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Mi ritrovo davanti alla TV a vedere Shopping Night Home Edition dove due coppie di donne, madri e figlie, si disputano il premio di 3.000 euro  sfidandosi a colpi di design ad arredare una veranda vista mare. Si aggirano in un enorme hangar magazzino pieno di elementi di arredo (una sorta di Ikea ma con più design) scegliendo quello che reputano più giusto, pressate dal tempo limitato e da due critici. (il risultato sarà una cagata ma comunque una delle due coppie vincerà)

Nel frattempo io sono seduta sul divano coperto da due orrendi panni per protezione contro le cacche del gatto anziano, circondata da scatoloni pieni di libri e film, librerie desolantemente vuote e sporche di polvere, scatole di cartone ancora piegate, materiali da imballaggio di vario tipo, mangiando un’insalata mista che poi non basterà e mi farà ripiegare su un pacchetto di wafer al cioccolato che mi manderà in paranoia e sensi di colpa.

Stanca morta, piena di dolori, stressata dopo una giornata passata da sola a smontare casa in compagnia di tutta la discografia di Lou Reed, con la sensazione che la montagna di scatole riempite non abbia svuotato assolutamente nulla. Tutto ancora da fare….

Parole scambiate oggi: una decina. Equamente suddivise tra il venditore di imballaggi da trasloco e il direttore (!) del supermercato che mi ha messo da parte un bel po’ di scatole di cartone.

Cambiare casa dopo ventidue anni è un’operazione quasi tantrica. Si mettono in moto pensieri sconvolgenti. Oggi all’improvviso mi sono ricordata di quando passavo di qui all’ora di pranzo, con l’appartamento ancora in ristrutturazione (marito architetto!), incinta di pochi mesi della vendiduenne, e mi mangiavo uno yocca e un’insalata tentando di mantenere il peso ideale, godendomi il sole che entrava dalla finestra della cucina ancora vuota.

Quanti cambiamenti da allora! Dovrei fare un bilancio? Non ci penso proprio! Non oggi, con la pioggia che batte sui vetri e la solitudine e la fatica e la polvere e la sensazione di essere wonder woman un secondo dopo persi i  superpoteri….

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La mattina, dopo aver accompagnato il piccoletto a scuola, mi fermo al parchetto di fronte per far correre un poco Cicoria prima di farle passare la giornata a casa o in ufficio.

A volte il piccolo parco, che è gestito dalla Chiesa adiacente, è chiuso. (una volta dovrò scrivere di questi giardini dell’Aventino, entrarci ti porta indietro nei secoli e l’affaccio dalla rupe ti avvicina ai gemmelli che dovevano decidere da quale parte fondare la loro città)

Allora riprendo la macchina ed andiamo al parco della Casa del Jazz. E’ dall’altra parte di Viale Aventino, passata San Saba e la Porta delle  Mura Ardeatine. E’ una struttura voluta dall’Amministrazione Veltroni e realizzata su una proprietà confiscata ad uno dei boss della Banda della Magliana, Enrico Nicoletti. Lui era il “cassiere” ed acquistò la villa dal Vicariato di Roma. La fece ovviamente ristrutturare compiendo numerosi abusi edilizi, neanche a dirlo. Quando fu affidata al Comune di Roma venne ripristinata la pianta originale del 1936, trasformata in auditorium per il jazz, ed il bellissimo parco fu aperto al pubblico. E’ poco conosciuto ed appartato e passeggiarci la mattina da un senso quasi di possesso. Quasi come essere nel giardino di una propria villa. Non aveva gusti malvagi in fatto di abitazioni il caro Nicoletti.

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Ci sono periodi della vita in cui mi sono sentita trasparente, invisibile. Ora vorrei esserlo. Specialmente la mattina, quando il groppo che ho in gola da appena sveglia ancora non si è diluito. Ed ho paura di salutare le persone che incontro, le altre proprietarie di cani, le mamme di scuola, perchè temo la mia voce esca bagnata dalle lacrime che ingoio. Ma trasparente non sono, e neanche così brava ad evitare il resto del mondo, che sembra vada avanti comunque nonostante il mio tentativo di bloccarlo.

