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P1010441Sulla riva c’era una bottiglia d plastica. Niente di strano. Sulla spiaggia di questa stagione si trovano tante di quelle immondizie portate dal mare. O semplicemente lasciate da quella immondizia umana che non riesce a non infangare tutto il bello che incontra.

Una bottiglia come tante, dicevo. Solo che passandoci accanto ho visto che qualcosa si muoveva nell’acqua al suo interno. Inizialmente sembrava che fossero le alghette che  insieme ad un poco di sabbia si muovevano al rotolare della bottiglia mossa dall’onda. Ma avvicinandomi meglio e prendendola in mano mi sono accorta che erano proprio dei minuscoli animaletti. Dei piccolissimi gamberetti erano dentro la bottiglia! Mi ha colto uno stupore indicibile, come avessi scoperto il brodo primordiale dal quale tutti noi discendiamo.

Gamberetti piccolissimi ma perfetti, che nuotavano agitando le zampette e le antenne. Uno spettacolo  incredibile! Un microcosmo che probabilmente si era installato nella bottiglia quando questa era nel mare e lì si era sviluppato e cresciuto anche quando la bottiglia era stata portata a riva dalle onde. Un piccolo mondo completamente autosufficiente (almeno fino a quel momento) ed ignaro di essere uno sputo di mare nella plastica. Un piccolo mondo che tenevo in mano e osservavo come fossi il padreterno che osserva il nostro universo con tutti noi che ci agitiamo inconsapevoli della nostra ridicola finitezza.

Subito mi è tornato in mente il racconto di Dr. Seuss Ortone e il mondo dei Chi. ortone

Ortone è un elefante con una grande immaginazione e sensibilità che sente un giorno un grido d’aiuto provenire da un minuscolo granello di polvere che fluttua nell’aria. Poiché è un bestione generoso e disponibile, specie verso i più piccoli, non ci pensa un attimo a spostare la sua ingombrante mole fino a raggiungere lo strano granello. Scoprirà che su quel puntino, adagiato su un trifoglio in fiore, vive la Città di Chi non So, abitata dai microscopici Chi. Al primo cittadino, il Sinda-Chi, angosciato dai terremoti che scuotono il suo paese, Ortone promette che metterà in salvo il granello, cioè il mondo dei Chi. Per fare questo il generoso elefantone si mette contro la sua comunità che lo crede completamente pazzo, mentre altrettanto succede al Sinda-Chi nel suo piccolo mondo dove nessuno crede che sia in contatto con un essere enorme che controlla e sostiene il loro mondo. Alla fine, ovviamente, i due mondi riescono ad entrare in contatto, e Ortone riesce a salvare i Chi dalla distruzione.

Allo stesso modo io ho aperto la bottiglia e l’ho gettata in mare, riunendo il piccolo microcosmo al mondo dal quale era venuto.

Cosa voglio dire con tutta sta storia?

Che alle volte basta poco per rendersi conto che la nostra vita, il mondo che conosciamo, il nostro intero universo è sospeso ad un filo. Che ogni cosa potrebbe finire da un momento all’altro. Che ci sentiamo il centro dell’universo mentre siamo solo un insignificante piccolo granellino di polvere, mentre forse degli enormi occhioni elefanteschi ci osservano con apprensione.ganesha

Magari gli induisti avevano ragione ad adorare il Dio Ganesha.

 E magari con un poco di attenzione e di sensibilità si potrebbe evitare di insudiciare il mondo, ed in senso più immateriale di insudiciare le nostre vite. In entrambe le situazioni basta avere un poco più di rispetto. rispetto per gli altri, ovviamente, ma fondamentalmente per se e per la propria vita, che rispetto al tutto è niente.

Dopo aver abbondantemente detto e mostrato di essere stata a Cortona per due giorni, voglio finalmente raccontare qualcosa sulia Festa del Documentario. Motivo per il quale, appunto, ero li. (A parte una certa attrazione per la Toscana che mi prende ultimamente).

