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… considerando che fa parte di un periodo particolarmente particolare.

la controprova sono i sogni che faccio la notte. situazioni da lettino di Freud

o di Jung

ma lasciamo stare, che poi dicono che le donne sanno solo scrivere di cose molto intime….

foto chiaveil risveglio era stato normale, la notte quasi tranquilla, ero sola.

in bagno la prima sorpresa.

dopo aver tentato inutilmente di azionare lo sciacquone, aver aperto tutti i rubinetti, controllato la chiusura generale dal contatore, mi sono dovuta arrendere all’idea che ero completamente senz’acqua. la cosa buffa è che proprio il pomeriggio prima avevo effettuato la lettura ed inviato, affrancandola – perchè manco le cartoline preaffrancate ti lasciano quelli che vengono a farti la lettura di giorno feriale di mattina come se tu non avessi nulla di meglio da fare che restartene a casa a farti leggere i contatori, la cartolina all’Acea.

“non gli è piaciuta la lettura?” “avrò inviato la cartolina troppo tardi e si sono irritati?”

poi ragionando sul fatto che al risveglio non avevo sentito le cascate del niagara dai tubi che scendono – evidentemente accanto al mio letto, dai piani superiori, ho pensato che forse il problema riguardava l’intero condominio.

mal comune – mezzo gaudio

ho rimediato una tazzina d’acqua da un fondo di bottiglia per farmi il caffè

altre due dita da un altro fondo per il mio beverone mattutino

ho mandato un messaggio a mia figlia dicendole che sarei passata da lei a lavarmi almeno la faccia e i denti

nessuna risposta, ovviamente dormiva ancora.

è stato mentre preparavo la borsa per uscire, infilando spazzolino da denti e deodorante, che mi sono resa conto che a casa mancava qualcosa.

rapido giro di sguardi, tanto la casa è tutta lì, e mi rendo conto che mentre Arturo dopo aver mangiato la sua dose di croccantini è tornato ad acciambellarsi sul piomone e Cicoria mi mugola davanti in attesa di uscire a fare i suoi bisogni, non c’è traccia di Gilda.

Gilda la Furia Buia

Gilda la ladra

Gildoca, come l’ha chiamata il piccoletto da subito quando siamo andati a prenderla, minuscola, al gattile di Santa Severa.

saranno quattro anni?

forse cinque.

il tempo passa così velocemente.

la chiamo, inizio a cercare in tutti gli armadi, spesso si infila come un razzo senza che io la veda (furia buia appunto) e poi dopo un poco sento grattare dietro lo sportello. ma si infila anche in qualunque tipo di scatola o pertugio e nella casa ancora piena di cose post-trasloco faccio fatica a terminare l’esplorazione.

niente, a casa semplicemente non c’è.

e non è potuta uscire in giardino perchè non ho ancora aperto le finestre.

grande ondata di panico e senso di colpa.

“ma allora è sparita da ieri sera!” “e non mi sono accorta di niente!”

ripenso alla notte

non ricordo di averla sentita sui piedi

e nemmeno mi è salita sulla pancia facendo le fusa come un arrotino

gelo.

dentro e fuori

in giardino non c’è traccia

chiamo, giro, esco, entro riguardo ovunque, non c’è.

si è fatto tardi, decido di lavarmi in ufficio e vado sperando di non aver visto bene e di averla lasciata chiusa in casa.

all’ora di pranzo scappo di nuovo a casa e la speranza svanisce. non c’è. Gilda è semplicemente scomparsa. dalla sera prima. e la notte ora gela.

sono davvero preoccupata, ma devo riuscire subito per andare alla scuola del piccoletto dove ci sarà la vendita di beneficenza degli oggetti costruiti da loro per l’adozione a distanza che facciamo dalla prima elementare.

lungo la strada, morta di fame – sono ormai quasi le 14,30 e sono in megaritardo – mi fermo  per mangiare un panino in piedi.

è un baretto di monteverde che non avevo mai notato prima. c’è un banco tipo salumeria dove preparano dei panini buonissimi, a richiesta e dove vedo tutta una serie di prodotti abbruzzesi, prodotti che arrivano in particolare dalle zone del Parco Nazionale. un territorio che sfiora la mia casa di montagna. con enorme stupore, mai viste prima a Roma, vedo che hanno delle birre artigianali prodotte ad Amatrice. mi sento a casa. i due giovani baristi però non sono amatriciani, sono umbri.

dopo questa felice scoperta riesco frettolosamente per continuare il percorso e … oplà…. la macchina non parte.

l’avevo parcheggiata “leggermente in doppia fila” appoggiata di traverso accanto ai cassonetti.

provo, riprovo. nulla.