Da domani avrò cambiato casa. Ancora non fisicamente, ma contrattualmente si. Non assomiglierà a questa Villa, ma avrà un piccolo giardino. Non sarà su uno dei Colli più prestigiosi di Roma ma in una delle periferie meno lontane e meno degradate. Una di quelle zone dove le persone come me che non rubano e lavorano normalmente pagando tutte le tasse riescono a trovare ancora affitti umani per questa città che è nuovamente stata saccheggiata. Non dai Barbari, stavolta, ma da politici e banchieri.

L’ho cercata, l’ho vista e nel giro di una settimana ho deciso. Senza più dormire la notte, ovviamente, al pensiero del cambiamento di vita. Lascio la casa dove vivo da ventidue anni. La strada dove vivo da ventisette. Non ci sono sampietrini di cui non conosco gli angoli.

Senza essere patetica mi sono ripromessa di tornare ad abitare al centro di Roma quando le mie condizioni di vita saranno cambiate. Tutte. Perchè questo non deve essere il mio ultimo giro di giostra. Perchè non voglio continuare ad arretrare. Voglio fermarmi, le spalle appoggiate ad un muro solido e tentare di fare il giusto balzo per superare questo pantano viscido in cui sono invischiata.

Anche io vorrei condividere le mie notti insonni piene di pensieri, le mie scelte difficili, i momenti di cambiamento, con quel qualcosa che pensavo di avere e che invece forse non c’è mai stato. E mi chiedo come sarebbe stato decidere in due, come cambiare e dove andare.

A volte mi guardo indietro e mi dolgo di non essere stata più brava, e penso che meglio di questo strazio sarebbe tornare al prima. Ma so che di nuovo vorrei qualcosa che non posso avere. E non ho scelta. Io non ce l’ho.

Ambarabaciccicoccò anghingo

tre civette sul comò

che facevano l’amore

con la figlia del dottore

il dottore si ammalò

Ambarabaciccicoccò

Non so perchè mi è venuta.

Forse sono le tre civette che ho incontrato ieri notte uscendo dal bosco di castagni, tornando verso il paesello in collina. Ho incontrato anche la volpe. Si è fermata a guardarmi per un poco prima di infilarsi nel sottobosco. E anche una famigliola di ricci che per una volta non sono stati schiacciati dalle ruote della macchina.

Amo quel bosco. E i ritorni notturni che mi permettono di incontrati gli animali.

Le civettte sul comò rimangono un mistero. Cosa ci fanno? Chi sono? Perchè si fanno la figlia del dottore? E perchè questa storiellina erotica viene raccontata ai bambini?

E’ solo una questione di assonanze fonetiche? O come in modo molto irionico si legge su Nonciclopedia

“è una filastrocca che per i suoi contenuti osceni è stata censurata in 18 paesi nel mondo. Purtuttavia viene tutt’ora tramandata ai bambini negli asili in forma clandestina.
La celebre opera letteraria è vietata ad un pubblico di minori poiché incita all’orgia, all’omosessualità, al sesso esplicito, al sesso subordinato implicito, al sesso interrazziale, orale, anale e vegetale e a credere che l’uccello è bello perché è vario”

Io in ogni caso propendo per la versione erotica. Mi ravviva i pensieri.

Offuscamenti mentali da isolamento extra familiare. Passaggi di anniversari vissuti senza affetti. Senza immaginare auguri che si sa non arriveranno. Facendo comunque il gesto propiziatorio con un brindisi tra conviventi.  Il paesino si ricorda di questa data.

I veri eroi oggigiorno non sbarcano su Ohama Beach. Mantengono famiglie e resistono e festeggiano compleanni e natali sempre uguali, con codici fissati e partecipazione coatta.

O altrimenti coloro i quali decidono che la vita va in un’altra direzione. Ma poi devo andarci, e fino in fondo. E senza lamentarsi.