La festa è alla sua settima (credo) edizione con la direzione di Luca Zingaretti,  organizzata da Angela Zingaretti e Angela Dal Piaz. Prima edizione in Cortona.

Sabato sono arrivata un po tardi ed ho perso l’apertura e sono entrata nello storico Teatro Signorelli a metà della proiezione di “11 metri” film documentario di Francesco Del Grosso sulla morte di Agostino Di Bartolomeo. Il Capitano della Roma ai tempi del secondo scudetto vinto dalla Lupa,  si tolse la vita sparandosi un colpo al cuore nel giardino della sua casa di San Marco di Castellabate il 30 maggio 1994. Una vicenda che lasciò nella costernazione la sua famiglia, presente al momento della morte, e tutto il mondo sportivo, i compagni di squadra e i giornalisti. Un documento che tocca i sentimenti anche di chi non segue lo sport, perché tratta fondamentalmente una vicenda umana. La disperazione di una persona che si sente sola dopo il fallimento della propria vita professionale e l’allontanamento da tutto ciò che ha amato.

Subito dopo c’è stata la proiezione di “Infanzia Incarcerata” di Adriano Zecca, un coraggioso reportage dal carcere di Cochabamba in Bolivia dove centinaia di bambini sono costretti a vivere, in condizioni allucinanti, in carcere per via del fatto che i loro padri e madri hanno subito condanne per traffico di coca. Il grande merito di questo film è quello di essere riuscito ad entrare dove nessun documentarista era riuscito, e a catturare i racconti, le facce, i momenti di svago, le ansie, di una popolazione di seicento persone che vive (sopravvive) mangia, dorme e si riproduce, in uno spazio destinato al massimo a trecento persone. Incredibile scoprire come alcuni bambini sono li con padre e madre e fratelli. Di come molti di loro sono stati concepiti e sono nati in carcere. Di come per avere una cella di due metri per due è necessario pagare mille dollari al mese, altrimenti si dorme per terra nei corridoi, preda delle violenze notturne. Il regista non ha indugiato su racconti pietosi, ha filmato quello che ha incontrato, senza retorica. Ma infine l’emozione ha per forza il sopravvento davanti alle immagini di una giovanissima generazione nata nel sopruso e nella violenza e per questo forse destinata a una vita egualmente disperata.

Poi è stata la volta di “Freakbeat” di Luca Pastore. Più che un documentario un Road Movie, sulla  ricerca di un fantomatico nastro con la registrazione di una session fra l’Equipe 84 e Jimi Hendrix, pare, frequentatore di un certo bar centro del Beat nel Bolognese negli anni sessanta. Una bella idea, e spunti anche divertenti. Ma privo del giusto ritmo e con una colonna sonora francamente deludente nonostante le premesse.

Nel pomeriggio di sabato si è aperta la sezione” Ti amo da Morire – La violenza nella vita delle donne” curata da Matilde D’Errico autrice e regista di “Amore Criminale” trasmissione di RAI3 dedicata al femminicidio e alla violenza subita in nome di amori malati. In questa sezione, fuori concorso, è stato presentato un bellissimo cortometraggio “La casa di Ester” di Stefano Chiodini, che in quindici minuti riassume tutti i comportamenti e le devianze di una coppia travolta dalla violenza maschile, e il documentario “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo presente oramai in versione integrale sul web già da un paio d’anni, che in maniera precisa e diretta mostra quella che è oggi la rappresentazione del corpo femminile sul grande e piccolo schermo.  Visione da consigliare assolutamente a tutte le donna, agli uomini che amano mettere in discussione i modelli proposti dalla televisione, e in maniera categorica e obbligatoria a tutte le ragazze:

Non ho visto il fil documentario di Teo Takahashi “Vietato Morire” proiettato la domenica mattina, dato che mi sono concessa un giro turistico per Cortona.

