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Ho iniziato quest’anno 2018 in salita, ma a piedi.

Un paio di tortorate ben assestate, ricevute da chi più mi era vicino e di cui mi fidavo, mi hanno lasciato ginocchia a terra per mesi. Questo sarà uno di quegli anni che rimangono nella memoria, di quelli che fanno un po’ da spartiacque segnando un punto ben preciso nel percorso di vita.

La mia grande soddisfazione è di avercela fatta di nuovo, di essermi rialzata e di avere ripreso l’energia e la grinta di sempre. Come dice il mio buon amico Marcello sono una combattente.

E’ grazie a questo spirito, un po’ contadino, un po guerriero, che non ho mai mollato nella vita, nemmeno quando il senso di quello che accade resta un po’ un mistero, anche se a volte sembra che la vita si accanisca in maniera inspiegabilmente dura su di te.

E’ grazie soprattutto alla mia pratica buddista e agli insegnamenti dei miei maestri che ho saputo trasformare il veleno in medicina e utilizzare nuovamente quello che mi accadeva per crescere, e per questo sarò loro sempre grata.

Ma anche grazie a persone belle che mi hanno sostenuta e incoraggiata, persone da cui non mi aspettavo nulla e che si sono spese per me. Questo non è mai scontato e riscalda il cuore più di ogni altra cosa.

Infine, come regalo ultimo di una lunga serie, la mia amica Cristina mi ha dato la sua bici in “comodato d’uso gratuito perenne”. Dopo anni, grazie al fatto che vivo uovamente in centro, ho potuto mollare completamente macchina e mezzi pubblici e riprendere a girare in bici pedalando felice come una ragazzina.

Ancora sono un po’ maldestra con le marce e invece che una 7×3 la utilizzo come una 4×2. Ma nonostante tutto riesco a fare quasi tutte le salite…. e rispetto all’inizio del 2018 non sono più a piedi.