è tardissimo. mio figlio vedrà arrivare tutti i genitori che si accaparreranno gli oggetti più belli, ed io non ci sarò.

tento il salvataggio da parte del padre. abita non troppo lontano e anche lui starà andando….

cellulare spento.

prima di urlare e bestemmiare ed inveire, mi rendo conto che la strada è fortemente in discesa.

chiamo in aiuto i baristi umbri,  mi faccio spostare un poco indietro, parto a folle, ingrano la seconda e … via…. riparte.

manco mi sono fermata a ringraziarli, dovrò passarci uno di questi giorni.

come per miracolo arrrivo a scuola in tempo per entrare con gli altri.

del padre nessuna traccia, solita atmosfera prenatalizia che mi costerna sempre di più di anno in anno, ma sorrido gaia

non faccio che pensare a Gilda sparita ma contratto allegra l’acquisto di calendari con graffiti rupestri eseguiti dal piccoletto e segnaposto composti da sassi colorati dal medesimo artista

faccio il mio dovere e arrivo a spedere la quota che servirà a farmi sentire in pace con la coscienza per il prossimi dodici mesi

mi aggiro un poco spersa

tanta gente e la confusione non fa che accrescere il senso di un disagio interno che aumenta di ora in ora in questo giorno strano.

distrattamente ogni tanto guardo l’ora sul cellulare. nessun messaggio e i minuti passano lenti.

mentre lo rinfilo in borsa, sento un oggetto in una delle tasche interne. non è molto grande e faccio fatica a tirarlo fuori.

è una vecchia chiave

dorata

mai vista prima

ne sono certa

non l’ho mai avuta nè so cosa possa aprire

è vero che le mie sono le borse di Mary Poppins, ma pur contenendo un mondo di oggetti, magari dati per persi da mesi, conosco la provenienza di tutto ciò che trovo.

rimango con la chiave in mano, senza parole

immagini mistiche mi passano nel cervello

la chiave di “molto lontano, incredibilmente vicino”

la chiave di Alice nel Paese delle Meraviglie

le chiavi volanti di Harry Potter

un oggetto altamente simbolico, questa chiave

ed estrememente misterioso il suo trovarsi nella mia borsa.

la giornata si chiuderà con la certezza che Gilda probabilmente è uscita per sempre dalle nostre vite.

foto Gilda - Cesto ridotto

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un giorno, poco più di una settimana fa, tornavo verso l’ufficio dopo una breve pausa. passavo per una piazzetta dietro la casa dove abiterò ancora per pochi giorni, accanto ad una chiesa di rito copto. aveva appena smesso di piovere ed una ragazza molto giovane, bruna, volto corrucciato e sguardo perso in avanti, camminava con passo deciso incontro a me. la seguiva un ragazzo, coetaneo, biondino, di quel biondo un po’ anonimo, con il viso segnato dall’acne e le sopracciglia piegate ad un muto appello. aveva in mano un ombrello, di quelli pieghevoli, per l’appunto ripiegato. lo stringeva con entrambe le mani. quasi fosse l’ombrellino a sorreggere lui, e non viceversa.  disse, portando la voce un po’ in avanti, verso lei: allora oggi pomeriggio andiamo  a …. ?  lei fece un gesto, senza girarsi, con la mano a cornetta vicino all’orecchio, come a dire: telefonami. lui, con sguardo ancora più intensamente appellante: ma ci vediamo comunque? ….alle cinque? lei ancora senza voltarsi e continuando a camminare scosse la testa, in un muto ma deciso diniego.
Io ero oramai passata oltre, non potevo fermarmi, sarei stata notata per la mia indiscrezione. ma arrivata in fondo al vicolo, quando oramai dovevo forzatamente svoltare e perdere il contatto visivo e auditivo della scena, non resistetti e mi voltai.
lui era fermo all’angolo prima della piazzetta. lei inesorabilmente andata. era rimasto li, attaccato al suo ombrellino, tirando e richiudendo il piccolo manico, guardando nella direzione in cui lei era sparita.