Sono invece a rrivata in Teatro in orario per assistere a quello che, secondo me e molti altri, avrebbe potuto essere il vincitore del Festival: “Palestina per principianti, educazione sentimentale di un bassita rockabilly” di Francesco Merini. Una band bolognese organizza un viaggio per andare a insegnare musica ai bambini di un campo profughi in Palestina. Il bassista Zimmy dopo poco viene risucchiato dalle storie di questi ragazzi che sono la quarta generazione di famiglie strappate dalle loro case e dalla loro terra.  Si dimentica della musica e inizia a girare per capire chi sono queste persone, da dove vengono, e qual’è la grande tragedia che li ha colpiti.

Quest’anno è la seconda volta che mi imbatto in gruppi di muscisti emiliani molto giovani. Era successo anche a Serramezzana durante il Festival “Segreti d’Autore” con la Band dei Mialtralvìa. E per la seconda volta sono stata stupita, esalata e ammirata per dei giovani che pur nella loro normale vita un poco sfasata di musicisti, entrato a fondo nelle questioni vitali della nostra epoca, con la freschezza e l’entusiasmo e la genuinità proprie della loro generazione, ma riuscendo anche ad affondare al centro preciso dei problemi. Senza la presunzione di dare risposte, anzi ponendo molte domande. Ma riuscendo comunque a coinvolgere ed agganciare il pubblico, anche più adulto e smaliziato. Spero che questo documentario abbia una prospera e lunga vita.

Mi vergogno un poco a dire che ho perso anche la proiezione del documentario poi proclamato vincitore di questa edizione “Inside Africa” di Gaetano Ippolito”.  Ero impegnata in un importante ed improrogabile incontro in terre di Toscana. Il film segue il viaggio del medico missionario Giuseppe Valente ed indaga sulle differenza antropologiche e culturali tra la realtà occidentale del benessere e quella povera dell’Africa. Mentre nella prima si vive con il  terrore della morte, nella seconda la morte viene vissuta con serena accettazione.

In conclusione devo dire che il Festival voluto da Zingaretti è una bellissima occasione non solo per vedere opere che non sempre riescono a raggiungere i canali televisivi, ma anche un’area di incontri e approfondimenti su temi importanti come quelli che si sono tenuti sabato sulla Violenza sulle donne e domenica sulle biodiversità a rischio nel mare Mediterraneo. Due belle giornate, appassionanti ed appassionate che non dimenticherò.

Quella era iniziata come una giornata uguale alle altre. Una delle giornate in cui mamma non c’era. Mamma non c’era quasi mai. Tutta la settimana lavorava in un altro posto. Un altro paese dove una Signora anziana aveva bisogno di assistenza. Dormiva lì sua madre. Tornava solo la domenica. Poche ore.

Era bella, la mamma, una volta. Aveva visto una sua foto di tanti anni prima, quando era ancora in Romania. Stava in piedi, appoggiata con la mano ad un albero, e sorrideva. Aveva i capelli lunghi e castani come i suoi, ma senza frangia. Aveva un vestito corto e le scarpe con i tacchi. Sorrideva con la testa un po’ inclinata guardando l’obiettivo. I suoi occhi pure sorridevano. Erano belli, ma non grandi come i suoi. Forse la bambina li aveva presi dal padre. Anzi forse aveva preso molto dal padre, perché tranne per i capelli lei e la madre non si somigliavano molto.

Ora la madre non sorrideva mai. I suoi occhi erano sempre un po spenti. I capelli tagliati corti erano sempre castani, ma un po grigi alle tempie. Quando tornava a casa, la domenica a pranzo, era sempre stanca. Mangiavano insieme la bambina, la madre e l’uomo. Poi la madre si metteva a dormire. Beveva troppo vino a pranzo, e così poi dormiva tanto. Anche l’uomo dormiva con lei. Poi si svegliava intontita e stranita, quasi per l’ora in cui doveva ripartire. Stavano ancora un po insieme mentre la madre sistemava i suoi vestiti, faceva il bucato, metteva a posto un po la casa e poi l’uomo in macchina la riportava al lavoro.

