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Archivio mensile:aprile 2013

immIeri sera sono tornata al cinema, dopo mesi. Approfittando della presenza a Roma del mio amico Lorenzo mi sono fatta contagiare dalla sua voglia di film.  Lollo è un amico veramente speciale. Ci conosciamo da circa dieci anni. Apparentemente nulla in comune. Lui ha circa l’età di mio fratello, quindi quindici anni meno di me. E’ calabro di Reggio, anche se ha vissuto a Roma per tanto. E’ ancora pischello, nel senso che non ha mogli o figli. D’altro canto fa l’attore e ultimamente anche l’autore. Quello che ci lega è più di un rapporto di amicizia. E’ fratellanza. So che se mi sveglio una mattina con l’incontenibile voglia di urlare e piangere al telefono per un’ora posso chiamarlo. E lui sa che qualunque dolce sforni nelle sue notti insonni può sempre contare su diverse bocche fameliche in questa casa. Inoltre qualunque film, o libro, o canzone ci consigliamo siamo certi ci piacerà. E’ così dall’inizio della nostra amicizia e così sarà, spero, per sempre. Ha visto nascere il piccoletto e crescere la ventunenne e io ho visto passare i suoi tragici e incorrisposti amori. Ha ascoltato le mie farneticanti rivendicazioni su uomini che conosceva bene e non mi meritavano, e si è beccato alcune delle ramanzine più secche che siano mai state elargite su l’incontenibile capacità di innamorarsi sempre delle donne sbagliate.

Ieri con lui e la sorella sono andata a vedere un film di Francois Ozon “Nella casa”.  Il titolo originale è “El chico de la última fila” “Il ragazzo dell’ultimo banco” ed è tratto da una piece teatrale dello spagnolo Juan Mayorga.

La storia narra di un ragazzo, dolce e luciferino, che si introduce in casa di un compagno con la scusa di aiutarlo nei compiti di matematica. Lui  è attratto dalla famiglia e dalla vita borghese del compagno. inizia a scriverne in un tema di letteratura e il professore, un esaltante Fabrice Luchini, lo incoraggia a proseguire la storia e l’inserimento un poco fraudolento nella vita e nella casa di questa famiglia. Si parla di scrittura, di voyerismo quasi da “vite degli altri” di violazione di principi etici, di conti fatti con la propria vita di cinquantenne frustrato, di famiglie che si tengono in delicati equilibri e di altre che si rompono.

Il processo della scrittura, l’ossessione di particolari di vita, come nel social network che però non sono mai citati nel film, l’incapacità di smettere, di troncare l’ossessione voyeristica al punto da mettere a repentaglio la propria onorabilità, questi i punti attorno a cui gira tutta la vicenda. Un film veramente interessante, dove al piacere di un quasi triller si accompagna l’interesse per una lezione di scrittura creativa.

Niente di meglio per dare poi inizio a casa al mio primo battesimo del Blog.

Un anno fa Lorenzo, vedendomi provata da una crisi che non sembrava passare, mi consigliò di iniziare a scrivere. Lo presi in parola ed aprii questo blog. Ieri l’ho finalmente convinto a fare altrettanto. Ed insieme abbiamo aperto quello che sarà, spero, il fulcro dei suoi sfoghi creativi. Appena inizia a scrivere ne farò pubblicità qui. Sappiatelo.

A chiunque fosse interessato

Il mestiere di scrivere

L’ANAS S.p.A., in collaborazione con la Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO (CNI) e la scuola di scrittura creativa “Le Officine del Racconto”, lancia il premio letterario “Racconti ON THE ROAD”.

Il premio è aperto a studenti e autori esordienti che vogliano proporre un loro  racconto di massimo 15 cartelle sul tema del viaggio e sullo sfondo di una strada, intesa come luogo della fuga, dell’astrazione, della nascita o morte di amori, di  conflitti con se stessi o con altri.

Jack Kerouac autore del capolavoro "Sulla strada"

Jack Kerouac autore del capolavoro “Sulla strada”

Il termine ultimo per la presentazione dei racconti candidati è alla mezzanotte del 31 Agosto 2013.