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ero nella casetta di periferia, con il falegname che mi aiutava a montare mobili. anzi lui li montava mentre io giravo per casa  tentando di creare pile di scatole adatte al transito da una stanza a l’altra. avevo deciso di fare una pausa ed avevo comprato per entrambi e per il piccoletto della pizza alla pala, in una rosticceria che sicuramente sarà il mio punto di riferimento per i prossimi giorni.
mangiando, in piedi, nella piccola cucina, ci siamo messi a parlare di case, e lavori, e figli. e così ho scoperto che il figlio del falegname, di cui purtroppo continuo a non ricordare il nome – che è un nome da uomo in romania – certamente – ma che in italia sembra un nome da donna – ho scoperto dicevo che il figlio ha undici anni. lo avevo visto la domenica prima, con la madre, quando erano venuti a casa mia, la  casa dove abiterò ancora per sei giorni, per vedere il lavoro da fare. e mi era sembrato coetaneo del mio, del piccoletto, che ha nove anni. invece lui ne ha undici, ma non ancora compiuti, mi dice m. (l’iniziale del nome la ricordo) con occhi orgogliosi, li farà questo mese. ed il piccolo figlio del falegname, già da due anni, la mattina va a scuola da solo. ora frequenta la prima media, ma lo faceva già alle elementari. e poi all’ora di pranzo esce di scuola, da solo e da solo va a casa, dove mangia da solo e rimane da solo fino al ritorno della madre. il padre torna più tardi. vivono in un paese vicino roma ed entrambi lavorano in città. lui falegname, lei fa “le pulizie”. in una casa di piazza di spagna, da tredici anni, sempre la stessa famiglia, mi dice lui, sempre con sguardo orgoglioso. tranne quando ha avuto il bambino. i primi anni era venuta la suocera, dalla romania, per aiutarli. ma poi era ripartita, e loro si sono organizzati così.
Il pensiero di quel bimbo  già così autonomo, mentre il piccoletto ha bisogno quasi che gli infili ancora le mutande mi ha fatto molto pensare.

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una mattina, pochi giorni fa, passavo in macchina, con il piccoletto, accanto ad una scuola occupata. l’avevano occupata pochi giorni prima, e noi c’eravamo. passavamo proprio mentre veniva tirato fuori dalle finestre uno striscione e tutti i ragazzi sotto ad applaudire….. ho spiegato al piccoletto cosa è un’occupazione, e come sicuramente succederà anche a lui, così come è successo alla ventiduenne, di dormire a scuola in un sacco a pelo, sdraiato sopra due banchi uniti. quella mattina fuori la scuola c’erano studenti, insegnanti, qualche genitore. passando con la macchina, lentamente per non urtare nessuno, ho notato un gruppetto di ragazzini intorno ad un biondino con la chitarra a tracolla. erano lì che aspettavano che lui trovasse il giusto accordo. e lui, con un sorriso molto soddisfatto lo ha preso quell’accordo, ed ha iniziato a suonare e cantare una canzone in inglese che non conoscevo affatto. io però ero molto più concentrata sul suo volto, che non sulla melodia. mi chiedevo dove avevo già conosciuto quel ragazzo. un volto familiare, quasi intimo. pochi metri e con la macchina li ho superati, svoltando sulla piazza del monte dei pegni. ed ecco che mi sono ricordata. del ragazzino dopo la pioggia, delle sue mani strette sull’ombrello, e di lei che se ne era andata.
chissà se ora era li, tra la folla di ragazzi sotto la scuola occupata, a sentirlo suonare la sua canzone……

 

bella, con i capelli cotonati e l’eyeliner nero, con l’abito color lilla, quello con i bottoni che sembravano dei bonbon. avevi un profumo dolce di cipria e fondotinta. mi baciavi di lato per non rovinare il rossetto. torniamo presto, dicevi. ma per me era l’eternità.

due piccole rughe verticali tra le sopracciglia disegnate con cura. sopra il tuo naso diritto. apparivano quando mi dicevi: Eli, senti un po’…. ed io tremavo in attesa di sapere qual’era il rimprovero, perchè c’era, era certo. te le ho accarezzate e spianate a lungo negli ultimi giorni. tentando di cancellarti il pensiero del dopo.

mi svegliavo di notte dopo un incubo. avevo delle visioni nitide degli animali enormi e mostruosi che mi minacciavano ancora nel buio. trovavo la forza di far uscire una mano dalle coperte solo per bussare al muro che divideva le nostre stanze.

la febbre me la godevo nel tuo lettone. lenzuola ricamate del corredo, quelle che ora ho io. due cuscini dietro la testa e il vassoio di legno con i piedini, per mangiare li. mi imbocchi? io tentavo…. sorridevi. sei grande oramai. ma ho tanto mal di testa…. e va bene! e mi passavi la mano sulla fronte, fresca e liscia la tua mano. me la sento ancora . con le dita lunghe e le unghie curate. le carezze con i grattini sulla schiena. però per quelli ti facevi sempre pregare un po’.

un movimento cauto, la distanza tra te e la scrivania, un gesto di protezione. ti devo parlare di una cosa. mi volevi dire che sei incinta? mi guardavi stupita. ma come fai a saperlo, non si vede ancora. certe cose io le sento, tu lo sapevi.