L’uomo non era suo padre. La bambina non sapeva chi fosse suo padre. La madre non glielo aveva mai detto, né lei lo aveva mai chiesto. Da quando erano arrivate al paese l’uomo le aveva prese in casa. E’ il tuo patrigno, le aveva detto la madre. Ma a lei sembrava strano avere un patrigno così vecchio. E poi non era bello. Era grasso, e quando sorrideva i suoi occhi erano strani. Diventavano sottili e le facevano paura.

Ma da quando la madre lavorava lei viveva sempre sola con lui.

Quella mattina, come sempre, si era svegliata da sola. Aveva fatto colazione con il latte e i biscotti che l’uomo le aveva lasciato sul tavolo. Si era vestita con il vestitino che lei aveva lasciato la sera prima sulla sedia ed era uscita. Il cane l’aspettava fuori, sotto la scala di pietra, come sempre. Il cane non entrava mai in casa. Questa era la regola. Poteva tenerlo, aveva detto l’uomo, quando lei un giorno si era presentata a casa con lui, poteva dargli da mangiare e dargli un nome e passare il tempo in giro per il paese con lui, ma non poteva assolutamente portarlo in casa. Era un cane troppo grande e poi era già vecchio. Perdeva il pelo e lui non aveva voglia di stare a pulire anche i peli del cane.

Lei lo aveva tenuto. O il cane era rimasto con lei. Tutte le mattine l’aspettava sotto alla scala di pietra. Lei appena vestita andava da lui e gli portava un piatto di avanzi. Pasta con pezzi di pollo, o bucce di formaggio e pezzi di pane bagnato nel sugo, tutto quello che riusciva a mettere da parte dalla cena.

Gli metteva l’acqua fresca  in una vecchia pentolina, e lo guardava mangiare, accucciata accanto a lui. Gli parlava. Gli chiedeva se il mangiare gli piaceva, se aveva dormito bene, se aveva ancora fame o sete. Lui mangiava veloce, voracemente, scodinzolando. E poi le leccava le mani in cerca di un residuo di cibo o anche solo di sapore.

Poi partivano insieme per il paese. La bambina sapeva che per il paese poteva girare liberamente, ma non doveva allontanarsi. Ma tanto la mattina l’uomo non c’era mai. E così andavano per la strada che portava in altro, dov’era la Chiesa, e poi oltre dove la strada diventava un sentiero che saliva per la collina. A volte era arrivata fino allo stagno che era dietro la collina. Al cane piaceva lo stagno perché c’erano sempre degli uccelli che ci andavano a bere o delle anatre che nuotavano. Il cane le inseguiva abbaiando e poi, in mezzo a mille spruzzi, si tuffava cercando di acchiapparle. Non ci  riusciva mai ma a lui non importava. Usciva dall’acqua tutto contento, scrollandosi tutto, mentre la bambina strillava e rideva per gli schizzi.

Quando andavano allo stagno la bambina immaginava di essere la principessa del bosco, con i capelli biondi e un bel vestito e con tutti gli animali che erano suoi amici. Lui li comandava ma loro le volevano bene perché lei era una regina buona. Non urlava mai e non picchiava mai nessuno di loro. Non era come l’uomo, lei. Con l’uomo doveva stare attenta a non farlo arrabbiare o a non dargli troppo fastidio altrimenti diventava cattivo e strillava forte, e quando aveva bevuto troppo vino le dava uno schiaffo. Poi dopo si dispiaceva e la prendeva sulle ginocchia per consolarla e l’accarezzava. Ma a lei non piaceva quando la voleva consolare. Non voleva stare sulle sue ginocchia e sentirsi abbracciare e accarezzare e cercava di allontanarlo. Ma lui la teneva stretta e le sussurrava parole e la guardava con quegli occhi che le facevano paura. (segue)

Ci sono due famiglie sulla spiaggia libera.

