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Befana-interni-2-per-webLo so, lo so, sono un’eterna scontenta.

E il natale non va bene….. E la befana non è più quella di una volta….

Ma francamente nessuno può dire che non ho ragione.

Però, ebbene si c’è un però, basta uscire dai grandi centri ed entrare in una dimensione più paesana, ed ecco che l’effetto è tutto un altro. Non è che non ci siano degli aberranti richiami all’orrore natalizio cittadino, ma rimangono confinati nello scopiazzamento. L’anima invece, mi sembra, è un’altra.

Oggi sono andata in un piccolo paesino arroccato su una collina vicino Roma, dove vivono i miei cugini, per l’ultimo  Presepe Vivente di questa stagione natalizia.

Già in passato mi era capitato di visitare un paese completamente trasformato in sacra rappresentazione della natività. E fu un’esperienza molto emozionante. Era un paese del Viterbese dove al tempo si viveva un’intensa sperimentazione teatrale con l’apertura di tanti spazi nuovi. E anche quel Presepe vivente aveva avuto un’abile regia che gli conferiva un’aria solenne e misteriosa.

Nel paesino di oggi non c’era alcuna regia. Solo la magia dei vicoli tra le case di tufo, la notte stellata, un poco di musiche e l’odore della legna bruciata. Ma vedere tutti gli artigiani di un paese – il fabbro, il falegname, il fornaio …  – in costume, riproporre il loro mestiere in versione presepesca coadiuvati dai ragazzini, dalle donne anziane, insomma da tutta la comunità; seguire il percorso in salita tra i vicoli e le botteghe fino ad arrivare alla “Grotta” con la sacra famiglia affiancata dall’asino e visitata dai Tre Re Magi; arrivare al premio finale: una deliziosa bruschetta con annaffiatura di vino bianco locale, dà la sensazione di un evento realmente partecipato e sentito e condiviso.

Senza contare poi l’effettone finale della Befana interpretata dalla pediatra del paese, che vola giù dal campanile della chiesa a cavallo della sua scopa illuminata gettando coriandoli e caramelle su una folla di ragazzini (e adulti) gioiosamente impazziti.

Un finale di festività natalizie veramente riconciliante con l’umanità.

Ora è mezzanotte e mezza, devo inforcare la mia scopa e fare il mio dovere…..

Questa galleria contiene 30 immagini.

Nella pochezza e nello squallore delle decorazioni e manifestazioni natalizie romane, c’è una cosa che ogni anno mi attira e mi coinvolge: i messaggi per Babbo Natale (o simili) attaccati sui grandi alberi (ecologici) alla Stazione Termini. Intendiamoci, risplendono di squallore anche loro, e non voglio neanche descrivere lo stato di degrado della stazione Centrale …

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albumpic_43282_0Si dice “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”.. Dimmi che regali ricevi e ti dirò come ti vede il mondo. Non come sei tu veramente, perché – si sa – a caval donato …. ma come ti vedono le persone che ti fanno un regalo, quello sì. A meno che non sia un riciclo, cosa assai normale in questo periodo, il regalo di Natale manifesta ciò che le persone che ci circondano pensano di noi. E questo è ciò che mi è stato donato. (poi traete voi le conclusioni)

Leggermente in anticipo sulla festività ho ricevuto la mia nuova agenda per il 2013. Ovviamente una Moleskine (e questo era facile) ovviamente settimanale, nera e con la copertina rigida (e anche questo era già detto). La versione di quest’anno era stata Charlie Brown, per il prossimo ho avuto in dono la versione Star Wars con inciso sulla copertina: Do. Or do Not. There is no Try. (niente male no?) ma il meglio è in seconda di copertina. Una frase di Jedi Master Yoda:”Always in motion is the future”.