una cosa però non l’avevo sentita. devo partire, vado in un paese lontano, in sud america. mi sforzavo di sorridere: che bello! bel viaggio! quando torni? lo sguardo serio: vado a vivere lì, tesoro. tornerò a natale e poi d’estate. sai francesco ha un cantiere lì. è stato solo un momento, una nuvola grigia davanti agli occhi, e poi di nuovo ho sorriso: si è giusto, devi andare. (scegli me, scegli me!!! urlavo dentro la testa)

non penserai di uscire con me conciata in quel modo! avevo i jeans e una tshirt. forse i camperos. ovvio che si! camminavamo entrambe arrabbiate, poi però il gelato da Giolitti ce lo prendevamo lo stesso.

uno degli ultimi pomeriggi eravamo sdraiate vicino, sul tuo lettone. ci tenevamo la mano. eri triste e depressa e pensavi a mio fratello. devi stargli vicino, ha già perso il padre. ha sofferto molto. per la prima volta trovai il coraggio di dirlo: anche io ho sofferto tanto. lo so, mi dicesti, lo so. e due lacrime ti sono scese lungo le guance. non parlai più.

mi manchi.

et

In questi giorni ho rivisto E.T. con il piccoletto. Oddio! non è che proprio mi sia seduta davanti alla tivvu a vedere E.T. in videocassetta registrata quindici anni fa (con tutta la pubblicità tra il primo e secondo tempo).

Ho visto delle sequenze spot mentre passavo con i panni da stendere, o raccogliendo vomito di gatto o cacca del suddetto (di quello anziano che la sparge o per ripicca contro la cagnetta, o perchè rincoglionito dall’età o per il suo ipertiroidismo o perchè stronzo e basta, o per tutte queste cause assieme), mentre cucinavo la cena o apparecchiavo la tavola o, alla medesima,  mentre finalmente si cenava.

Il film lo conosco bene, l’ho visto tante volte. Lo vidi la prima volta al cinema portandoci mio fratello. Cinema Italia. Oggi Teatro.

Comunque. Era tanto che non lo vedevo e ho notato alcune cose.

Primo: ai bambini americani, già nel 1982, quando sono ammalati (o fingono di esserlo) le mamme americane, dopo aver constatato che hanno una temperatura da terapia intensiva, chiedono: pensi di sopravvivere se vado a lavorare? Alla risposta affermativa del minore, aggiungono un piumone supplementare e li mollano lì, a letto, a casa, da soli. In italia saremmo già state denunciate al telefono azzurro e private della patria potestà.

Secondo: si fa riferimento ben più di una volta al fatto che il padre di famiglia ha mollato moglie e figli per partire per il messico con la sua nuova donna. In Italia di questa cosa non se ne è mai parlato. Ancora oggi su Wikipedia si vaneggia di  un “viaggio di lavoro” in messico del padre.

Terzo: non so se la questione è datata anche negli States, ma nel film i bambini delle elementari, a scuola, sezionano rane vive, imprigionandole in barattoli e addormentandole con il cloroformio. Poi dice che da grandi vanno a fare le guerre!

L’incontro tra E.T. e il piccolo Elliot è l’incontro tra chiunque. Tra chi è diverso per genere, per razza, per cultura, per appartenenza sociale, per religione. Ed è un incontro tra diversi che tocca il cuore dell’esistenza di entrambi. Di quegli incontri che cambiano per sempre il destino delle persone.

E ancora oggi, a distanza di tutti questi anni e di quasi tre generazioni, è sempre negli stessi punti che ci si emoziona, e si ha paura, e si piange e ci si risolleva. Perchè quando si entra in sintonia con un altro essere vivente le emozioni vanno di pari passo.

Io ringrazio il destino per essere entrata il contatto con O. Per avere il suo amore. Per la tenacia e la costanza con cui ha tenuto vivo il nostro rapporto, anche quando io ho dubitato. E per la forza con cui mi ha fatto ritrovare il significato della parola amore. Un incontro che ha cambiato  il nostro futuro. Per sempre.

416c156ca489a9ddb2b3217eb5ca9e75-Sembra che la farfalla le sia molto affezionata.

La Signora sorrise.

– Questa signorina mi considera sua amica.

– Si può fare amicizia con una farfalla?

– Per fare amicizia con lei, per prima cosa bisogna diventare parte della natura. Nascondere le proprie caratteristiche umane,  restare qui immobili e pensare intensamente di essere un albero, un’erba, un fiore. Ci vuole tempo, ma una volta guadagnata la loro fiducia, si fa amicizia con grande naturalezza.

– Dà loro anche un nome? – chiese Aomame, incuriosita. – Voglio dire, come si fa con i cani, o coni i gatti.

La Signora scosse leggermente il capo.