Porto cibo ad una cagna bianca dagli occhi dolci che ha una zampa spappolata da una tagliola. Cibo e antibiotici. Inizialmente mi  guardava da lontano diffidente. Ora mi aspetta, mi viene incontro e si fa carezzare delicatamente dietro le orecchie. Con molta delicatezza, basta un gesto brusco e piegata la coda tra le gambe si allontana con un sorriso di scuse. Non riesce più a fidarsi. Mi da un poco di credito perchè fino ad ora ho rispettato i suoi tempi. I suoi movimenti. Non ho allungato la mano verso di lei. Ho atteso accucciata che si avvicinasse a me. Cicoria ci ha aiutato. L’accoglie e non è gelosa del cibo che le porto. E’ stato il ponte. Ho passato la mano dalla sua testa a quella della cagnetta bianca . Un passaggio lento e dolce dal pelo pulito e lucido e nero a quello sporco, ispido e bianco. La nera, la mia, era abbandonata su queste strade la scorsa estate. Ha perso la libertà barattandola con la sicurezza. Mi segue fedele, mi accontenta quando la chiamo, ma il suo vero istinto è  quello della zingara. Quando può si lancia nei campi, sopra il paesino. Corre nei prati. Insegue gatti, lucertole e ratti e torna con orribili prede. La bianca non troverà facilmente rifugio. E’ storpia per sempre. Ma forse conserverà la libertà e la sua indipendenza. Pagandola con la solitudine.

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Quand’ero ragazzina mio padre diceva, a me e mia sorella, che prima di conoscere il mondo avremmo dovuto conoscere bene l’Italia.

Metodico, lui.

Preciso, scientifico e metodico.

Infatti ogni estate, a metà agosto, dovevamo partire con lui per il fatidico viaggio. Nulla di grave, beninteso. Ma mi sarei suicidata, piuttosto. Venne un’età in cui per rendere le giornate più veloci andavo a letto alle otto. Sissignore, in viaggio con mio padre e mia sorella, in albergo, d’estate, alle otto ero a letto. Chiudevo gli occhi e immaginavo cose.

In realtà non ho mai smesso, di chiudere gli occhi e immaginare cose.

Così abbiamo visitato la Sicilia, la Puglia, la Calabria e il Veneto. Arrivò poi un anno di crisi finanziaria definitiva e i nostri viaggetti estivi finirono su un traghetto per l’Elba mai preso. Peccato. Quell’anno avevamo anche gommone e sci d’acqua, sarebbe stato fico.

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In questo momento la (ormai) ventiduenne è in volo verso la Thailandia. Scalo al Cairo e poi a Bangkok. E poi Vietnam e Cambogia. Un mese di viaggio.

Sono in due, lei e un’amica. Hanno prenotato il volo di andata e quello di ritorno. Ah! Dietro le insistenze di mia sorella (che ho pregato di intervenire in quanto viaggiatrice esperta e stata in quei luoghi due anni fa) hanno prenotato l’Albergo in cui dormiranno domani (spero) a Bangkok.

Io avevo 24 anni quando partii per la Thailandia. Con il mio futuro-ex-marito-padre-della-ventiduenne.

Lo avevo conosciuto l’estate prima, il giorno del mio ventiquattresimo compleanno. Lui ne aveva 40. Venne alla mia cena di compleanno accompagnato da amici comuni. Era  un bell’uomo scapolo, che dimostrava molto meno della sua età nonostante i capelli completamente bianchi da oramai un decennio, e che quell’estate fece qualunque cosa per farmi notare quanto era fico. Racconti dei suoi viaggi intorno al mondo, immersioni in apnea nel mar di Sardegna recuperando anfore romane (giuro!), grandi servizi fotografici con ingrandimenti di miei profili marini stampati su lastre argentate…. insomma mi innamorai.

Quando organizzammo questo primo mega viaggio insieme io ero a mio primo mega viaggio.

Lui super esperto viaggiatore prese in mano tutta la questione.

Iniziai ad avere i primi sospetti quando non riuscii a convincerlo che una carta di credito era molto meglio che viaggiare con rotoli di contanti o voucher.

Ebbi poi una strana sensazione quando fummo chiamati e fatti scendere dall’aereo (sbagliato) della Thaj che partiva in coincidenza con il nostro volo (giusto ) della Qantas.

Quando capii che ad ogni frase che ci rivolgevano in inlgese rispondeva sempre nello stesso modo perchè non capiva assolutamente nulla, presi in mano guida, documenti e gestione del viaggio.

Lui me lo lasciò fare, perchè era molto innamorato e uomo intelligente e sapeva come darmi dei contentini per tenermi buona.

