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Archivio mensile:giugno 2013

2013-06-27 19.36.46La pioggia ci raggiunge mentre passiamo il valico sull’Appennino. Nuvole nere minacciose e cariche ci seguivano già da un po’. La temperatura è crollata di dieci gradi. Esattamente come il nostro sorriso.

Insieme da due giorni.

La sera si avvicina.

E anche l’albergo nei pressi della stazione dalla quale domattina partirò.

L’euforia che ci ha tenuto abbracciati  si tramuta in una leggera malinconia.  Tu guidi assorto e non parli. Io ogni tanto ti osservo, mentre non smetto di carezzarti. La tua mano posata sulla mia gamba. L’avambraccio abbronzato. Il collo e la nuca come so che  ti fa piacere. Tu fai le fusa quando ti accarezzo. E questo mi piace.

Mesti, come due topini diretti verso il formaggio nella trappola, arriviamo all’Hotel. In un nanosecondo qualunque questione riguardante il nostro presente, il futuro, i problemi di lavoro, i figli i debiti…. Tutto viene sbattuto in seconda pagina. In alto, un titolo a caratteri cubitali: SIAMO PRECIPITATI NEL PASSATO!!

Violentemente sbalzati dal sedile della tua lercissima automobile agli anni settanta….

L’albergo era stato trovato su internet. Volendo evitare critiche ti avevo prestato gli occhiali per guardare se la situazione era mediamente accettabile: prezzo conveniente, vicinanza alla stazione, numero di stelle (tre), servizi menzionati (wifi, aria condizionata, parcheggio privato, prima colazione)

Tutto in regola, prenota! Mi avevi dato l’ok!

Ora siamo qui. Nel parcheggio dell’Hotel Albatros.

Nulla da dire sul parcheggio. E’ un parcheggio.

Cordoli di cemento pieni di erbacce, ma il parcheggio c’è.

Scendiamo dalla macchina in silenzio. Ancora non riusciamo ad esprimere le nostre perplessità.

Lascio alla mia destra il marciapiede dell’Hotel fatto di mattonelline tipo cotto, tutte sbreccate (per chi non è romano: rotte, con una parte mancante, un lato decisamente irregolare a causa di frattura) e vasi di cemento con deliziose piante autoctone di incerta classificazione (vedasi alla parola: erbacce).

Entriamo da una porta a vetri. La seconda che incontriamo. La prima è fermata da uno spago apposto sulle maniglie a protezione dei rigogliosi Ficus Benjamin che sono posizionati dietro di essa.

Alla Reception solite formalità. Documenti, firma del modulo per la pubblica sicurezza. Comunicazione che la tassa di soggiorno va pagata in contanti ed in anticipo (!) due euro a persona.

Eseguiamo guardandoci di soppiatto.

Ci consegnano la chiave della stanza.

Andando verso l’ascensore non ci teniamo più. Lo sguardo corre alla Hall dell’Hotel Albatros.

E’ tutto in linea. Tutto rigorosamente anni settanta. Scala elicoidale con piante semiasfittiche, salotto con divani in ecopelle simil Flou, pavimento in marmittoni, soffitto flottante semidiroccato, luci fredde-tipo-lampadine-a-basso-consumo-vecchio-tipo.

Arriviamo all’ascensore oramai certi di essere precipitati in un film.

Al terzo piano sulle porte mancano i numeri. O meglio ce n’è uno su cinque. Facciamo la conta e troviamo la porta giusta. Entriamo. Camera rigorosamente anni settanta. Letto con sopraccopertina in cotone e testiera in legno. Di fronte scrivania in legno con mini televisore e mini frigobar contenente una lattina di aranciata, una lattina di coca cola, due bottigliette in plastica di acqua minerale. Armadio in legno a due ante.

Entro in bagno. So già che quello sarà il pezzo forte.

E così è.

Cesso minuscolo con lavabo mini, doccia a loculo con tendina in plastica fiorata semisganciata e nessun appoggio. Al posto dell’asta portasciugamani e del ripiano sotto lo specchio solo dei buchi sulle maioliche. A testimoniare che una volta c’erano…..

