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Archivi tag: anni settanta

Esito ancora a pensarci.

Ero a casa di un uomo. Un uomo conosciuto da poco, a cui non ero per nulla interessata dal punto di vista fisico.

Mi stava dietro da un po’ e avevo accettato l’invito quasi per cortesia, essendo lui persona molto cortese.

La casa era minuscola, praticamente una stanza. Pareti grezze, pochi mobili. Direi povera.

Mi aggiravo un poco imbarazzata guardando qualche immagine alle pareti, la conversazione languiva.

Cercavo un modo per venirne fuori senza offendere ma abbastanza velocemente.

Quando improvvisamente lui aprì una grande porta, anzi più di una, e la prospettiva asfittica e grigia mutò completamente: ci trovavamo in riva al mare. Una casa minuscola su enormi dune. Di fronte le onde di un blu violaceo che si infrangevano sulla riva. Una visione mozzafiato.

Lui mi guardò per osservare l’effetto della meraviglia sul mio volto. Non c’erano dubbi, ero estasiata.

Un posto così speciale doveva essere certamente il suo asso nella manica.

All’improvviso diventai triste.

Avrei dovuto rinunciare al piacere di soggiornare in quella casetta così preziosa. Nulla, neanche il possederla mi aveva reso speciale l’uomo che la abitava.

Il risveglio lasciò inizialmente un senso di amaro.

Ma poi il vero, forse vero, significato mi si palesò.

Quali preziosi tesori posseggono persone che noi immaginiamo insignificanti o non interessanti?

Forse era questo il senso.

O forse solo la speranza di trovarne, di tesori, in questa umanità asfittica e grigiastra.

Magritte - Portrait of Stephi Langui

Magritte – Portrait of Stephi Langui

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avevo dodici anni ed ero già completamente infelice.

appartenevo a quella che allora si chiamava famiglia della media borghesia, prima che questo concetto venisse spazzato via dai movimenti degli anni seguenti.

frequentavo una scuola privata esclusivamente femminile gestita da suore francesi.

non era tra le più esclusive della città, ma la retta annuale faceva una certa scrematura. anche se era sempre più frequentata dai figli dei nuovi ricchi. non famiglie di professionisti o antichi proprietari terrieri, ma commercianti, bottegai, che negli anni subito dopo la guerra avevano saputo cavalcare l’onda del grande boom economico.

la mia, di famiglia, era già una macchia nera.

divorziati.

i miei genitori appartenevano a quella che allora era una minoranza sociale e avevano costretto anche me a farne parte. nella mia scuola supercattolica, che io sapessi, ero stata la prima. in un primo momento la vicenda mi aveva dato un’aura di gloria, attenzioni particolari da parte delle maestre e una certa elasticità nelle richieste di risultati scolastici. ma d’altro canto io ero una bambina molto educata, ligia, e apparentemente così matura e serena da non avere quasi bisogno di queste attenzioni.

la situazione a dodici anni si era già normalizzata. c’erano stati sicuramente altri divorzi. una bambina era rimasta orfana di padre, e questo mi aveva fatto slittatare in una categoria meno protetta.

il vero problema era un altro. odiavo me stessa. odiavo soprattutto il mio corpo grassoccio e informe. le mie compagne erano divise tra le belle bambine (la maggior parte) e le brutte. io ero considerata bella.

ma come si fa, dico io, a considerare bella una bambina così. alta ero alta, è vero. avevo troppa carne addosso. ero pesante, sgraziata. con le caviglie grosse e le guance ridondanti. avevo ancora i capelli tutti pari, lunghissimi. scuri, folti, pesanti. la mia compagna di banco, e migliore amica, Emilia Elena aveva un taglio molto moderno, tutto scalato, con una frangetta di lato. ed era di un bel castano chiaro dorato. d’altra parte lei già aveva indossato calze color carne sotto la gonna scozzese della divisa e le avevano comprato un paio di decoltè con una zeppa di para che la facevano diventare alta quasi quanto me. io ero appena riuscita ad evitare i calzettoni e ad indossare una calzamaglia, rigorosamente spessa, bianca o blu. questo non aiutava le mie gambe pesanti a sembrare più snelle. tantomeno lo facevano i mocassini con il tacco spianato.

