto dove in barca dar Ciriola venivano a fare i tuffi i ragazzi di vita di Pasolini:“Er primo l’urtimo!” gridò, a quelli che stavano sbragati intorno, un moretto piccolo e peloso alzandosi in piedi: ma gli diede retta solo il Nicchiola che partì con la sua schiena curva e storcinata, e si lasciò cadere nell’acqua gialla con le gambe e le braccia larghe sbattendo con le chiappe.

Molto più giù lungo il fiume di fronte a Porta Portese, ma mi torna in mente proprio qui, ora, ci sono altre pagine memorabili. Il piccolo Useppe con il suo cane Bella passava la sua ultima estate in esplorazione alla ricerca dei pirati sulle rive di fronte a Porta Portese, nei capitoli conclusivi di “La Storia” di Elsa Morante.

Richiamo Cicoria, la riaggancio al guinzaglio e risalgo verso la città. Rimane il cielo azzurro pieno di gabbiani, ma mi assale il rumore del traffico sul lungotevere, e orde di turisti verso i Giubbonari. La magia sparisce riportandomi alla realtà che ero riuscita ad ingannare per un poco.

picasso_Mother_and_Child_1921_Esco dalla scuola con mio figlio. Andiamo a vedere i quadri. In un altro Istituto, quello principale. Andiamo a piedi. Lui è proprio mio figlio, il piccoletto. Ma mentre camminiamo, lo abbraccio come spesso faccio passandogli un braccio sopra le spalle, lui diventa più grande. Al punto che ora è il suo braccio sopra le mie spalle. E’ più alto di me. E’ sempre un ragazzo, il mio bambino, ma alto e grande come un uomo. E’ un po imbarazzante, ma anche emozionante.

Questo è l’inizio del sogno. Poi va avanti. Ma questo è il momento più intenso. Percepire di colpo, così vivamente, la potenzialità di vita di mio figlio. Vederlo improvvisamente già uomo, quando ancora è così cucciolo.

Mi tornano in mente i giorni, tanti, troppi, in cui ero spaccata esattamente a metà tra la certezza di non poterlo assolutamente avere un altro figlio, e l’angoscia di interrompere la gravidanza. E la serenità e l’energia ritrovata quando poi la decisione arrivò, al di là di ogni ragionevole dubbio.

E ricordo perfettamente i suoi occhi nel primo istante in cui ci siamo guardati. E la stretta della sua mano intorno ad un mio dito.

Ricordo l’angoscia delle notti passate a passeggiare e passeggiare e passeggiare, con lui che non dormiva e la mia fronte che ogni tanto si appoggiava al vetro fresco della finestra. Un poco per trovare refrigerio, un poco con l’istinto di sfondarlo quel vetro, per la stanchezza e la rabbia.

E ricordo una mattina, all’alba, quando non potendone più uscii con lui nel passeggino. Camminai a lungo e mi ritrovai in un’atmosfera surreale. Nella luce ancora pallida del primo mattino, nel silenzio irreale di una città ancora addormentata, centinaia di persone si muovevano silenziosamente tutte nella stessa direzione. Chi aveva bivaccato in strada. Chi veniva dalla stazione a piedi. Alcuni erano semplicemente in moto come non avessero mai fatto altro. E tutti verso San Pietro. Era la mattina dei funerali di Papa Wojtyla.  Io non sono cattolica, ma  quella mattina, in quell’atmosfera lì, ho sentito che stava accadendo qualcosa di veramente speciale. Ho avvertito l’energia di preghiera di migliaia di persone così come delle improvvise folate di vento ci si avvertono dell’arrivo di un temporale.  Ho percepito che essere lì in quell’occasione era essere presenti ad un piccolo pezzo di storia. Feci un giro dal ponte di Castel Sant’Angelo e poi me ne tornai indietro, col piccoletto finalmente addormentato nel passeggino.

ombreC’è stato un regalo postumo, al Natale intendo.

Un libro, donna fortunata.

Il mito della caverna – Platone.

Con testo greco a fronte.

Ora, a parte che  non ho studiato il greco e purtroppo quindi non so leggerlo,  io conosco il mito della caverna di Platone. E lo conosco come testo, oltre che attraverso l’utilizzo che ne è stato fatto in letteratura e nel cinema.

Ma certo è che, se è vera  la mia teoria per la quale c’è un motivo per cui chi ci regala qualcosa ci regala quella cosa, il mito della caverna di Platone è un bell’indizio. Sarà un invito girarmi intorno ed esplorare? A considerare ciò che vedo solo in relazione a chi me lo mostra? O più banalmente a ricercare sempre nuovi punti di vista? E’ comunque un ottimo regalo, anche se fatto solo sulla spinta di una personale passione per la filosofia.