Fu un viaggio memorabile. Super preparato in tutti i dettagli: collegamenti, trasporti, alberghi, coincidenze. Passammo dalla Tailandia all’Australia. Lizard Island sulla barriera corallina. Un sogno.

Dopo quattro anni nacque la creaturina che ora sta volando senza nessun tipo di prenotazione verso un viaggio di un mese tra Thailandia, Vietnam e Cambogia. Senza di me. Senza suo padre. Con un’amica più stordita di lei.

Mi dicono che devo stare calma. Non tragicizzare. Accettare che lei è ormai una donna e trattarla come tale.

Sè, vabbè. Ne riparliamo…..

Per la prima volta nella vita mi ritrovo nel ruolo dell’Altra.

Dopo anni passati a crescere la prole in assenza della presenza casalinga di un uomo, che invece prendeva il pargolo per il fine settimana o per un pomeriggio con pernotto, sono diventata io “quella della domenica”.

Per un periodo breve s’intende.

Ma è un’esperienza particolare. Molto particolare.

Ora, cari figlioli, se mi leggete sappiate che è dato per scontato il mio materno dispiacere di non avervi ogni istante e la mancanza totale che mi procura la vostra assenza.

(Questo per non dover ricorrere in futuro a costose cure analitiche.)

La ventunenne è da qualche mese traslocata nella casa paterna.

Il piccoletto, per soli quindici giorni, in quella del di lui genitore. Non che non fosse mai accaduto di stare per tempi lunghi lontana dai figli. Ma la cosa era sempre stata associata a partenze per regioni amene dell’Italia del sud.

Ora invece siamo tutti in città. Loro a casa dei padri. Io a casa mia. Sola.

Senza dover fare la spesa, senza dover fare lavatrici, senza nemmeno accendere il fornello se non per il caffè doppio alla mattina.

Periodo di stravizi? No per niente. Ore e ore in ufficio e poi al teatrino in periferia e poi di nuovo in ufficio. Caviglie gonfie e culo a forma di sedia. E per smaltire, qualche chilometro a piedi con la cagnetta.

Ma è il mood che mi esalta. Essere io a chiamare per sapere come stanno. Essere io a sentirmi dire: quando ci vediamo? Essere io a organizzare nel pomeriggio con pernotto la visita da Esplora. Dedicare un pomeriggio intero alla sua delizia. Essere io a dire: se vuoi domani andiamo a comprare il necessario per il tuo viaggio.

Essere dalla parte di chi manca, di chi arriva con una sorpresa, di chi organizza il momento ludico, di chi è di più!

Questo è stato il mio mood per due settimane. Essere l’altra, non data per scontata, non trasparente mentre gira per casa raccattando cose, non trattata con sufficienza o impazienza.

Ed avere a mia volta la serenità, la calma, la gioia e il tempo completamente dedicati ad essere lì, in quel momento, per dare il mio massimo.

Vi amo.

 

 

donne-cena-pesceCinque donne intorno a una tavola su una terrazza romana.

G. si è appena separata dopo più di vent’anni di matrimonio. Ha un aspetto splendido. Ci ha invitate a cena perchè dopo mesi l’ho chiamata e ci siamo riviste per un caffè. Ma non basta per riprendere un’amicizia che è durata tanto, tanto tempo. E lei supergenerosa ed ospitale com’è (napoletana), favorita da una splendida grande casa, ha organizzato una cena dove reincontrarci insieme ad altre amiche.

P. è sempre bella, per lei gli anni sembra non passino. Anche lei separata, ma da anni ormai, ha un compagno fisso che vive all’estero. Da sempre. Prima in Germania, ora a Londra. Sono ricercatori. Ride sulla questione Marino-Vivisezionista. Nessun medico o chirurgo può evitare di passare per l’utilizzo di animali cavia, dice lei. E quindi parla di strumentalizzazione politica. Ci vuol poco a capirlo, dico io, quando Roma è tappezzata da manifesti con Alemanno abbbracciato ad un gattino. Dico Alemanno! Avete mai visto lo sguardo di Alemanno dal vivo? Potrebbe far scappare un Dobermann.