Po, andando per ordine di arrivo, ho ricevuto un libro di Andrea Vitali “Regalo di Nozze” (chissà se è un caso o se il socio si è   ricordato di quello che gli avevo detto di un altro libro di questo autore…) e un DVD di Sabina Guzzanti “Franca la Prima” che è un omaggio a Franca Valeri (non l’ho ancora visto ma non vedo l’ora)

Sotto l’Albero di Natale, anzi sotto il Cespuglio di Natale, ho trovato un librone di 921 pagine di Andrea De Carlo (ebbene si) con titolo “Villa Metaphora” e ultima frase (capitolo novantacinque): “Si, sono qui, per adesso.” Vi saprò dire.

Accanto al tomone però ho ricevuto un paio di cosine dalla ventunenne su cui ragionare: un CD di Patti Smith GroupRadio Ethiopia” (!) e un’altra Moleskine. Sempre nera e con copertina rigida ma stavolta non un’agenda; un Dog Journal dove annotare tutto, ma proprio tutto, sul proprio cane. Non credo di essere in grado di riempire un Diario così preciso di annotazioni, ma ci proverò. Il dono comunque è una precisa sottolineatura sull’opinione che ci si è fatti sul mio rapporto (definito) morboso con la cagnetta.

Ultimo regalo (sì, è un anno decisamente parco, ma non mi lamento) ricevuto dall’amica venuta a pranzo: Canzoni di Paolo Conte di Avion Travel.

Niente gioielli, né borse, ne pantofole, né richieste di matrimonio. Vabbè!

