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Una giovane donna, grande sostenitrice delle due ruote e brava attrice, oggi ha pubblicato questo pensiero su Facebook. In maniera meno civile (!) sentii espresso questo stesso concetto anni fa da Vittorio Sgarbi. Nonostante il turpiloquio fui d’accordo allora, come ora lo sono con la delicata insegnante Pompili.

Allora come ora non servirà a nulla. Ma le anime candide – intendo me, nessuno si offenda – insistono sempre.

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Ornella Pompili, un’insegnante, educatrice, donna, ha scritto questo:
“Domenica e lunedì si vota nelle scuole pubbliche. Guardatevi intorno, guardate i soffitti, i bagni , le porte, l’intonaco. Guardate dove noi tutto il giorno viviamo e cerchiamo nei nostri limiti umani di costruire, formare e conservare una memoria. Guardate dove lavoriamo, in che condizioni e pensate che i vostri figli passano più tempo della loro vita dentro quelle aule che in casa vostra. E pensate che lì si forma un cittadino, la sua libertà e la sua vita. Poi votate.”

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Avendo casualmente deciso di pubblicare  come immagine ad un mio post, peraltro anche intimo e sofferto, una vignetta presa da Facebook, mi sono ritrovata con un numero di visite che per me rasenta la fantascienza. La vignetta in questione è quella di “arrabbiarsi senza smettere di amare” che ha avuto circa 500 visite in due giorni da quindici paesi del mondo. E’ ovvio che di quello di intimo e sofferto che ho scritto io non se ne è fregato nessuno, o giusto qualcuno (per non sembrare pessimista). Invece mi dispiace veramente non aver potuto mettere il nome dell’autore o autrice della vignetta perché sul web non l’ho trovato. Se lo sarebbe meritato. Il genio del post e stato lui/lei, non io.

SistoSkeletorPer rimediare voglio linkare una pagina di un blog veramente carino, il cui autore pur non essendo un fine grafico riesce a creare disegni molto comunicativi, e specialmente ha delle cose da dire: Davide La Rosa su Mulholland Dave

Non vi perdete “Il Gostwriter di Giorgio Faletti”

 

Per la prima volta mi ritrovo a scrivere di una notizia avuta da Facebook.

Giorni fa trovai pubblicata questa foto.

Neanche a dirlo i commenti erano ferocemente ironici.

Chi incitava Camilla a mandarlo a cagare, chi ironizzava sullo stile della prosa. Insomma un linciaggio mediatico.

Qualcuno forse si è anche commosso, però. in fondo un gesto di grande umiltà. Nella sua rozzezza un bel messaggio d’amore.

Ma non finiva lì.

Oggi una fonte anonima – le fonti vanno tenute sempre anonime ammenochè  la fonte non volesse essere citata e allora lo farò volentieri –  sempre su FB dava l’anticipazione di un articolo che uscirà sul Messaggero di domani: un’intervista all’autore del dantesco manifesto.

Il fedifrago insomma, non pago di aver imbrattato diversi  quartieri con il suo tazebao, si è fatto intervistare e fotografare dal più popolare quotidiano della capitale.  Ma ha già pronta una versione meno colpevolista e molto più maschia.

perché Camilla è la moglie migliore del mondo e non merita tutta la sofferenza che le ho provocato. Per colpa dei miei errori le ho mancato di rispetto pubblicamente troppe volte e ora pubblicamente dovevo chiederle perdono

dice Gianluca alla giornalista e tenta di mitigare il senso, ovvio, della sua “mancanza”

A differenza di quello che ha pensato il 90% della gente dietro c’è qualcosa di molto più profondo. Una tempesta, come ho scritto sui cartelloni, da cui fortunatamente sono uscito. Per cinque anni ho convissuto con pesanti problemi di lavoro, ho dato retta a persone sbagliate che mi hanno causato anche diversi danni economici. Ho fatto l’errore, il più grande sbaglio della mia vita, di non parlarne con la mia famiglia, di allontanarmi. Tornavo a casa sempre stanco, nervoso, non dormivo la notte, non nego che ci sia stato qualche momento di debolezza e tra me e Camilla si è alzato un muro. Finché a maggio lei ha deciso di prendersi una pausa, me ne sono andato di casa e mi è crollato il mondo addosso

Già rinnega la responsabilità di ciò che è successo. Ha sbagliato ma non è stata colpa sua. Ci sono state le crisi economiche, le cattive compagnie, l’inondazione, le cavallette! Il suo vero errore è stato quello di tenersi tutto dentro, di caricarsi da solo il peso di tutti i problemi (che uomo!).

