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Come-aprire-un-pubEntro nella locanda. 
La differenza di temperatura mi sorprende piacevolmente. Fuori il freddo umido di una serata piovosa, dentro il caldo un poco puzzolente di cibo e umanità.

Vado al banco, sono sola e non mi va di sedermi a un tavolo. Questa benedetta abitudine femminile di non attirare l’attenzione. Chiedo una birra, rossa. Ho voglia di alcolici destrutturanti. Ho bisogno di spegnere il mio cervello per qualche ora.

Mi siedo su uno sgabello alto e inizio a sorseggiare la mia Leffe Cuveè, prodotta in Belgio, birra d’Abbazia a 8.4 gradi, temperatura ambiente.

Giro attorno gli occhi, più per vezzo che non per reale interesse alla varia umanità raccolta in quel locale. A ore dodici il mio sguardo si blocca. Un tavolo con un uomo e una donna. Inizialmente la mia attenzione è attratta dalla sensualità con la quale si stanno guardando. Dalla bellezza della giovane donna, e dalla prestanza del suo uomo. Un momento dopo mi fisso su di lui. Ha una gamba che finisce proprio sopra la coscia. Una stampella appoggiata alla sedia e il pantalone cucito poco dopo la fine del moncherino.

Il barista non è esattamente mio amico. Mi ha visto sì e no altre due volte. Ma ha voglia di parlare e ha intercettato il mio sguardo.

– Hai visto? Quel pezzo di figliolo! E pensa che fino a un mese fa non me ne ero accorto perché aveva una gamba finta. Sai com’è successo? Incredibile…

Anche se di solito scoraggio le confidenze, sono troppo attratta dalla storia per bloccarlo.

– Era in moto con la ragazza, quella che sta con lui al tavolo, quando ha avuto l’incidente. E’ andato contro il guardrail. Si è tranciato la gamba. La ragazza niente, solo qualche escoriazione. Un automobilista si è subito fermato e ha avuto la forza di bloccare l’emoraggia con le mani e di calmarlo e di parlargli per tutto il tempo che c’è voluto prima che arrivasse l’ambulanza. Gli ha salvato la vita sai? Lui era sotto shock, ma dopo qualche tempo l’ha cercato e l’ha incontrato e ringraziato per quell’interminabile mezz’ora a tenere stretta la sua coscia  per non farlo morire dissanguato, parlandogli con calma per non farlo impazzire.

Resto in silenzio, senza parole. Non riesco a immaginare lo shock subito da quei tre. Il ragazzo senza più una gamba, la ragazza in terra e l’uomo a fermare il sangue.

Dal tavolo si accorgono che io e il barista stiamo parlando di loro. Li stiamo evidentemente fissando in modo sfacciato. L’uomo ammiccando mi fa cenno con una mano di accomodarmi sulla sedia libera accanto a loro. La donna mi sorride. Mi siedo al loro tavolo. Mi scuso  per l’invadenza.

– Non ti preoccupare, ci siamo abituati – dice lei – Quando avevo la gamba artificiale, nessuno ci faceva caso – aggiunge lui – ma ora ho un problema, un’infezione, e non posso portarla per un po’. Ho esagerato con gli allenamenti.

Lo guardo interrogativa.

– Prima dell’incidente io correvo – dice – e anche parecchio. Partecipavo a gare e maratone. Mi sono fatto preparare un arto artificiale sperimentale. Tipo quello di Pistorius, hai presente?

Annuisco.

– Ho fatto parecchie gare. Mi sono piazzato niente male, sai? Ma ora ho un’infezione al moncherino e devo stare un po’ a riposo.

Mi parla con la tranquillità con cui si racconta di un taglio di capelli riuscito male. Poco importa tanto ricrescono.

Mi spiega di come ha superato lo shock grazie alle cure della sua ragazza. Lei è stata fantastica, dice.  E la guarda con dolcezza mentre le accarezza la mano. Ora si sono sposati, stanno cercando di avere un figlio.

Poi con aria molto complice mette i gomiti sul tavolo e avvicina il suo volto al mio.

– Non ho perso la gamba per caso, sai?

