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Alcuni di quelli che seguono il mio blog sapranno che questa estate ho avuto un incontro d’amore. Per le strade di montagna, anzi collina, del Cilento, ho incontrato una cagnolina abbandonata. Tutta nera, con la coda tra le gambe, vagava tra i tornanti passando pericolosamente da un lato all’altro della strada. Mi sono fermata perché pensavo di aver riconosciuto uno dei cani che girava normalmente per il paese.

Nei paesi del Cilento ci sono sempre un sacco di cani senza padrone ma che effettivamente fanno parte del censimento abitativo. Vivono in strada ma c’è sempre qualcuno che gli da da mangiare. Specialmente in estate quando arrivano i vacanzieri. Poi d’inverno se la devono cavare con gli autoctoni che sono meno teneri di cuore. Alcuni anzi vengono avvelenati, o uccisi in modi a dir poco cruenti. Ma si sa. La vita è dura per tutti. E qualcuno più simpatico sopravvive.

Così mi fermai e feci salire la cagnolina in macchina pensando si fosse persa. La portai in paese e li capii che non era per niente quella che pensavo fosse. Nessuno la conosceva e anche nel paese vicino nessuno aveva perduto un cane.  Era una cagnolina sperduta e basta.

Nel giro di un attimo si agganciò a me, al mio cuore e alle mie viscere. Girava accanto a me come fosse al guinzaglio, fianco a fianco. Ogni tanto spariva e poi tornava. La sera la portavo a dormire nella casa dove alloggiavo, e poi  quando cambiai abitazione e arrivò il piccoletto, di nascosto la facevamo entrare la sera nella stanza del B&B, i cui padroni facevano finta di nulla.

Lei era stupenda, si metteva in silenzio, buona buona, a dormire accanto al nostro letto e non fiatava mai.  A qualunque ora ci svegliassimo lei non si muoveva. La mattina, in silenzio e con aria indifferente la facevamo uscire e la giornata ripartiva.

Arrivò il momento di tornare in città. Avevo cercato di darle una sistemazione ma lei voleva stare solo con me. Urlava di dolore ogni volta dovevo lasciarla con qualcuno. Oramai mi aveva scelto.

E con me partì, con un viaggio delirante che ho già descritto.

Come tutte le persone che decidono di dividere la vita con un essere vivente che ha già una storia propria alle spalle – esperienze, dolori delusioni, speranze infrante – non immaginavo quanto amore e quanta dedizione sarebbero stati necessari per una convivenza serena.

L’amore non basta. In questi casi non basta mai. Neanche tra gli umani.

Ho avuto esperienza con persone davvero ferite dalla vita che non  si possono capacitare di essere realmente amate, e reclamano continuamente nuove prove, e si sentono continuamente in pericolo di essere abbandonate e tradite. E’ come riempire un pozzo senza fondo. Le anime speranzose, quale io sono, immaginano che il tempo e la dedizione servirà a colmare il buco nero. Non sempre è possibile.

Nel caso di Cicoria, questo è l’infelice nome affibbiato alla cagnolina, il suo bisogno di amore si trasformò in pipì. Ogni volta si sente non curata, o non considerata, o lasciata sola, fa pipì. In casa. Sulla moquette. Sempre nello stesso punto.

Un incubo.

Ora la pipì è sicuramente meno angosciante di continue accuse di mancanza di condivisione, o di accudimento, o infamanti accuse di tradimenti mai avvenuti, ma puzza.

E lavare un angolo, sempre lo stesso angolo, di moquette ogni giorno, anche due volte al giorno, con acqua e varecchina, serve a poco. L’odore resta. Impregna l’aria e rivolta lo stomaco e rende molto, ma molto nervosi.

Quindi devo essere fermissima, inflessibile, e dare punizioni esemplari. Muso nel liquido infame, sculacciate con il giornale, allontanamento da carezze e coccole.

Con Cicoria che sconsolata si autopunisce in un angolo, guardandomi con occhi patetici, e io che con un cipiglio severissimo faccio la dura. E la dura, dura circa mezz’ora. Il tempo che mi dimentico del guaio e mi lascio trascinare di nuovo dai suoi abbracci, sissignore lei mi abbraccia, e dai suoi bacetti.

E si riparte daccapo.

la Cacciata di Adamo ed Eva serie Alfa e Omega – paola de santis

In Italia, in particolare al Sud –  ma anche negli altri paesi del mediterraneo – c’è la paura di esprimere liberamente la propria felicità, di lodare la propria fortuna, o apprezzare quella di chi  si ha davanti. Per il timore di provocare la giusta vendetta del Severo Divino  che vuole gli uomini nati sulla terra per soffrire. Ovvviamente per colpa di quella stolta di Eva che accettò l’innominabile frutto dal fallico e strisciante essere tentatore (come ho sentito ultimamente ribadire dal parroco del paesino cilentano in occasione della santa processione di Maria Vergine in apertura della sua omelia).