Poi vacilla e non si sente di negare “qualche momento di debolezza”. Eccolo che finalmente cala la maschera: i famosi cinque anni di tempesta li ha mitigati con il più ovvio dei balsami. Finchè la Signora si è fatta girare gli zebedei e (altro che periodo di pausa) l’ha buttato fuori di casa.

Ora di come finirà la questione tra Camilla e Gianluca francamente non ce ne può fregare di meno. Che lei commossa se lo riprenda, o che invece – anche un po infastidita da tanto clamore – lo mandi definitivamente a cagare è un problema loro.

Il succo è:   quello che sembrava il manifesto del pentimento e dell’umiltà, di fronte ad una giornalista ed al profumo della notorietà ha subito rialzato la cresta. Da vero Galletto de Roma.

224783.shtml Il Messaggero

Lei era finalmente serena. Non aveva più ansie o momenti di depressione. Niente scoppi di pianto improvvisi. La notte l’insonnia non la tormentava più. Dopo tutto quel tempo – troppo, ora si diceva – passato a tormentarsi, aveva lasciato alle spalle per sempre la relazione che  l’aveva fatta arrivare in paradiso e sprofondare all’inferno a momenti alterni (più i secondi che i primi, ragionava ora).

Aveva fatto una vacanza, aveva perso un po di peso e si era comprata dei vestiti nuovi. Aveva cambiato nuance ai capelli, anzi aveva aggiunto un tocco di biondo che con l’abbronzatura ci stava bene. Ora si stava preparando a partire per un nuovo lavoro di cui era molto contenta, sarebbe stata fuori un altro mese. Questa estate l’aveva passata quasi sempre in giro, per un motivo o l’altro, e questo le aveva fatto sicuramente bene. Niente routine. Niente luoghi conosciuti. Facce nuove.

Quando –  si, c’è un quando – presa da una  insana voglia di andare a sbirciare sulla pagina facebook del suo ex, rimase senza parole.

Lei purtroppo non aveva perso questa abitudine. Aveva eliminato tutte le sue mail, tutti i messaggi dal cellulare, foto su entrambi (in effetti le aveva archiviate in una apposita cartella che non apriva mai) e addirittura cancellato il suo numero di telefono dalla rubrica. Ma non resisteva all’impulso di sbirciare di tanto in tanto sulla sua pagina facebook. Le piaceva vedere le immagini che lui postava  e gli eventuali piccoli commenti. Quelli che LUI voleva che lei vedesse, perché tanto lo sapeva che lei sbirciava. E d’altra parte non era forse anche per sue le immagini  che si era innamorata? Non aveva idolatrato ogni foto come fosse il vincitore del World Press Photo? Ma erano sempre immagini neutre, di oggetti o luoghi o situazioni.

Ora era lì senza parole di fronte ad una foto che lo ritraeva. E’ vero che non si vedeva molto. Era una immagine di lui di profilo, mentre lavorava. In pratica si vedeva di lui solo l’avambraccio che teneva la sua telecamera. Lei sorrise, inebetita, e automaticamente il suo dito scattò, come un tempo, per clikkare su “mi piace”. Fortunatamente si bloccò. Il cervello le era evaporato, lo stomaco era sceso all’altezza dell’utero che aveva preso il posto del cervello. Quel braccio aveva sfondato il muro che si era meticolosamente costruita. Ma non si sentiva ripresa dall’innamoramento o desiderosa di riprendere i contatti o cose autodistruttive del genere. No. Era ipnotizzata dalla bellezza del suo avambraccio. Sensazioni olfattive e tattili legate a quei muscoli, a quel colore di pelle, alla morbidezza dei suoi peli biondi, la travolgevano.

Chiuse immediatamente la pagina, facebook e computer.

Cercò di distrarsi, di pensare ad altro.

Macchè, l’immagine era lì con tutte le sensazioni sovradescritte allegate.

Cercò di focalizzare il pensiero su cose negative. Sui suoi occhi gelidi mentre la trattava male. Il solletico dei peli  quando le abbracciava le spalle irrompeva prepotente. Si concentrava sulle sue labbra strette mentre la insultava. La solidità del suo muscolo estensore era come presente sotto le sue dita.

Passarono due giorni, poi tre, e non resistendo tornò su facebook a vedere la foto. Ora era ossessionata da tutti i particolari. Il punto esatto in cui arrivava la maglietta (poco sopra il gomito) il grado di abbronzatura della pelle, il modo in cui fletteva le dita.

No non andava bene, non andava bene per niente. Doveva assolutamente trovare qualcosa per strapparsi quell’avambraccio dalla testa.