Non capisco

– Quell’incidente mi ha salvato la vita. I medici hanno recuperato l’arto amputato e lo hanno esaminato per capire se avevano un margine per tentare una ricostruzione. I chirurghi sono fissati sul riattaccare pezzi di corpo. Hanno scoperto che avevo un melanoma sotto il ginocchio.

Lo guardo esterrefatta.

– Si. Avevo un cancro alla gamba. Non me ne sarei accorto, probabilmente. Era un melanoma maligno, molto aggressivo. Mi hanno detto che quasi certamente mi avrebbe ucciso.  Capisci che fortuna? L’incidente mi ha strappato via la gamba e mi ha salvato la vita.

Questo il sogno.

Quando mi sveglio, sono sudata ed è ancora notte.

Il senso del sogno mi appare subito in tutta la sua crudele realtà.

In una casa con mobili messi alla rinfusa. In una camera con una serie di lettini. In uno mi infilo con i miei figli e il mio amore aspettando la fine del mondo. Si la fine, quella vera. Senza un perché o un dubbio. Solo questa consapevolezza che tra poco sarà finita. Niente panico, solo un po di tristezza. E il desiderio di essere abbracciati insieme. Un pensiero mi passa. Ci saranno persone che dormiranno e non si accorgeranno nemmeno. Fortunate. Il letto è un po umido e io mi sveglio.

Solo un sogno, è stato solo un sogno. Sensazioni fortissime e emozioni vive. Ma solo un sogno.

Ma ogni cosa ha un perché, anche un sogno così.

Come se la vita mi stesse dicendo: Eli dai! reagisci. Non lasciare che tutto scorra. Agisci. Vai al nodo delle cose. Prendi il cuore della vita. Circondati solo di chi è realmente importante per te. Tutto potrebbe essere finito domani. La tua vita potrebbe durare ancora poche ore. Vivi ogni istante come fosse l’ultimo. Alza il culo e vai!

Oggi ho anche avuto due input forti dal modo del blog.

Il post di luporenna che mi è sembrato, stranamente, evocativo di questo mio sentire la vita, e la dedica musicale di granellidipolvere perché è di un artista che amo e ho amato molto e in particolare questo brano mi ha seguito in momenti molto speciali.

picasso_Mother_and_Child_1921_Esco dalla scuola con mio figlio. Andiamo a vedere i quadri. In un altro Istituto, quello principale. Andiamo a piedi. Lui è proprio mio figlio, il piccoletto. Ma mentre camminiamo, lo abbraccio come spesso faccio passandogli un braccio sopra le spalle, lui diventa più grande. Al punto che ora è il suo braccio sopra le mie spalle. E’ più alto di me. E’ sempre un ragazzo, il mio bambino, ma alto e grande come un uomo. E’ un po imbarazzante, ma anche emozionante.

Questo è l’inizio del sogno. Poi va avanti. Ma questo è il momento più intenso. Percepire di colpo, così vivamente, la potenzialità di vita di mio figlio. Vederlo improvvisamente già uomo, quando ancora è così cucciolo.

Mi tornano in mente i giorni, tanti, troppi, in cui ero spaccata esattamente a metà tra la certezza di non poterlo assolutamente avere un altro figlio, e l’angoscia di interrompere la gravidanza. E la serenità e l’energia ritrovata quando poi la decisione arrivò, al di là di ogni ragionevole dubbio.

E ricordo perfettamente i suoi occhi nel primo istante in cui ci siamo guardati. E la stretta della sua mano intorno ad un mio dito.

Ricordo l’angoscia delle notti passate a passeggiare e passeggiare e passeggiare, con lui che non dormiva e la mia fronte che ogni tanto si appoggiava al vetro fresco della finestra. Un poco per trovare refrigerio, un poco con l’istinto di sfondarlo quel vetro, per la stanchezza e la rabbia.