F. è come al solito una tacca sopra le altre per sensibilità. Riesce a capire tra le pieghe di un racconto i passaggi emotivi che lo hanno generato. Io penso sia per tutti i problemi di salute che ha dovuto sopportare. Anni di lotta ad un diabete che le dava vita a tempo. Il tempo di azione dell’insulina, poi era come si spegnesse una candela. A vederla così abbronzata e mesciata, sempre in gran forma fisica e vestita carina non si potrebbe immaginare che ha subito un trapianto di reni ed è sempre sotto farmaci. Infatti è  splendida, come sempre. Tranne alla fine, quando dice che è ora e deve andare, e si capisce che per lei non è un modo di dire. Come cenerentola ha un tempo di autonomia. E quando scende le scale ha già un altro volto e il pallore sotto l’abbronzatura delle Eolie. P., la sorella, le va dietro per sostenerla e scortarla fino a casa.

A. è il solito grillo. Siamo salite assieme, e in macchina mi ha già fatto il terzo grado. Vuole sapere tutto. L’amore? Quale? Ma lo scrittore… Finita. Ma che fai tu con gli uomini, li consumi? Rido. No, era una storia molto complicata. Mi chiede del lavoro. Dopo tanti anni non hanno ancora mica capito bene che lavoro faccio. Sono leggermente fuori dai canoni. Le chiedo dei figli. Lei è un’altro dei grandi misteri femminili. E’ una donna minuta, non bellissima, il viso segnato anzitempo dall’età. Ha sposato da poco un uomo bellissimo molto più giovane di lei. Dopo anni di convivenza lo hanno deciso per poter adottare un bambino. Ne hanno avuti due, dall’africa, fratelli gli hanno detto. La femmina è una quasi adolescente, il maschio ha cinque anni. E’ sconvolgente pensare come due persone che non hanno mai avuto figli possano passare in un attimo da zero a cento in questo modo. Sono dei miti.

Cinque donne attorno a una tavola mangiano e bevono e ridono e si raccontano e ritrovano la gioia di essere assieme. Ancora una volta. Nonostante tutto.

[immagini.4ever.eu] galassia 159727Credo nell’Amore.

Nell’Amore facile, quello che se ci inciampi lo riconosci subito.

Credo nell’Amore reciproco, quello dove non si finisce mai di ripetersi che sì, ti amo, no, io di più.

Credo nell’Amore che supera le distanze, e i problemi pratici, e si rinnova ad ogni incontro ma non ha quasi bisogno di vedersi, che tanto ci si ama anche da lontano.

Credo nell’Amore che è sincerità, reciprocità, rispetto. Credo nella forza che dà avere amore. Credo che Amare significa donare.

Credo nell’uomo che amo perchè sento la sua esistenza intimamente legata alla mia. Perché sento che aggiunge valore alla mia vita, e non sottrae energia o tempo o pensieri, ma ne aggiunge. Perchè la forza che arriva dal suo amore supera ogni distanza. E  mantiene caldo il mio cuore sempre.

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Stare assieme era il piacere principale.

Ma senza neanche troppo parlarsi. Solo del lavoro, un poco della famiglia. Non c’era il tempo, non era il luogo, e nemmeno c’era, forse, la voglia di parlare troppo di se, dei propri pensieri, della propria visione delle cose….. Elena e Marco stavano, e basta.

Dopo un po’ questo loro essere assieme era diventato naturale per tutti. Quasi fossero una coppia. Anzi tutti immaginavano lo fossero. Marco non aveva il coraggio di confessarlo, ma ardeva dal desiderio di abbracciare Elena. Tranne l’incrociarsi  delle loro gambe sotto la scrivania, e qualche occasionale sfioramento delle mani, non c’era mai stato nessun contatto tra loro.

Un pomeriggio Marco, prese il coraggio, e le chiese di accompagnarlo alla stazione della metro più vicina. Lei ne fu stupita, ma anche contenta. Andarono insieme in macchina, guidava Elena. Vicino alla stazione  lei si fermò, e continuarono a chiacchierare. Stavolta parlarono dei loro matrimoni. Lui si era sposato giovanissimo, con una compagna delle superiori. Avevano quello che avevano desiderato: due figli, una casa su due piani con il giardino, un camper per le vacanze estive. Facevano l’amore ancora tutti i giorni, anche se con meno trasporto e con un poco più di automatismo. Ma Marco si lamentava di come la moglie fosse tutta presa dalla casa e dai figli. Non lavorava e non si interessava del lavoro di lui, non gli chiedeva mai nulla. Non parlavano insomma.