sofriIl Natale di galera

E. è una ragazza rom, ha un bambino di neanche due anni, ed è incinta. Ci sono altri due bambini nella sezione femminile che hanno meno di tre anni. Nel corridoio c’è un albero di Natale finto coperto di stagnola e di strisce di cotone. C’è un albero artificiale anche nel corridoio della sezione maschile, con dei pendagli di cartone colorato. Per M. il 24 dicembre è più importante, perché ci sono i colloqui. Vengono sua madre, sua moglie e la bambina, che ha 11 anni. Hanno fatto la coda per quattro ore, in strada, e pioveva, ma non glielo diranno. Lui si è preparato fin dalle 7, benché le celle vengano aperte solo alle dieci. Ha fatto la doccia, anche se le caldaie sono guaste e l’acqua è fredda, ma non glielo dirà. Ha fatto una domandina per portare dei cioccolatini alla bambina. Lei ha imparato una poesia e gliela reciterà: “Il campanile scocca / la mezzanotte santa”. La ragazza rom incinta incontra suo marito, un ragazzo anche lui, e un altro suo bambino che avrà quattro anni. Il ragazzo a un tratto la insulta, lei piange, anche i bambini piangono, poi passa. I colloqui finiscono dopo l’una. Quelli, la maggioranza, che non ricevono visite, sono chiusi già da più di un’ora. Alcuni erano andati all’aria, non tanti, fa freddo. Chi era al colloquio mangerà freddo, tanto non ha fame. Chi ha ricevuto posta sta sdraiato in branda e la legge per un’ennesima volta. Anche chi non l’ha ricevuta sta in branda, perché non c’è altro posto in cui stare. Alle 2 si può tornare all’aria. Oggi alla sezione penale spetta il campetto di terra, dove si può giocare a pallone se si trova un pallone, e poi si sentono le voci del femminile. A Natale le voci dei bambini incarcerati fanno più impressione. C’è un tubo da cui esce un filo d’acqua rugginosa. C. raccoglie il filo d’acqua nel cavo di una mano, tiene l’altra appoggiata al muro. Ha posato in terra gli occhiali da miope, con la montatura tenuta da un nastro adesivo. Avrà una sessantina d’anni, è tarchiato. Arriva N., uno di pochi anni e pochi muscoli, istoriato di tatuaggi da strapazzo, vuole il posto. “Scansati, pezzo di merda!”, intima. L’altro è chinato e fa finta di non sentire, o davvero non sente. Il ragazzo gli sferra un calcio nel fianco, e lo manda a sbattere sul muro. L’uomo si volta e mostra i denti, ma solo per un momento, poi si allontana piegato com’è, con una specie di guaito. Il ragazzo dà un calcio agli occhiali e si prende il suo filo d’acqua sporca, poi torna alla partita. Il pivello è nessuno, uno scappato-da-casa. L’uomo è un assassino. Ha ucciso sua moglie, due anni fa, con un coltello da cucina. Quarantatré coltellate, secondo la perizia. Erano una coppia di paese, non più giovane, la cosa è sì e no arrivata alle cronache locali: “Tragedia della gelosia”. Gli altri vanno e vengono. Tengono gli occhi bassi, per lo più, sembrano assorti in qualcosa di essenziale. Forse, semplicemente, contano i passi. Non è appropriato, per la verità, dire “semplicemente”, per un’operazione impegnativa come contare i passi. E’ come pregare coi piedi. Fuori la gente dice, alla leggera: “Conto i minuti”, “Conto le ore”, “Conto i giorni” –“Conto gli anni no”, non lo dice – e vuol dire che non vede l’ora che qualcosa succeda. Qui contano davvero gli anni, e anche le notti e le ore e i minuti, ma soprattutto, per vendicarsi del tempo che ti passa addosso a fondo perduto, contano i passi. Migliaia, centinaia di migliaia, milioni di passi. Su e giù all’aria, da un muro all’altro, quaranta all’andata e quaranta al ritorno, e anche in cella, se la ressa lo permette, tre dal muro al blindo e ritorno, come se i passi accumulati avvicinassero la meta. Ma sono passi davvero perduti, come chiamano futilmente il corridoio di quel parlamento dove due giorni fa, alla vigilia di Natale, hanno cancellato i pochi fondi per il lavoro in carcere e la misera legge sulle pene alternative. Se i giudici sapessero di che cosa parlano, farebbero alzare in piedi l’imputato e gli direbbero: “Per questo e quest’altro, caro signore, la Corte la condanna a quattordici milioni e seicentotrentasettemilacinquecentododici passi”. M. è un ergastolano cui è vietata la speranza, lui non conta i passi, e nemmeno i Natali che gli mancano: tutti i Natali della vita. Alle 4 di pomeriggio sono tutti chiusi di nuovo, passa la conta e la battitura ferri, e poi la terapia. J. prende il metadone e finge di inghiottire: lo fa benissimo. Poi lo risputa in un bicchierino di carta, lo venderà a uno del secondo piano per un rotolo di carta igienica. R. ingoia sul serio il suo Tavor –è obbligatorio prendere i farmaci davanti a infermiere e agente, anche se è un analgesico e il mal di denti arriverà fra cinque ore. R. ha un solo desiderio: addormentarsi e risvegliarsi quando le feste saranno passate. Le celle restano chiuse dalle sedici alle dieci del giorno dopo. A mezzanotte lo scampanio arriva fin qui dentro. P. è polacco e si tiene sveglio perché sa che a casa preparano anche per lui e suo padre versa anche nel suo bicchiere e beve per suo conto.
La mattina di Natale quasi tutti si preparano per la messa, anche quelli che non ci vanno mai. Viene il vescovo oggi, poi andrà a dire la messa solenne per la brava gente in Duomo. Vengono anche i musulmani –solo qualche duro se ne astiene. I musulmani hanno una devozione per Maria e per Gesù, e poi la messa del Natale è la più grande occasione per incontrarsi. Il vescovo dice che è questo il posto giusto per il Natale, che le celle sono il luogo più somigliante alla grotta al freddo e al gelo. Dice che c’è una differenza fra la giustizia e Dio, e che Dio non può farli uscire dalla galera, ma può liberarli dalla schiavitù del peccato, perché li ama. Qualche vescovo dice che Dio ama loro specialmente. L’idea che un Dio bambinello appena nato in una stalla ami specialmente loro fa venire le lacrime agli occhi, e anche certi gran farabutti sono un po’ sinceri, come ragazzini presi in fallo. I detenuti sono devoti soprattutto alla Madonna, e il Natale in carcere è una festa della mamma. Quando l’officiante esorta a scambiarsi un segno di pace, i detenuti vorrebbero darla e prenderla a tutti i presenti, mano di carcerato con mano di carceriere, mano di nigeriana con mano di romeno, finché maresciallo e appuntati non mettono fine a quell’allarmante viavai. E comunque C., che ha accoltellato la sua anziana moglie, avrà dato la mano al pivello N. e alla suorina, e per un momento tutti i debiti saranno rimessi a tutti. Intanto, approfittando della ridotta vigilanza, il giovane B., all’isolamento, che aveva fatto il matto per essere portato alla messa anche lui, si è impiccato con la sua canottiera a un calorifero freddo: se muoia o si salvi, non lo diremo.
Dopo la messa gli agenti incalzeranno i fedeli che indugiano come scolari alla fine della ricreazione. Passerà però ancora la suora con qualche regaluccio. C’è un pranzo speciale, oggi, e chi può ha fatto una spesa da festa. (Ognuno dei 67 mila detenuti costa 250 euro al giorno allo Stato, il quale spende 3 -tre- euro per il mantenimento quotidiano del detenuto, colazione pranzo e cena…). Così uno strascico di euforia dura ancora, nonostante che una sequela di cancelli blindati si sia richiusa su ogni rapporto col mondo di fuori. Volontari, vescovi, educatori e visitatori se ne sono andati, ciascuno a fare Natale con i suoi. E’ come se si fossero portati dietro l’aria bianca e rossa del Natale. Per due giorni –anche domani è festa – si resterà soli, senza visite, senza posta, senza telefonate. Senza. Si capisce che la vera aria del Natale, l’aria triste, si insedi ora sovrana nelle celle. Una volta si dava a Natale un bicchiere di cattivo spumante a ogni detenuto, e un piccolo mercato moltiplicava le dosi di chi anelava al sonno o alla rissa. I propositi di bontà della mattina scadevano prima del tramonto: bontà e cattività vanno male assieme. Ma anche a spumante abolito –“Economia, Orazio, economia!”- non c’è niente di più triste di un pomeriggio di Natale.
Fra poco, si sentirà russare, gemere, urlare. E i televisori a tutto volume, non guardati da nessuno, finché un agente arriverà a dire di spegnere. Poi andrà a sedersi al suo tavolino, in quei rumori di zoo umano. E’ un giovane agente che prova a studiare perché si è iscritto a legge, è in servizio perché non ha una famiglia propria, e i suoi stanno ad Avellino, così ha sostituito volentieri un collega padre di famiglia. Ha una radiolina accesa e l’auricolare, per ascoltare i racconti dei radicali che hanno passato Natale in carcere.