– No, non do nomi alle farfalle. Ma anche senza nomi , le distinguo l’una dall’altra dal disegno e dalla forma. Inoltre, quando si dà loro un nome, chissà perché muoiono subito. Queste creature non hanno nome e vivono per un tempo molto breve. Ogni giorno vengo qui, le incontro, le saluto e faccio loro vari discorsi. Ma, quando il tempo è giunto, le farfalle scompaiono da qualche parte, in silenzio. Penso siano morte, ma sebbene cerchi, non ne trovo mai i resti. Svaniscono senza lasciare traccia, come se si fossero dissolte nell’aria. Le farfalle hanno una grazia incantevole, ma sono anche le creature più effimere che esistano. Nate chissà dove, cercano dolcemente solo poche cose limitate, e poi scompaiono silenziosamente da qualche parte. Forse in un mondo diverso da questo.

Murakami Haruki – 1Q84 – Libro primo

Dedicato a mia madre.

foto1Freno e mi accosto passato il semaforo. F. arriva subito dopo, come mi aveva detto, in taxi. Da via Margutta a casa mia, poche fermate di autobus, io normalmente la faccio a piedi. Sale in macchina tutta sorridente. E’ vestita e truccata anni settanta. E’ il tema della festa di N. Io non mi sono abbigliata, veramente. Ho messo jeans e zoccoli. E una camiciona a fiori. Lei è tutta contenta di venire con noi in macchina. Con me e il piccoletto. Perchè “veramente per una donna andare sola con i mezzi è proprio impensabile”. I genitori le dicono così. Ha quasi la mia età. Credo. Mi parla del laboratorio che stanno facendo con N., di come le stia aprendo la vita alle relazioni umane. Mi aggiorna sulla situazione della sorella e della nipote nata con una gravissima malformazione al fegato, trapiantata con un intervento di straordinaria chirurgia neonatale con metà fegato di un ragazzo deceduto per un incidente in motorino, sopravvissuta a terapie e nuovi interventi. Tosta la bimba, e tosta la madre che non molla mai. Le ho conosciute questa estate, F, la sorella e la nipote che ha l’eta del piccoletto. Una famiglia strana, figlie di antiquari. Gente della roma bene, ora un poco in dissesto economico, ma tenacemente ancorate alla famiglia che le chiude in una sorta di mondo a parte. Mi incasino come sempre con la strada. Dobbiamo arrivare in un villino fuori roma dove vive N. con il suo compagno e due cani. Sbaglio. Prendo la Flaminia. E’ tutta bloccata. Torno indietro e prendo la Cassia. Lungo la strada preleviamo un’altra amica di N. che ci ha beccato telefonicamente. E’ un casino abitare così lontano. La villetta è già piena di gente. Amici di N., famiglia di lui, il compagno, che abita lì vicino e che è alla base della scelta dell’acquisto della casa in zona così amena. Ragazzi del laboratorio. Amici attori. Rivedo tante persone legate al festival estivo nel cilento che mi chiedono di Cicoria. Mi fa piacere se ne ricordino. La trovai in quei giorni lì, abbandonata per strada sulla collina. E subito diventò la mia ombra. La mamma di lui ha stracucinato cose buonissime. E’ una donna decisamente invadente ma lo fa in maniera talmente gentile e subdola che te ne accorgi troppo tardi. Lui mi ha raccontato che era ciccionissimo da piccolo, anzi obeso. Fin dopo l’adolescenza. lo faceva mangiare in continuazione. Ora è normale, anche un bell’uomo. La sorella di lui è a tutt’oggi semianoressica.  E’ lì con un uomo, mi sembra più rilassata del solito. Anche lei ha la mia età. Trovo un amico per il piccoletto, un bimbo di sette anni. Il papà mi dice che abitano subito accanto e propone di farli giocare con il loro nintendo. Figuriamoci! Amicizia fatta! Non si muovono da terra, seduti a giocare per due ore. Ogni tanto passiamo ad alimentarli ma la maggior parte del cibo rimane dimenticata accanto a loro, troppo impegnati, e viene spazzolata immediatamente da Ofelia o Amleto, i due cani di casa. Parlo con Franca,  un’attrice napoletana molto brava. Mi dice che sta partecipando ad un progetto europeo: Italia, Germania, Francia, Spagna e Grecia. Sei mesi di lavoro gratis, praticamente, con l’opzione di essere scelti poi nella seconda fase in Grecia. Lei è molto contenta del tipo di occasione, io non faccio commenti. Arrivano R., autore e regista da me molto amato, e la sua dolce ed eterea compagna, attrice. Lui subito circondato di chiacchiere inizia a raccontare amabilmente aneddoti che di solito riempiono le serate. Lei come sempre va a