Premi
ANAS non distribuisce premi in denaro, ma premi in natura, una “natura” coerente con le inclinazioni dei candidati: strumenti tecnologici per la scrittura e la lettura, corsi di scrittura, pubblicazione dell’opera. L’autore del racconto prescelto come vincitore per ciascuna categoria riceverà un…

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Parlami-damore1Si sa, nei secoli gli uomini hanno avuto un gran dafare per assicurarsi l’esclusiva della donna, o delle donne, che immaginavano gli appartenessero. Leggi divine, leggi terrene, entrambe con relativi castighi. Costrizioni corporali, coperture più o meno totali, clausure forzate nelle abitazioni o in zone appositamente delimitate da grate, griglie, trafori fittissimi. Escissioni di organi donanti piacere sessuale, o, in caso di partenze per sacre guerre, invenzioni di cinture con lucchetti a prova della più focosa spingarda.

Neanche a dirlo che ora, nella nostra cultura occidentale, non è più così. Ci si fida sulla parola. Ci si scambia una sorta di promessa. Per una sorta intendo che non deve essere per forza una roba legale o dichiarata davanti a testimoni o ufficiale giudiziario. Nel caldo dell’alcova ci si dice sono tua, sono tuo (per dire) ed ecco il patto di esclusiva. Sulla fiducia.

Ci sono poi dei segnali che si danno, in genere, per rinsaldare la fiducia. Una certa trasparenza negli atteggiamenti. Una pubblicità del proprio stato di donna o uomo impegnato. E certamente l’esclusiva di parole o gesti che sono di pertinenza unica del destinatario della promessa d’amore. Parole dolci o atteggiamenti protettivi o gesti d’amore o scritti passionali, tutte queste cose vengono destinate unicamente al soggetto dell’esclusiva amorosa.

Capita quindi, che quando questi codici vengono ignorati, o cambiati, l’uomo o la donna in questione possano avere momenti di grande confusione. Se una donna, ad esempio, dichiara amore totale ed esclusivo al proprio amante, ma allo stesso tempo – come per gioco – appella tutti gli uomini che frequenta con nomiglioli affettuosi o amorosi. O, sempre giocando ovviamente, promette amore o passionali incontri a tutta la comunità di esseri maschili che frequenta, può indurre nel proprio amante momenti di sgomento, o picchi di gelosia, o immotivate preoccupazioni. E’ fortemente consigliato, quindi, al fine di rendere sereno e duraturo e senza fraintendimenti, un rapporto amoroso, esimersi dal manifestare, anche sotto forma di gioco o celia, sentimenti d’amore o di passione se non nei confronti del proprio amato o amata.

E per dirla con le parole del Grande Pablo

Due amanti felici fanno un solo pane,una sola goccia di luna nell’erba, lascian camminando due ombre che s’unisco, lasciano un solo sole vuoto in un letto. Di tutte le verità scelsero il giorno: non s’uccisero con fili, ma con un aroma e non spezzarono la pace né le parole. E’ la felicità una torre trasparente. L’aria, il vino vanno coi due amanti, gli regala la notte i suoi petali felici, hanno diritto a tutti i garofani.Due amanti felici non hanno fine né morte, nascono e muoiono più volte vivendo, hanno l’eternità della natura.
— Pablo Neruda

 

11053680-grunge-interno-vuoto-con-pavimento-in-marmo-a-scacchiLa vita non è un gioco.

Salgo sulla collina. Punto i piedi nelle zolle erbose. Terra umida. Frana leggermente. Faccio fatica. Salgo. Salgo. Ho il respiro affannoso. Le cosce che  mi bruciano. La cinghia del fucile mi sega la spalla.

Se ora mi giro e lui si gira, allora vuol dire che mi ama. Se lo fa prima prima che il treno si muova mi ama immensamente. Se non si gira….

La vita non è un gioco.

Monto in moto. Dopo dieci metri mi rendo conto di sentire l’aria nei capelli. Non accadeva da quando avevo vent’anni. Mi rendo conto che ho dimenticato di mettere il casco. Vorrei continuare, accellero…..

