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2013-06-27 19.36.46La pioggia ci raggiunge mentre passiamo il valico sull’Appennino. Nuvole nere minacciose e cariche ci seguivano già da un po’. La temperatura è crollata di dieci gradi. Esattamente come il nostro sorriso.

Insieme da due giorni.

La sera si avvicina.

E anche l’albergo nei pressi della stazione dalla quale domattina partirò.

L’euforia che ci ha tenuto abbracciati  si tramuta in una leggera malinconia.  Tu guidi assorto e non parli. Io ogni tanto ti osservo, mentre non smetto di carezzarti. La tua mano posata sulla mia gamba. L’avambraccio abbronzato. Il collo e la nuca come so che  ti fa piacere. Tu fai le fusa quando ti accarezzo. E questo mi piace.

Mesti, come due topini diretti verso il formaggio nella trappola, arriviamo all’Hotel. In un nanosecondo qualunque questione riguardante il nostro presente, il futuro, i problemi di lavoro, i figli i debiti…. Tutto viene sbattuto in seconda pagina. In alto, un titolo a caratteri cubitali: SIAMO PRECIPITATI NEL PASSATO!!

Violentemente sbalzati dal sedile della tua lercissima automobile agli anni settanta….

L’albergo era stato trovato su internet. Volendo evitare critiche ti avevo prestato gli occhiali per guardare se la situazione era mediamente accettabile: prezzo conveniente, vicinanza alla stazione, numero di stelle (tre), servizi menzionati (wifi, aria condizionata, parcheggio privato, prima colazione)

Tutto in regola, prenota! Mi avevi dato l’ok!

Ora siamo qui. Nel parcheggio dell’Hotel Albatros.

Nulla da dire sul parcheggio. E’ un parcheggio.

Cordoli di cemento pieni di erbacce, ma il parcheggio c’è.

Scendiamo dalla macchina in silenzio. Ancora non riusciamo ad esprimere le nostre perplessità.

Lascio alla mia destra il marciapiede dell’Hotel fatto di mattonelline tipo cotto, tutte sbreccate (per chi non è romano: rotte, con una parte mancante, un lato decisamente irregolare a causa di frattura) e vasi di cemento con deliziose piante autoctone di incerta classificazione (vedasi alla parola: erbacce).

Entriamo da una porta a vetri. La seconda che incontriamo. La prima è fermata da uno spago apposto sulle maniglie a protezione dei rigogliosi Ficus Benjamin che sono posizionati dietro di essa.

Alla Reception solite formalità. Documenti, firma del modulo per la pubblica sicurezza. Comunicazione che la tassa di soggiorno va pagata in contanti ed in anticipo (!) due euro a persona.

Eseguiamo guardandoci di soppiatto.

Ci consegnano la chiave della stanza.

Andando verso l’ascensore non ci teniamo più. Lo sguardo corre alla Hall dell’Hotel Albatros.

E’ tutto in linea. Tutto rigorosamente anni settanta. Scala elicoidale con piante semiasfittiche, salotto con divani in ecopelle simil Flou, pavimento in marmittoni, soffitto flottante semidiroccato, luci fredde-tipo-lampadine-a-basso-consumo-vecchio-tipo.

Arriviamo all’ascensore oramai certi di essere precipitati in un film.

Al terzo piano sulle porte mancano i numeri. O meglio ce n’è uno su cinque. Facciamo la conta e troviamo la porta giusta. Entriamo. Camera rigorosamente anni settanta. Letto con sopraccopertina in cotone e testiera in legno. Di fronte scrivania in legno con mini televisore e mini frigobar contenente una lattina di aranciata, una lattina di coca cola, due bottigliette in plastica di acqua minerale. Armadio in legno a due ante.

Entro in bagno. So già che quello sarà il pezzo forte.

E così è.

Cesso minuscolo con lavabo mini, doccia a loculo con tendina in plastica fiorata semisganciata e nessun appoggio. Al posto dell’asta portasciugamani e del ripiano sotto lo specchio solo dei buchi sulle maioliche. A testimoniare che una volta c’erano…..