ma più di tutte, quelle che invidiavo, erano le cugine Sabelli. in verità non si chiamavano entrambe così, essendo figlie di due sorelle. però entrambe vivevano nella tenuta di famiglia e da lì prendevano il nome. erano piccoline per la loro età, bassine ma estremamente proporzionate. una era quasi un modello barbie. biondo platino, occhi azzurri, nasino piccino. l’altra era  il suo clone ma in versione scura. capelli castani, lentiggini, occhi verdissimi.

erano belle, di una bellezza raffinata e delicata, ma inappellabile. qualunque vestito a loro stava bene. anche se indossavano calzamaglie pesanti, mocassini e gonna scozzese come me, erano deliziose. quando venivano in tuta per le ore di ginnastica erano due atlete in miniatura. erano agili. mentre io arrancavo sul quadro svedese e rimanevo appesa piangendo come un salame alla scala orizzontale, loro salivano, scendevano, volteggiavano, come se la gravità non le sfiorasse.

sapevo che nella loro Tenuta condividevano con i cugini una casa su un albero. che andavano a cavallo. d’inverno spesso sparivano per una settimana tornando tutte abbronzate dopo essere state a sciare sulle Dolomiti. io avevo visto solo una volta la neve, quell’inverno sulla via dei laghi, ad un curvone su uno sterrato. aveva appena fatto un poco di neve e lì, al contrario dell’asfalto, non si era sciolta. io e mia sorella eravamo scese dalla macchina di corsa infilando le mani nella farina bianca e subito eravamo rimaste molto deluse. era fredda e molto bagnata.

le cugine Sabelli non prendevano mai voti eccellenti, ma andavano bene in tutte le materie. sembrava che le loro famiglie non pretendessero la media del dieci, come succedeva a casa mia. erano soddisfatti così. non le obbligavano a leggere continuamente vecchi romanzi per ragazzi arrivati direttamente dai primi del novecento. un giorno le gemelle portarono in classe un libro che fece scalpore: Fantozzi. La signorina Pericoli, l’insegnante di italiano, glielo fece leggere a turno ad alta voce. non pensavo avrei mai potuto ridere così tanto per un libro. i miei testi erano pieni di bambini orfani, malaticci, che sacrificavano la loro vita per la patria o per portare un po’ di pane in famiglia.

un giorno, per il compleanno di una delle due cugine – non ricordo quale – fummo tutte invitate ad una festa nella Tenuta. l’ingresso era un altissimo cancello di legno, che si apriva su un lungo  muro di pietra. era al confine tra la città e i nuovi quartieri. un territorio vergine, ettari di terreno scampati alla nuova urbanizzazione. probabilmente la stessa famiglia Sabelli, proprietari terrieri, aveva costruito e cementificato tutto intorno. ma avevano conservato il loro piccolo paradiso: prati e boschi e colline a loro esclusivo uso. nella Tenuta viveva tutta la famiglia. diverse case attorno ad un’aia, con accanto le stalle dei cavalli e le abitazioni dei contadini. le gemelle ogni giorno sparivano lì dentro, vivendo quella che io immaginavo la loro vita da favola con una famiglia felice ad affiatata, ricca ed accogliente.

la festa era stata preparata all’aperto, non ricordo più quanto giocammo o se mangiammo panini preparati in casa o tramezzini comprati al bar come succedeva a casa mia, quello che ricordo fu il momento del film. i genitori avevano organizzato la proiezione di un film in una delle costruzioni basse riservate ai giochi dei ragazzi. già avere un proiettore grande, come quello dei cinema, con la pellicola nelle grandi pizze e uno schermo che copriva tutta la parete di fondo era una cosa straordinaria. mio padre aveva il suo super8 e lo schermino con il gancio a molla che ogni tanto cedeva e si arrotolava improvvisamente schiacciandoti le dita.