Caspita!, pensò Elena, lei e suo marito erano sei mesi che non facevano più sesso. E anche quella volta lì era capitato dopo sei mesi di nottate caste. E comunque era stato solo lui a godere. Però non lo disse a Marco. Gli raccontò, invece, come sentiva che lei e suo marito stessero andando in due direzioni opposte, senza quasi parlarne avevano instaurato un rapporto praticamente  fraterno. Di grande affetto, ma assolutamente fraterno.

Fu allora che Marco le passò una mano su una guancia, le prese il mento tra le dita e la baciò lievemente sulle labbra.

Dopo mesi di rapporto assolutamente platonico fu come se si spaccasse una diga. Come se le poche cellule di pelle entrate in contatto in quel lieve bacio sulle labbra, trasmettessero l’impulso a tutte le altre cellule del corpo: unitevi! toccatevi! cercatevi!

Si baciarono fino allo stremo, poi Elena lo lasciò alla metropolitana e tornò indietro in  tempo per andare a prendere la figlia a scuola.

Da quel giorno cercavano ogni occasione per riuscire a rimanere soli e buttarsi l’uno tra le braccia dell’altro.

Un passaggio in archivio (era nei sotterranei e Marco aveva le chiavi). Due o tre piani in ascensore (Marco lo bloccava tra un piano e l’altro e rimanevano a baciarsi in apnea anche per cinque minuti),

Avevano una urgenza di sentire i loro corpi vicini! di tenersi stretti. Di agganciare le braccia e le gambe e scambiarsi sguardi ardenti e saliva e carezze sulla schiena.

Ma questo era tutto. Continuavano ad incontrarsi la mattina, in ufficio, felici di vedersi. Passavano la maggior parte del tempo insieme, lavorando, tranne quei piccoli momenti rubati a darsi baci focosissimi. E poi ognuno tornava a casa dalla propria famiglia.

Non si cercavano mai al di fuori del lavoro. Avevano troppo pudore. Non si erano mai telefonati , nè scritti, fuori dall’ufficio. Nè mai, nei loro momenti di intimità rubata, si erano scambiati parole dolci, o d’amore. Solo sguardi, eloquenti quando una dichiarazione, ma molto più riservati.

Un giorno Marco propose ad Elena di incontrarsi fuori dall’ufficio. Dal giorno della metropolitana non era mai accaduto.

Le propose di non andare al lavoro e di incontrarsi all’inizio dell’autostrada per passare una giornata assieme. Lei accettò d’impulso, anche se subito dopo si pentì. Non aveva mai tradito suo marito. Non era mai stata con un altro uomo da quando lo aveva incontrato tanti anni prima. Ed ora! Un conto erano pochi abbracci e baci rubati, un conto decidere di passare una giornata con un altro uomo.

Ma oramai aveva accettato, e il desiderio era enorme, anche per lei.

Si incontrarono di mattina presto. Lui in arrivò come sempre dalla sua cittadina di provincia, lei dopo aver accompagnato la figlia a scuola. Lasciarono la macchina di Elena e proseguirono con quella di Marco, che guidava apparentemente sicuro della direzione. Era un Motel lungo l’autostrada. Un Albergo grigio, con le tapparelle abbassate, frequentato da agenti di commercio e prostitute. Andare di mattina presto, lasciare i documenti e prendere una camera fu veramente la cosa più imbarazzante che avessero mai fatto. Ma lo fecero.

In camera fu anche peggio. Non parlarono. Si buttarono vestiti com’erano sul letto iniziando a baciarsi e cercando il modo meno impacciato per iniziare a conoscersi. Dopo mesi si sentivano come fosse la prima volta che si toccavano. Ed in parte era così.

Lui la prese di fretta. Come Elena temeva non si fermò a guardarla, ad accarezzarla, a solleticarla. Le entrò dentro con l’urgenza dell’uomo che deve prendere finalmente possesso di un bene che gli appartiene. E con forza e velocità la prese. Elena lo assecondava, incapace com’era di reclamare del piacere per se. E tutto finì così. Con lui finalmente felice ed appagato che respirava affannato contro la sua guancia, ed Elena, ancora una volta incapace di godere, che gli accarezzava la schiena. Lei in quel momento pensò che in fondo non c’era molta differenza tra lei che non faceva mai l’amore e la moglie di Marco che lo faceva tutti giorni in quel modo veloce ed inappagante. O forse invece a lei piaceva. Magari lei era una di quelle famose donne che avevano degli orgasmi fulminanti, sempre che ne esistessero.