Mi torna improvvisamente alla mente un viaggio estivo fatto con mia sorella e mio padre. Avevo circa tredici anni quindi sarà stato il settantacinque. Andammo in Calabria. Io ebbi l’incarico da mio padre di prenotare tutti gli alberghi del tour calabrese. Mi consegnò una guida Michelin, “LA” mitica Guida Rossa, dandomi un range di prezzo. Io feci del mio meglio, ma evidentemente il range non era da cinque stelle e gli alberghi calabri al tempo lasciavano  un bel po’ a desiderare. Finii col comprare un detersivo per lavare il bagno di ogni posto dove ci fermavamo a dormire…..

Esco dal bagno. Oramai ci ha preso a ridere. Mi fai notare il pavimento in marmetti grigi. Ti indico i campetti di calcio fuor dalla finestra, sotto gli enormi tralicci dell’alta tensione. Disturbate persino le linee telefoniche.

Questo sarà il nostro nido per l’ultima notte da passare insieme.

Ceneremo fuori. Poi ci butteremo nella hall sui divani simlipelle a guardare la partita sul meraviglioso Samsung anni novanta, cercando di schiacciare le zanzare che ci piombano addosso da ogni lato. Complice anche il freddo assurdo che è calato su un fine giugno fuori misura.

Poi ci sdraieremo sotto la trapunta di cotone accendendo la ventola che pende sopra il letto (in teoria c’è anche un impianto di aria condizionata, ma non si capisce in che modo farlo funzionare) ci abbracceremo e coccoleremo ancora una notte. Prima della mia partenza.

La nostra notte all’Hotel Albatros.

