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800px-Summer_Solstice_Sunrise_over_Stonehenge_2005Volevo scrivere un post acidissimo, dovuto al Natale e  alla giornata appena trascorsa e a quella che seguirà con tutto un corollario di recriminazioni e di attestati di mancanze e di solitudini. Poi mi è arrivata la mail di un amico,  e lo definisco amico non a caso, che mi ha ricordato di come il Natale sia una sovrapposizione al solstizio d’inverno, salutato e festeggiato da ben prima la nascita di Cristo. Sol invictus. Una ricorrenza di rinascita e rinnovamento. Quindi niente lamentele, nuovi propostiti di rinascita e rinnovamento, e il memento che amare significa specialmente donare.

Questa sera mi è arrivata come un lampo. Come una diapositiva sparata all’improvviso sulla parete. L’immagine di un’alba, sul Gange, in barca.

Varanasi.

Ricordi di tanto tempo fa. Così tanto che mi sembra un’altra vita. E un’altra me.

Ma poi a pensarci bene non così distante da come sono ora. Mi rivedo come in un ritratto. Certo un sacco più giovane e carina. Molti capelli, molto scuri. Mi sa che avevo anche una permanente. Ho i capelli più dritti del fil di ferro e quando andavano ricci li ho massacrati di acidi pur di piegarli.

Però a parte le guance più scavate e le labbra più fine mi sento uguale a lei. Stesso temperamento esuberante. Stessi slanci di curiosità. Nessun timore di osare. E una strana inspiegabile gioia che mi accompagna anche quando francamente non ci sarebbe niente da gioire.

Quella mattina ci eravamo svegliati che era ancora buio proprio per arrivare sul Gath all’alba, quando gli induisti iniziano le loro abluzioni rituali. Varanasi è una delle città sacre. La più sacra. Dove un induista deve andare almeno una volta nella vita e bagnarsi nelle acque del Gange da cinque Gaths diversi per sfuggire al samsara, l’eterno ciclo di morte e rinascita.

Avevamo avuto una barca perché dal fiume si può osservare al meglio tutta la sponda, con il movimento delle centinaia di persone che arrivano e scendono i gradoni  e seminudi si immergono nelle acque che scorrono veloci. Acque nere, a quell’ora, e per niente invitanti. Considerando poi che il Gange è una cloaca a cielo aperto e per di più in quel punto avvengono tutte le cremazioni, io stavo ben attenta a far si che nemmeno una goccia di acqua mi sfiorasse.

Forse, per questo, continuerò a morire e rinascere chissà ancora per quanto.

La barca era piccolina e l’indiano che la guidava mica tanto robusto. Per cui ondeggiava parecchio e dava per niente tranquillità. Ad un certo punto di fianco alla barca un’ombra enorme scivolò emergendo e poi reimmergendosi immediatamente. Una lunga schiena grigia strisciante. Cos’era non l’ho mai capito. Il mio inglese e quello dell’indianino  barcaiolo parevano due lingue differenti.

Nelle foto che ho ritrovato l’immagine è di una bellezza da spezzare il cuore. Ma da lì non arriva l’odore fortissimo che ovunque in india ti trapassa le narici. Un misto di sporcizia e merda e incensi. Indefinibile. Che si appiccica alla pelle, a cui non ci si abitua, e che dopo un po’ di giorni diventa quasi il tuo odore. Indimenticabile e terribile. Ma quanto vorrei ancora respirarlo. E quanto vorrei tornare lì. Oggi. E ripetere il viaggio sul fiume. E tornare la sera per assistere, un po’ appartata in quanto donna, al rito della cremazione e alla dispersione delle ceneri nell’acqua.

Oggi farei anche un piccolo rito che allora, per pudore o imbarazzo, non feci. Affidare una fiammella alla madre Ganga e attendere per vedere quanto lontano la corrente la porterà. Più lontano andrà e più vedrò realizzati i miei sogni.

ieri non ho poi spiegato chi è la Loba.

La Loba   è una vecchia. Ha molti nomi: La Huersera (la Donna delle Ossa), La Trapera (la Raccoglitrice), La Loba (La Lupa). Non c’è un posto preciso dove trovarla. Si dice che viva a Phoenix vicino a un pozzo, o sul Monte Alban su un carro bruciato o al El Paso o a Oaxaca. Ovunque viva è in un posto sporco, lei è grassa, spesso pelosa, evita la compagnia ed emette suoni più animali che umani. La sua unica occupazione è la raccolta delle ossa. La sua caverana è piena di ossa: di cervo, di crotalo, di corvo. Ma si dice che la sua specialità siano i lupi.

“Striscia e setaccia le montagne e i letti prosciugati dei fiumi alla ricerca di ossa di lupo, e quando ha riunito un intero scheletro, quando l’ultimo osso è al suo posto e la bella scultura bianca della creatura sta davanti a lei, allora siede accanto al fuoco e pensa a quale canzone cantare.”

La lupa canta sulla creatura e questa inizia a ricomporsi e ritorna in vita. E poi apre gli occhi, balza in piedi e inizia a correre, via nel deserto o nel canyon.

“In un momento della corsa, per la velocità della corsa medesima, o perché finisce in un fiume, o perché un raggio di sole o di luna lo colpisce alla schiena, il lupo è d’un tratto trasformato in una donna che ride e corre libera verso l’orizzonte.”

Questo è il processo. Partiamo come un mucchietto di ossa. Poi dobbiamo recuperare tutte le nostre parti mancanti. Processo lungo e difficile. Sta a noi trovare il momento di farlo. “La lupa indica che cosa dobbiamo cercare: la forza vitale indistruttibile, le ossa.”

E’ la storia di una resurrezione, del collegamento sotterraneo con la Donna Selvaggia. Cantare ci fa entrare in contatto con questi resti psichici. Con il profondo amore e con il sentimento. Non possiamo cercarlo in un amore o in un amante perché questa ricerca è un lavoro solitario, personale.

“Nei miti e con qualunque nome, La Loba conosce il passato personale e l’antico, perché è sopravvissuta generazione dopo generazione, ed è vecchia al di là del tempo. e’ l’archivista della concezione femminile. Conserva la tradizione femmnile. Le sue vibrisse sentono il futuro; ha l’occhio latteo lungimirante della vecchia rugosa; vive simultaneamente indietro e avanti nel tempo, ne corregge uno danzando sull’altro. La Loba, la vecchia, Colei che Sa, è dentro di noi. Fiorisce nel più profondo della psiche-anima delle donne, l’antica e vitale Donna Selvaggia. La storia ne descrive la casa come quel posto nel tempo in cui lo spirito dele donne e lo spirito della lupa si incontrano, il posto in cui la sua mente e i suoi istinti si mescolano, dove la vita profonda della donna fonda la sua vita mondana. E’ il punto in cui l’Io e il Tu si baciano, il luogo in cui le donne corrono coi lupi.”

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