Inizio a fissare tutti gli avambracci degli uomini che incontrava per strada. Ne incontrerò sicuramente uno più bello, pensò, e sarò salva di nuovo.

Ma uno era troppo magro. Un altro aveva le vene troppo in evidenza. Ne vide uno che sembrava quasi corrispondere. Ma no, aveva i peli neri. Pochi, lisci, ma neri. Si rese conto che era più facile individuare il tipo di avambraccio il più vicino possibile alla sua esigenza, puntando sugli stranieri. Specialmente sul tipo nordico, o germanico. Ne vide da lontano uno che le fece battere il cuore. Ma avvicinandosi si accorse che aveva l’orologio. Un altro sembrava superlativo, ma aveva un tatuaggio proprio vicino al polso.

Niente. Il tempo scorreva, e la sua ossessione stava diventando una malattia. Era tornata in città dopo il viaggio di lavoro, che aveva passato come in trance. Stava perdendo l’appetito, Aveva di nuovo lunghe notti insonni che la stremavano. Cerchi scuri si allungavano sotto i suoi occhi e la pelle, persa ormai l’abbronzatura, stava diventando grigia.

Quando – si, c’è di nuovo un quando – ebbe un’intuizione. Conosceva una truccatrice che si occupava anche di effetti speciali. Viveva al nord e le mandò un’email spiegando cosa voleva da lei. La ragazza le rispose che non era in grado di farlo ma che aveva un amico scenografo con le mani d’oro che sapeva veramente creare qualunque cosa. Lei le mandò la foto e un bonifico di acconto.

Dopo venti giorni le arrivò a casa un grande pacco. Tremò un poco nell’aprirlo.

Dentro, riprodotto al naturale – in resina dipinta a mano – c’era il suo Avambraccio.

Lo guardò fremendo. Era perfetto! Stessa dimensione, stesso colore di pelle, stessa tensione dell’estensore. Solo le dita della mano, chiusa a pugno, erano un po’ più fini e lunghe. Ma d’altronde nella foto che aveva inviato non si vedevano bene. E i peli erano dipinti. Dipinti benissimo, osservò, ma dipinti. Lo scenografo le aveva scritto che metterne di veri sarebbe stato molto più laborioso e costoso. Si era accontentata e il risultato era comunque superiore alle sue aspettative.

Inizialmente mise l’Avambraccio sulla libreria in salotto, spostando i testi classici su una mensola nell’ingresso.

Dopo qualche giorno però lo portò in camera. Aveva intenzione di metterlo davanti al letto, nel ripiano dove prima aveva la televisione. Ma anche lì restò poco.

Una sera, presa da un folle pensiero, se lo mise accanto, nel letto. Appoggiato al cuscino, con l’attacco un poco sotto il lenzuolo. Lo guardò a lungo e sospirò. Sì, finalmente era una donna felice.

Negli ultimi anni al posto del best seller estivo vengono sfornate le trilogie.

Dopo la trilogia noir svedese e quella vampiresca quest’anno è la volta di un romanzone in tre volumi che dopo aver fatto scandalo e supervendite negli Stati Uniti è arrivato in italia.

Lo vedi leggere ovunque. Sulle spiagge libere da ragazzotte piegate sull’asciugamano, negli stabilimenti vip da signore bene su lettini di bungalow esclusivi, da uomini che non avresti mai sospettato. 

E’ la trilogia delle cinquanta sfumature: di Grigio, di Nero e (ovviamente) di Rosso. Lo scandalo ed il relativo successo dipendono, pare, dalla eroticità del romanzo. Il New York Times lo definisce: “il romanzo erotico che ha elettrizzato le donne d’America. Hanno diffuso il verbo su Facebook, in palestra, a casa, con le amiche, con i mariti….” The Guardian “Quello che ogni donna vuole. Ovviamente”

Ecco l’ovvio: si narra dell”incontro travolgente tra Ana e Christian”.

“Quando Anastasia Stele conosce il giovane imprenditore miliardario (!) Christian Grey, si accorge di essere attratta irresistibilmente da lui (!!). Convinta però che il loro incontro non avrà mai futuro (sob), prova a toglierselo dalla testa, finchè Grey compare nel negozio dove lei lavora e la invita a uscire con lui.

Semplice e ingenua (maddai!) Ana rimane scioccata quando capisce di volere quest’uomo a tutti i costi (ovvio). E quando lui la avverte di stargli lontano, questo fa sì che lei lo voglia ancora di più (tipico autolesionismo femminile).