ma la cosa veramente straordinaria, che mi lasciò senza parole e cambiò per sempre il concetto che avevo di cosa era la vera felicità, fu che il film era stato girato da loro. da tutta la famiglia Sabelli, indendo. non un filmino di qualche ricorrenza o le riprese della gita in montagna. no! un vero film con sceneggiatura, montaggio, titoli e musiche. a colori.

era un film di Diabolik. girato dai genitori delle Sabelli e dagli altri cugini. non ricordo chi fosse il protagonista, probabilmente uno dei cugini più grandi, e nemmeno chi interpretasse l’ispettore  Ginko.

ricordo bene però chi fosse Eva Kant: entrambe le cugine. la bionda era Eva nella versione naturale, quando era con Diabolik a casa a preparare il colpo, quando studiava il modo di aiutarlo a liberarsi dall’ispettore che lo tampinava. poi con un abile gioco di dissolvenza e assolvenza Eva metteva una maschera e si trasformava nella cugina mora. erano straordinarie. bellissime e fiere nella loro parte. agili ed eleganti, negli inseguimenti, scavalcavano muri, si arrampicavano sui rami di un albero per entrare da una finestra. nei primi piani gli occhi azzurri e dolci della bionda Eva si trasformavano in quelli verdi ghiaccio della sua clone.

era un film perfetto, avevano ricreato ambienti e costumi, incluse le maschere nere. avevano seguito il  racconto di uno dei fumetti delle sorelle Giussani. erano riusciti a girare anche uno spettacolare inseguimento in auto con la mitica jaguard nera inseguita dalla giulietta verde dell’ispettore lungo gli sterrati delle cave vicino alla città. Quelle che avevano ospitato le riprese di tanti spaghetti western.

a fine proiezione ero sopraffatta dall’ammirazione e dall’invidia. non avrei mai potuto eguagliare le cugine. mai sarei stata coinvolta in un’operazione così geniale e divertente.

mai avrei potuto essere io Eva Kant.

A fine agosto è stato il compleanno del piccoletto e la sorellona per regalo gli ha comprato un film di Hayao Miyazaki: I sospiri del mio cuore (耳をすませば Mimi o sumaseba, lett. “Se tendi l’orecchio”), titolo internazionale: Whisper of the Heart. Ovviamente ogni film di Miyazaki per noi è un must, abbiamo quasi tutti quelli che sono usciti in italiano. E spesso li rivediamo assieme. Non smettiamo di emozionarci per i disegni rigorosamente fatti a mano, per i panorami acquerello e per le colonne sonore mitiche.

Che fosse un film sull’amore era evidente già dal titolo. Non ci aspettavamo fosse una vera e propria love story tra adolescenti. Deliziosa. Come sempre. Con un pizzico di mistero. Come sempre.

La cosa che per me è stata sconvolgente, anche se ai miei figli non è ovviamente apparsa tale, è stato il tema musicale centrale del film. Dai primi fotogrammi, o disegni, è partita County roads. Si. Sulle immagini di una Tokyo degli anni ottanta è partita proprio la mitica strada di John Denver. Non la versione originale, ma comunque inconfondibile. Canzone che poi diventa un plot nel film e che viene orribilmente storpiata in un adattamento nippo-italiano dalla protagonista innamorata di un ragazzo con sogni da liutaio, che decide di andare ad imparare il mestiere in Italia. Non manca nulla. Una vera soap a disegni animati. Ma Miyazaki vince sempre.

E la sorpresa tra le sorprese è stata l’infatuazione immediata del piccoletto per Country Road.

Io conservo ancora i nastri registrati da un mio boyfriend nel 1970 con le canzoni di Denver. Ero uscita da poco dalla clausura di una scuola femminile gestita da suore. Ero stata catapultata nel mondo vero, in un Istituto Tecnico in pieno fermento politico. Avevo avuto l’impatto esplosivo con l’universo maschile, con l’aggravante di essere nel fulcro dello sviluppo adolescenziale.

Ed ero stata iniziata …. alla vera musica. Ferma a Mina e ai Ricchi e Poveri avevo avuto il battesimo dei Pink Floyd, di Battisti, di Guccini e Finardi. E poi il folk americano Woody Guthrie, Pete Seeger, John Denver.