Passarono la mattina a letto. Fecero ancora l’amore, più lentamente stavolta, anche più dolcemente. E poi fu il momento di andare.

Sapevano entrambi che non avrebbero più ripetuto quell’ esperienza. Sapevano entrambi che avrebbero continuato a vedersi in ufficio rubando momenti intensi e preziosi, e godendo del tempo in cui lavoravano assieme.

Dopo pochi mesi Elena fu destinata in un altro ufficio, al capo opposto della città. Era un po di tempo che la decisione era nell’aria ed entrambi se l’aspettavano.

Ci fu un saluto triste l’ultimo giorno, ma per nulla tragico. Erano sempre stati amanti silenziosi e nel silenzio si lasciarono. Non avevano mai immaginato di costruire niente assieme e niente costruirono. Si erano regalati un anno, o poco più, di vitalità, di energia, di gioia di vivere. Questo fu quello che li tenne legati nel tempo. La tenerezza e la gratitudine che avevano l’uno per l’altra.

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Elena e Marco si erano conosciuti poco prima della fusione delle loro aziende. Lei era una delle responsabili della contabilità analitica, lui il primo riferimento del reparto amministrativo.

Le società facevano parte di un unico grande gruppo. Private ma in pratica parastatali, con un azionariato a maggioranza pubblico e commesse ministeriali praticamente in regime di monopolio. Una di quelle operazioni di finanza e mercato all’italiana. Ma la situazione economica stava cambiando, si stava entrando sempre più in Europa. La concorrenza sembrava dovesse essere ripristinata e nel giro di qualche anno l’euro avrebbe preso il posto della lira.

Elena e Marco si erano guardati con diffidenza dal primo momento. Entrambe le loro società erano state accorpate ad una più grande e temevano di perdere gradi e mansioni. Ed infatti, in pratica, così era stato. Finiti i privilegi di essere primi tra pochi, erano tutti pari tra tanti.

E poi il trasferimento. Dalle sedi nei palazzi storici del centro, al grande palazzone nella zona industriale vicino al raccordo. Un incubo arrivarci. Allucinante la disposizione delle stanze con sei scrivanie affiancate. Terribile la mega mensa, per loro che erano abituati ad andare a pranzo a Piazza Euclide. Insomma Fantozzi in tutto e per tutto.

Ma rimaneva il fatto che era un impiego sicuro. Ben pagato. E duramente sudato.

Dopo le prime settimane di diffidenza, Elena e Marco avevano cominciato a collaborare. Erano probabilmente le menti più attive di tutta l’area amministrativa, ed istintivamente si erano messi a lavorare in tandem. Si trovavano in due stanze differenti, sullo stesso piano. E spesso Elena prendeva le sue carte ed andava a confrontarsi con Marco, da un lato all’altro della stessa scrivania.

Erano quasi coetanei. Elena aveva giusto un paio di anni più di Marco. E le loro conversazioni spesso passavano dal lavoro ai rispettivi mariti e mogli e ai figli. Avevano entrambi figli piccoli. Lei solo una femmina, Lui un maschio più grandicello ed una bimba di due anni. Lei abitava in centro, lui veniva tutte le mattine da una piccola città vicina, in macchina, con altri tre pendolari.

Era scritto, inevitabile, che iniziassero a piacersi. Lei era una bella donna, ancora giovane, lui un ragazzone, col piglio dell’uomo, ma ancora un ragazzone. Avevano iniziato ad avere attenzioni l’uno per l’altro. Quando era ora di pranzo si aspettavano e scendevano a mensa insieme. Sedevano allo stesso tavolo e spesso si scambiavano i piatti per assaggi incrociati. Dopo pranzo, andavano assieme alla macchinetta del caffè e poi su in terrazza per una sigaretta. Lei fumava, lui no. Ma le faceva compagnia.