Mi sveglio come al solito con il mal di schiena. L’osteopata mi disse che dipende molto spesso da quello mangio o bevo la sera. E’ probabile. Comunque faccio  fatica la mattina ad alzarmi, a qualunque ora mi svegli. Tento di poltrire un po’. Ma non appena mi muovo nel  letto gatti e cagna mi sentono e non mi danno pace finchè non mi alzo. Cibo. Per loro è tutto legato al cibo. Per la cagnetta è anche questione di pipì. Con grande fatica, mi faccio un caffè e poi mi infilo un pantalone e una maglia e la porto  giù. Il cielo era sereno ma vedo in arrivo grossi nuvoloni. Ieri sera avevo deciso di partire per la montagna, ma questo tempo mi blocca il desiderio. Penso alla casa fredda, chiusa da settimane. Non ho voglia di andare da sola e in questi giorni sarò senza figli. Dovrei portare delle cose e andare a svuotare i tubi dell’acqua prima che arrivi il gelo. Ma mi sa che aspetterò la prossima settimana. Sì. Torno a casa e apro il computer. Ho ricevuto molti messaggi. Mi fa piacere. Il cellulare invece è muto. Il mio amore è lontano. Non riusciamo a conciliare  i nostri tempi. Non so quando ci rivedremo. Sapevo dall’inizio che sarebbe stato così. Ma ora mi pesa. Passo del tempo a scrivere. Non succede spesso che la mattina mi metta al computer, non è nell’ordine delle priorità, ma oggi mi rallegra. Ad un certo punto però sento bisogno di muovermi. Prendo il guinzaglio ed esco con la cagna. Solito giro e poi verso il giardino di Castel Sant’Angelo. Come quando avevo i figli piccoli la cagnetta mi porta a cercare gli spazi verdi, dove può correre liberamente. Mi costringe anche a camminare molto, e questo è bene. Ci fermiamo un poco ai giardini e poi sento ancora il bisogno di muovermi. Camminiamo a lungo, intorno al Castello e poi ancora avanti oltre San Pietro nelle spine di Borgo. Ancora oltre verso le Milizie. Poi mi fermo. Non è più bello qui. Troppa gente. Fiumi di turisti che sciamano verso San Pietro. Troppa confusione, non si riesce quasi a camminare. Rifaccio il giro da Borgo e si torna a Castello. Il telefono è ancora muto. Brutto segno. Non so se per quello che è andato a risolvere nel suo viaggio o per il nostro menage. Forse per entrambi. Parlo brevemente con la ventunenne. Mi sente strana. E’ fuori Roma con amici, la tranquillizzo. Chiamo la mia amica che mi aveva cercato ieri sera. Non avevo risposto, non mi andava di chiacchierare. Ora, camminando  per le vie del centro mi faccio raccontare le sue storie. Ormai è tanto che siamo in giro e con i ritmi della cagnetta abbiamo un passo molto veloce. Inizio ad essere stanca. E’ ora di pranzo. Non ho molta fame, in verità. Solo quando sono in ascensore e mi vedo nello specchio, mi rendo conto di che razza di faccia slavata ho. Niente trucco, capelli strani. Do’ le spalle allo specchio e me ne frego. Dovrei approfittare oggi che sono a casa, per darmi una ripulita. Farmi una ceretta, tagliare le pellicine alle mani. Ma non ne ho voglia. Lo farò domattina. Apro il frigo. Non ho voglia di cucinare. Taglio qualche fetta di Speck. Non c’è pane. Trovo dei taralli in una bustina di qualche mese fa. Sono un po’ orrendi ma commestibili. Mangio guardando un TG e aggiornando di nuovo i messaggi sul pc. Mi concedo mezza birra, mi farà venire sonno ma meglio così. Mi porto a letto un libro che dovrei rileggere, non  mi va. Riprendo quello che sto finendo. Non è bello. Un romanzo di un’autrice siciliana che racconta di una giovane donna contadina sposata ad un anziano barone ai primi del novecento. E’ un po’ sensuale, a tratti erotico. Con un intercalare siciliano. Ha tutti gli ingredienti per un best seller. Ma niente di che. Un regalo. Leggo un poco e poi dormo. Mi sveglio di soprassalto con la cagnetta che abbaia. Sicuramente il mio vicino di casa che esce. Lei pensa che il pianerottolo sia nostro e sorveglia i suoi movimenti. Sono ancora più stordita di stamani. Mi faccio un altro caffè. Il cellulare non mi dà notizie. Riaccendo il computer. Oggi è una giornata particolare. Continuo a scrivere e rispondere a messaggi. E’ quasi elettrizzante. Mi sento vagamente autistica. Non apro bocca da ore. Pazienza. Finalmente sento il bip di un messaggio al telefono: “Mi manchi”. messaggio un po’ laconico. Rispondo laconica: “Manchi tu di più” Senza accorgermene passo un’ora a leggere e scrivere. La cagnetta inizia a ridarmi il tormento. Si, meglio così. Devo fare qualcosa. Scuotermi da questo torpore. Un amico mi da un suggerimento su un film da vedere assolutamente. Guardo la cagnetta. Decido di fare un’altra passeggiata con lei. Stavolta vado verso il Pantheon. Ci fermiamo da Feltrinelli, ma di sabato pomeriggio, con lei è un problema girare per libri. Decido di andare a fare un aperitivo dall’amico libraio, che per non chiudere ha trasformato la libreria in un biblio-bar. Passo davanti ad un’altra libreria storica che chiuderà tra pochi giorni. C’è la vendita di chiusura con i libri al cinquanta per cento. Che tristezza. Però mi irrita leggere il cartello “Si sfratta la cultura”. Lo sfratto da parte di un privato non è uno sfratto alla cultura. E’ solo questione di Business. Basta dirlo. Non si riesce a pagare l’affitto di un negozio dietro la Minerva con la vendita di libri. Questo è quanto. Le librerie stanno chiudendo. Da Feltrinelli non si riesce ad entrare. Questo è quanto. Arrivo al Collegio Romano e mi fermo. E’ tanto che non vedo l’amico libraio e oggi non ho voglia di chiacchierare. Torno indietro. faccio il giro dal Teatro Valle. Solita situazione. Dentro stanno facendo qualche spettacolo e fuori sembra l’ingresso di un basso. Non so perché il più bel teatro storico romano debba essere in questo stato. L’occupazione è stata un gesto forte, ma è passato più di un anno e un piccolo gruppo si è impossessato di un teatro pubblico in un edificio storico. Non so in quale altro posto questo sarebbe tollerato per così tanto tempo.  E’ ora che torni a casa. Ho voglia di mangiare cibo fresco. Passo al supermercato e decido per straccetti e insalata con avocado e carciofini. Compro anche del pane e del vino. Un novello delle Dolomiti e un rosso toscano. Stasera scriverò il mio post e poi finisco il libro della siciliana. Il mio amore scrive che mi ama. Mi manca.

Questa galleria contiene 19 immagini.

Roma è anche questo. Tornando all’una e mezza da una passeggiata con il piccoletto e Cicoria dai giardini sotto Castel Sant’Angelo imbattersi, in una Via Giulia chiusa al traffico, in una processione della comunità Peruviana. Non so proveniente da dove e dove diretta. Con un enorme baldacchino con un Cristo in croce portato a braccia …

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Era di nuovo luna piena, e lei era sola in casa.