prendere qualcosa da mangiare per entrambi. Fa sempre così. Compone dei piatti con tanti assaggi e glieli porta. Non gli chiede mai prima cosa desidera. Non è una donna fragile o sottomessa, e questa dedizione   molto femminile me la fa piacere. Io vorrei essere come lei, a volte. Lui si fa servire, ma senza supponenza. La ringrazia, come se cibarsi fosse realmente qualcosa al di sopra delle sue capacità, e dipendesse in questo completamente da lei. Accetta sempre la selezione di cibo che le gli propone, e continua a dialogare. Li adoro. Continuo a girare dentro e fuori la casa, saluto persone, gioco con i cani, rientro a controllare il piccoletto. Bevo vino rosso. A differenza dell’ultima volta non devo uscire per fumare. Arrivano amici di N. da Salerno con una valanga di mozzarelle di bufala da urlo. Ho notato dall’inizio della serata  una donna esile, magra, che cammina come una danzatrice. Mi colpisce. Non è giovanissima, anche lei all’incirca la mia età. Porta i capelli raccolti nel tipico chignon delle ballerine. Si muove continuamente in un incedere lento ma nervoso. Non la vedo mai mangiare. Bere si. Credo di aver capito che è la madre del bimbo che gioca con il piccoletto. Ho visto il suo sguardo su di me ogni volta che parlavo con il padre. Ad un certo punto ci troviamo insieme in giardino. Iniziamo a parlare dei figli. Lei ne ha due, anche un’altra bimba che è lì in giro. Sono gemelli. Mi parla di come mangino tanto, mangino tutto, e bene. E di quanto dormano. Dormono tanto. Ma realmente. E mangiano tutto. E dormono. E’ un modo strano di presentare due bambini di sette anni. Si parla così dei neonati. Parliamo a lungo, più che altro lei,  e ad un certo punto mi racconta delle apnee notturne della bambina, che la tengono in ansia e che la fanno dormire poco. Dorme con la bambina. Ma perchè dormi con lei? le domando in un moto spontaneo. Da quando sono nati hanno dormito entrambi con lei. Inizialmente perchè allattava e voleva far riposare il marito, lui a volte lavora anche di notte, hanno degli alberghi. E poi non è mai più riuscita a separarsi da loro. Proprio non ce la fa. Lo scorso inverno il maschio le ha chiesto se poteva dormire nella sua camera, e lei ne ha sofferto moltissimo. Ora dorme solo con la figlia. Il marito in camera della figlia. Le chiedo, in modo dolce: Lo sai che questo non va bene vero? In poco tempo è come se fossimo entrate in una estrema confidenza. Lei è sinceramente consapevole di sbagliare, mi dice, ma non riesce a pensare di non sentire il corpo della figlia accanto nel letto. Guardo dall’altra parte del giardino il marito. Un uomo gentile, mi sembra, un bravo papà direi. Chissà lui cosa pensa di questa separazione forzata dalla sua donna. Da sette anni. Arrivano persone, mi chiamano, ci separiamo. N. spegne le candeline. Il suo compagno la abbraccia e la bacia. Sono molto innamorati. Lui fa il dentista, N. è andata a farsi curare un dente e si sono innamorati. Lui nel giro di due settimane ha lasciato la moglie e sono andati a vivere insieme. Un botto!  Ora è molto tardi, devo riportare il piccoletto a casa e prima devo accompagnare F. ad un taxi e poi  due ragazze ad incontrare amici a Piazza Belli. Saluto la mia nuova amica. Mi chiede se vogliamo vederci e prendere un tè. Mi dice che è stata così felice di avermi conosciuto! Che parlare con me le ha fatto bene e vorrebbe poterlo fare ancora. Certo! Ci scambiamo i numeri su un salviettino di carta. Mi stringe forte la mano. Forse ha bevuto troppo. Vedo un’ansia febbrile nei suoi occhi. Mi imbarazza un poco. Al ritorno scopro che una delle due ragazze in macchina con noi è un’acrobata. Mi ricordo di averla vista scendere dall’alto del Teatro dell’Opera di Roma nel Barbiere di Siviglia, lo scorso inverno. Ha studiato arte circense e lavora prevalentemente con i Teatri Lirici e in grandi manifestazioni. Veramente stasera non finisco di stupirmi .

images-1Ci sono poche cose di cui sono fiera come genitrice. Avrò fatto sicuramente la mia parte di bene e la mia parte di errori. E ovviamente non è finita qui. Continuerò a fare la mia parte di bene e la mia parte di errori.

Ho avuto a che fare con genitori che ho aspramente criticato, contrastato, allontanato, demolito.

E mi sono ritrovata, a volte, a ripetere gli stessi errori, o simili, o comunque ad avere la tendenza a farlo.