Mi torna improvvisamente alla mente un viaggio estivo fatto con mia sorella e mio padre. Avevo circa tredici anni quindi sarà stato il settantacinque. Andammo in Calabria. Io ebbi l’incarico da mio padre di prenotare tutti gli alberghi del tour calabrese. Mi consegnò una guida Michelin, “LA” mitica Guida Rossa, dandomi un range di prezzo. Io feci del mio meglio, ma evidentemente il range non era da cinque stelle e gli alberghi calabri al tempo lasciavano  un bel po’ a desiderare. Finii col comprare un detersivo per lavare il bagno di ogni posto dove ci fermavamo a dormire…..

Esco dal bagno. Oramai ci ha preso a ridere. Mi fai notare il pavimento in marmetti grigi. Ti indico i campetti di calcio fuor dalla finestra, sotto gli enormi tralicci dell’alta tensione. Disturbate persino le linee telefoniche.

Questo sarà il nostro nido per l’ultima notte da passare insieme.

Ceneremo fuori. Poi ci butteremo nella hall sui divani simlipelle a guardare la partita sul meraviglioso Samsung anni novanta, cercando di schiacciare le zanzare che ci piombano addosso da ogni lato. Complice anche il freddo assurdo che è calato su un fine giugno fuori misura.

Poi ci sdraieremo sotto la trapunta di cotone accendendo la ventola che pende sopra il letto (in teoria c’è anche un impianto di aria condizionata, ma non si capisce in che modo farlo funzionare) ci abbracceremo e coccoleremo ancora una notte. Prima della mia partenza.

La nostra notte all’Hotel Albatros.

india-1Quando sono stata in India ho avuto un impatto sinceramente sconvolgente su alcuni luoghi comuni di cui si parla tanto senza averne mai avuto esperienza.

Le caste, ad esempio.

Da quando sono bambina, dalle mie letture di Salgari per essere precisa, so perfettamente cosa, o meglio Chi, è un intoccabile. Un Paria, un Dalit, un essere umano, diremmo noi occidentali, classificato nella più bassa delle caste che storicamente ha diviso la società indiana. Anzi un fuori casta. Gli intoccabili sono quelli che fanno i lavori più umili. I lavori che rendono, per l’appunto, inaccettabile il contatto con gli altri esseri umani.

Quando in India incontrai le raccoglitrici di cacca, mi resi conto di quale abisso separava i Dalit dal resto della società. Se per vivere raccogli la cacca per strada, e non con una scopa o una paletta, ma con le mani, e se per te questa cacca rappresenta l’economia sotto forma di combustibile, di cemento  per la paglia della tua casa o di moneta di scambio per il poco cibo che ti frutterà, allora non hai possibilità di sperare in un futuro migliore.

Così sento alle volte il mio ruolo nel mondo. Raccoglitrice di cacca. Diciamolo all’occidentale: spalatrice di merda.

Deve essere karma. Se fossi nata in India, probabilmente, farei parte dei Dalit. O se, per uno strano volere di Visnù, fossi nata tra i Bramini avrei sposato un fuori casta diventando irrimediabilmente una Dalit anch’io. Non c’è rimedio.

Come e dove potremo, direte voi, incontrarti per strada intenta a questo ingrato compito? (le Dalit normalmente raccolgono per strada la cacca delle vacche – ndr)

No! rispondo io. Il mio compito è a casa o in ufficio! Non mi abbasserei mai a lavorare in strada. Io!

Ma la merda è la stessa. E alle volte è veramente dura mandare giù il puzzo e lo schifo. Eppure tocca farlo. Solo che in questa vita piena di escrementi, mentre cerchi di rimediare all’ennesima secchiata che ti arriva addosso ( da te preventivata e dopo aver tentato in tutti i modi di evitarla) quella ennesima secchiata di merda, mentre cerchi di arginarla, non ti rendi conto che passa l’orario in cui avresti dovuto chiamare il piccoletto che hai accompagnato stamani al pullman per il campeggio e che alle 15,30/16,00 aspettava la tua telefonata. Che non arriva perchè fino alle 20,00 ti dimentichi totalmente di avere una casa, dei figli, due gatti e una cagna. Pensi solo a quanta merda ancora devi spalare prima di riuscire ad arrivare a sera.

compleblogil timer mi indica che tra due ore è passato un anno.

Un anno  fa decisi che avrei scritto un post al giorno per 365 giorni.