Se il gabbiano sul ponte non vola via fino a che non l’ho superato, vuol dire che oggi riesco a convincere tutti che ho ragione. Mi daranno ragione sicuramente.

Mi metto al timone, non l’ho mai fatto prima. Mi dice come regolarmi con la bussola, quale direzione tenere. Non è difficile, finchè il mare è calmo. Ma le onde si gonfiano. Alte come montagne.  Le barca sale, sale, sembra non farcela. Quando è ad un punto dal cedere ecco che supera la sommità. Scende sul fianco dell’onda. Faccio una fatica tremenda per non farla mettere di traverso. Neanche in fondo e riparte la risalita. Questa volta è troppo alta. Non ce la posso fare. La supero. E riscendo. Ho le braccia a pezzi ma non posso mollare. Se si mette di traverso l’onda ci travolgerà.

La vita non è un gioco.

La stanza è enorme. Un lampadario a gocce di cristallo ondeggia pericolosamente sulla mia testa. Un pavimento a losanghe nere e bianche oscilla sotto i miei piedi. Scarpette Rosse. Sono….. Alice? E la regina di cuori mi guarda molto , molto arrabbiata….. nooooooo! nonon farò più la  cattiva con il Bianconiglio, Maestà! Il Bianconiglio è suo! Veramente. Salvatemi la testa. Rivoglio solo indietro il mio cuore…..

La vita non è un gioco.

Se la porta è chiusa con il lucchetto vuol dire che non tornerò più. Se ha messo la catena, guarderò gli occhi disperati di mia sorella in piedi accanto al cane, girerò le spalle e come Caino me ne andrò. Come Giuda scenderò le scale. Come un rinnegato rinnegherò il mio sangue.

La vita non è un gioco, e non c’è nulla di più prezioso di un cuore donato su un palmo di mano.