foto1Freno e mi accosto passato il semaforo. F. arriva subito dopo, come mi aveva detto, in taxi. Da via Margutta a casa mia, poche fermate di autobus, io normalmente la faccio a piedi. Sale in macchina tutta sorridente. E’ vestita e truccata anni settanta. E’ il tema della festa di N. Io non mi sono abbigliata, veramente. Ho messo jeans e zoccoli. E una camiciona a fiori. Lei è tutta contenta di venire con noi in macchina. Con me e il piccoletto. Perchè “veramente per una donna andare sola con i mezzi è proprio impensabile”. I genitori le dicono così. Ha quasi la mia età. Credo. Mi parla del laboratorio che stanno facendo con N., di come le stia aprendo la vita alle relazioni umane. Mi aggiorna sulla situazione della sorella e della nipote nata con una gravissima malformazione al fegato, trapiantata con un intervento di straordinaria chirurgia neonatale con metà fegato di un ragazzo deceduto per un incidente in motorino, sopravvissuta a terapie e nuovi interventi. Tosta la bimba, e tosta la madre che non molla mai. Le ho conosciute questa estate, F, la sorella e la nipote che ha l’eta del piccoletto. Una famiglia strana, figlie di antiquari. Gente della roma bene, ora un poco in dissesto economico, ma tenacemente ancorate alla famiglia che le chiude in una sorta di mondo a parte. Mi incasino come sempre con la strada. Dobbiamo arrivare in un villino fuori roma dove vive N. con il suo compagno e due cani. Sbaglio. Prendo la Flaminia. E’ tutta bloccata. Torno indietro e prendo la Cassia. Lungo la strada preleviamo un’altra amica di N. che ci ha beccato telefonicamente. E’ un casino abitare così lontano. La villetta è già piena di gente. Amici di N., famiglia di lui, il compagno, che abita lì vicino e che è alla base della scelta dell’acquisto della casa in zona così amena. Ragazzi del laboratorio. Amici attori. Rivedo tante persone legate al festival estivo nel cilento che mi chiedono di Cicoria. Mi fa piacere se ne ricordino. La trovai in quei giorni lì, abbandonata per strada sulla collina. E subito diventò la mia ombra. La mamma di lui ha stracucinato cose buonissime. E’ una donna decisamente invadente ma lo fa in maniera talmente gentile e subdola che te ne accorgi troppo tardi. Lui mi ha raccontato che era ciccionissimo da piccolo, anzi obeso. Fin dopo l’adolescenza. lo faceva mangiare in continuazione. Ora è normale, anche un bell’uomo. La sorella di lui è a tutt’oggi semianoressica.  E’ lì con un uomo, mi sembra più rilassata del solito. Anche lei ha la mia età. Trovo un amico per il piccoletto, un bimbo di sette anni. Il papà mi dice che abitano subito accanto e propone di farli giocare con il loro nintendo. Figuriamoci! Amicizia fatta! Non si muovono da terra, seduti a giocare per due ore. Ogni tanto passiamo ad alimentarli ma la maggior parte del cibo rimane dimenticata accanto a loro, troppo impegnati, e viene spazzolata immediatamente da Ofelia o Amleto, i due cani di casa. Parlo con Franca,  un’attrice napoletana molto brava. Mi dice che sta partecipando ad un progetto europeo: Italia, Germania, Francia, Spagna e Grecia. Sei mesi di lavoro gratis, praticamente, con l’opzione di essere scelti poi nella seconda fase in Grecia. Lei è molto contenta del tipo di occasione, io non faccio commenti. Arrivano R., autore e regista da me molto amato, e la sua dolce ed eterea compagna, attrice. Lui subito circondato di chiacchiere inizia a raccontare amabilmente aneddoti che di solito riempiono le serate. Lei come sempre va a prendere qualcosa da mangiare per entrambi. Fa sempre così. Compone dei piatti con tanti assaggi e glieli porta. Non gli chiede mai prima cosa desidera. Non è una donna fragile o sottomessa, e questa dedizione   molto femminile me la fa piacere. Io vorrei essere come lei, a volte. Lui si fa servire, ma senza supponenza. La ringrazia, come se cibarsi fosse realmente qualcosa al di sopra delle sue capacità, e dipendesse in questo completamente da lei. Accetta sempre la selezione di cibo che le gli propone, e continua a dialogare. Li adoro. Continuo a girare dentro e fuori la casa, saluto persone, gioco con i cani, rientro a controllare il piccoletto. Bevo vino rosso. A differenza dell’ultima volta non devo uscire per fumare. Arrivano amici di N. da Salerno con una valanga di mozzarelle di bufala da urlo. Ho notato dall’inizio della serata  una donna esile, magra, che cammina come una danzatrice. Mi colpisce. Non è giovanissima, anche lei all’incirca la mia età. Porta i capelli raccolti nel tipico chignon delle ballerine. Si muove continuamente in un incedere lento ma nervoso. Non la vedo mai mangiare. Bere si. Credo di aver capito che è la madre del bimbo che gioca con il piccoletto. Ho visto il suo sguardo su di me ogni volta che parlavo con il padre. Ad un certo punto ci troviamo insieme in giardino. Iniziamo a parlare dei figli. Lei ne ha due, anche un’altra bimba che è lì in giro. Sono gemelli. Mi parla di come mangino tanto, mangino tutto, e bene. E di quanto dormano. Dormono tanto. Ma realmente. E mangiano tutto. E dormono. E’ un modo strano di presentare due bambini di sette anni. Si parla così dei neonati. Parliamo a lungo, più che altro lei,  e ad un certo punto mi racconta delle apnee notturne della bambina, che la tengono in ansia e che la fanno dormire poco. Dorme con la bambina. Ma perchè dormi con lei? le domando in un moto spontaneo. Da quando sono nati hanno dormito entrambi con lei. Inizialmente perchè allattava e voleva far riposare il marito, lui a volte lavora anche di notte, hanno degli alberghi. E poi non è mai più riuscita a separarsi da loro. Proprio non ce la fa. Lo scorso inverno il maschio le ha chiesto se poteva dormire nella sua camera, e lei ne ha sofferto moltissimo. Ora dorme solo con la figlia. Il marito in camera della figlia. Le chiedo, in modo dolce: Lo sai che questo non va bene vero? In poco tempo è come se fossimo entrate in una estrema confidenza. Lei è sinceramente consapevole di sbagliare, mi dice, ma non riesce a pensare di non sentire il corpo della figlia accanto nel letto. Guardo dall’altra parte del giardino il marito. Un uomo gentile, mi sembra, un bravo papà direi. Chissà lui cosa pensa di questa separazione forzata dalla sua donna. Da sette anni. Arrivano persone, mi chiamano, ci separiamo. N. spegne le candeline. Il suo compagno la abbraccia e la bacia. Sono molto innamorati. Lui fa il dentista, N. è andata a farsi curare un dente e si sono innamorati. Lui nel giro di due settimane ha lasciato la moglie e sono andati a vivere insieme. Un botto!  Ora è molto tardi, devo riportare il piccoletto a casa e prima devo accompagnare F. ad un taxi e poi  due ragazze ad incontrare amici a Piazza Belli. Saluto la mia nuova amica. Mi chiede se vogliamo vederci e prendere un tè. Mi dice che è stata così felice di avermi conosciuto! Che parlare con me le ha fatto bene e vorrebbe poterlo fare ancora. Certo! Ci scambiamo i numeri su un salviettino di carta. Mi stringe forte la mano. Forse ha bevuto troppo. Vedo un’ansia febbrile nei suoi occhi. Mi imbarazza un poco. Al ritorno scopro che una delle due ragazze in macchina con noi è un’acrobata. Mi ricordo di averla vista scendere dall’alto del Teatro dell’Opera di Roma nel Barbiere di Siviglia, lo scorso inverno. Ha studiato arte circense e lavora prevalentemente con i Teatri Lirici e in grandi manifestazioni. Veramente stasera non finisco di stupirmi .