Aveva Paura.

Non c’era nessuno con lei.

Nessuno che la potesse aiutare.

Nessuno a proteggerla. Da se stessa.

Nessuno che la potesse fermare.

Sentiva che stava per succedere di nuovo.

Le ultime lune le aveva passate fuori città. Lì era più difficile che accadesse. E anche fosse successo non ci sarebbero state conseguenze. Sicuramente non avrebbe trovato quello che in quei momenti lì era l’unico sollievo al suo stato alterato.

Aveva superato già tre lune così, e aveva creduto di potercela fare. Aveva ancora il ricordo dell’ultima volta. La mattina dopo si era svegliata stordita. Quasi non ricordava nulla, ma le vistose macchie rosse sulla sua camicetta e sulle sue mani le avevano fatto comprendere con orrore che cosa era stata nuovamente in grado di fare. Un orrore e una consapevolezza che credeva l’avrebbe preservata da nuovi scempi. Invece ora sentiva che stava per succedere e non aveva la forza di opporsi.

Uscì.

Fuori l’aria era ancora calda. Si incamminò lungo la strada. Tremava. Dietro l’angolo incontrò il flusso della gente. Era pieno di persone. Troppe. Sentiva di odiarli tutti. Gruppi di turisti con orribili pantaloncini e ciabatte. Sentiva il loro odore sudato di chi ha camminato tutto il giorno senza farsi una doccia. L’odorato in quei momenti lì diventava molto più potente. Così forte da farle venire la nausea.

Gruppi di ragazzi con le birre in mano. Masse umane con coni gelato sgocciolanti.

Le girava la testa. Una vibrazione, come una scossa, le attraversava i muscoli.

Passò il ponte.

Eccola lì, la luna. Alta nel cielo, sopra la città. Rotonda. Bianca. Coperta a tratti dalle nuvole,  ma enorme, splendente e piena.

Doveva affrettarsi.

I vecchi luoghi erano tutti stati profanati. Nelle strette vie buie del centro ora era pieno di luce. Le vecchie botteghe erano state chiuse e al loro posto avevano aperto rivendite di kebab, gelaterie, birrerie.

Gli effluvi le arrivavano alle narici frementi e le mandavano acidi nello stomaco.

Girò ancora, in preda al panico. Doveva affrettarsi, sapeva di non avere ancora molto tempo.

Camminando veloce si scontrava con le persone che si muovevano a branchi, come animali stanchi in una prateria, inconsapevoli di incrociare una iena.

Svoltò in una piazzetta illuminata solo da un vecchio lampione. Era l’ultimo posto dove sperava di trovare sollievo.

Ed eccola. Era ancora lì. Con le vetrine opache dal vapore e pochi tavolini di legno sgangherati.

Sapeva che oltre quello non avrebbe trovato altro. Entrò. Un uomo, grasso, pallido e con due enormi baffi la gardò. Vide i suoi occhi e capì.

Si girò verso la cucina dove una donna, che doveva ancora essere giovane ma che il grasso aveva trasformato in una icona della indefinibilità anagrafica, si muoveva tra enormi pentoloni  fumanti, e, lisciandosi le mani su un grembiule che una volta doveva essere stato bianco ma che ora – in strati sovrapposti – portava tutte le sfumature del rosso, disse:

– E’ tornata! Portaje subbito ‘n piatto de Trippa a la Romana. E fajela doppia che me sembra che sta  ‘n piena crisi.

Dopo aver abbondantemente detto e mostrato di essere stata a Cortona per due giorni, voglio finalmente raccontare qualcosa sulia Festa del Documentario. Motivo per il quale, appunto, ero li. (A parte una certa attrazione per la Toscana che mi prende ultimamente).

La festa è alla sua settima (credo) edizione con la direzione di Luca Zingaretti,  organizzata da Angela Zingaretti e Angela Dal Piaz. Prima edizione in Cortona.

Sabato sono arrivata un po tardi ed ho perso l’apertura e sono entrata nello storico Teatro Signorelli a metà della proiezione di “11 metri” film documentario di Francesco Del Grosso sulla morte di Agostino Di Bartolomeo. Il Capitano della Roma ai tempi del secondo scudetto vinto dalla Lupa,  si tolse la vita sparandosi un colpo al cuore nel giardino della sua casa di San Marco di Castellabate il 30 maggio 1994. Una vicenda che lasciò nella costernazione la sua famiglia, presente al momento della morte, e tutto il mondo sportivo, i compagni di squadra e i giornalisti. Un documento che tocca i sentimenti anche di chi non segue lo sport, perché tratta fondamentalmente una vicenda umana. La disperazione di una persona che si sente sola dopo il fallimento della propria vita professionale e l’allontanamento da tutto ciò che ha amato.