foto1Freno e mi accosto passato il semaforo. F. arriva subito dopo, come mi aveva detto, in taxi. Da via Margutta a casa mia, poche fermate di autobus, io normalmente la faccio a piedi. Sale in macchina tutta sorridente. E’ vestita e truccata anni settanta. E’ il tema della festa di N. Io non mi sono abbigliata, veramente. Ho messo jeans e zoccoli. E una camiciona a fiori. Lei è tutta contenta di venire con noi in macchina. Con me e il piccoletto. Perchè “veramente per una donna andare sola con i mezzi è proprio impensabile”. I genitori le dicono così. Ha quasi la mia età. Credo. Mi parla del laboratorio che stanno facendo con N., di come le stia aprendo la vita alle relazioni umane. Mi aggiorna sulla situazione della sorella e della nipote nata con una gravissima malformazione al fegato, trapiantata con un intervento di straordinaria chirurgia neonatale con metà fegato di un ragazzo deceduto per un incidente in motorino, sopravvissuta a terapie e nuovi interventi. Tosta la bimba, e tosta la madre che non molla mai. Le ho conosciute questa estate, F, la sorella e la nipote che ha l’eta del piccoletto. Una famiglia strana, figlie di antiquari. Gente della roma bene, ora un poco in dissesto economico, ma tenacemente ancorate alla famiglia che le chiude in una sorta di mondo a parte. Mi incasino come sempre con la strada. Dobbiamo arrivare in un villino fuori roma dove vive N. con il suo compagno e due cani. Sbaglio. Prendo la Flaminia. E’ tutta bloccata. Torno indietro e prendo la Cassia. Lungo la strada preleviamo un’altra amica di N. che ci ha beccato telefonicamente. E’ un casino abitare così lontano. La villetta è già piena di gente. Amici di N., famiglia di lui, il compagno, che abita lì vicino e che è alla base della scelta dell’acquisto della casa in zona così amena. Ragazzi del laboratorio. Amici attori. Rivedo tante persone legate al festival estivo nel cilento che mi chiedono di Cicoria. Mi fa piacere se ne ricordino. La trovai in quei giorni lì, abbandonata per strada sulla collina. E subito diventò la mia ombra. La mamma di lui ha stracucinato cose buonissime. E’ una donna decisamente invadente ma lo fa in maniera talmente gentile e subdola che te ne accorgi troppo tardi. Lui mi ha raccontato che era ciccionissimo da piccolo, anzi obeso. Fin dopo l’adolescenza. lo faceva mangiare in continuazione. Ora è normale, anche un bell’uomo. La sorella di lui è a tutt’oggi semianoressica.  E’ lì con un uomo, mi sembra più rilassata del solito. Anche lei ha la mia età. Trovo un amico per il piccoletto, un bimbo di sette anni. Il papà mi dice che abitano subito accanto e propone di farli giocare con il loro nintendo. Figuriamoci! Amicizia fatta! Non si muovono da terra, seduti a giocare per due ore. Ogni tanto passiamo ad alimentarli ma la maggior parte del cibo rimane dimenticata accanto a loro, troppo impegnati, e viene spazzolata immediatamente da Ofelia o Amleto, i due cani di casa. Parlo con Franca,  un’attrice napoletana molto brava. Mi dice che sta partecipando ad un progetto europeo: Italia, Germania, Francia, Spagna e Grecia. Sei mesi di lavoro gratis, praticamente, con l’opzione di essere scelti poi nella seconda fase in Grecia. Lei è molto contenta del tipo di occasione, io non faccio commenti. Arrivano R., autore e regista da me molto amato, e la sua dolce ed eterea compagna, attrice. Lui subito circondato di chiacchiere inizia a raccontare amabilmente aneddoti che di solito riempiono le serate. Lei come sempre va a prendere qualcosa da mangiare per entrambi. Fa sempre così. Compone dei piatti con tanti assaggi e glieli porta. Non gli chiede mai prima cosa desidera. Non è una donna fragile o sottomessa, e questa dedizione   molto femminile me la fa piacere. Io vorrei essere come lei, a volte. Lui si fa servire, ma senza supponenza. La ringrazia, come se cibarsi fosse realmente qualcosa al di sopra delle sue capacità, e dipendesse in questo completamente da lei. Accetta sempre la selezione di cibo che le gli propone, e continua a dialogare. Li adoro. Continuo a girare dentro e fuori la casa, saluto persone, gioco con i cani, rientro a controllare il piccoletto. Bevo vino rosso. A differenza dell’ultima volta non devo uscire per fumare. Arrivano amici di N. da Salerno con una valanga di mozzarelle di bufala da urlo. Ho notato dall’inizio della serata  una donna esile, magra, che cammina come una danzatrice. Mi colpisce. Non è giovanissima, anche lei all’incirca la mia età. Porta i capelli raccolti nel tipico chignon delle ballerine. Si muove continuamente in un incedere lento ma nervoso. Non la vedo mai mangiare. Bere si. Credo di aver capito che è la madre del bimbo che gioca con il piccoletto. Ho visto il suo sguardo su di me ogni volta che parlavo con il padre. Ad un certo punto ci troviamo insieme in giardino. Iniziamo a parlare dei figli. Lei ne ha due, anche un’altra bimba che è lì in giro. Sono gemelli. Mi parla di come mangino tanto, mangino tutto, e bene. E di quanto dormano. Dormono tanto. Ma realmente. E mangiano tutto. E dormono. E’ un modo strano di presentare due bambini di sette anni. Si parla così dei neonati. Parliamo a lungo, più che altro lei,  e ad un certo punto mi racconta delle apnee notturne della bambina, che la tengono in ansia e che la fanno dormire poco. Dorme con la bambina. Ma perchè dormi con lei? le domando in un moto spontaneo. Da quando sono nati hanno dormito entrambi con lei. Inizialmente perchè allattava e voleva far riposare il marito, lui a volte lavora anche di notte, hanno degli alberghi. E poi non è mai più riuscita a separarsi da loro. Proprio non ce la fa. Lo scorso inverno il maschio le ha chiesto se poteva dormire nella sua camera, e lei ne ha sofferto moltissimo. Ora dorme solo con la figlia. Il marito in camera della figlia. Le chiedo, in modo dolce: Lo sai che questo non va bene vero? In poco tempo è come se fossimo entrate in una estrema confidenza. Lei è sinceramente consapevole di sbagliare, mi dice, ma non riesce a pensare di non sentire il corpo della figlia accanto nel letto. Guardo dall’altra parte del giardino il marito. Un uomo gentile, mi sembra, un bravo papà direi. Chissà lui cosa pensa di questa separazione forzata dalla sua donna. Da sette anni. Arrivano persone, mi chiamano, ci separiamo. N. spegne le candeline. Il suo compagno la abbraccia e la bacia. Sono molto innamorati. Lui fa il dentista, N. è andata a farsi curare un dente e si sono innamorati. Lui nel giro di due settimane ha lasciato la moglie e sono andati a vivere insieme. Un botto!  Ora è molto tardi, devo riportare il piccoletto a casa e prima devo accompagnare F. ad un taxi e poi  due ragazze ad incontrare amici a Piazza Belli. Saluto la mia nuova amica. Mi chiede se vogliamo vederci e prendere un tè. Mi dice che è stata così felice di avermi conosciuto! Che parlare con me le ha fatto bene e vorrebbe poterlo fare ancora. Certo! Ci scambiamo i numeri su un salviettino di carta. Mi stringe forte la mano. Forse ha bevuto troppo. Vedo un’ansia febbrile nei suoi occhi. Mi imbarazza un poco. Al ritorno scopro che una delle due ragazze in macchina con noi è un’acrobata. Mi ricordo di averla vista scendere dall’alto del Teatro dell’Opera di Roma nel Barbiere di Siviglia, lo scorso inverno. Ha studiato arte circense e lavora prevalentemente con i Teatri Lirici e in grandi manifestazioni. Veramente stasera non finisco di stupirmi .