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Leggevo l’ultimo post di Alice  e mi sono fermata a ragionare sull’abitudine alla solitudine. Nel mio caso è quasi ridicolo parlare di solitudine. Anche ora che la ventunenne è andata a vivere dal padre, ho sempre il piccoletto. E quando anche lui è a casa del padre sono comunque in compagnia di due gatti e una cagna.

Questa notte, a proposito, ho capito che Cicoria e Gilda, due vere bastarde dentro, hanno oramai fondato una sorta di associazione a delinquere. Dove non arriva la cagna, salta la gatta, ed insieme riescono a spazzolare qualunque cibaria io dimentichi di togliere di mezzo. Un coperchio caduto dalla padella al pavimento ha fatto si che le beccassi col muso in flagrante reato e mi ritrovassi alle due di notte sveglia a meditare sulla solitudine.

L’abitudine a gestire tutto in prima persona, ad essere sempre investiti della responsabilità della decisione. La sensazione che non ci si può voltare con la testa di lato e dire: di questo potresti per favore occupartene tu? O anche chiedere una mano per piegare il lenzuolo da stendere, o tirare su il piumone dal letto. Avere un menù per ogni cena, senza discuterlo con nessuno. Fare i conti con il proprio denaro, inventarsi nuovi modi per risparmiare o permettersi un piccolo regalo (che tanto nessuno te ne fa).

Tutto questo è abitudine alla solitudine.

E condividere il letto, la colazione. Fare la spesa spingendo il carrello in due discutendo del tipo di pasta da comprare. O semplicemente comprare i fusilli perchè sono quelli che preferisce lui. Questo essere coppia nella quotidianità, mi manca? Amerei avere di nuovo un uomo accanto, veramente accanto, fisicamente presente, sempre, nella mia vita?

O le scelte fatte negli anni confermano che dormire abbracciati è bello, si. Ma una notte ogni tanto. E il bagno può essere veramente l’anticamera dell’infermo. E in fondo la fatica di decidere ogni cosa da sola è inferiore a quella di doverle condividere quelle decisioni.

Cosa mi corrisponde di più? Cosa mi manca veramente oggi? Perchè è certo che qualcosa manca.

E in questo tratto del curvone della vita dove sento di essere da mesi. In questo tratto di strada dove continuo a svoltare  ma senza vedere  ancora il rettilineo. In questo tornante in discesa dove le cose iniziano ad accellerrare paurosamente. Un rotolare di attività, movimenti di persone che si affiancano e poi vanno via. Di altre che  tornano. Di lavoro piombato improvvisamente a sconvolgere gli orari lasciandoti con il fiatone e sempre un sacco di cose in sospeso. Di pensieri molesti che la notte ti tengono sveglia. In questo tratto di vita cosa o chi vorrei. Cosa o chi mi potrebbe ridare un senso di non-solitudine e placare la mia ansia. Cosa o chi?

Arrivo per ultima perchè dopo la nottata passata, ho passato una giornata a lavorare. Ed è sabato ed ho detto tutto.