Era un momento particolare, uscivo da un periodo duro. Molto duro. E avevo da poco aperto un blog. Per la prima volta nella mia vita mi stavo sfidando a scrivere e pubblicare quello che normalmente rimaneva confinato nella mia mente (o anima, direbbero i buddisti).

Mi resi conto subito che avrei avuto delle serie difficoltà a continuare. Io sono così. Impulsiva, immediata. Appena decido o penso una cosa devo subito realizzarla. Decisi di avere un blog una sera che ero particolamente giù e nel giro di due ore era funzionante. Ho una grande capacità di azione. Ma quanto a continuità e costanza …. bè lasciamo perdere.

Così dopo pochi post mi sono resa conto che avrei potuto anche smettere. Ma il mio obiettivo principale dovrebbe essere sempre quello di arrivare fino in fondo, qualunque cosa accada.

Inoltre sentivo un pizzicorino alla base della colona vertebrale. Quel pizzicorino che mi arriva sempre quando si sta completando un ciclo della mia vita e ne sta per iniziare un altro. Banalmente avrei compiuto cinquant’anni. Il lavoro non andava mica tanto bene e avevo avuto una batosta sentimentale niente male. Il pizzicottino, però mi diceva che la mia vita stata girando. C’era nell’aria un profumino di cambiamento…. E così decisi di sfidarmi. Un post al giorno. Per un anno. Una follia! Avrei documentato un anno della mia vita attraverso i miei pensieri, le riflessioni, una immagine, qualcosa. Per poi, dopo 365 giorni, tirare le somme.

Ed eccoci.

Mica so bene che devo dire.

Cioè di cose ne sono successe tante, ma quanta importanza hanno? Ho smesso di fumare. Sono ingrassata. Sto a dieta. Ho incontrato una comunità che non immaginavo neanche esistesse. Siete voi. Ho compiuto i miei primi cinquant’anni. Ho il lavoro sempre più complicato ma forse stringendo i denti qualcosa di buono sta arrivando. Ho smesso di vedere la TV perchè la sera scrivo o leggo i vostri post. Purtroppo ho anche smesso, quasi, di leggere libri. Ma ora non dovendo scrivere tutti i giorni riuscirò a rimettermi in paro.

Ma c’è una cosa fondamentale, LA COSA, che è accaduta solo grazie al fatto che ho portato avanti il blog.

Ho conosciuto la persona che sicuramente ha cambiato la mia vita. Un uomo stupendo che riesce a darmi una quantità d’amore che supera il tempo, le distanze, e qualunque problema. Grazie a lui ho riscoperto la Eli che conoscevo. Ironica, sensibile, amante dello scherzo e della battuta ma anche pronta a sottoscrivere questioni importanti. Non era più così da un bel po’. Avevo permesso alla vita di schiacciare completamente  la mia anima. Esiste  l’uomo perfetto? Certamente no. Come non esiste la donna perfetta. Ma lui ha una meravigliosa dote, che non ho mai trovato in nessuno prima: la totale e completa generosità nell’amare. Ed è capace di gesti eclatanti ma profondi. Ho riscoperto la parola amore, ma anche la tenerezza e  la sensazione di essere sempre al centro della sua vita e dei suoi pensieri.

Grazie amore.

Non ti avrei incontrato senza questo blog.

216px-Jain_hand.svgQuesto post si potrebbe anche intitolare: eli e le donne, o anche eli e i tradimenti, o meglio eli e gli uomini che non la scelgono mai.

Io ho un bel rapporto con le altre donne. Ritengo che siano una fonte per me di ispirazione continua. Difficilmente mi sento invidiosa o in gara con un’altra donna. Non è escluso che conosca donne che mi stanno sulle palle, o che discuta o litighi con una donna, o che proprio la pensi in maniera differente. Figuriamoci! La sorellanza è roba da anni settanta. Però, negli anni, ho imparato ad ascoltare le donne parlare, e a guardarle mentre parlano, e ad osservare i movimenti del corpo degli occhi delle mani. E ci vedo proprio la vita. Ci rivedo me o l’opposto di me o entrambe le cose. Ma mi sento in sintonia.

Negli anni ho imparato a rispettare anche le donne che mi hanno ferito. E qui arriva il punto.

Ho una sorta di maledizione del faraone che mi colpisce in ogni relazione amorosa. Il mio uomo vive con un’altra donna. Oppure. Non ci vive più, ma la sua ex continua ad essere fortemente presente nella sua vita. Oppure. Non ha un’altra donna, ma qualunque altra donna lo interessa.