Pomeriggi interi passati ad ascoltare musica e a cantarci sopra.

Ed ora, il piccoletto, si becca Country Road storpiato da una giapponese e se ne innamora.

Il fato vuole che per il suo compleanno la sua mamma, cioè io, gli abbia regalato un walkman. Quindi ora scaricherò tutto il folk americano che conosco e invaderò le tenere orecchiucce del pargolo con le melodie che mi hanno fatto scoprire il mondo.

2013-06-27 19.36.46La pioggia ci raggiunge mentre passiamo il valico sull’Appennino. Nuvole nere minacciose e cariche ci seguivano già da un po’. La temperatura è crollata di dieci gradi. Esattamente come il nostro sorriso.

Insieme da due giorni.

La sera si avvicina.

E anche l’albergo nei pressi della stazione dalla quale domattina partirò.

L’euforia che ci ha tenuto abbracciati  si tramuta in una leggera malinconia.  Tu guidi assorto e non parli. Io ogni tanto ti osservo, mentre non smetto di carezzarti. La tua mano posata sulla mia gamba. L’avambraccio abbronzato. Il collo e la nuca come so che  ti fa piacere. Tu fai le fusa quando ti accarezzo. E questo mi piace.

Mesti, come due topini diretti verso il formaggio nella trappola, arriviamo all’Hotel. In un nanosecondo qualunque questione riguardante il nostro presente, il futuro, i problemi di lavoro, i figli i debiti…. Tutto viene sbattuto in seconda pagina. In alto, un titolo a caratteri cubitali: SIAMO PRECIPITATI NEL PASSATO!!

Violentemente sbalzati dal sedile della tua lercissima automobile agli anni settanta….

L’albergo era stato trovato su internet. Volendo evitare critiche ti avevo prestato gli occhiali per guardare se la situazione era mediamente accettabile: prezzo conveniente, vicinanza alla stazione, numero di stelle (tre), servizi menzionati (wifi, aria condizionata, parcheggio privato, prima colazione)

Tutto in regola, prenota! Mi avevi dato l’ok!

Ora siamo qui. Nel parcheggio dell’Hotel Albatros.

Nulla da dire sul parcheggio. E’ un parcheggio.

Cordoli di cemento pieni di erbacce, ma il parcheggio c’è.

Scendiamo dalla macchina in silenzio. Ancora non riusciamo ad esprimere le nostre perplessità.

Lascio alla mia destra il marciapiede dell’Hotel fatto di mattonelline tipo cotto, tutte sbreccate (per chi non è romano: rotte, con una parte mancante, un lato decisamente irregolare a causa di frattura) e vasi di cemento con deliziose piante autoctone di incerta classificazione (vedasi alla parola: erbacce).

Entriamo da una porta a vetri. La seconda che incontriamo. La prima è fermata da uno spago apposto sulle maniglie a protezione dei rigogliosi Ficus Benjamin che sono posizionati dietro di essa.

Alla Reception solite formalità. Documenti, firma del modulo per la pubblica sicurezza. Comunicazione che la tassa di soggiorno va pagata in contanti ed in anticipo (!) due euro a persona.

Eseguiamo guardandoci di soppiatto.

Ci consegnano la chiave della stanza.

Andando verso l’ascensore non ci teniamo più. Lo sguardo corre alla Hall dell’Hotel Albatros.

E’ tutto in linea. Tutto rigorosamente anni settanta. Scala elicoidale con piante semiasfittiche, salotto con divani in ecopelle simil Flou, pavimento in marmittoni, soffitto flottante semidiroccato, luci fredde-tipo-lampadine-a-basso-consumo-vecchio-tipo.

Arriviamo all’ascensore oramai certi di essere precipitati in un film.

Al terzo piano sulle porte mancano i numeri. O meglio ce n’è uno su cinque. Facciamo la conta e troviamo la porta giusta. Entriamo. Camera rigorosamente anni settanta. Letto con sopraccopertina in cotone e testiera in legno. Di fronte scrivania in legno con mini televisore e mini frigobar contenente una lattina di aranciata, una lattina di coca cola, due bottigliette in plastica di acqua minerale. Armadio in legno a due ante.