E’ oramai ufficiale sul web, o almeno su WordPress, che ieri sera si è svolta una storica cena a casa di WishAkaMax che ha ospitato Masticone e me. Ho visto che entrambi hanno signorilmente sorvolato sulle quasi tre bottiglie di rosso scolate durante la cena, e sulle ovvie conseguenze che hanno avuto sui  nostri discorsi verso la fine della serata. In molti penseranno a sgangherate conversazioni equivoche  e doppisensi e porcate. Ebbene: si dialogò di trasformazione interiore e di pratiche per la crescita individuale. Con una sniffata di coca, o un bicchierino di amaro, saremmo arrivati a dimostrare l’esistenza di Dio, o in alternativa di un’altra divinità a piacere. Ma rimanemmo sul piano dell’apertura degli scrigni dei tesori contenuti nella nostra vita.

Ma alcune considerazioni sono indispensabili.

1) Ha assolutamente ragione Max, nel dire che solo pochi anni fa non avremmo avuto questa possibilità. Senza la rete non ci saremmo probabilmente mai conosciuti ed incontrati e piaciuti. E mi sono piaciuti molto Masti e Max. Così differenti tra  loro eppure con in comune una grande enorme e rara qualità: essere persone di valore. Persone che ragionano e stimolano al ragionamento. Che parlano, e molto, ma sanno anche ascoltare (Mast di meno). Che sono convinti di quello che dicono, ma sanno anche ammettere che tu hai ragione.  Due Stupendi uomini che mi fanno ricredere su ciò che vado dicendo sulla carenza grave di genere maschile frequentabile.

2) E’ vero che la pasta che Max ci ha così generosamente preparato era buonissima. Ma, caro amico, la Ada Boni non sapeva probabilmente neanche dove fosse ubicata la città di Amatrice, figuriamoci se immaginava come è preparata un’amatriciana. E giocare sulla presenza o meno di una “a” all’inizio del nome, non la salva da un’errore gravissimo di appropriazione indebita di ricetta. Mi riservo la facoltà di invitarvi a cena per prepararvi quella che normalmente si mangia ad Amatrice.

3) Ho avvertito distintamente, caro Masti, il tuo raspare alla mia porta stanotte. Sappi che ero lì li per cedere al richiamo del feromone, in fondo – ho pensato – è pur sempre un bel maschione. Ma ho subito dopo ricordato il Maiale inguaribile descritto così bene nei tuoi post, ed ho messo il cuscino sulla testa. Mi auguro che il divano sia stato comunque un giaciglio comodo.

4) Vuoi per il troppo cibo e l’abbondante libagione o per la tarda ora e l’emozione di avere Masti a casa mia, ma ieri non ho avuto il tempo di scrivere il mio post quotidiano Quindi recurererò oggi linkando tutti e due e scrivendo qualcosa di assolutamente inutile e superfluo subito dopo.

images-81La scorsa settimana ho letto un articolo di presentazione di un libro “Dove sono gli uomini?”.

Dal titolo subito si penserebbe che è stato scritto da una donna. O da un collettivo di donne. Quelle esponenti del sesso femminile deluse e frustrate che non riuscendo a trovare il maschio giusto, depresse, tentano di dare una spiegazione alla loro disgraziata solitudine.

Invece no!

E’ un testo scritto da un uomo. E nemmeno uno qualsiasi. Un giornalista, skipper, Simone Perotti, che fino a pochi anni fa aveva equipaggi composti in egual  misura dai due sessi. Poi mano a mano gli  uomini sono diminuiti ed oggi è composto solo da donne.

«All’inizio mi sono dato una ragione narcisistica, evidentemente piacevo molto», scherza. «Ma guardando le altre barche la situazione era identica. E anche fuori è così. Le donne sono ovunque. Le vedi al ristorante con le amiche, ai corsi di yoga, free climbing e persino kickboxing. A fare shopping o in viaggio di piacere. Gli uomini invece sono invisibili. Quelli della mia generazione (Perotti ha 46 anni, ndr) hanno rinunciato ai sogni e a nuove visioni del mondo. Non fanno più le cose con passione e non cercano più relazioni impegnate. Faccio fatica a chiamarli uomini. Sono incapaci di parlare, ma anche di stare tra loro».