Subito dopo c’è stata la proiezione di “Infanzia Incarcerata” di Adriano Zecca, un coraggioso reportage dal carcere di Cochabamba in Bolivia dove centinaia di bambini sono costretti a vivere, in condizioni allucinanti, in carcere per via del fatto che i loro padri e madri hanno subito condanne per traffico di coca. Il grande merito di questo film è quello di essere riuscito ad entrare dove nessun documentarista era riuscito, e a catturare i racconti, le facce, i momenti di svago, le ansie, di una popolazione di seicento persone che vive (sopravvive) mangia, dorme e si riproduce, in uno spazio destinato al massimo a trecento persone. Incredibile scoprire come alcuni bambini sono li con padre e madre e fratelli. Di come molti di loro sono stati concepiti e sono nati in carcere. Di come per avere una cella di due metri per due è necessario pagare mille dollari al mese, altrimenti si dorme per terra nei corridoi, preda delle violenze notturne. Il regista non ha indugiato su racconti pietosi, ha filmato quello che ha incontrato, senza retorica. Ma infine l’emozione ha per forza il sopravvento davanti alle immagini di una giovanissima generazione nata nel sopruso e nella violenza e per questo forse destinata a una vita egualmente disperata.

Poi è stata la volta di “Freakbeat” di Luca Pastore. Più che un documentario un Road Movie, sulla  ricerca di un fantomatico nastro con la registrazione di una session fra l’Equipe 84 e Jimi Hendrix, pare, frequentatore di un certo bar centro del Beat nel Bolognese negli anni sessanta. Una bella idea, e spunti anche divertenti. Ma privo del giusto ritmo e con una colonna sonora francamente deludente nonostante le premesse.

Nel pomeriggio di sabato si è aperta la sezione” Ti amo da Morire – La violenza nella vita delle donne” curata da Matilde D’Errico autrice e regista di “Amore Criminale” trasmissione di RAI3 dedicata al femminicidio e alla violenza subita in nome di amori malati. In questa sezione, fuori concorso, è stato presentato un bellissimo cortometraggio “La casa di Ester” di Stefano Chiodini, che in quindici minuti riassume tutti i comportamenti e le devianze di una coppia travolta dalla violenza maschile, e il documentario “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo presente oramai in versione integrale sul web già da un paio d’anni, che in maniera precisa e diretta mostra quella che è oggi la rappresentazione del corpo femminile sul grande e piccolo schermo.  Visione da consigliare assolutamente a tutte le donna, agli uomini che amano mettere in discussione i modelli proposti dalla televisione, e in maniera categorica e obbligatoria a tutte le ragazze:

Non ho visto il fil documentario di Teo Takahashi “Vietato Morire” proiettato la domenica mattina, dato che mi sono concessa un giro turistico per Cortona.

Sono invece a rrivata in Teatro in orario per assistere a quello che, secondo me e molti altri, avrebbe potuto essere il vincitore del Festival: “Palestina per principianti, educazione sentimentale di un bassita rockabilly” di Francesco Merini. Una band bolognese organizza un viaggio per andare a insegnare musica ai bambini di un campo profughi in Palestina. Il bassista Zimmy dopo poco viene risucchiato dalle storie di questi ragazzi che sono la quarta generazione di famiglie strappate dalle loro case e dalla loro terra.  Si dimentica della musica e inizia a girare per capire chi sono queste persone, da dove vengono, e qual’è la grande tragedia che li ha colpiti.

Quest’anno è la seconda volta che mi imbatto in gruppi di muscisti emiliani molto giovani. Era successo anche a Serramezzana durante il Festival “Segreti d’Autore” con la Band dei Mialtralvìa. E per la seconda volta sono stata stupita, esalata e ammirata per dei giovani che pur nella loro normale vita un poco sfasata di musicisti, entrato a fondo nelle questioni vitali della nostra epoca, con la freschezza e l’entusiasmo e la genuinità proprie della loro generazione, ma riuscendo anche ad affondare al centro preciso dei problemi. Senza la presunzione di dare risposte, anzi ponendo molte domande. Ma riuscendo comunque a coinvolgere ed agganciare il pubblico, anche più adulto e smaliziato. Spero che questo documentario abbia una prospera e lunga vita.