Entro in bagno. So già che quello sarà il pezzo forte.

E così è.

Cesso minuscolo con lavabo mini, doccia a loculo con tendina in plastica fiorata semisganciata e nessun appoggio. Al posto dell’asta portasciugamani e del ripiano sotto lo specchio solo dei buchi sulle maioliche. A testimoniare che una volta c’erano…..

Mi torna improvvisamente alla mente un viaggio estivo fatto con mia sorella e mio padre. Avevo circa tredici anni quindi sarà stato il settantacinque. Andammo in Calabria. Io ebbi l’incarico da mio padre di prenotare tutti gli alberghi del tour calabrese. Mi consegnò una guida Michelin, “LA” mitica Guida Rossa, dandomi un range di prezzo. Io feci del mio meglio, ma evidentemente il range non era da cinque stelle e gli alberghi calabri al tempo lasciavano  un bel po’ a desiderare. Finii col comprare un detersivo per lavare il bagno di ogni posto dove ci fermavamo a dormire…..

Esco dal bagno. Oramai ci ha preso a ridere. Mi fai notare il pavimento in marmetti grigi. Ti indico i campetti di calcio fuor dalla finestra, sotto gli enormi tralicci dell’alta tensione. Disturbate persino le linee telefoniche.

Questo sarà il nostro nido per l’ultima notte da passare insieme.

Ceneremo fuori. Poi ci butteremo nella hall sui divani simlipelle a guardare la partita sul meraviglioso Samsung anni novanta, cercando di schiacciare le zanzare che ci piombano addosso da ogni lato. Complice anche il freddo assurdo che è calato su un fine giugno fuori misura.

Poi ci sdraieremo sotto la trapunta di cotone accendendo la ventola che pende sopra il letto (in teoria c’è anche un impianto di aria condizionata, ma non si capisce in che modo farlo funzionare) ci abbracceremo e coccoleremo ancora una notte. Prima della mia partenza.

La nostra notte all’Hotel Albatros.

216px-Jain_hand.svgQuesto post si potrebbe anche intitolare: eli e le donne, o anche eli e i tradimenti, o meglio eli e gli uomini che non la scelgono mai.

Io ho un bel rapporto con le altre donne. Ritengo che siano una fonte per me di ispirazione continua. Difficilmente mi sento invidiosa o in gara con un’altra donna. Non è escluso che conosca donne che mi stanno sulle palle, o che discuta o litighi con una donna, o che proprio la pensi in maniera differente. Figuriamoci! La sorellanza è roba da anni settanta. Però, negli anni, ho imparato ad ascoltare le donne parlare, e a guardarle mentre parlano, e ad osservare i movimenti del corpo degli occhi delle mani. E ci vedo proprio la vita. Ci rivedo me o l’opposto di me o entrambe le cose. Ma mi sento in sintonia.

Negli anni ho imparato a rispettare anche le donne che mi hanno ferito. E qui arriva il punto.

Ho una sorta di maledizione del faraone che mi colpisce in ogni relazione amorosa. Il mio uomo vive con un’altra donna. Oppure. Non ci vive più, ma la sua ex continua ad essere fortemente presente nella sua vita. Oppure. Non ha un’altra donna, ma qualunque altra donna lo interessa.

Mi sono trovata in situazioni grottesche. O meglio.  Che definisco ora grottesche, perchè al momento credevo di sentirmi aprire la terra sotto i piedi. In realtà me lo auguravo.

Mi sono trovata, incinta di tre mesi, a leggere le missive infatuate della giovane artista al mio compagno-padre-di-mio-figlio-regista. E fin qui niente di strano. Capita. Ma la storia durava da tempo, negata, sempre. E di fronte all’evidenza non ha potuto che …. negare ovviamente. Sono finita a urlare come una lavandaia al telefono alla tipa di sparire dalla nostra vita.