Se voglio essere almeno un poco indulgente con me stessa devo dire che la tensione ad imparare dagli errori fatti è la vera differenza con i miei genitori. Per loro la coerenza era non dire mai: ho sbagliato. Figuriamoci chiedere scusa!

Però, però per restare nel positivo (sono alcuni giorni che mi imbatto su tale questione e bisogna che ci ragioni e che poi ci scriva) per vedere il bicchiere mezzo pieno (come dice il mio amore alcolista), devo arrivare alla cosa di cui sono realmente fiera come madre: aver insegnato ai miei figli ad amare i libri.

E’ chiaro che per me è stato facile. Ero fissata! Ho iniziato a sceglierli e comprarli ancora prima che nascessero, così come i cartoni animati della Dinsey ad essere sincera. E l’unica cosa che riuscivo a trovare per tenerli a bada, quasi l’unica diciamo, era : ti leggo una bella storia. E quando ho visto che iniziavano veramente ad appassionarsi gli ho raccontato di quale grande meraviglia era stata per me imparare a leggere, alla canonica età di sei anni ovviamente.  Scoprire per esempio cosa volevano dire tutti quei segni sopra i negozi, e le istruzioni dei giocattoli, e la libertà infinita di poter leggere tutto, tutto quello che volevo senza aspettare un grande disposto a farlo. E dei viaggi incredibili che avevo fatto con i libri di Verne e di Salgari che mio zio mi regalava ad ogni ricorrenza (li conservo ancora).

Un lavaggio del cervello niente male insomma, ma del tutto spontaneo. Ed ha funzionato. Sia la ventunenne che il piccoletto amano i libri e leggono abbastanza.

Anche se la sera, al piccoletto, la storia prima di dormire mi piace ancora essere io a leggerla.

Tanto per rimanere in tema di rapporti interpersonali, e di educazione delle nuove generazioni oggi nel pomeriggio (credo) ho ascoltato in radio l’intervista ad una mamma che vive a stoccolma e che parlava della sua esperienza e di quella dei suoi figli con la scuola elementare. Neanche a dirlo che mi sono subito venuti in mente concetti buddisti tipo “valore della persona” “crescita individuale” “incoraggiamento” “obiettivi personali” . chi pratica capisce di che parlo. tutti concetti assolutamente sconosciuti al nostro sistema di insegnamento basato sulla competizione, sulla repressione, sul condizionamento.

Questa mamma, italiana ma residente in svezia, tiene ovviamente un blog “genitori crescono”. Leggetevi il colloquio con le insegnanti, sul resto vi terrò aggiornati.

ah! questa è l’intervista.

picasso_Mother_and_Child_1921_Esco dalla scuola con mio figlio. Andiamo a vedere i quadri. In un altro Istituto, quello principale. Andiamo a piedi. Lui è proprio mio figlio, il piccoletto. Ma mentre camminiamo, lo abbraccio come spesso faccio passandogli un braccio sopra le spalle, lui diventa più grande. Al punto che ora è il suo braccio sopra le mie spalle. E’ più alto di me. E’ sempre un ragazzo, il mio bambino, ma alto e grande come un uomo. E’ un po imbarazzante, ma anche emozionante.

Questo è l’inizio del sogno. Poi va avanti. Ma questo è il momento più intenso. Percepire di colpo, così vivamente, la potenzialità di vita di mio figlio. Vederlo improvvisamente già uomo, quando ancora è così cucciolo.

Mi tornano in mente i giorni, tanti, troppi, in cui ero spaccata esattamente a metà tra la certezza di non poterlo assolutamente avere un altro figlio, e l’angoscia di interrompere la gravidanza. E la serenità e l’energia ritrovata quando poi la decisione arrivò, al di là di ogni ragionevole dubbio.

E ricordo perfettamente i suoi occhi nel primo istante in cui ci siamo guardati. E la stretta della sua mano intorno ad un mio dito.

Ricordo l’angoscia delle notti passate a passeggiare e passeggiare e passeggiare, con lui che non dormiva e la mia fronte che ogni tanto si appoggiava al vetro fresco della finestra. Un poco per trovare refrigerio, un poco con l’istinto di sfondarlo quel vetro, per la stanchezza e la rabbia.