In Grecia se si fa un complimento ad un neonato subito si deve sputare in terra per cancellare l’ardire. La mia ex-quasi-suocera calabrese se avevi ricevuto un complimento diceva: Dici “Benedica”. Per ingraziarsi di nuovo il castigatore. Se poi il complimento era particolarmente caloroso c’era la possibilità di essere Affascinato. E lì serve un rito compiuto da una donna, che ha ricevuto il dono e conosce la formula, che mettendoti una scodella piena d’acqua in testa con delle gocce d’olio dentro, può capire se sei stato contagiato e togliere l’Affascinazione.

Se ad un Beneventano chiedi come sta, risponde: Signore, mai peggio!

Io ieri ho sfidato – come al solito – il Divino, manifestando apertamente e diffusamente di aver avuto un Perfect Day. Senza credere minimamente a ritorsioni immediate. Che invece puntualmente sono arrivate. (Anche se, devo dire, ero stata gentilmente ammonita da @Masticone non so se per incredulità nella possibilità che io possa avere avuto un Perfect Day o se per sollecito rito scaramantico.)

Tanto per cominciare ho dovuto affrontare e ammortizzare due, dico due, telefonate di donne isteriche ed isterizzanti, che hanno messo a dura prova la mia oramai collaudata capacità diplomatica. Ne sono uscita con lo stomaco sottosopra da entrambe.

Poi stamani, con una certa incredulità iniziale, e panico crescente poi, mi sono resa conto di non avere più la mia agenda e l’astuccio con le USB Pen e la chiavetta internet. E’ iniziata la ricerca per tutta casa, poi in macchina – visto che ero sicura di averle portate con me –  e infine in ufficio. Nulla. Sempre più nel panico, pensando a tutte le carte che avevo inopinatamente conservato nell’agenda e a tutti i file di lavoro e personali contenuti nelle pennine, ho iniziato ad interpellare tutte le persone con cui ero stata in contatto nelle ultime ventiquattrore, fino ad arrivare al portiere (che si diverte un sacco con i miei guai da quando rimasi con la porta di casa bloccata) il barista rasta dove ero andata a comprare le sigarette e lo stressatissimo – come sempre –  direttore del supermercato sotto casa. Niente. Ho tentato inutilmente di trovare un riferimento del distributore di benzina sulla statale, unico altro punto dove potevo aver depositato i miei beni, ma è stato inutile.

A quel punto mi sono rivolta alle mie sante protettrici. La ventunenne, che riesce sempre a trovare qualunque cosa io perda – solo perché al contrario di me non è presa da frenesia da panico – era a casa del padre e da lì non ha potuto fare molto. Tata Feli, la signora filippina che viene a fare le pulizie da me da vent’anni e che  – come fa sparire qualunque cosa lasciata in giro inzeppandola in qualunque ripostiglio o contenitore ritenga opportuno – così riesce a far magicamente riapparire tutto, non ricordava assolutamente di averle viste.

Insomma dopo aver bloccato il conto corrente online e la sim card della chiavetta internet sono tornata a casa depressa e sconsolata a prepararmi per la partenza e, mentre risistemavo sul sedile posteriore la copertina di Cicoria –  che la mattina e anche al pomeriggio avevo sgrullato e spostato nella vana ricerca degli oggetti smarriti –  mentre la ristendevo sul sedile, dicevo, ecco apparire agenda e astuccio. Come se qualcuno le avesse messe tra la stoffa appallottolata proprio in quel momento lì.

E’ chiaramente una lezione. Il mio scetticismo riguardo la superstizione è stato duramente ammonito. Sono stata graziata ma non è detto che la prossima volta…..

E io qui rilancio. Sappiate, o dei! – o qualunque altro gufo che frequenta questo sciagurato blog – che mi auguro nella prossima settimana di avere un altro perfect day. Ma che dico. Un weekend perfetto! E tra due settimane sarò in grado di avere almeno quattro giorni di fila meravigliosi. E tra pochissimo avrò una intera vita perfetta. E lo manifesterò pubblicamente e ad alta voce.

Siete avvisati. E chi la dura, la vince.

Avrei potuto nascere il 31 luglio. Solo a causa del mio peso esagerato, più di quattro chili, ed essendo la prima figlia, mia madre ha dovuto sopportare 24 ore di doglie per mettermi al mondo. Me lo ha raccontato per tutta la vita. Di quanto ha sofferto. Di come alla fine l’avessero anestetizzata e mi avessero tirato fuori con il forcipe (strumento terribile che poteva causare danni celebrali gravissimi (!) specialmente all’epoca), e di come appena vista al risveglio avesse detto: ma è bruttissima! Mia nonna la rimproverò dicendo: No! è bellissima, aspetta qualche ora e vedrai. Pressappoco la stessa cosa successe a me con la mia prima figlia. Pensavo di morire – quattro chili e cento grammi –  e lei mi sembrò bruttissima (in effetti lo era) e mia suocera mi disse (con un tono perentorio che mai prima o dopo ha mai usato con me): No! è bellissima, aspetta qualche ora e vedrai.