Durante la stessa gravidanza, verso l’ottavo mese,  il mio amore regista  se la fece anche con  la giovane allieva, ma oramai avrete capito il tipo. Quindi nessuna meraviglia se l’anno dopo mi ritrovai in un paesino della calabria, per uno stage estivo, con TRE, dico TRE, delle sue amanti (o ex amanti) come allieve. Neanche a dirlo che ci siamo lasciati.

In un’altra relazione mi sono ritrovata nuda, accanto al mio uomo nudo e addormentato, a sentire la porta di casa che si apriva e vedere la sua ex che entrava chiamandolo prima di rimanere pietrificata come me, per poi decidere di lasciare le chiavi di casa sul comodino e uscire in silenzio. Non bastasse, al suo risveglio un attimo dopo, il bastardo si angosciò per lo stato di prostrazione in cui, sicuramente, lei si stava trovando in quel momento.

Dopo anni di un rapporto tira e molla in cui continuava a comparire l’ex nei momenti più delicati, ebbi la notizia che per motivi assolutamente pratici legati alla crisi economica, avevano deciso di ricondividere la casa e le spese. Il gergo che ho usato lo lascio alla vostra immaginazione. L’aggravante è che per tutto il tempo della relazione io ero stata vessata da una forma di gelosia patologica e accusata, assolutamente gratuitamente, dei più turpi e ripetuti tradimenti.

Infine mi sono ritrovata a gestire una relazione con un uomo che inizialmente creduto libero si rivelò invece accasato con figli. Convinta del fatto che la convivenza fosse oramai un fatto puramente formale ho atteso un tempo più che congruo, per me, per far si che si definisse la questione. Ma ciò non accadde né si vide all’orizzonte la più pallida speranza, complice ancora una volta crisi e dissesti finanziari. Ma, se non fosse bastato, il mio uomo – essendo intelligente, arguto e ironico – amava dedicare tempo ed energia al rapporto epistolare con donne di ogni razza e religione, alcune delle quali fatalmente cadevano nel deliquio amoroso. Alcune delle altre poi incontrava o cercava di incontrare. Sempre, sia detto per chiarezza, sostenendo di mantenere  l’assoluta fedeltà morale e materiale a me.

Sento già da un po’ ripetuti mormorii e borbotti. Si ma te li cerchi con il lanternino. Vabbè ma dopo che ti ha fatto questo ancora ci stavi insieme. Ma come hai accettato una situazione di compromesso e poi ti sei tirata indietro.

Ebbene, coloro che mormorano non hanno letto il titolo del post, o non sono buddisti, o comunque non sanno cosa significhi la parola karma.

Karma è una parola che deriva dal sanscrito e letteralmente, significa “azione”.

“Indica il funzionamento universale di un principio di causalità simile a quello di cui parla la scienza, secondo cui ogni cosa nell’universo esiste all’interno di uno schema di causa ed effetto: “per ogni azione, c’è una reazione uguale e contraria”. La differenza tra la causalità delle scienze naturali e il principio buddista del karma è che quest’ultimo non si limita alle cose che possono essere viste o misurate: esso si riferisce anche gli aspetti invisibili o spirituali della vita, alle sensazioni o alle esperienze di felicità o miseria, gentilezza o crudeltà.”

“Secondo il Buddismo, noi creiamo il karma su tre livelli: attraverso i pensieri, le parole e le azioni. Le azioni, ovviamente, hanno un impatto maggiore delle parole. Allo stesso modo, quando diamo voce alle nostre idee, ciò crea un karma più pesante rispetto al solo pensarle. Tuttavia, poiché sia le parole sia le azioni hanno origine nei pensieri, anche il contenuto di ciò che sentiamo e pensiamo è di cruciale importanza.”

“Il karma quindi, come ogni cosa, è in costante divenire: creiamo il nostro presente e il nostro futuro attraverso le scelte che facciamo in ogni momento. Sotto questa luce, l’insegnamento del karma non incoraggia alla rassegnazione, ma restituisce il potere di diventare protagonisti nello svolgimento della propria vita. “(dal sito dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai)

La questione quindi attiene decisamente a me. Al mio rapporto, evidentemente, malato con il genere maschile. Froidianamente direi al mio rapporto, assolutamente, malato con mio padre.