Non c’è dubbio che il suo saggio inchiesta (edito da Chiarelettere, in questi giorni in libreria), costruito attraverso le confessioni di donne tra i 30 e i 50 anni, tocchi un nervo scoperto: l’estinzione del genere maschile dai luoghi reali e immaginari delle relazioni. C’è la signora milanese abbandonata dal marito per una più giovane e quella ingannata da un falso profilo in chat (lui è sposatissimo). C’è quella che si è scoperta bisessuale per necessità, quella che è compagna part time (non ufficiale) e quella che dichiara cinicamente che basta, con gli uomini ha chiuso. Non parliamo di noiose mentecatte (anche se, letto questo cahier de doléances, ci si vorrebbe attaccare alla canna del gas) ma di persone istruite, liberate sessualmente, creative, flessibili rispetto ai cambiamenti imposti dalla vita, avventurose riguardo al futuro. Piene di risorse e unite da interessi comuni ma anche da un comune disagio: il vuoto delle relazioni, la saltuaria e goffa presenza di uomini deboli e immaturi emotivamente, a cui manca non solo la risposta su che direzione prendere nella vita, ma spesso anche la capacità di farsi la domanda. (da D di repubblica – 11 gennaio 2013)

Quindi Signore è ufficiale! Lo dicono anche gli uomini. Essi, gli uomini non ci sono più, fanno fatica ad esistere. La questione preoccupante è che non riguarda una sola generazione, diciamo quella uscita con difficoltà dagli anni della lotta per la parità dei sessi. Insomma i Signori di cinquant’anni. No! Ci sono di mezzo anche i quarantenni e i trentenni. E se devo guardare la situazione della ventunenne e delle sue amiche coetanee, c’è da mettersi le mani tra i capelli.

Non so se questo Simone Perotti ha capito i veri motivi di questa singlitudine galoppante. Io però non posso che confermare ed allertare. Attenzione uomini: arriveranno maschi da altri paesi, altre culture, e prenderanno il vostro posto. L’istinto di sopravvivenza della razza umana è troppo forte. Non può aspettare le crisi di identità del singolo, o di una massa di singoli. La vita ha necessità di andare avanti.

LA STRADA CHE NON PRESI

Due strade divergevano in un bosco giallo

e mi dispiaceva non poterle percorrere entrambe

ed essendo un solo viaggiatore, rimasi a lungo

a guardarne una fino a che potei.

Poi presi l’altra, perché era altrettanto bella,

e aveva forse l’ aspetto migliore,

perché era erbosa e meno consumata,

sebbene il passaggio le avesse rese quasi simili.

Ed entrambe quella mattina erano lì uguali,

con foglie che nessun passo aveva annerito.

Oh, misi da parte la prima per un altro giorno!

Pur sapendo come una strada porti ad un’altra,

dubitavo se mai sarei tornato indietro.

Lo racconterò con un sospiro

da qualche parte tra anni e anni:

due strade divergevano in un bosco, e io –

io presi la meno percorsa,

e quello ha fatto tutta la differenza.

Robert Frost

Questa è la poesia che apre il libro di Otello Marcacci “Il ritmo del silenzio“.

Lo apre subito dopo la dedica che Marcacci fa a tutti i suoi amici “sopratutto a quelli che non ho mai incontrato”, a tutte le persone che vanno per la propria via senza conoscersi ma in cerca l’uno dell’altro.

E’ un libro molto diverso dal primo pubblicato “Gobbi come i Pirenei”.

Perché più intimo. Più vicino alle speranze e ai dolori che si mettono in ballo scegliendo, appunto, una strada e percorrendola fino ad arrivare in fondo.

Amici, figli, compagni di vita, che segnano con noi il passo, e percorrendo ognuno le proprie strade, finiscono inevitabilmente per incrociare la nostra dando a volte svolte impreviste ad una esistenza.

C’è un punto comune con il primo libro, però: la seconda occasione. La seconda occasione è il tema ricorrente nei due romanzi che Otello Marcacci ha finora pubblicato.

Io ho letto questo secondo libro con una attenzione ed una emozione diversa. Si parla molto scelte drastiche. Scelte importanti, che realmente significano dare una direzione precisa alla propria vita.

Ma anche di scelte, quasi impercettibili, apparentemente banali, che avranno comunque delle conseguenze enormi, sul nostro destino e su quello delle persone che ci sono vicino.

Insomma si tratta del libero arbitrio. Della possibilità che ognuno di noi ha di decidere, dell’indipendenza del pensiero, della responsabilità che ogni individuo ha nella scelta delle proprie azioni.

In questo senso, credo, si invoca la possibilità di una seconda occasione. Si può tornare indietro e ripercorrendo il sentiero svoltare verso un’altra direzione? O si può cogliere al volto un’occasione imprevista per dare una nuova svolta al nostro cammino? Una frase, una parola, anche solo uno sguardo non debbono essere lasciati cadere con indifferenza. Ma colti al volo, usati, valorizzati, per l’enorme influenza che potranno avere sul nostro futuro. Abbandonare la presunzione, l’orgoglio, la paura, che impediscono di fare un passo indietro o di porgere una mano. Scartare la scelta comoda, per far prevalere un’idea, un’etica, un pensiero?