Spesso lavorando insieme, ai lati opposti della stessa scrivania, si sfioravano con le ginocchia. inizialmente questo aveva creato un certo imbarazzo. Poi piano piano le loro ginocchia erano rimaste vicine, affiancate, incrociate, in un accenno di intimità che seguiva quella dei loro sguardi. Gli occhi nocciola di Elena erano sempre più attratti da quelli verdi di Marco. Continuavano a cercarsi mentre parlavano di numeri e commesse e di figli e di vacanze da programmare per l’estate.

Oramai Elena e Marco erano l’argomento principale di conversazione di tutta l’area amministrativa. Si erano innamorati, ma non se ne erano ancora accorti. Gli altri impiegati intorno a loro invece vedevano perfettamente quello che era accaduto. Li osservavano lavorare assieme. Chiacchierate della famiglia, mostrarsi a vicenda le foto dei figli, sfiorarsi la mano nel prendere un tabulato dalla stampante. Cercarsi sempre alla stessa ora per il caffè, a metà mattina.

Andare al lavoro era diventato più bello per entrambi. Entrambi la mattina si svegliavano con uno spirito diverso, facevano più attenzione a cosa indossare, aggiungevano uno spruzzo di profumo o dopobarba, e uscivano felici di affrontare chilometri e traffico, sapendo che avrebbero passato un’altra giornata di lavoro assieme.

(continua)

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Leggevo l’ultimo post di Alice  e mi sono fermata a ragionare sull’abitudine alla solitudine. Nel mio caso è quasi ridicolo parlare di solitudine. Anche ora che la ventunenne è andata a vivere dal padre, ho sempre il piccoletto. E quando anche lui è a casa del padre sono comunque in compagnia di due gatti e una cagna.

Questa notte, a proposito, ho capito che Cicoria e Gilda, due vere bastarde dentro, hanno oramai fondato una sorta di associazione a delinquere. Dove non arriva la cagna, salta la gatta, ed insieme riescono a spazzolare qualunque cibaria io dimentichi di togliere di mezzo. Un coperchio caduto dalla padella al pavimento ha fatto si che le beccassi col muso in flagrante reato e mi ritrovassi alle due di notte sveglia a meditare sulla solitudine.

L’abitudine a gestire tutto in prima persona, ad essere sempre investiti della responsabilità della decisione. La sensazione che non ci si può voltare con la testa di lato e dire: di questo potresti per favore occupartene tu? O anche chiedere una mano per piegare il lenzuolo da stendere, o tirare su il piumone dal letto. Avere un menù per ogni cena, senza discuterlo con nessuno. Fare i conti con il proprio denaro, inventarsi nuovi modi per risparmiare o permettersi un piccolo regalo (che tanto nessuno te ne fa).

Tutto questo è abitudine alla solitudine.

E condividere il letto, la colazione. Fare la spesa spingendo il carrello in due discutendo del tipo di pasta da comprare. O semplicemente comprare i fusilli perchè sono quelli che preferisce lui. Questo essere coppia nella quotidianità, mi manca? Amerei avere di nuovo un uomo accanto, veramente accanto, fisicamente presente, sempre, nella mia vita?

O le scelte fatte negli anni confermano che dormire abbracciati è bello, si. Ma una notte ogni tanto. E il bagno può essere veramente l’anticamera dell’infermo. E in fondo la fatica di decidere ogni cosa da sola è inferiore a quella di doverle condividere quelle decisioni.

Cosa mi corrisponde di più? Cosa mi manca veramente oggi? Perchè è certo che qualcosa manca.

E in questo tratto del curvone della vita dove sento di essere da mesi. In questo tratto di strada dove continuo a svoltare  ma senza vedere  ancora il rettilineo. In questo tornante in discesa dove le cose iniziano ad accellerrare paurosamente. Un rotolare di attività, movimenti di persone che si affiancano e poi vanno via. Di altre che  tornano. Di lavoro piombato improvvisamente a sconvolgere gli orari lasciandoti con il fiatone e sempre un sacco di cose in sospeso. Di pensieri molesti che la notte ti tengono sveglia. In questo tratto di vita cosa o chi vorrei. Cosa o chi mi potrebbe ridare un senso di non-solitudine e placare la mia ansia. Cosa o chi?

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