la storiaWeg! Weg! da! Weg! Weg!”

Delle esclamazioni tedesche, interrotte e travolte da un vocio di donne, la raggiunsero una di quelle mattine, mentre, dopo un inutile viaggio alla Cassa Stipendi chiusa, s’avviava all’osteria di Remo. Si era appena inoltrata su una traversa della Tiburtina, e le voci provenivano dalla pate di Via Porta Labicana, a poca distanza di là. Nell’arrrestarsi incerta quasi si scontrò con due donne, che arrivavano di corsa da un’altra laterale alla sua destra. Una era anziana, un’altra più giovane. Ridevano esaltate, la più giovane teneva in mano le ciabatte dell’altra, che correva a piedi nudi. Questa si reggeva per le due cocche la gonna alzata sul davanti e gonfia di una polvere bianca: farina, sperdendone un poco sul selciato dietro ai suoi passi. L’altra portava una sporta d’incerato nero, anchessa gonfia di farina. All’incrociarsi con Ida, le gridarono:” Corra, signò, faccia presto. Stasera se magna!” “Aripiàmose la robba nostra!” “Ce la devono da ridà, la robba nostra, ‘sti ladri zellosi!” La voce già si spargeva, altre donne uscivano veloci dai portoni. “Tu, torna su ‘ccasa” ordinò ferocemente una passante, lasciando la mano di un bambino; e sulla traccia della farina versata, tutte s’imbrancarono di corsa, e Ida con loro. Non c’erano da fare che pochi metri. A mezza strada fra Via di porta Labicana e Lo Scalo Merci c’era un camion tedesco fermo, giù dal quale un milite del Reich teneva testa, sbraitando, a una folla di donne del popolo. Evidentemente, colui non osava metter mano alla pistola che portava al cinturone, per timore di venire linciato sul posto. Alcune delle donne, con l’ardimento supremo della fame, s’erano arrampicate addirittura sul camio, carico di sacchi di farina. E fatti dei tagli nei sacchi, se ne versavano il pieno dentro le gonne, le sporte e qualsiasi altro recipiente si fossero trovate a portare. Qualcuna se ne riempiva magari il secchio del carbone o la brocca dell’acqua. Un paio di sacchi giacevano in terra già mezzi vuoti, fra l’assedio; una quantità di farina s’era versata in terra e veniva pestata. Ida si fece largo disperata:” Anch’io! anch’io!” strillava come una bambina. Non riusciva a rompere l’assedio che stringeva i sacchi buttati a terra. Si sforzò a salire sul camion, ma non ce la faceva: “Anche a me! anche a me!!” Dall’alto del camion, una bella ragazza rise sopra di lei. Era scapigliata, con sopracciglia foltissime e more, i denti forti come di bestia. Si reggeva innanzi per le cocche la vesticciola colma, e le sue cosce, scoperte fino alle mutande nere di raion, splendevano di un candore straordinario, come quello delle camelie fresche:”Tiè, signò, ma spicciate!” e accucciandosi verso Ida, con una risata da furia le riempì la sporta di farina, versandogliela direttamente dal proprio grembo. Ida a sua volta si era messa a ridere simile a una bambina mentecatta, cercando di risortire col suo carico, di mezzo alla folla urlante. Le donne parevano tutte sbronze, eccitate dalla farina come da un liquore. Urlavano inebriate contro i Tedeschi gli insulti più osceni, che nemmeno le puttane di un lupanare. Le parole meno brutali erano: fraciconi! culoni! viiacchi! assassini!! ladriii! Nel sortire di fra la folla, ida si trovò in un coro di ragazzette, arrivate ultime, che da parte loro strillavano a gran voce, saltando come in un girotondo:

“Zozzoni! Zozzoni! Zozzoniii!!!”

E in quella udì la propria voce, stridula, irriconoscibile nel suo eccitamento infantile, gridare nel coro:

“Zozzoni!”

Per lei, questa era già una parolaccia da trivio: mai pronunciata una simile.

La guardia tedesca aveva preso la fuga in direzione dello Scalo Merci. “Gli apai! Gli apai!” sentì Ida gridare alle proprie spalle. Difatti, mentre lei fuggiva verso la Tiburtina, dal lato opposto era riapparso il milite tedesco, con un rinforzo di militi italiani della PAI. Costoro tendevano in alto il braccio armato di pistola; e per intimidazione spararono dei colpi in aria, ma Ida, sentendo gli spari e le urla confuse delle donne, credette in una strage. La prese una terribile paura di cadere colpita a morte, lasciando sulla terra Useppe figlio di nessuno. Urlò correndo alla cieca, mischiata a donne in fuga che quasi la travolsero. Infine si trovò sola, senza sapere dov’era, e si sedette su uno scalino, presso uno sterrato. Non si vedeva più niente, altro che delle bolle immaginarie di sangue rosso-cupo, che scoppiavano nell’aria assolata. Quello stesso frastuono martellante, che sempre la svegliava alla mattina, adesso era tornato a ribatterle dentro le tempie, nel suo solito vocio di sommossa: ” Useppe! Useppe!” Ne provò uno spasimo alla testa, così acuto che si tastò fra i capelli con le dita , nel sospetto di trovarsele bagnate di sangue. Ma i colpi di prima non l’avevano ferita, era incolume. D’un tratto  sobbalzò, non vedendosi più la sporta al braccio! Ma se la ritrovò li accanto sullo sterrato con la farina intatta quasi fino all’orlo: ne aveva persa poca, fortunatamente, nella sua fuga. Affannossamente allora si mise alla ricerca del borsellino ricordando, infine, che doveva esserle rimasto in fondo alla sporta. E lo ripescò febbrilmente, sporcandosi tutto il braccio di farina mista a sudore.

La sporta, troppo colma, non si chiudeva. Da un mucchio di immondezza che stava lì in terra, essa raccolse un pezzo di giornale, per nascondere la farina rapinata, prima di avviarsi verso il tram.

Elsa Morante – La Storia

cor_42-28692659-copia_653176_653913Cose belle che mi sono successe mentre in questi giorni ero a letto con un’influenza stroncante.

La ventunenne è venuta a casa e si è presa cura di me come fossi una vecchina, andando in farmacia, dando da mangiare a gatti e cagnetta e soprattutto portando ripetutamente a spasso quest’ultima, sotto la pioggia. Poi ha portato il fratello a scuola, in macchina!, e gli ha preparato degli ottimi gnocchi di semolino per cena. E’ andata a fare la spesa, mi ha accompagnato dal medico, ha nuovamente portato la cagnetta a spasso ecc…. Ora che sto meglio mi sa che non la vedo più per un po’.