Forse sto vaneggiando. Il romanzo non è un trattato di filosofia. E’ una storia precisa, dove si narra la vita di tre amici legati da un incontro casuale (ma esiste il caso?), poi divisi da una tragica vicenda e che infine la vita riporta a reincontrarsi. Si parla di pena di morte. E le pagine scritte dal detenuto nel braccio della morte sono di una struggente ed intensa sensibilità.

Si parla della morte ingiusta ed improvvisa e di quella cercata e studiata come espiazione e possibilità di riunione alle persone amate.

E’ un libro bellissimo, amaro e tenero al tempo stesso. Con pochi margini per la consolazione ma ugualmente percorso da un sottile filo di speranza.

Con un ritmo che porta il lettore avanti e indietro nel tempo fino ad arrivare alle ultime pagine con un serrato ed affannoso tentativo di fermarlo, il tempo.

Scegliere la strada ad un bivio è il tema fondante della  vita. Scegliere è molto difficile. Entrano in ballo sentimenti e razionalità. Ciò che ameremmo fare e ciò che sentiamo di dover fare. Scegliere la strada del cuore a volte può risultare consolatorio. Andare avanti per quella meno battuta, rischiando l’incontro con l’ignoto, perdendo i punti di riferimento, ma guidati dall’istinto vitale di un bene per noi superiore è molto difficile.

Non so se Otello Marcacci ha scritto più con speranza o con rimpianto.

A me ha dato la sensazione di poter mettere in gioco in ogni istante quel piccolo nucleo interiore che noi buddisti chiamiamo buddità,  per andare oltre ciò che la ragione ci propone. E il risultato si vedrà solo alla fine del percorso.

Persone immobili. Che pensano sempre allo stesso modo. Dicono sempre le stesse cose. osservano il mondo intorno a loro sempre dallo stesso punto di vista. Non crescono. Non maturano. E non gioiscono mai veramente. Ci sono persone che hanno sempre bisogno di insegnare agli altri cosa è giusto e cosa sbagliato. Pensano di avere diritto a felicità e amore, doni che invece vanno conquistati con tenacia, umiltà e crescita personale. Pensano che tutti i problemi siano da imputare a chi gli è vicino. E così invece di darsi la possibilità di cambiare, cambiano le persone. Abbandonano famiglia, amici, conoscenti. Si illudono di mettere in campo nuove possibilità con nuove persone, di generare nuove relazioni. E si ritrovano a rinnovare sempre le stesse dinamiche del passato. E di nuovo accusano e feriscono e abbandonano e….. Movimenti a circuito chiuso.

(ogni riferimento a persone o fatti è assolutamente voluto)

Era il 19 giugno quando scrissi di Salvo Genovesi e della sua mostra. Non ripeto la storia perché l’ho allegata in fondo a questo post.

Oggi l’ho ripresa perché sono andata finalmente a visitare la sua mostra a Roma, a Palazzo Valentini.

E’ stata una grande gioia! Intanto perché le foto di Salvo sono bellissime, e vi invito ad andare – se siete a Roma è fino al 22 settembre. E poi per la strada che sta prendendo questo lavoro. Dopo tre mostre in Argentina, ora a Roma e poi di nuovo in Argentina con NO Shame parte II, Salvo ci ha lavorato in questo ultimo periodo.

E’ straordinario vedere come la decisione e la tenacia possano portare a risultati che razionalmente riterremmo impossibili. Non anticipo nulla di quello che sarà la seconda parte del suo lavoro né della conclusione che ne seguirà. Ma ne parlerò quando verrà il tempo. 

Però voglio fare anche un’altra considerazione.

Quando scrissi il post a giugno ero ancora all’inizio della mia sfida. La sfida di riuscire a tirar fuori la mia creatività e la gioia di stare con me stessa attraverso la scrittura. Non mi sembra possibile che sia passato solo così poco tempo e di aver avuto così tante soddisfazioni. Solo il piacere di vedere alcune persone leggere con curiosità e a volte con apprezzamento quello che scrivo è inimmaginabile.

Per me è stata una sfida nel senso più vero. Ho dovuto vincere le mie paure. L’ansia da prestazione, ma soprattutto ritornare a credere che sia giusto fare ciò che si desidera fare senza temere di essere criticati. Era una condizione che negli ultimi anni avevo perso e che sono felice di aver ritrovato.