Mi sono trovata in situazioni grottesche. O meglio.  Che definisco ora grottesche, perchè al momento credevo di sentirmi aprire la terra sotto i piedi. In realtà me lo auguravo.

Mi sono trovata, incinta di tre mesi, a leggere le missive infatuate della giovane artista al mio compagno-padre-di-mio-figlio-regista. E fin qui niente di strano. Capita. Ma la storia durava da tempo, negata, sempre. E di fronte all’evidenza non ha potuto che …. negare ovviamente. Sono finita a urlare come una lavandaia al telefono alla tipa di sparire dalla nostra vita.

Durante la stessa gravidanza, verso l’ottavo mese,  il mio amore regista  se la fece anche con  la giovane allieva, ma oramai avrete capito il tipo. Quindi nessuna meraviglia se l’anno dopo mi ritrovai in un paesino della calabria, per uno stage estivo, con TRE, dico TRE, delle sue amanti (o ex amanti) come allieve. Neanche a dirlo che ci siamo lasciati.

In un’altra relazione mi sono ritrovata nuda, accanto al mio uomo nudo e addormentato, a sentire la porta di casa che si apriva e vedere la sua ex che entrava chiamandolo prima di rimanere pietrificata come me, per poi decidere di lasciare le chiavi di casa sul comodino e uscire in silenzio. Non bastasse, al suo risveglio un attimo dopo, il bastardo si angosciò per lo stato di prostrazione in cui, sicuramente, lei si stava trovando in quel momento.

Dopo anni di un rapporto tira e molla in cui continuava a comparire l’ex nei momenti più delicati, ebbi la notizia che per motivi assolutamente pratici legati alla crisi economica, avevano deciso di ricondividere la casa e le spese. Il gergo che ho usato lo lascio alla vostra immaginazione. L’aggravante è che per tutto il tempo della relazione io ero stata vessata da una forma di gelosia patologica e accusata, assolutamente gratuitamente, dei più turpi e ripetuti tradimenti.

Infine mi sono ritrovata a gestire una relazione con un uomo che inizialmente creduto libero si rivelò invece accasato con figli. Convinta del fatto che la convivenza fosse oramai un fatto puramente formale ho atteso un tempo più che congruo, per me, per far si che si definisse la questione. Ma ciò non accadde né si vide all’orizzonte la più pallida speranza, complice ancora una volta crisi e dissesti finanziari. Ma, se non fosse bastato, il mio uomo – essendo intelligente, arguto e ironico – amava dedicare tempo ed energia al rapporto epistolare con donne di ogni razza e religione, alcune delle quali fatalmente cadevano nel deliquio amoroso. Alcune delle altre poi incontrava o cercava di incontrare. Sempre, sia detto per chiarezza, sostenendo di mantenere  l’assoluta fedeltà morale e materiale a me.

Sento già da un po’ ripetuti mormorii e borbotti. Si ma te li cerchi con il lanternino. Vabbè ma dopo che ti ha fatto questo ancora ci stavi insieme. Ma come hai accettato una situazione di compromesso e poi ti sei tirata indietro.

Ebbene, coloro che mormorano non hanno letto il titolo del post, o non sono buddisti, o comunque non sanno cosa significhi la parola karma.

Karma è una parola che deriva dal sanscrito e letteralmente, significa “azione”.

“Indica il funzionamento universale di un principio di causalità simile a quello di cui parla la scienza, secondo cui ogni cosa nell’universo esiste all’interno di uno schema di causa ed effetto: “per ogni azione, c’è una reazione uguale e contraria”. La differenza tra la causalità delle scienze naturali e il principio buddista del karma è che quest’ultimo non si limita alle cose che possono essere viste o misurate: esso si riferisce anche gli aspetti invisibili o spirituali della vita, alle sensazioni o alle esperienze di felicità o miseria, gentilezza o crudeltà.”

“Secondo il Buddismo, noi creiamo il karma su tre livelli: attraverso i pensieri, le parole e le azioni. Le azioni, ovviamente, hanno un impatto maggiore delle parole. Allo stesso modo, quando diamo voce alle nostre idee, ciò crea un karma più pesante rispetto al solo pensarle. Tuttavia, poiché sia le parole sia le azioni hanno origine nei pensieri, anche il contenuto di ciò che sentiamo e pensiamo è di cruciale importanza.”