Una italiana. Padre, madre, zia, il pargolo. Tutti abbastanza giovani. Per la media. Diciamo sotto i quaranta.

Hanno ombrello, seggioline, almeno quattro teli stesi, tre o quattro borsoni pieni di giochini, gonfiabili, cibo portato da casa in contenitori, creme, costumi di ricambio. Altri asciugamani. Si sono trascinati dietro un passeggino che sembra un Suv colmo di altre cose. La mamma e la zia sono molto attive. Giocano con il pargolo gli fanno fare il bagnetto. Gli fanno mangiare un gelato che finisce tutto su un bavaglino largo abbastanza da essere un altro telo da mare. Spesso si spostano per parlare al cellulare, che prende e non prende. Il papà legge il giornale. Ogni tanto si alza per giocare col pupo.

Alla fine della giornata mamma e zia ristipano  tutto nei borsoni e come formichine ammonticchiano tutti i  borsoni sul passeggino Suv e, non senza fatica, se lo trascinano dietro verso la fine della spiaggia dove inizia la strada – e dove finalmente le ruote hanno un senso – portandosi appresso il ragazzino.

Il papà le segue. Forse lui ha chiuso e riposto l’ombrellone.

L’altra famiglia è straniera. Credo tedesca. Li ho notati poco perché si agitano poco. Anche loro sui trentacinque hanno due bambini. Uno sui tre anni, l’altro piccolissimo. Non hanno un ombrellone e hanno steso solo un enorme pareo di cotone, grande quanto un lenzuolo. Hanno una grande borsa dove tengono tutto. Niente passeggino, qualche gioco. Niente gonfiabili. Mi accorgo di loro quando vedo il papà in ginocchio sul lenzuolone mettere il pannolino all’infante più piccolo.

A fine giornata insieme risistemano tutto nel borsone e il papà prende i due figli in braccio e il borsone sulla spalla e cammina verso la strada. La mamma lo segue piegando il pareo.

fine

Come sempre la giornata è stata impegnata in cose di lavoro. Ma poi ad un certo punto, fortunata, ho potuto staccare tutto e dire: ora andiamo a farci un bagno. E così sono scesa dalla collina baronale verso il mare.

Bellissimo!

Il sole già calante rendeva tutto magico.

Con la mia compagna di bagno siamo scese su una spiaggia di sassoni. Nel senso di grandi massi di pietra, non riferita a popolazioni germaniche.

L’operazione di avvicinamento alle acque è stato complicato, ma persone previdenti ed evidentemente frequentatrici abituali di detta spiaggia, avevano attrezzato una scesa a mare fatta con sacconi di sabbia a formare una gradinata fin dentro il mare. Fico!

Bel bagno, grande nuotata, energia ritrovata. Tornando a stendermi al sole (tipo fachiro sui sassi, sotto la testa la borsa del mare, spremendo inconsapevolmente mezzo flacone di crema nella borsa – ma questo l’ho scoperto solo al ritorno) ho notato poco distante da me una strana figura addormentata sotto un asciugamano.

Si vedeva solo una gamba, con un pantalone da tuta e un sandalo di plastica al piede. Dico “al” perché si vedeva solo una gamba ed un solo piede.

La prima stranezza è stata che l’altro sandalo, quello del piede che non si vedeva, era appoggiato poco distante. Dopo di che ho notato che la parte coperta dall’asciugamano, ed in parte dalla borsa, era molto più corta di quello che si immagina sia un corpo adulto. Almeno in relazione alla lunghezza della gamba visibile.

Ho avuto la sensazione di qualcosa di mancante, di proporzioni non rispettate, insomma non capivo bene come cavolo era messo sto corpo che dormiva sotto l’asciugamano.

La cosa mi inquietava un po’. Ho iniziato a pensare ad un corpo mozzato. Ad un cadavere, insomma, di un essere umano tagliato a metà.

Sciocca! Ho pensato.

Però poi mi sono rituffata e nuotando mi sono avvicinata per cercare di capire.