Gli animali di casa mi hanno vegliato come convinti stessi tirando le cuoia. Il vecchio Arturo, che ha normalmente la sua postazione privilegiata per la notte sul mio letto, al mio fianco, si è spostato fino ad essere praticamente il mio cuscino; Gilda, la furia buia, che mai entra in camera se non per vedere se può dare fastidio a qualcuno, si è accoccolata ai miei piedi e lì è rimasta; Cicoria, pur essendo cane da caccia, grande cacciatrice di gatti piccioni e rattacci di fogna, non è mai stata autorizzata da me ma specialmente da Arturo a stare in camera e tantomeno a salire sul letto. Stavolta è salita, dalla parte opposta ad Arturo che – in considerazione delle poche ore che mi rimanevano da vivere – ha fatto finta di non vedere l’invasione di campo. Lei si è prima acciambellata al mio fianco e poi decisamente allargata arrivando a volte ad essere più lunga di me. Nel mio stato soporifero non mi sentivo mai sola. Avevo tuttalpiù qualche problema a cambiare posizione essendo praticamente circondata e tamponata da tutti i lati.

Avendo un intenso mal di testa perenne non sono riuscita a scrivere o leggere nulla al computer. Ho quindi ripreso in mano dei libri che giacevano sconsolati accanto al letto, tutti testi teatrali ahimè, e ho finalmente ripreso a leggere. Da lì la considerazione che da quando scrivo questo sciagurato blog non leggo più molti libri. E questa cosa non va bene.

Ho avuto anche un gelato al limone! per rinfrescare la gola dolorante.

Ho dormito una quantità di ore che non dico perchè sarebbe imbarazzante, e ciò non capitava da molto, molto tempo.

Fine delle cose belle che mi sono successe mentre in questi giorni ero a letto con un’influenza stroncante.

(le simpatiche palline nella foto sono virus influenzali …tacci loro)

images-1Ci sono poche cose di cui sono fiera come genitrice. Avrò fatto sicuramente la mia parte di bene e la mia parte di errori. E ovviamente non è finita qui. Continuerò a fare la mia parte di bene e la mia parte di errori.

Ho avuto a che fare con genitori che ho aspramente criticato, contrastato, allontanato, demolito.

E mi sono ritrovata, a volte, a ripetere gli stessi errori, o simili, o comunque ad avere la tendenza a farlo.

Se voglio essere almeno un poco indulgente con me stessa devo dire che la tensione ad imparare dagli errori fatti è la vera differenza con i miei genitori. Per loro la coerenza era non dire mai: ho sbagliato. Figuriamoci chiedere scusa!

Però, però per restare nel positivo (sono alcuni giorni che mi imbatto su tale questione e bisogna che ci ragioni e che poi ci scriva) per vedere il bicchiere mezzo pieno (come dice il mio amore alcolista), devo arrivare alla cosa di cui sono realmente fiera come madre: aver insegnato ai miei figli ad amare i libri.

E’ chiaro che per me è stato facile. Ero fissata! Ho iniziato a sceglierli e comprarli ancora prima che nascessero, così come i cartoni animati della Dinsey ad essere sincera. E l’unica cosa che riuscivo a trovare per tenerli a bada, quasi l’unica diciamo, era : ti leggo una bella storia. E quando ho visto che iniziavano veramente ad appassionarsi gli ho raccontato di quale grande meraviglia era stata per me imparare a leggere, alla canonica età di sei anni ovviamente.  Scoprire per esempio cosa volevano dire tutti quei segni sopra i negozi, e le istruzioni dei giocattoli, e la libertà infinita di poter leggere tutto, tutto quello che volevo senza aspettare un grande disposto a farlo. E dei viaggi incredibili che avevo fatto con i libri di Verne e di Salgari che mio zio mi regalava ad ogni ricorrenza (li conservo ancora).

Un lavaggio del cervello niente male insomma, ma del tutto spontaneo. Ed ha funzionato. Sia la ventunenne che il piccoletto amano i libri e leggono abbastanza.

Anche se la sera, al piccoletto, la storia prima di dormire mi piace ancora essere io a leggerla.

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