19 giugno 2012

Erano le 4,30 ed ero sveglia. Non completamente. Stavo lì che cercavo di capire se accendere la luce o tentare di riaddormentarmi. Se alzarmi a fare un bicchiere di latte di riso caldo o riprendere in mano il libro. Certo l’idea del libro era quella che mi attirava di più. Avevo iniziato a rileggere Alta fedeltà di Nick Hornby e ogni pagina era uno spasso. Ste insonnie oramai mi perseguitano, colpa degli ormoni. La vita di una donna è costantemente regolata dagli ormoni. O dalla mancanza di ormoni. Ma questo è un altro capitolo.

Insomma, ero lì con un occhio chiuso e uno aperto quando vedo lampeggiare la luce del telefono sul comodino (più che un comodino è una cassetta di vini rovesciata, ma anche questa è un’altra storia). Apro il secondo occhio e con lo sguardo appannato  vedo che è un messaggio su WhatsUp.

Strano. Molto strano. Da quando non ero più in contatto con il tormentato e tormentoso amante nessuno mi scriveva messaggi su WhatsUp. E men che meno alle 4,30 del mattino!

Ma a quel punto ero completamente sveglia e così, con la vista ancora annebbiata (e senza occhiali) ho cercato di vedere di chi era. Era una foto. Dovevo mettere gli occhiali. Era una foto di una sala allestita con una mostra fotografica. Il mio amico Salvo!

Alle 4,30 del mattino mi era arrivato un messaggio dai confini della Patagonia dal mio amico Salvo Genovesi! Con una sola frase accanto alla foto: tutto è possibile!

Salvo  è un giovane amico. Attore fino a poco tempo fa, è partito un certo giorno del 2009 per gli Stati Uniti per nuove opportunità di lavoro. Lì ha spolverato una sua vecchia passione: la fotografia. E ne ha fatte tante di foto. Dopo un anno, tornato in Italia, ha iniziato a lavorarci su. Le ha elaborate con tecniche che non saprei neanche dire ed un giorno me le ha mostrate. Ero un po’ scettica su questa nuova strada che aveva preso. La giudicavo forse tardiva? Pensavo forse che non ci si può improvvisare fotografo, o visual artist, da un giorno all’altro? Non so. Fatto sta che erano belle. Ma proprio belle!

E però come avrebbe fatto un attore-neo-fotografo a far vedere in giro le sue creazioni? Salvo è uno di quegli uomini che realmente credono che tutto si possa fare. E così senza appoggi, o raccomandazioni, ha iniziato a muoversi. Prima nella sua Catania, dove il 18 giugno 2011 ha organizzato la prima mostra, nel Palazzo della Cultura : NO SHAME. Anzi il suo   primo mulmedia concept come dice lui. E’ piaciuta. Subito viene invitato a Noto per esporre a Palazzo Nicolaci.

Poi la sede siciliana del marchio Citroen, invita Salvo  ad esporre NO SHAME nei loro saloni per la presentazione della loro nuova vettura,  creando una partnership che mai prima d’ora aveva avuto luogo in Italia.

Da lì  quest’anno è partito il giro in Italia – Milano, Torino – e poi quello  internazionale: prima tappa Argentina e poi sarà Hangzhou ( Museo della Seta) , New York e Tokyo. In autunno sarà di nuovo a Roma.

E così, il mio amico Salvo, alle quattro e trenta del mattino (in Italia, ma a Bahia Blanca che ora sarà?) mi ha mandato una foto della sala allestita con la sua mostra, per condividere la sua gioia. E un semplice messaggio: si…. può ….. fare!

Il mare prende, il mare da.

Ogni anno il primo bagno a mare è un’emozione. Come è un’emozione il primo tuffo  fatto insieme ad una persona amata.

Io ho seguito un amore in apnea nei fondali delle isole Eolie, e poi l’ho perso nell’ultima immersione nei mari di Sardegna.

Ho visto le cernie giganti sulla barriera corallina australiana, e spiato uno squalo addormentato  in una caverna sottomarina alle Maldive.

Il mare prende, il mare da.

Ieri un’onda anomala sulla costa toscana ha fatto ritirare il mare di diversi metri, provocando poi grandi ondate e forte risacca. Tre persone in pericolo di vita nello stesso momento sulla stessa spiaggia. Una donna è morta.