Niente, le cose non mi tornavano.

Uscendo mi sono sdraiata di nuovo e, senza farmi notare troppo, ho cercato di capire se nel frattempo il corpo si fosse mosso. Macchè! Sempre nella stessa posizione.

Dopo un po’ ho iniziato a camminare, meglio dire barcollare, sui sassoni, per dare sfogo alla mia mania fotografica.  Come si evince anche dalla foto sul mio blog sono attirata dai sassoni. Quelli li ho fotografati due anni fa durante la mia vacanza Thelma e Louise in Sicilia. (e se Louise mi sta leggendo si ricorderà certamente che siamo ripartite con circa cento chili di sassi in macchina).

Dicevo quindi che fotografando sassoni mi sono avvicinata alla figura dormiente. Non troppo per non essere indiscreta, ma abbastanza per notare qualcosa che fino a quel momento mi era sfuggita. La gamba sembrava vera, ma il piede poteva decisamente essere artificiale.

Dunque. poteva trattarsi di un arto artificiale lasciato sotto l’asciugamano insieme alla borsa. Tanto più che come dicevo l’altro sandalo era stato lasciato poco distante.

Ora. Sulla spiaggetta di sassoni eravamo, ovviamente, in pochi. Vuoi per l’ora, vuoi per la scomodità. Le uniche sul bagnasciuga eravamo io e la mia compagna di bagno. In mare c’erano un gruppo di ragazzi che nuotavano come delfini e si lanciavano sulle onde della secca (quindi probabilmente avevano entrambi gli arti inferiori), ed una coppia. Lui spalle larghe ed un po’ corpulento, lei molto graziosa, corpo magro e slanciato.

Mi sono distratta per un po’. Uscendo dal cono d’ombra il mio telefono aveva cominciato a funzionare e ho risposto alle  di chiamate e messaggi di due giorni.

Ad un certo punto ho rialzato gli occhi e l’ho visto. Il ragazzo con le spalle larghe ed un po’ corpulento che usciva dall’acqua con un movimento a granchio, all’indietro, strisciando sui sassi. Con una gamba amputata fino a sopra il ginocchio.

A quel punto ero divisa tra il sollievo di non dover scoprire la metà di un corpo assassinato e smembrato, e  lo stupore assoluto per la scelta coraggiosa di affrontare  una spiaggia di sassoni con solo una gamba.

Ovviamente il comune senso del pudore mi ha impedito di fissarmi sulla coppia e di vedere quindi come avrebbe risalito la riva (ripida ) di massi e come avrebbe rimesso l’arto artificiale.

Ma ho sentito una enorme, istintiva ed immediata simpatia per quella coppia che non si faceva fermare da alcun problema per passare un bel momento insieme al mare.

Il mare prende, il mare da.

Ogni anno il primo bagno a mare è un’emozione. Come è un’emozione il primo tuffo  fatto insieme ad una persona amata.

Io ho seguito un amore in apnea nei fondali delle isole Eolie, e poi l’ho perso nell’ultima immersione nei mari di Sardegna.

Ho visto le cernie giganti sulla barriera corallina australiana, e spiato uno squalo addormentato  in una caverna sottomarina alle Maldive.

Il mare prende, il mare da.

Ieri un’onda anomala sulla costa toscana ha fatto ritirare il mare di diversi metri, provocando poi grandi ondate e forte risacca. Tre persone in pericolo di vita nello stesso momento sulla stessa spiaggia. Una donna è morta.

Il mare prende, il mare da.

Solo pochi anni fa, nello stesso specchio di mare, ero in barca a vela con alcuni amici. Tre uomini e tre donne. Il comandante e sua moglie, imbarcata suo malgrado, con tendenze al mal di mare doveva rimanere assolutamente sopra coperta in navigazione. Una coppia di napoletani, giovani, carini, di famiglia bene. Lei sembrava la Guzzanti nell’imitazione della napoletana bene. Poi io e il mio amico.