Adriano Sofri su Repubblica, oggi

800px-Summer_Solstice_Sunrise_over_Stonehenge_2005Volevo scrivere un post acidissimo, dovuto al Natale e  alla giornata appena trascorsa e a quella che seguirà con tutto un corollario di recriminazioni e di attestati di mancanze e di solitudini. Poi mi è arrivata la mail di un amico,  e lo definisco amico non a caso, che mi ha ricordato di come il Natale sia una sovrapposizione al solstizio d’inverno, salutato e festeggiato da ben prima la nascita di Cristo. Sol invictus. Una ricorrenza di rinascita e rinnovamento. Quindi niente lamentele, nuovi propostiti di rinascita e rinnovamento, e il memento che amare significa specialmente donare.

The-Grinch-how-the-grinch-stole-christmas-31423260-1920-1080Non c’è un modo carino per dirlo, io ODIO il Natale. Non mi piace. Mi fa orrore. Mi sta sulle palle. Insomma vorrei abolirlo, saltarlo, annullarlo, dimenticarlo.

Certamente non sono l’unica, né quella con le reazioni più radicali, è ovvio.

Anzi. Mite, accomodante, dorotea, codarda come sono, ho sempre cercato di adattarmi e di farmelo piacere. O meglio di fare in modo che tutto procedesse come se.

In realtà ci fu un anno preciso in cui il Natale, quello magico che si aspetta cercando di rimanere sveglie per riuscire a beccare Babbo Natale e augurandosi di non incontrarlo mai allo stesso tempo, e immaginando con ansia quello che avremmo trovato di meraviglioso la mattina dopo sotto l’albero, tutto questo si trasformò nel peggior ricordo della mia vita. Quel momento lì forse fu fondamentale per me, per diventare la donna che sono. Ma certo non favorì il mio rapporto con il Natale.

