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Archivio mensile:settembre 2015

Finito il Grande Diluvio Romano porto Cicoria al parchetto dei cani.

Il parchetto è un pratone recintato, con al centro un fosso cannuto, autogestito e molto frequentato. Uno degli esempi di autogestione di spazi abbandonati, da parte di cittadini che non si aspettano nulla dalla municipalità.

Con i contributi di noi frequentatori viene tagliata l’erba, comprati sacconi per le cacche che ogni accompagnatore di cane è obbligato a raccogliere, sistemata l’area coperta che d’estate ti permette di non essiccarti mentre i cani scorrazzano.

Il prato è selvatico, niente di elegante, ma ha moltissima Malva delle cui radici i cani sono ghiottissimi.

Dalla primavera iniziano a rivelarsi tra l’erba un numero impressionante di formicai. Prima qualche animalino che esce da piccoli buchi, poi ingressi più ampi e movimenti frenetici. In estate enormi cerchi di erba bruciata indicano i punti dove le formiche stanno operando. Grandi mucchi di “rifiuti” nei pressi delle entrate e lunghe file di formiche che portano sottoterra l’impossibile. L’estensione è talmente ampia che si ha la sensazione che il Pratone sia sospeso su una unica immensa rete sotterranea di gallerie e stanze e pozzi.

Ieri il Grande Diluvio Romano deve aver sconvolto non poco questo mondo sotterraneo. Arrivando al parco ho visto che non c’erano le solite file di laboriose operaie al lavoro, ma solo insetti di varie dimensioni che vagavano sperduti alla disperata ricerca di un segnale. Tra questi ho visto una formica enorme, grande forse dieci volte le altre, che si muoveva decisa  cercando di trovare un punto dove scavare. Arrivava vicino ad un rialzo del terreno, iniziava a fare un piccolo scavo con le zampe anteriori e le forti mandibole tirando fuori la terra di riporto e arrivando ad infilarsi quasi con tutto il corpo. Poi smetteva e ripartiva alla ricerca di un altro punto. Altro tentativo e nuova partenza.

Chi sei? E cosa stai cercando? – ho pensato mentre Cicoria si dava ad una appassionata caccia alle lucertole graziate da due giorni di casalinghitudine forzata.

Forse sei una Regina e con il Grande Diluvio Romano hai perso il tuo formicaio. Con un filo di paglia l’ho toccata e lei ci si è rabbiosamente attaccata risalendolo per venire a punire la mia mano. Veloce veloce l’ho depositata vicino all’entrata di quello che mi sembrava un formicaio attivo.

Ha sondato per un microsecondo il terreno e poi è ripartita in un’altra direzione, leggermente “spinta” dalle altre formiche, infinitamente più piccole ma assai più numerose.

Impegnata a raccogliere la cacca di Cicoria ho perso il contatto visivo con la mia Regina.

Dopo un poco ho notato un’altra formica, e poi un’altra, tutte delle stesse notevoli dimensioni, che praticavano lo stesso sport: saggiare il terreno in cerca di un punto adatto allo scavo.

Piano piano ho capito: siete Regine che avete perso il vostro formicaio ed ora ne dovete costruire uno nuovo prima di recuperare l’autorità e la forza che vi faranno riconoscere come tali dalle altre formiche. Dovete cercare il posto giusto e scavare, da sole, a lungo, prima che nuovamente veniate seguite per fondare una nuova città sotterranea.

E così mi sono sentita anche io. Sto cercando il posto giusto, e tento, e scavo, e fatico per riuscire a trovare il mio nuovo territorio e  per ricreare  una nuova rete di tante piccole energie costruttrici di cattedrali sotterranee.

Rafael Gómezbarros - Invasive Ants

Rafael Gómezbarros – Invasive Ants

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Esito ancora a pensarci.

Ero a casa di un uomo. Un uomo conosciuto da poco, a cui non ero per nulla interessata dal punto di vista fisico.

Mi stava dietro da un po’ e avevo accettato l’invito quasi per cortesia, essendo lui persona molto cortese.

La casa era minuscola, praticamente una stanza. Pareti grezze, pochi mobili. Direi povera.

Mi aggiravo un poco imbarazzata guardando qualche immagine alle pareti, la conversazione languiva.

Cercavo un modo per venirne fuori senza offendere ma abbastanza velocemente.

Quando improvvisamente lui aprì una grande porta, anzi più di una, e la prospettiva asfittica e grigia mutò completamente: ci trovavamo in riva al mare. Una casa minuscola su enormi dune. Di fronte le onde di un blu violaceo che si infrangevano sulla riva. Una visione mozzafiato.

Lui mi guardò per osservare l’effetto della meraviglia sul mio volto. Non c’erano dubbi, ero estasiata.

Un posto così speciale doveva essere certamente il suo asso nella manica.

All’improvviso diventai triste.

Avrei dovuto rinunciare al piacere di soggiornare in quella casetta così preziosa. Nulla, neanche il possederla mi aveva reso speciale l’uomo che la abitava.

Il risveglio lasciò inizialmente un senso di amaro.

Ma poi il vero, forse vero, significato mi si palesò.

Quali preziosi tesori posseggono persone che noi immaginiamo insignificanti o non interessanti?

Forse era questo il senso.

O forse solo la speranza di trovarne, di tesori, in questa umanità asfittica e grigiastra.

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