Avevamo dormito ormeggiati al Giglio e la mattina presto partimmo per l’ultima navigazione verso Gaeta, dove saremmo sbarcati.

Il cielo era coperto, ma il mare calmo e il vento poco. Dopo circa un’ora di navigazione il comandate si girò e ci urlò all’improvviso: ammainate le vele! tutto giù, tutto giù!. Neanche detto e ci arrivò addosso una bufera di vento e pioggia in orizzontale. Io e le altre due donne, inabili totalmente alle manovre, fummo mandate sotto coperta a chiudere tutto il chiudibile. I tre uomini sopra coperta tentavano di tirare giù le vele senza finire a mare, cosa non facile. Mai avevo visto una tempesta di vento così veloce e repentina. Gocce di pioggia ghiacciata arrivavato in orizzontale, tale era la forza del vento. Nel giro di pochissimo eravamo nel mezzo di una tempesta. Ma non una tempesta tanto per dire. Una tempesta vera, con mare forza 8 e vento non so più a quanti nodi.

Fortuna fu che i ragazzi riuscirono a calare le vele (il napoletano finì quasi a mare tra gli urli della ragazza sotto coperta) altrimenti avremmo immediatamente scuffiato. Ma nonostante questo la barca inizò a inclinarsi come mai avrei pensato potesse inclinarsi una barca (e tornare poi diritta).

Io ero sdraiata in cuccetta con le gambe e le braccia contro le pareti  per non rotolare a terra. Dall’oblò vedevo passare l’albero fino quasi a toccare la superficie del mare e ogni volta temevo non si rialzasse più. Ad un certo punto mi gridarono di passare a tutti i giubbotti di salvataggio e le incerate per gli uomini in coperta. Se prima avevo cercato di mantenere una certa calma da lì mi si scatenò il panico. Anche perché nel tirare la testa fuori coperta vidi delle onde grandi come mai avevo visto nella mia vita. Molto, ma molto, più alte di noi. Ad ogni onda, la barca sembrava affondare, e poi miracolosamente risorgeva e cominciava a risalire. Tutta inclinata ma testarda. Mi ributtai in cuccetta.

Ad un certo punto, incredibile a dirsi, ebbi un bisogno urgentissimo ed improrogabile di fare pipì. Arrivai barcollando del piccolo bagno e riuscendo anche a non vomitare feci quello che dovevo e tornai a puntellarmi in cuccetta. La tempesta durò un’eternità, forse un’ora. Durante la quale fui sicura di morire. Maledissi il momento in cui mi ero lasciata tentare dalla vacanza marina. Mi maledii per aver lasciato i miei figli orfani. Urlai, mentalmente, contro il cielo che non ci aveva avvisato dell’imminente tempesta e altrettanto feci contro il bollettino dei naviganti. Dalla radio arrivavano voci da barche che come noi erano in balia del mare. Alcune anche più in difficoltà. Una coppia di conoscenti, marito e moglie con due bambini piccoli a bordo mandarono l’SOS. Ad un certo punto, iniziai a pregare. Come faccio io, che sono buddista.

Come il cielo volle la tempesta finì. Me ne resi conto perché un piccolo raggio di luce entrò di traverso da un oblò. Il cielo si stava aprendo.

A quel punto salii in coperta. Il mare era sempre terribile e le onde altissime, ma la barca non si inclinava più di 180 gradi. Le affrontava testa alta e le scavalcava ad una ad una. Innalzai il comandante,  che aveva tenuto il timone per tutto il tempo, nonostante tutto, a mio eroe personale perenne.

Arrivammo al porto di Nettuno con il mare quasi calmo.

Una volta ormeggiati scendemmo sulla banchina e seduti per terra rimanemmo in silenzio a fissare il mare per un tempo lunghissimo. Tutti quelli che entravano in porto, ho notato, si comportavano così. In silenzio tutti guardavamo il mare, maledetto fino a poco prima, ringraziandolo per averci permesso di tornare.

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