E restando in tema di regali, e di regali di libri, mi piace pensare che attraverso questo, tramite il regalo di un solo libro, si regalino milioni di cose. Esattamente come dice Rodari

UNA PAROLA GETTATA NELLA MENTE A CASO PRODUCE ONDE DI SUPERFICIE E DI PROFONDITÀ, PROVOCA UNA SCIA INFINITA DI REAZIONI A CATENA, COIVOLGENDO NELLA SUA CADUTA SUONI E IMMAGINI, ANALOGIE E RICORDI, SIGNIFICATI E SOGNI. (GRAMMATICA DELLA FANTASIA – GIANNI RODARI)

albumpic_43282_0Si dice “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”.. Dimmi che regali ricevi e ti dirò come ti vede il mondo. Non come sei tu veramente, perché – si sa – a caval donato …. ma come ti vedono le persone che ti fanno un regalo, quello sì. A meno che non sia un riciclo, cosa assai normale in questo periodo, il regalo di Natale manifesta ciò che le persone che ci circondano pensano di noi. E questo è ciò che mi è stato donato. (poi traete voi le conclusioni)

Leggermente in anticipo sulla festività ho ricevuto la mia nuova agenda per il 2013. Ovviamente una Moleskine (e questo era facile) ovviamente settimanale, nera e con la copertina rigida (e anche questo era già detto). La versione di quest’anno era stata Charlie Brown, per il prossimo ho avuto in dono la versione Star Wars con inciso sulla copertina: Do. Or do Not. There is no Try. (niente male no?) ma il meglio è in seconda di copertina. Una frase di Jedi Master Yoda:”Always in motion is the future”.

Po, andando per ordine di arrivo, ho ricevuto un libro di Andrea Vitali “Regalo di Nozze” (chissà se è un caso o se il socio si è   ricordato di quello che gli avevo detto di un altro libro di questo autore…) e un DVD di Sabina Guzzanti “Franca la Prima” che è un omaggio a Franca Valeri (non l’ho ancora visto ma non vedo l’ora)

Sotto l’Albero di Natale, anzi sotto il Cespuglio di Natale, ho trovato un librone di 921 pagine di Andrea De Carlo (ebbene si) con titolo “Villa Metaphora” e ultima frase (capitolo novantacinque): “Si, sono qui, per adesso.” Vi saprò dire.

Accanto al tomone però ho ricevuto un paio di cosine dalla ventunenne su cui ragionare: un CD di Patti Smith GroupRadio Ethiopia” (!) e un’altra Moleskine. Sempre nera e con copertina rigida ma stavolta non un’agenda; un Dog Journal dove annotare tutto, ma proprio tutto, sul proprio cane. Non credo di essere in grado di riempire un Diario così preciso di annotazioni, ma ci proverò. Il dono comunque è una precisa sottolineatura sull’opinione che ci si è fatti sul mio rapporto (definito) morboso con la cagnetta.

Ultimo regalo (sì, è un anno decisamente parco, ma non mi lamento) ricevuto dall’amica venuta a pranzo: Canzoni di Paolo Conte di Avion Travel.

Niente gioielli, né borse, ne pantofole, né richieste di matrimonio. Vabbè!