E ricordo una mattina, all’alba, quando non potendone più uscii con lui nel passeggino. Camminai a lungo e mi ritrovai in un’atmosfera surreale. Nella luce ancora pallida del primo mattino, nel silenzio irreale di una città ancora addormentata, centinaia di persone si muovevano silenziosamente tutte nella stessa direzione. Chi aveva bivaccato in strada. Chi veniva dalla stazione a piedi. Alcuni erano semplicemente in moto come non avessero mai fatto altro. E tutti verso San Pietro. Era la mattina dei funerali di Papa Wojtyla.  Io non sono cattolica, ma  quella mattina, in quell’atmosfera lì, ho sentito che stava accadendo qualcosa di veramente speciale. Ho avvertito l’energia di preghiera di migliaia di persone così come delle improvvise folate di vento ci si avvertono dell’arrivo di un temporale.  Ho percepito che essere lì in quell’occasione era essere presenti ad un piccolo pezzo di storia. Feci un giro dal ponte di Castel Sant’Angelo e poi me ne tornai indietro, col piccoletto finalmente addormentato nel passeggino.

C’è una favola che va in scena tutte le sere a Roma al Teatro Piccolo Eliseo Patroni Griffi, ancora fino al 4 novembre. Uno spettacolo per bambini serale? No uno spettacolo per adulti “La macchina dei desideri” di Giampiero Rappa.

Rappa è un autore straordinario, non – o non solo – perché scrive dei bei testi, ma perché riesce ogni volta a sorprendere senza mai deludere, a cambiare toni senza perdere la sua specificità, ad essere chiaro e godibilissimo pur mettendo nei suoi testi temi importanti ed urgenti.

Poco più di un anno fa, essendo sempre stata sua grande fan e lavorando assieme per la prima volta, gli chiesi se aveva mai pensato di scrivere un testo per bambini. Forse perché era diventato papà da poco, o forse perché sentivo che aveva delle potenzialità forti nella sua scrittura. La capacità, appunto, di sorprende e ammaliare e interessare e divertire  dicendo cose molto serie.

Mi rispose che in effetti aveva scritto qualcosa che era una favola, ma che non necessariamente era una storia per bambini.

La macchina dei desideri racconta di  un villaggio chiamato Obetrek, in piena crisi economica e con il problema della siccità. Due commercianti stranieri costruiscono una macchina in grado di realizzare i desideri della gente. Cosa accade quando ogni persona può realizzare i propri desideri è facile immaginarlo. Ognuno tenta di dare vita ai propri sogni, siano essi legittimi o meno. E così Gherbò e Orfice (i due commercianti stranieri) intelligentemente sfruttano le più orrende pulsioni per arricchirsi alle spalle di un sindaco/duce, di Cupide, Antipide, Protide, tutti cittadini impegnati a risolvere i propri problemi senza curarsi dell’orribile destino che attende il loro piccolo mondo. C’è però un bambino (nelle fiabe c’è sempre un bambino) il piccolo Elliot che invece si muove solo in direzione dell’altrui felicità. Nel suo cuore esistono ancora l’ingenuità, l’altruismo e la positività. 

Il pubblico inizialmente rimane spiazzato di fronte al linguaggio favolistico e a personaggi così improbabili. Ma poi viene catturato. e ride e segue e parteggia per i più deboli, e irride il potente sindaco e gioisce del finale. Come dei veri bambini di fronte ad una fiaba. Che le fiabe si sa sono uno specchio della realtà.

Ultime considerazioni. Giampiero Rappa ha curato, come sempre, la regia esaltando la parola attraverso una apparente e studiata semplicità di allestimento guidando dei bravissimi attori. Tra cui vorrei ricordare Fortunato Cerlino nella parte dell’inventore della macchina Gherbò e Antonio Zavatteri il Sindaco. Davide Lucchesi ha creato la bellissima immagine della macchina utilizzata anche in locandina. Amela D’atri ha disegnato una serie di  mappe del paese di Obetreck.

in scena al Piccolo Teatro Eliseo
fino al 4 novembre 2012

LA MACCHINA DEI DESIDERI
testo e regia Giampiero Rappa
con Silvia Ajelli, Cristina Cavalli, Fortunato Cerlino, Massimiliano Graziuso, Sergio Grossini, Francesco Guzzo, Mauro Pescio, Antonio Zavatteri
scene Barbara Bessi
costumi Anna Coluccia
luci Gianluca Cappelletti
musiche originali Arturo Annecchino
assistente alla regia Stefano Patti
Teatro Eliseo / Gloriababbi Teatro

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