“Il karma quindi, come ogni cosa, è in costante divenire: creiamo il nostro presente e il nostro futuro attraverso le scelte che facciamo in ogni momento. Sotto questa luce, l’insegnamento del karma non incoraggia alla rassegnazione, ma restituisce il potere di diventare protagonisti nello svolgimento della propria vita. “(dal sito dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai)

La questione quindi attiene decisamente a me. Al mio rapporto, evidentemente, malato con il genere maschile. Froidianamente direi al mio rapporto, assolutamente, malato con mio padre.

Ma torniamo invece al mio rapporto con le donne. In tutto questo, direte – già vi sento, come puoi amare tanto il genere femminile. Dal momento che squinzie bionde seducevano il tuo uomo. Che altre donnine più mature non mollavano di un centimetro il territorio. Che infine per un verso o per l’altro sei stata comunque defenestrata?

Facile: perchè non era propriamente responsabilità loro. Agivano, è vero – a volte, in modo subdolo. Ma i miei meravigliosi uomini avrebbero potuto neutralizzarle in modo immediato, efficace e definitivo. Manifestare in maniera chiara e totale che una sola e unica donna faceva parte della loro vita: IO.  Invece no. Perchè io amo gli uomini che non rinunciano mai….. alle altre.

In quanto alle ex, ora attuali e conviventi , o definitivamente ex dei miei ex, quasi sempre ci divento amica. Chi accompagno nelle visite al centro per i disturbi alimentari (si perchè se le scelgono anche anoressiche) Chi diventa interlocutrice e riferimento nella gestione del piccoletto nei giorni di spettanza del padre. A chi, incontrandola per l’ennesima volta nell’ennesima imbarazzante situazione, lui vagava cieco come un Edipo, do’ la mano sorridendo e dico: Oramai presentiamoci, io sono Eli.

donne-cena-pesceCinque donne intorno a una tavola su una terrazza romana.

G. si è appena separata dopo più di vent’anni di matrimonio. Ha un aspetto splendido. Ci ha invitate a cena perchè dopo mesi l’ho chiamata e ci siamo riviste per un caffè. Ma non basta per riprendere un’amicizia che è durata tanto, tanto tempo. E lei supergenerosa ed ospitale com’è (napoletana), favorita da una splendida grande casa, ha organizzato una cena dove reincontrarci insieme ad altre amiche.

P. è sempre bella, per lei gli anni sembra non passino. Anche lei separata, ma da anni ormai, ha un compagno fisso che vive all’estero. Da sempre. Prima in Germania, ora a Londra. Sono ricercatori. Ride sulla questione Marino-Vivisezionista. Nessun medico o chirurgo può evitare di passare per l’utilizzo di animali cavia, dice lei. E quindi parla di strumentalizzazione politica. Ci vuol poco a capirlo, dico io, quando Roma è tappezzata da manifesti con Alemanno abbbracciato ad un gattino. Dico Alemanno! Avete mai visto lo sguardo di Alemanno dal vivo? Potrebbe far scappare un Dobermann.

F. è come al solito una tacca sopra le altre per sensibilità. Riesce a capire tra le pieghe di un racconto i passaggi emotivi che lo hanno generato. Io penso sia per tutti i problemi di salute che ha dovuto sopportare. Anni di lotta ad un diabete che le dava vita a tempo. Il tempo di azione dell’insulina, poi era come si spegnesse una candela. A vederla così abbronzata e mesciata, sempre in gran forma fisica e vestita carina non si potrebbe immaginare che ha subito un trapianto di reni ed è sempre sotto farmaci. Infatti è  splendida, come sempre. Tranne alla fine, quando dice che è ora e deve andare, e si capisce che per lei non è un modo di dire. Come cenerentola ha un tempo di autonomia. E quando scende le scale ha già un altro volto e il pallore sotto l’abbronzatura delle Eolie. P., la sorella, le va dietro per sostenerla e scortarla fino a casa.