Il mare prende, il mare da.

Solo pochi anni fa, nello stesso specchio di mare, ero in barca a vela con alcuni amici. Tre uomini e tre donne. Il comandante e sua moglie, imbarcata suo malgrado, con tendenze al mal di mare doveva rimanere assolutamente sopra coperta in navigazione. Una coppia di napoletani, giovani, carini, di famiglia bene. Lei sembrava la Guzzanti nell’imitazione della napoletana bene. Poi io e il mio amico.

Avevamo dormito ormeggiati al Giglio e la mattina presto partimmo per l’ultima navigazione verso Gaeta, dove saremmo sbarcati.

Il cielo era coperto, ma il mare calmo e il vento poco. Dopo circa un’ora di navigazione il comandate si girò e ci urlò all’improvviso: ammainate le vele! tutto giù, tutto giù!. Neanche detto e ci arrivò addosso una bufera di vento e pioggia in orizzontale. Io e le altre due donne, inabili totalmente alle manovre, fummo mandate sotto coperta a chiudere tutto il chiudibile. I tre uomini sopra coperta tentavano di tirare giù le vele senza finire a mare, cosa non facile. Mai avevo visto una tempesta di vento così veloce e repentina. Gocce di pioggia ghiacciata arrivavato in orizzontale, tale era la forza del vento. Nel giro di pochissimo eravamo nel mezzo di una tempesta. Ma non una tempesta tanto per dire. Una tempesta vera, con mare forza 8 e vento non so più a quanti nodi.

Fortuna fu che i ragazzi riuscirono a calare le vele (il napoletano finì quasi a mare tra gli urli della ragazza sotto coperta) altrimenti avremmo immediatamente scuffiato. Ma nonostante questo la barca inizò a inclinarsi come mai avrei pensato potesse inclinarsi una barca (e tornare poi diritta).

Io ero sdraiata in cuccetta con le gambe e le braccia contro le pareti  per non rotolare a terra. Dall’oblò vedevo passare l’albero fino quasi a toccare la superficie del mare e ogni volta temevo non si rialzasse più. Ad un certo punto mi gridarono di passare a tutti i giubbotti di salvataggio e le incerate per gli uomini in coperta. Se prima avevo cercato di mantenere una certa calma da lì mi si scatenò il panico. Anche perché nel tirare la testa fuori coperta vidi delle onde grandi come mai avevo visto nella mia vita. Molto, ma molto, più alte di noi. Ad ogni onda, la barca sembrava affondare, e poi miracolosamente risorgeva e cominciava a risalire. Tutta inclinata ma testarda. Mi ributtai in cuccetta.

Ad un certo punto, incredibile a dirsi, ebbi un bisogno urgentissimo ed improrogabile di fare pipì. Arrivai barcollando del piccolo bagno e riuscendo anche a non vomitare feci quello che dovevo e tornai a puntellarmi in cuccetta. La tempesta durò un’eternità, forse un’ora. Durante la quale fui sicura di morire. Maledissi il momento in cui mi ero lasciata tentare dalla vacanza marina. Mi maledii per aver lasciato i miei figli orfani. Urlai, mentalmente, contro il cielo che non ci aveva avvisato dell’imminente tempesta e altrettanto feci contro il bollettino dei naviganti. Dalla radio arrivavano voci da barche che come noi erano in balia del mare. Alcune anche più in difficoltà. Una coppia di conoscenti, marito e moglie con due bambini piccoli a bordo mandarono l’SOS. Ad un certo punto, iniziai a pregare. Come faccio io, che sono buddista.

Come il cielo volle la tempesta finì. Me ne resi conto perché un piccolo raggio di luce entrò di traverso da un oblò. Il cielo si stava aprendo.

A quel punto salii in coperta. Il mare era sempre terribile e le onde altissime, ma la barca non si inclinava più di 180 gradi. Le affrontava testa alta e le scavalcava ad una ad una. Innalzai il comandante,  che aveva tenuto il timone per tutto il tempo, nonostante tutto, a mio eroe personale perenne.

Arrivammo al porto di Nettuno con il mare quasi calmo.

Una volta ormeggiati scendemmo sulla banchina e seduti per terra rimanemmo in silenzio a fissare il mare per un tempo lunghissimo. Tutti quelli che entravano in porto, ho notato, si comportavano così. In silenzio tutti guardavamo il mare, maledetto fino a poco prima, ringraziandolo per averci permesso di tornare.

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