Mi vergogno un poco a dire che ho perso anche la proiezione del documentario poi proclamato vincitore di questa edizione “Inside Africa” di Gaetano Ippolito”.  Ero impegnata in un importante ed improrogabile incontro in terre di Toscana. Il film segue il viaggio del medico missionario Giuseppe Valente ed indaga sulle differenza antropologiche e culturali tra la realtà occidentale del benessere e quella povera dell’Africa. Mentre nella prima si vive con il  terrore della morte, nella seconda la morte viene vissuta con serena accettazione.

In conclusione devo dire che il Festival voluto da Zingaretti è una bellissima occasione non solo per vedere opere che non sempre riescono a raggiungere i canali televisivi, ma anche un’area di incontri e approfondimenti su temi importanti come quelli che si sono tenuti sabato sulla Violenza sulle donne e domenica sulle biodiversità a rischio nel mare Mediterraneo. Due belle giornate, appassionanti ed appassionate che non dimenticherò.

Questo inverno ho avuto il piacere e l’onore di essere invitata ad una Generale aperta al pubblico del Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini con l’orchestra e il coro del Teatro dell’Opera di Roma, diretta da Bruno Campanella, con la regia di Ruggero Cappuccio e con Annalisa Stroppa, Juan Francisco Gatell, Alessandro Luongo, Nicola Ulivieri, Paolo Bordogna, Laura Cherici, i costumi di Carlo Poggioli e le scene di Carlo Savi.

A prescindere dalla bellezza dell’edizione che grazie alla regia di Ruggero Cappuccio aveva tutto il fascino dell’opera lirica con l’intensità, il ritmo e l’interpretazione di un’opera teatrale – cosa che non accade sempre – ho assistito ad un fenomeno curioso.

La Generale aperta al pubblico era stata fortemente voluta da Cappuccio, con il sostegno ovviamente della Direzione del Teatro, sfidando le resistenze che al Teatro dell’Opera accompagnano da sempre le novità e i fuori programma. Il pubblico aveva quindi accesso, con un biglietto veramente ridotto rispetto ai normali costi dell’Opera, ad una anteprima, ma completa di scene e costumi.

Sin da diversi giorni prima della replica i biglietti erano completamente esauriti. Il giorno stesso, quando nel pomeriggio sono andata a ritirare i miei al botteghino, c’erano code per eventuali posti che si sarebbero liberati.

La sera il Teatro dell’Opera era pieno fino a l’ultimo ordine dei Palchi. Io ero con la ventunenne e il piccoletto ed eravamo molto emozionati perché non è cosa abituale che si vada insieme a teatro per un’opera lirica.

E’ vero che Il Barbiere di Siviglia è un’opera buffa e quindi facilmente godibile e coinvolgente, ma vedere quante persone, quanti giovani, avevano approfittato di questa occasione, e quanto appassionatamente seguivano e applaudivano (anche a fine di ogni aria in verità, ma il Direttore l’ha presa molto bene e si è lasciato coinvolgere dall’entusiasmo generale) mi ha commosso.

Basta così poco per portare di nuovo il pubblico a Teatro? Basta abbassare un poco il costo del biglietto di ingresso? E per i Teatri Lirici e le Fondazioni  è così difficile sposare questa politica? Non svendere la lirica, ma dare almeno una, dico una, replica a prezzi contenuti.

Tante persone avrebbero in dono un pezzetto della nostra cultura. Di quel genere di cultura che si dice morta e che io invece ho visto vivere e palpitare una sera all’Opera di Roma grazie all’intelligenza di un Regista e un Direttore.

Non ci sono filmati pubblici di quell’edizione (le foto invece lo sono), ma godetevi Cecilia Bartoli.

Era il 19 giugno quando scrissi di Salvo Genovesi e della sua mostra. Non ripeto la storia perché l’ho allegata in fondo a questo post.

Oggi l’ho ripresa perché sono andata finalmente a visitare la sua mostra a Roma, a Palazzo Valentini.

E’ stata una grande gioia! Intanto perché le foto di Salvo sono bellissime, e vi invito ad andare – se siete a Roma è fino al 22 settembre. E poi per la strada che sta prendendo questo lavoro. Dopo tre mostre in Argentina, ora a Roma e poi di nuovo in Argentina con NO Shame parte II, Salvo ci ha lavorato in questo ultimo periodo.