Nascere il primo di agosto significa non avere mai feste di compleanno con gli amici, passare quasi inosservata causa vacanze estive.

Anche per il mio diciottesimo compleanno ebbi una crostata di visciole a casa in montagna con pochi parenti.

Ma in fondo non mi è mai importato molto. I miei compleanni non l’ho mai veramente festeggiati.

Però ci sono stati i decennali. Quelli hanno avuto sempre un valore speciale per me. Momenti di passaggio, confini per grandi cambiamenti.

Per i trenta non ricordo, veramente, dove fossi  (si sa io sono smemorata). Ma  iniziai a mettere le basi per il lavoro che porto avanti ancora oggi. Quando sembrava che la mia vita lavorativa fosse ormai segnata e incanalata trovai il coraggio di tirare fuori la mia vera vocazione. E non mi sono mai pentita (nonostante la fatica).

Mentre per i quaranta ero per lavoro in un quartiere periferico di Napoli, di quelli raccontati da Saviano e dalle cronache degli ammazzati di camorra (la o si pronuncia stretta). Fu un compleanno memorabile. In una masseria sequestrata alla malavita, trasformata in uno dei Teatri di Napoli, insieme all’associazione di quartiere e alla compagnia con la quale stavo lavorando. Grande falò e braciolata. Dopo quel decennale, grazie anche ad una decisione veramente sofferta, ho avuto un altro figlio e rifondato il lavoro, conoscendo la persona con la quale lo condivido tutt’ora.

Il mio desiderio per il cinquantesimo era proprio quello di fare un’esperienza simile. Sono stata accontentata ed ho avuto una festa come mai mi sarei aspettata.

Al lavoro anche stavolta, in un paesino del Cilento, circondata da persone stupende, con una grande cena a base di pesce e una magnifica torta con candeline, scintille e rosa musicale. E regali, e brindisi e baci e abbracci. Una goduria.

Oggi, arrivata ai cinquanta, so che sto iniziando ancora nuove cose. E’ presto per sapere se raggiungerò i miei obiettivi, ma si vedrà.

A chi mi chiede timidamente se mi scoccio a parlare della mia età rispondo che no. Che sono pienamente serena, piena di energia e voglia di costruire e che sono felice di avere ancora lo spirito e la creatività per farlo.

Un’eterna adolescente? Non direi. Sento di avere acquisito la maturità necessaria a gestire le decisioni con meno impulsività ma di avere ancora l’entusiasmo per buttarmi in nuove avventure.

Che donna fortunata! E stasera ho avuto anche la luna piena!

Questa mattina scendendo dalla collina e arrivando al mare ho avuto una stranissima sensazione.

Pochi giorni di permanenza in un piccolo paese, con poche persone, dove non prende il telefono (mai), dove non mi riesco a collegarmi ad internet (tranne usando uno dei pochi computer ufficiali  – modelli anni 90). Dove all’orizzonte si vede solo verde, di varie gradazioni, e un triangolo di mare nella V tra due colline. Dove l’età media dei residenti è sui sessanta e il pomerigio sotto la finestra dell’ufficio da cui lavoro quattro vecchietti (tutti i giorni, alla stessa ora, per diverse ore) si accaniscono su una partita a briscola.

Dopo pochi giorni di tutto ciò, scendendo dalla collina per la stretta strada tutta curve e niente parapetto e arrivando sulla costiera, ho avvertito uno strano senso di fastidio.  Uno straniamento baronale. Cosa è tutta questa gente che in macchina cerca una scesa a mare. Dove vanno tutti questi villeggianti al caldo affannandosi a fare shopping , a bere drink e aperitivi. Tutti abbronzati e sudati.  Tutti insieme, vicinivicini.

Sono arrivata ad Acciaroli, che orgogliosamente si definisce “il paese di Hemingway”. Pare che lui negli anni cinquanta abbia soggiornato qui diverse volte. Passo nel centro storico che è rimasto carino anche se è un po’ restaurato-finto-antico-da-turista e un po’ sgarrupato-non-ci-bastano-i-soldi-per-gestirlo-sto-paese. Intorno il solito inferno di villaggi e condomini vacanzieri. Nel centro ogni tanto si trovano delle citazioni da “Il vecchio e il mare”.

Se Ernst fosse qui oggi si sparerebbe direttamente e il Vecchio lo manderebbe nel centro commerciale che hanno realizzato sul porto.

Controllo i messaggi sul cellulare, rispondo a qualcuno. Riprendo un minimo di contatto con il mondo e poi torno su, nella mia Baronia.

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