E ricordo una mattina, all’alba, quando non potendone più uscii con lui nel passeggino. Camminai a lungo e mi ritrovai in un’atmosfera surreale. Nella luce ancora pallida del primo mattino, nel silenzio irreale di una città ancora addormentata, centinaia di persone si muovevano silenziosamente tutte nella stessa direzione. Chi aveva bivaccato in strada. Chi veniva dalla stazione a piedi. Alcuni erano semplicemente in moto come non avessero mai fatto altro. E tutti verso San Pietro. Era la mattina dei funerali di Papa Wojtyla.  Io non sono cattolica, ma  quella mattina, in quell’atmosfera lì, ho sentito che stava accadendo qualcosa di veramente speciale. Ho avvertito l’energia di preghiera di migliaia di persone così come delle improvvise folate di vento ci si avvertono dell’arrivo di un temporale.  Ho percepito che essere lì in quell’occasione era essere presenti ad un piccolo pezzo di storia. Feci un giro dal ponte di Castel Sant’Angelo e poi me ne tornai indietro, col piccoletto finalmente addormentato nel passeggino.

Oggi pomeriggio sono uscita dall’ufficio. Sono passata a prendere la cagnetta che avevo lasciato a casa qualche ora prima e ho tentato di farle fare una pipì nel cortile. Ma c’era una cucciolotta di tre mesi, Frida, che sembra non aspetti altro che incontrare lei ogni volta che scende, e così distratta com’era, ho capito che di pipì non se ne parlava proprio. Quindi l’ho fatta salire in macchina con la vescica ancora piena e sono andata verso la scuola del piccoletto. Siamo arrivate proprio sul suono della campanella. Ho trovato un posto per parcheggiare, lontanuccio.  In mezzo ad un’orda di turisti su certe minibighe elettriche che oramai hanno invaso tutto il Centro, in fila per andare a sbirciare il Cupolone dall’antica serratura di una porta di una delle vecchie chiese di Roma. Di corsa ho preso il piccoletto e ci siamo fermati cinque minuti nel giardino di fronte scuola per la famosa pipì. Poi, sempre un po’ correndo abbiamo ripreso la macchina e l’ho accompagnato alla palestra di KungFu. Lasciato lui ho rimesso la cagnetta nella macchina che avevo lasciato in doppia fila e siamo arrivate al parco. Lì, dopo aver di nuovo cercato un parcheggio non troppo lontano, finalmente l’ho potuta lasciare un poco libera  di correre e dare la caccia a passerotti e cornacchie. Quindici minuti. L’ho riagganciata al guinzaglio e via di nuovo in macchina verso la palestra. A quel punto ero circa cinque minuti in anticipo e mi sono fermata ad aspettare nel piccolo cortile della palestra. Come me c’erano tanti altri genitori, o nonni, o zii, insomma adulti che aspettavano l’uscita dei piccoli Ninja per proseguire poi la giornata. Pensavo a cosa dovevo comprare al supermercato, a cosa preparare per cena (ogni giorno a questo punto ho un buco nero) e mi guardavo intorno.

E poi all’improvviso ho avuto un flash.

Uno di quei momenti in cui tutto sfuma, il tempo rallenta e ti sembra di essere sospeso su un Dolly che fa una panoramica in campo lungo, e tu vedi tutto dall’alto, anche te stesso.

E mi sono chiesta. Ma è necessario tutto ciò. O meglio. E una vita normale questa? In cui concentri in due ore così tante energie per fare cose che in un altro luogo o tempo sarebbero solo un corollario, un automatismo, intorno a tante altre azioni fatte con lo stesso impegno?

Se io vivessi, per esempio, in un ambiente rurale. Dove il piccoletto uscito da scuola non avesse bisogno di palestre per sfogarsi dopo otto ore di immobilità, ma potesse correre in un prato intorno a casa, arrampicandosi sugli alberi e giocando con amici o animali in piena libertà. E dove la cagnetta, ma anche i miei claustrofobici gatti, potessero entrare e uscire da casa quando vogliono, e scorrazzare in giro defecando e spisciacchiando dove gli pare, come natura vuole. In tutto quel tempo lì io quante cose potrei fare?

Potrei preparare una merenda per i figli e gli amici dei figli, magari anche un bel pane e nutella (a quella non si rinuncia mai) ma con il pane fatto in casa, come facevo quando ancora non avevo ripreso a lavorare. Oppure potrei continuare a lavorare con la mia connessione WiFi (non demonizziamo la tecnologia) evitando di trascinarmi con i sensi di colpa per aver dovuto interrompere le attività a metà pomeriggio.

O se proprio fossi troppo fortunata potrei stare distesa su una poltrona a leggere un libro di ricette per trovare qualche idea gustosa per la cena evitando di arrivare a propinare pesce surgelato o stracotti come al solito, e riuscendo ad organizzare magari anche una bella cena per quegli amici che invece non invito mai.

E’ sembrato un tempo molto lungo, invece immagino sia passato meno di un minuto. Finito il flash sono tornata nel gruppone dei genitori e i bambini hanno iniziato ad uscire dalla palestra.

Ho ripreso piccoletto e cagnetta e risaliti in macchina ci siamo diretti verso il supermercato.

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