Ma Grey è tormentato da demoni interiori (sembra l’Edward Rochester di Jane Eyre) e consumato dall’ossessione del controllo. Quando si lanciano in una travolgente storia d’amore, Ana scopre un lato di sé che ignorava, e gli oscuri segreti che Grey tiene nascosti a tutti…”

Ora, a parte l’infelice diminutivo di lei, cerchiamo di capire com’è servito tutto sto erotismo.

Ho davanti a me una copia del secondo libro, le cinquanta sfumature di nero, che ho prelevato nei giorni scorsi da un’amica romana e portato ad un’amica vacanziera che aveva già letto il primo e vuole sapere come evolve la questione. (per fortuna non tutti lo comprano. Almeno questo!).

Apro a caso:” L’accappatoio si apre, mentre io sono paralizzata dal suo sguardo ardente. Dopo un attimo lo spinge giù sulle spalle, facendolo scivolare a terra, ai miei piedi (la precisazione mi sembra necessaria). Rimango nuda di fronte a lui. Mi sfiora il viso con le nocche, e il suo tocco si propaga nelle profondità del mio ventre”. Quest’uomo ha le nocche più sensuali che io abbia mai sentito. Vado avanti di circa cento pagine. ” Mi solletica con le dita, il mio capezzolo si indurisce e si appuntisce (!) sotto il suo tocco esperto. Poi si sposta sui miei jeans, e abilmente li sbottona (ovvio che ci vuol a una certa abilità), tira giù la cerniera (abilissimo) e infila la mano nelle mutandine, facendola scivolare proprio lì (il corsivo è del testo)

Potrei andare avanti ma veramente mi viene la noia. Aggiungo solo che lui la chiama “piccola”(ogni volta che apre bocca) che ha gli occhi blu cobalto (ogni tre pagine), che blu cobalto è anche il riflesso del mare, e che mentre fanno l’amore lui le dice “sei mia!” (una fissa degli uomini questa di sentirsi in dovere di ribadire la proprietà). Penserete a questo punto che io l’abbia letto. Ebbene no! Ho aperto a caso ogni tot pagine e le descrizioni erotiche sono all’incirca queste. E’ vero che si parla anche di erezione e di orgasmo, ma mi chiedo. Sono io che ho avuto un’infanzia turbolenta o anche altri hanno letto di Anais Nin, di Emmanuelle Arsan o addirittura di Moravia?

E se l’emozione erotica oggi tocca questi bassi livelli che cosa vuole dire? Che c’è chi scrive di erotismo, chi ne legge e chi (pochi pare) lo pratica? Essendo indubbia la pochezza letteraria dei tre paginossissimi volumi (quello che ho davanti è di 594 pagine) cos’è che ha fatto della trilogia un best seller mondiale?

Unica cosa positiva deve essere il conto corrente dell’autrice, che è passata da essere anonima autrice televisiva a novella Charlotte Bronte.

Aeroporto di Fiumicino. Una Ferrari staziona dove non dovrebbe in un posto riservato alle auto a noleggio con conducente a bordo (poco prima c’ero passata davanti anche io con la mia yaris ed ero stata tentata, ma subito rimossa l’idea fraudolenta mi ero diretta al parcheggio a pagamento a 4,50€ l’ora).

Sono stati chiamati i vigili ed un carroattrezzi dell’aeroporto di Fiumicino ha agganciato la Ferrari sollevandola dal posto abusivo. C’è un graffio sulla fiancata, nera, ed il conducente del carroattrezzi concorda con i vigili che non l’ha fatto lui (anche fosse non lo ammetterebbero mai).

Tutto intorno una piccola folla. Altri dipendenti dell’Aeroporto, altri carrattrezzisti, altri vigili. In molti fotografano la scena ed un uomo con la tuta della manutenzione dell’Aeroporto guardando i vigili mormora: “Bella soddisfazione, eh!”

Eggià! Ecco l’arroganza della casta dei ricchi punita. Un Ferrarista, registrato probabilmente come proprietario sulla pagina MyFerrari del sito ufficiale di Maranello, trattato come un qualsiasi proprietario di Yaris, o Fiat Uno, o Micra.

Le foto fatte alla Ferrari rimossa saranno già su Facebook con i commenti entusiastici e sprezzanti dei protagonisti di questo momento dell’orgoglio proletario.

La lotta di classe segue il suo corso. Non più per censo o schiatta dinastica, ma per caste di appartenenza. Pochi ricchi (ostentanti) e tanti poveri (e c’è poco da ostentare, direi).

E piccoli momenti di soddisfazione al pensiero delle bestemmie del o della proprietaria e dell’incredulità di non poter neppure essere padroni di mollare il ferrarino dove capita, senza essere cioccati come un qualunque mortale. (E se fosse stata quella di Balotelli partito di corsa per gli europei?)

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