sofriIl Natale di galera

E. è una ragazza rom, ha un bambino di neanche due anni, ed è incinta. Ci sono altri due bambini nella sezione femminile che hanno meno di tre anni. Nel corridoio c’è un albero di Natale finto coperto di stagnola e di strisce di cotone. C’è un albero artificiale anche nel corridoio della sezione maschile, con dei pendagli di cartone colorato. Per M. il 24 dicembre è più importante, perché ci sono i colloqui. Vengono sua madre, sua moglie e la bambina, che ha 11 anni. Hanno fatto la coda per quattro ore, in strada, e pioveva, ma non glielo diranno. Lui si è preparato fin dalle 7, benché le celle vengano aperte solo alle dieci. Ha fatto la doccia, anche se le caldaie sono guaste e l’acqua è fredda, ma non glielo dirà. Ha fatto una domandina per portare dei cioccolatini alla bambina. Lei ha imparato una poesia e gliela reciterà: “Il campanile scocca / la mezzanotte santa”. La ragazza rom incinta incontra suo marito, un ragazzo anche lui, e un altro suo bambino che avrà quattro anni. Il ragazzo a un tratto la insulta, lei piange, anche i bambini piangono, poi passa. I colloqui finiscono dopo l’una. Quelli, la maggioranza, che non ricevono visite, sono chiusi già da più di un’ora. Alcuni erano andati all’aria, non tanti, fa freddo. Chi era al colloquio mangerà freddo, tanto non ha fame. Chi ha ricevuto posta sta sdraiato in branda e la legge per un’ennesima volta. Anche chi non l’ha ricevuta sta in branda, perché non c’è altro posto in cui stare. Alle 2 si può tornare all’aria. Oggi alla sezione penale spetta il campetto di terra, dove si può giocare a pallone se si trova un pallone, e poi si sentono le voci del femminile. A Natale le voci dei bambini incarcerati fanno più impressione. C’è un tubo da cui esce un filo d’acqua rugginosa. C. raccoglie il filo d’acqua nel cavo di una mano, tiene l’altra appoggiata al muro. Ha posato in terra gli occhiali da miope, con la montatura tenuta da un nastro adesivo. Avrà una sessantina d’anni, è tarchiato. Arriva N., uno di pochi anni e pochi muscoli, istoriato di tatuaggi da strapazzo, vuole il posto. “Scansati, pezzo di merda!”, intima. L’altro è chinato e fa finta di non sentire, o davvero non sente. Il ragazzo gli sferra un calcio nel fianco, e lo manda a sbattere sul muro. L’uomo si volta e mostra i denti, ma solo per un momento, poi si allontana piegato com’è, con una specie di guaito. Il ragazzo dà un calcio agli occhiali e si prende il suo filo d’acqua sporca, poi torna alla partita. Il pivello è nessuno, uno scappato-da-casa. L’uomo è un assassino. Ha ucciso sua moglie, due anni fa, con un coltello da cucina. Quarantatré coltellate, secondo la perizia. Erano una coppia di paese, non più giovane, la cosa è sì e no arrivata alle cronache locali: “Tragedia della gelosia”. Gli altri vanno e vengono. Tengono gli occhi bassi, per lo più, sembrano assorti in qualcosa di essenziale. Forse, semplicemente, contano i passi. Non è appropriato, per la verità, dire “semplicemente”, per un’operazione impegnativa come contare i passi. E’ come pregare coi piedi. Fuori la gente dice, alla leggera: “Conto i minuti”, “Conto le ore”, “Conto i giorni” –“Conto gli anni no”, non lo dice – e vuol dire che non vede l’ora che qualcosa succeda. Qui contano davvero gli anni, e anche le notti e le ore e i minuti, ma soprattutto, per vendicarsi del tempo che ti passa addosso a fondo perduto, contano i passi. Migliaia, centinaia di migliaia, milioni di passi. Su e giù all’aria, da un muro all’altro, quaranta all’andata e quaranta al ritorno, e anche in cella, se la ressa lo permette, tre dal muro al blindo e ritorno, come se i passi accumulati avvicinassero la meta. Ma sono passi davvero perduti, come chiamano futilmente il corridoio di quel parlamento dove due giorni fa, alla vigilia di Natale, hanno cancellato i pochi fondi per il lavoro in carcere e la misera legge sulle pene alternative. Se i giudici sapessero di che cosa parlano, farebbero alzare in piedi l’imputato e gli direbbero: “Per questo e quest’altro, caro signore, la Corte la condanna a quattordici milioni e seicentotrentasettemilacinquecentododici passi”. M. è un ergastolano cui è vietata la speranza, lui non conta i passi, e nemmeno i Natali che gli mancano: tutti i Natali della vita. Alle 4 di pomeriggio sono tutti chiusi di nuovo, passa la conta e la battitura ferri, e poi la terapia. J. prende il metadone e finge di inghiottire: lo fa benissimo. Poi lo risputa in un bicchierino di carta, lo venderà a uno del secondo piano per un rotolo di carta igienica. R. ingoia sul serio il suo Tavor –è obbligatorio prendere i farmaci davanti a infermiere e agente, anche se è un analgesico e il mal di denti arriverà fra cinque ore. R. ha un solo desiderio: addormentarsi e risvegliarsi quando le feste saranno passate. Le celle restano chiuse dalle sedici alle dieci del giorno dopo. A mezzanotte lo scampanio arriva fin qui dentro. P. è polacco e si tiene sveglio perché sa che a casa preparano anche per lui e suo padre versa anche nel suo bicchiere e beve per suo conto.
La mattina di Natale quasi tutti si preparano per la messa, anche quelli che non ci vanno mai. Viene il vescovo oggi, poi andrà a dire la messa solenne per la brava gente in Duomo. Vengono anche i musulmani –solo qualche duro se ne astiene. I musulmani hanno una devozione per Maria e per Gesù, e poi la messa del Natale è la più grande occasione per incontrarsi. Il vescovo dice che è questo il posto giusto per il Natale, che le celle sono il luogo più somigliante alla grotta al freddo e al gelo. Dice che c’è una differenza fra la giustizia e Dio, e che Dio non può farli uscire dalla galera, ma può liberarli dalla schiavitù del peccato, perché li ama. Qualche vescovo dice che Dio ama loro specialmente. L’idea che un Dio bambinello appena nato in una stalla ami specialmente loro fa venire le lacrime agli occhi, e anche certi gran farabutti sono un po’ sinceri, come ragazzini presi in fallo. I detenuti sono devoti soprattutto alla Madonna, e il Natale in carcere è una festa della mamma. Quando l’officiante esorta a scambiarsi un segno di pace, i detenuti vorrebbero darla e prenderla a tutti i presenti, mano di carcerato con mano di carceriere, mano di nigeriana con mano di romeno, finché maresciallo e appuntati non mettono fine a quell’allarmante viavai. E comunque C., che ha accoltellato la sua anziana moglie, avrà dato la mano al pivello N. e alla suorina, e per un momento tutti i debiti saranno rimessi a tutti. Intanto, approfittando della ridotta vigilanza, il giovane B., all’isolamento, che aveva fatto il matto per essere portato alla messa anche lui, si è impiccato con la sua canottiera a un calorifero freddo: se muoia o si salvi, non lo diremo.
Dopo la messa gli agenti incalzeranno i fedeli che indugiano come scolari alla fine della ricreazione. Passerà però ancora la suora con qualche regaluccio. C’è un pranzo speciale, oggi, e chi può ha fatto una spesa da festa. (Ognuno dei 67 mila detenuti costa 250 euro al giorno allo Stato, il quale spende 3 -tre- euro per il mantenimento quotidiano del detenuto, colazione pranzo e cena…). Così uno strascico di euforia dura ancora, nonostante che una sequela di cancelli blindati si sia richiusa su ogni rapporto col mondo di fuori. Volontari, vescovi, educatori e visitatori se ne sono andati, ciascuno a fare Natale con i suoi. E’ come se si fossero portati dietro l’aria bianca e rossa del Natale. Per due giorni –anche domani è festa – si resterà soli, senza visite, senza posta, senza telefonate. Senza. Si capisce che la vera aria del Natale, l’aria triste, si insedi ora sovrana nelle celle. Una volta si dava a Natale un bicchiere di cattivo spumante a ogni detenuto, e un piccolo mercato moltiplicava le dosi di chi anelava al sonno o alla rissa. I propositi di bontà della mattina scadevano prima del tramonto: bontà e cattività vanno male assieme. Ma anche a spumante abolito –“Economia, Orazio, economia!”- non c’è niente di più triste di un pomeriggio di Natale.
Fra poco, si sentirà russare, gemere, urlare. E i televisori a tutto volume, non guardati da nessuno, finché un agente arriverà a dire di spegnere. Poi andrà a sedersi al suo tavolino, in quei rumori di zoo umano. E’ un giovane agente che prova a studiare perché si è iscritto a legge, è in servizio perché non ha una famiglia propria, e i suoi stanno ad Avellino, così ha sostituito volentieri un collega padre di famiglia. Ha una radiolina accesa e l’auricolare, per ascoltare i racconti dei radicali che hanno passato Natale in carcere.