Ma torniamo invece al mio rapporto con le donne. In tutto questo, direte – già vi sento, come puoi amare tanto il genere femminile. Dal momento che squinzie bionde seducevano il tuo uomo. Che altre donnine più mature non mollavano di un centimetro il territorio. Che infine per un verso o per l’altro sei stata comunque defenestrata?

Facile: perchè non era propriamente responsabilità loro. Agivano, è vero – a volte, in modo subdolo. Ma i miei meravigliosi uomini avrebbero potuto neutralizzarle in modo immediato, efficace e definitivo. Manifestare in maniera chiara e totale che una sola e unica donna faceva parte della loro vita: IO.  Invece no. Perchè io amo gli uomini che non rinunciano mai….. alle altre.

In quanto alle ex, ora attuali e conviventi , o definitivamente ex dei miei ex, quasi sempre ci divento amica. Chi accompagno nelle visite al centro per i disturbi alimentari (si perchè se le scelgono anche anoressiche) Chi diventa interlocutrice e riferimento nella gestione del piccoletto nei giorni di spettanza del padre. A chi, incontrandola per l’ennesima volta nell’ennesima imbarazzante situazione, lui vagava cieco come un Edipo, do’ la mano sorridendo e dico: Oramai presentiamoci, io sono Eli.

Oggi scendendo su una spiaggia libera del Cilento mi sono ritrovata improvvisamente catapultata negli anni settanta. Una distesa impressionante di ombrelloni di ogni tipo: larghi, medi, piccoli, tende a forma di papero, tendoni, tendalini, sdraio, seggiolline, teli, parei. E gente, gente ovunque. Sovrappeso perlopiù. Donne con costumi tigrati, bambini in slippini, uomini con mutandoni o boxer. Tatuaggi, braccialetti, occhiali da sole. E poi cibo sotto ogni forma. Celle frigorifere portatili, borse termiche, sacchetti di carta e buste di plastica. E in acqua: maschere, occhialini, palle, wind surf. Una Via del Corso la domenica pomeriggio con i negozi aperti e in tempo di saldi. Una casba di antiche domeniche a Ostia o a Lido dei Pini. Ricordi di bambina. Anche se per la verità noi si andava allo stabilimento, con ombrellone, sdraio (ai tempi i lettini esistevano solo negli studi medici) e cabina. Anzi la cabina era obbligatoria e aveva un piccolo “avanti” – tipo balconcino coperto – dove si mangiava con tanto di tavolo e sgabelli. Noi normalmente non avevamo paste fatte in casa o poli arrostiti, mia madre comprava grandi vassoi di tramezzini (slurp!) o cose pronte in rosticceria. Comunque la spiaggia libera era meta di fughe o incursioni estemporanee.

Mi sono tornate in mente anche certe domeniche a Ladispoli, da ragazza, con un’amica e la mia Samba Talbot comprata di seconda mano, già vecchia ma indistruttibile. Restavamo tutta la mattina ad arrostirci sulla sabbia nero ferro, e poi a pranzo a casa della madre – greca –  che ci aspettava sul balcone (si badi bene non terrazzo, balcone, lungo ma stretto) coperto da tendoni, e ci apparecchiava la qualunque (di solito pasta al forno con con arrosto e contorni vari). Dopo pranzo tutti a dormire su divani, brandine e letti. E poi il ritorno verso Roma in code interminabili dove la Samba arrancava emettendo fumi sinistri dal cofano surriscaldato.

Quale contrasto con il pomeriggio di ieri in piscina, in un Hotel de Charme in collina, dove hanno fatto entrare il piccoletto solo perché conosciuto. Perché per la quiete dei clienti non sono ammessi né cani né bambini. Lettino sul prato all’inglese, flute di prosecco con pesca, cascatelle di acqua, pietra, verde, silenzio. Vecchie carampane che scendevano i gradoni della piscina sorrette da mani sollecite e quarantenni con costume firmato e tette rifatte. Francamente non saprei cosa scegliere.

L’immenso piacere però è sempre, dopo una nuotata rigenerante, risalire la collina baronale e rimmergersi nel silenzio di un paesino fuori mano.

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