E’ straordinario vedere come la decisione e la tenacia possano portare a risultati che razionalmente riterremmo impossibili. Non anticipo nulla di quello che sarà la seconda parte del suo lavoro né della conclusione che ne seguirà. Ma ne parlerò quando verrà il tempo. 

Però voglio fare anche un’altra considerazione.

Quando scrissi il post a giugno ero ancora all’inizio della mia sfida. La sfida di riuscire a tirar fuori la mia creatività e la gioia di stare con me stessa attraverso la scrittura. Non mi sembra possibile che sia passato solo così poco tempo e di aver avuto così tante soddisfazioni. Solo il piacere di vedere alcune persone leggere con curiosità e a volte con apprezzamento quello che scrivo è inimmaginabile.

Per me è stata una sfida nel senso più vero. Ho dovuto vincere le mie paure. L’ansia da prestazione, ma soprattutto ritornare a credere che sia giusto fare ciò che si desidera fare senza temere di essere criticati. Era una condizione che negli ultimi anni avevo perso e che sono felice di aver ritrovato.

19 giugno 2012

Erano le 4,30 ed ero sveglia. Non completamente. Stavo lì che cercavo di capire se accendere la luce o tentare di riaddormentarmi. Se alzarmi a fare un bicchiere di latte di riso caldo o riprendere in mano il libro. Certo l’idea del libro era quella che mi attirava di più. Avevo iniziato a rileggere Alta fedeltà di Nick Hornby e ogni pagina era uno spasso. Ste insonnie oramai mi perseguitano, colpa degli ormoni. La vita di una donna è costantemente regolata dagli ormoni. O dalla mancanza di ormoni. Ma questo è un altro capitolo.

Insomma, ero lì con un occhio chiuso e uno aperto quando vedo lampeggiare la luce del telefono sul comodino (più che un comodino è una cassetta di vini rovesciata, ma anche questa è un’altra storia). Apro il secondo occhio e con lo sguardo appannato  vedo che è un messaggio su WhatsUp.

Strano. Molto strano. Da quando non ero più in contatto con il tormentato e tormentoso amante nessuno mi scriveva messaggi su WhatsUp. E men che meno alle 4,30 del mattino!

Ma a quel punto ero completamente sveglia e così, con la vista ancora annebbiata (e senza occhiali) ho cercato di vedere di chi era. Era una foto. Dovevo mettere gli occhiali. Era una foto di una sala allestita con una mostra fotografica. Il mio amico Salvo!

Alle 4,30 del mattino mi era arrivato un messaggio dai confini della Patagonia dal mio amico Salvo Genovesi! Con una sola frase accanto alla foto: tutto è possibile!

Salvo  è un giovane amico. Attore fino a poco tempo fa, è partito un certo giorno del 2009 per gli Stati Uniti per nuove opportunità di lavoro. Lì ha spolverato una sua vecchia passione: la fotografia. E ne ha fatte tante di foto. Dopo un anno, tornato in Italia, ha iniziato a lavorarci su. Le ha elaborate con tecniche che non saprei neanche dire ed un giorno me le ha mostrate. Ero un po’ scettica su questa nuova strada che aveva preso. La giudicavo forse tardiva? Pensavo forse che non ci si può improvvisare fotografo, o visual artist, da un giorno all’altro? Non so. Fatto sta che erano belle. Ma proprio belle!

E però come avrebbe fatto un attore-neo-fotografo a far vedere in giro le sue creazioni? Salvo è uno di quegli uomini che realmente credono che tutto si possa fare. E così senza appoggi, o raccomandazioni, ha iniziato a muoversi. Prima nella sua Catania, dove il 18 giugno 2011 ha organizzato la prima mostra, nel Palazzo della Cultura : NO SHAME. Anzi il suo   primo mulmedia concept come dice lui. E’ piaciuta. Subito viene invitato a Noto per esporre a Palazzo Nicolaci.

Poi la sede siciliana del marchio Citroen, invita Salvo  ad esporre NO SHAME nei loro saloni per la presentazione della loro nuova vettura,  creando una partnership che mai prima d’ora aveva avuto luogo in Italia.