Neanche gli otto anni di Suore sono servite a mantenere un rapporto saldo con la tradizione Cristiana. O forse proprio grazie a loro. Alle banali ed insistenti e sciocche ed inutili speculazioni  su questioni religiose o filosofiche molto più alte, mi sono definitivamente sganciata dalla religione cattolica.

Comunque sia io sono anni che ODIO il Natale.

Ho dato per scontato di doverlo amare. Quando ancora tentavo di somigliare ad una brava bambina facevo finta di amarlo. Poi quando tentavo di far dimenticare che non ero stata per niente una brava ragazza. Poi quando tentavo di essere una brava moglie e madre per far dimenticare a tutti che ero la pecora nera della famiglia. Quella che se ne era andata. Quella che mandava a quel paese le zie che rompono, che non si ricorda di fare gli auguri di compleanno, figuriamoci quelli per gli onomastici. Quella che, se decideva che  era il momento di  cambiare, mandava all’aria tutto e ricominciava da capo. Per normalizzare l’anormalità tentavo di far si che il natale somigliasse sempre a quello che mi avevano insegnato doveva essere.

Ma dentro, nel profondo, lo ODIAVO.

E’ il momento dell’anno in cui se sei solo ti senti ancora più solo. Se sei povero ti senti il più disgraziato. Sei sei triste cadi nella depressione più nera.

E ci tengo a precisare che più di ogni altro proprio chi è cattolico, veramente credente, nel profondo, dovrebbe odiarlo. So di diventare assolutamente impopolare tra i negozianti con quanto sto per dire. Ma credo che una crisi grave come quella che stiamo vivendo forse favorirà una ripresa del natale almeno nei termini con i quali viene, o veniva, celebrato dalle genti cattoliche. Per il resto del mondo è un’orgia. E, se come tale deve essere festeggiato, allora iniziamo a farlo veramente.

Tutti gli anni di questo periodo WeddingDaycerco di dimenticare che ci stiamo avvicinando al natale.

Faccio finta di non vedere i negozi che per primi mettono luci e decorazioni.

Non passo per Piazza Navona per non essere insultata dall’orrore pacchiano delle bancarelle, orrore rinverdito dai ricordi che ho della piazza da bambina.

Evito di pensare ai regali, fino all’ultimo. Tranne che per il piccoletto. Il quale comunque, pragmatico com’è, non spedisce la lettera a Babbo Natale via posta. No, la attacca alla parete del salotto con uno scotch. Tanto Babbo Natale la vede lo stesso, no? E più che altro io ho la lista a vista ogni momento.

Ma quest’anno c’è una cosa che mette in ombra l’inevitabile ricorrenza  natalizia. Il matrimonio di mia sorella.

Non starò a spiegare perché, c’è un motivo, si sposa il diciassette dicembre. Lunedì. Alle ore 16,00. In Chiesa. Io sarò testimone.

Si sposa con l’uomo, ragazzo, giovane uomo, non saprei come definirlo, con il quale vive da due anni. E fin qui… (se non fosse stato per la holà di Santo Subito! partita da tutti noi all’annuncio del matrimonio) tutto normale.

Mia sorella ha la mia età. Cioè è di poco più piccola di me. Ci tiene però a precisare che è la più piccola. Comunque, diciamo, non è una pischella. Ed è già stata sposata. Per  poco. Tanti anni fa. Ma in qualche modo ha già dato.

Lui no, è signorino.

Ma quando hanno annunciato che si sarebbero sposati, a parte la questione della data e del matrimonio in se, si pensava sarebbe stata una cerimonia semplice, per pochi intimi, laica.

Invece no.

Mano a mano che passavano i giorni, da pochi intimi si è passati a 100 persone.

Da un piccolo buffet dopo la cerimonia si è arrivati alla cena.

E, specialmente, si è andata sempre più delineando una cerimonia con decori floreali e abiti in tono.