Adriano Sofri su Repubblica, oggi

800px-Summer_Solstice_Sunrise_over_Stonehenge_2005Volevo scrivere un post acidissimo, dovuto al Natale e  alla giornata appena trascorsa e a quella che seguirà con tutto un corollario di recriminazioni e di attestati di mancanze e di solitudini. Poi mi è arrivata la mail di un amico,  e lo definisco amico non a caso, che mi ha ricordato di come il Natale sia una sovrapposizione al solstizio d’inverno, salutato e festeggiato da ben prima la nascita di Cristo. Sol invictus. Una ricorrenza di rinascita e rinnovamento. Quindi niente lamentele, nuovi propostiti di rinascita e rinnovamento, e il memento che amare significa specialmente donare.

o al massimo che sto dormendo. Datemi un pizzico e svegliatemi. Ditemi che questo articolo non è mai uscito e questa testata non esiste. Ditemi che Pontifex Roma è un’invenzione dei soliti comunisti di merda che vogliono parlar male della Chiesa. Ditemi che non esiste nessun Bruno Volpe iscritto all’ordine dei giornalisti.

Giuratemi che mi sveglierò e sarò in un paese occidentale dove qualunque donna venga molestata non deve dimostrare di non essere stata lei a provocare il suo aggressore.

Vi prego. Nel caso mi dimostriate che tutto ciò è falso sono pronta a rinnegare la mia affermazione: io ODIO il Natale.

http://www.pontifex.roma.it/index.php/editoriale/il-fatto/13542-le-donne-e-il-femminicidio-facciano-sana-autocritica-quante-volte-provocano

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