Da lì  quest’anno è partito il giro in Italia – Milano, Torino – e poi quello  internazionale: prima tappa Argentina e poi sarà Hangzhou ( Museo della Seta) , New York e Tokyo. In autunno sarà di nuovo a Roma.

E così, il mio amico Salvo, alle quattro e trenta del mattino (in Italia, ma a Bahia Blanca che ora sarà?) mi ha mandato una foto della sala allestita con la sua mostra, per condividere la sua gioia. E un semplice messaggio: si…. può ….. fare!

Avrei potuto nascere il 31 luglio. Solo a causa del mio peso esagerato, più di quattro chili, ed essendo la prima figlia, mia madre ha dovuto sopportare 24 ore di doglie per mettermi al mondo. Me lo ha raccontato per tutta la vita. Di quanto ha sofferto. Di come alla fine l’avessero anestetizzata e mi avessero tirato fuori con il forcipe (strumento terribile che poteva causare danni celebrali gravissimi (!) specialmente all’epoca), e di come appena vista al risveglio avesse detto: ma è bruttissima! Mia nonna la rimproverò dicendo: No! è bellissima, aspetta qualche ora e vedrai. Pressappoco la stessa cosa successe a me con la mia prima figlia. Pensavo di morire – quattro chili e cento grammi –  e lei mi sembrò bruttissima (in effetti lo era) e mia suocera mi disse (con un tono perentorio che mai prima o dopo ha mai usato con me): No! è bellissima, aspetta qualche ora e vedrai.

Nascere il primo di agosto significa non avere mai feste di compleanno con gli amici, passare quasi inosservata causa vacanze estive.

Anche per il mio diciottesimo compleanno ebbi una crostata di visciole a casa in montagna con pochi parenti.

Ma in fondo non mi è mai importato molto. I miei compleanni non l’ho mai veramente festeggiati.

Però ci sono stati i decennali. Quelli hanno avuto sempre un valore speciale per me. Momenti di passaggio, confini per grandi cambiamenti.

Per i trenta non ricordo, veramente, dove fossi  (si sa io sono smemorata). Ma  iniziai a mettere le basi per il lavoro che porto avanti ancora oggi. Quando sembrava che la mia vita lavorativa fosse ormai segnata e incanalata trovai il coraggio di tirare fuori la mia vera vocazione. E non mi sono mai pentita (nonostante la fatica).

Mentre per i quaranta ero per lavoro in un quartiere periferico di Napoli, di quelli raccontati da Saviano e dalle cronache degli ammazzati di camorra (la o si pronuncia stretta). Fu un compleanno memorabile. In una masseria sequestrata alla malavita, trasformata in uno dei Teatri di Napoli, insieme all’associazione di quartiere e alla compagnia con la quale stavo lavorando. Grande falò e braciolata. Dopo quel decennale, grazie anche ad una decisione veramente sofferta, ho avuto un altro figlio e rifondato il lavoro, conoscendo la persona con la quale lo condivido tutt’ora.

Il mio desiderio per il cinquantesimo era proprio quello di fare un’esperienza simile. Sono stata accontentata ed ho avuto una festa come mai mi sarei aspettata.

Al lavoro anche stavolta, in un paesino del Cilento, circondata da persone stupende, con una grande cena a base di pesce e una magnifica torta con candeline, scintille e rosa musicale. E regali, e brindisi e baci e abbracci. Una goduria.

Oggi, arrivata ai cinquanta, so che sto iniziando ancora nuove cose. E’ presto per sapere se raggiungerò i miei obiettivi, ma si vedrà.

A chi mi chiede timidamente se mi scoccio a parlare della mia età rispondo che no. Che sono pienamente serena, piena di energia e voglia di costruire e che sono felice di avere ancora lo spirito e la creatività per farlo.

Un’eterna adolescente? Non direi. Sento di avere acquisito la maturità necessaria a gestire le decisioni con meno impulsività ma di avere ancora l’entusiasmo per buttarmi in nuove avventure.

Che donna fortunata! E stasera ho avuto anche la luna piena!

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Noi romani siamo tutti concordi nel ritenere la nostra una città fantastica. Bella e preziosa. Con immense possibilità. E’ vero che è strozzata dal traffico e dallo smog, ma basta un tramonto sul cupolone o una mattina con il cielo terso dopo un temporale e tutti la guardiamo con l’occhio dell’innamorato. Anni fa dicevo che …

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Mente e anima

L'anima come prolungamento della mente

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