A. è il solito grillo. Siamo salite assieme, e in macchina mi ha già fatto il terzo grado. Vuole sapere tutto. L’amore? Quale? Ma lo scrittore… Finita. Ma che fai tu con gli uomini, li consumi? Rido. No, era una storia molto complicata. Mi chiede del lavoro. Dopo tanti anni non hanno ancora mica capito bene che lavoro faccio. Sono leggermente fuori dai canoni. Le chiedo dei figli. Lei è un’altro dei grandi misteri femminili. E’ una donna minuta, non bellissima, il viso segnato anzitempo dall’età. Ha sposato da poco un uomo bellissimo molto più giovane di lei. Dopo anni di convivenza lo hanno deciso per poter adottare un bambino. Ne hanno avuti due, dall’africa, fratelli gli hanno detto. La femmina è una quasi adolescente, il maschio ha cinque anni. E’ sconvolgente pensare come due persone che non hanno mai avuto figli possano passare in un attimo da zero a cento in questo modo. Sono dei miti.

Cinque donne attorno a una tavola mangiano e bevono e ridono e si raccontano e ritrovano la gioia di essere assieme. Ancora una volta. Nonostante tutto.

Spesso in macchina ascolto la radio. E quasi sempre ascolto radio 24. O radio 3 Rai.

Quando il pomeriggio vado a prendere il piccoletto a scuola è l’orario di Voi Siete Qui un programma di racconti di vita scritti dagli ascoltatori. E’ curato da Matteo Caccia il quale inizialmente aveva ideato e condotto Io Sono Qui una sorta di diario delle sue esperienze di vita. Una specie di Blog radiofonico. Il programma ha avuto un  successo grandioso, e così dall’anno successivo il format è stato orientato verso la vita degli ascoltatori. Anche questo seguitissimo, conuna puntata live a fine stagione. Ovviamente pagina facebook aggiornata in diretta, twitter idem, pubblicazione di libro con raccolta racconti….

Il mio problema è che arrivo a scuola quando il racconto normalmente è a metà e quindi mi perdo sempre la conclusione.

Oggi ero in ritardo. Tipica  mamma lavoratrice stressata che arriva in ritardo a prendere il figlio anche l’ultimo giorno di scuola. Oramai la maestra mi guarda rassegnata. Mio figlio ogni volta teme che io non ce la faccia, o mi sia dimenticata, o non so quale altra triste considerazione.

Traumi infantili a parte, essendo in ritardo ho potuto ascoltare tutta la storia e anche l’inizio della intervista fatta all’ascoltatore/autore. Matteo Caccia è uno simpatico, un po’ fighetto ma alla mano. Mette le persone a proprio agio. Ha chiesto al tipo che lavoro facesse e lui: Beh, lavoro… diciamo che sono architetto. E qui si è aperto un discorso sulla difficoltà di lavorare come libero professionista. Poi è arrivata la mattonata, una cosa che mai avrei creduto di sentire da Matteo Caccia ma che è la domanda che quasi tutti si fanno: Ma è davvero necessario chiamare  un architetto per fare dei lavori di ristrutturazione di una casa?

Ora è chiaro che come ex moglie di architetto sono di parte. Ed è chiaro che se si deve dare una tinteggiata alla cameretta dei figli, non è certo il caso di chiamare un architetto. Ma la difficoltà di comprendere quale sia la vera professionalità di un architetto mi ha sempre lasciata di sasso. E mi ha sempre lasciato di sasso il pensiero comune che in fondo chiunque è in grado di ridisegnare la propria casa e dare istruzioni su tendaggi e colori della moquette.

Non è che mi sono messa a fare una crociata a favore della categoria, è un discorso più ampio che attiene a tutte le professioni che non siano strettamente tecniche. Quei lavori dove la creatività è strettamente legata alla tecnica. Quelle professioni immateriali, non quantificabili. Apparentemente.

Perchè il problema è tutto lì. Viviamo in un mondo barbaro, dove manca la sensibilità allo spazio, al bello, alla precisione delle forme. Architetti, registi, disegnatori, grafici, fotografi. Oramai tutti sono in grado di definirsi tali, o almeno di pensare di poterlo fare. E si creano dei mostri.

Una questione per niente nuova. Ma sentire oggi questa frase, detta da un giovane brillante autore e conduttore radiofonico, che avevo sempre considerato una persona istruita, intelligente e con un bel bagaglio di esperienza di vita, mi ha veramente dato la misura di come le invasioni barbariche siano oramai cosa fatta.

Cronache di un pigiama rosa

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