Se c’è una cosa che mi scombussola è dover decidere cosa indossare per una cerimonia. Qualunque essa sia. Tranne ovviamente i funerali, perché riesco ad andare sul sobrio più spinto.

Ma qui sarò oltretutto testimone.

Mia sorella ha  un abito anni cinquanta con in testa non ho capito che razza di fascia/cappello, il tutto in un opportuno grigio chiaro. La Chiesa cattolica ha dato per buono che, pur essendo divorziata, la prima volta si è sposata in comune,  è come non avesse mai convolato. Però certo la convivenza c’è. E gli sposi non sono certo ragazzini.

Io sono stata dissuasa dal mettermi un abito nero, pare brutto. Difficile per me non essere vestita di nero, ma vabbè. Sono quindi corsa dalla mia amica Angelica, che è l’unica della quale mi posso fidare, e che ha aggirato la questione con una specie di tuta/vestito di un blu scuro, che potrebbe anche sembrare nero, ma nero non è.

Se riesco quindi a riprendermi dalla mia bronchite riuscirò ad andare a ritirare l’abbiglio e a confrontarmi con lei e mia cugina sugli accessori da abbinare. Il tutto nella sua bottega, con bottiglia di rosso (una volta anche la sigaretta, ma oramai!) e passerella defilè per valutare l’effetto. Loro si divertono come matte, e io abbozzo.

E quindi il diciassette farò la mia porca figura di testimone, muta perché non cattolica (ma pare non sia obbligatorio) accompagnata da mio fratello.

Resta chiaro che dopo una settimana il Natale arriverà comunque.

Non so se nelle altre parti d’Italia è così, ma a Roma oramai sono tutti pazzi per Halloween. Neanche a dirlo che ai miei tempi non era festa conosciuta.

Anzi per la verità la conoscevo tramite le strisce di Peanuts. Charlie Brown nell’orto in mezzo alle zucche in attesa del Grande Cocomero. Io tutti gli anni compravo il diario di Linus ovviamente. Quando andavo a scuola. Per essere sincera anche quest’anno ho un’agenda di Linus. Una moleskine ma con la copertina con il bambino dalla testa rotonda e Snoopy. Non si finisce mai di crescere. Per la verità è stata un po’ masticata da Cicoria. Avrà avuto i suoi motivi. Oramai siamo troppo in sintonia.

Ma sto divagando e non è bene, torniamo a noi.

Qualche anno fa, parecchi oramai, quando la ventunenne era ancora piccina, (stasera m’è presa con le subordinate, abbiate pazienza) si sentiva parlare di Halloween solo perché nel quartiere abitano molti americani. Era una ricorrenza tutta loro, che però anche i nostri figli, italiani, avrebbero amato festeggiare.

Ad un certo punto, non so più quando, la Festa ha preso piede. I locali hanno incominciato a decorarsi di zucche e ragnatele. Gruppi di ggggiovani  hanno iniziato a mascherarsi. E non c’è stato più freno. Ormai si inizia dal 15 ottobre a vedere in giro inviti a forma di zucca e il piccoletto da un paio d’anni ha avuto la sua maschera ed è voluto andare in giro a fare dolcetto o scherzetto. Quest’anno sarà vestito da Morte. Maschera ancora tutta da studiare.

Da parte mia lo trovo divertente anche se totalmente assurdo. Mi diverte scavare la zucca e metterla alla  finestra con la candela accesa per spaventare gli spiriti. Ma mi fa orrore tutto il commercio e il merchandising di contorno. Che si confonde con l’inizio di quello natalizio che di anno in anno anticipa sempre di più i tempi. Al momento nei grandi magazzini si confondono zucche e palline per la decorazione dell’albero. E’ proprio il caso di dire che non c’è più religione.

Per rimanere nei luoghi comuni non c’è neanche più la mezza stagione. Oggi sono passata direttamente dalle maniche corte alla sciarpa.

Ok metto fine a questo sciagurato post. Solo un’ultima considerazione. Nel caso i Maya fossero all’ascolto. Non ve la aspettavate una confusione simile, eh?

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