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Ho conosciuto Marichia alcuni mesi fa. Ero capitata per caso ad una presentazione del progetto REFUGEE scART che lei ha ideato e portato avanti sostenuta dal Alto Commissariato delle Nazioni Unite per Rifugiati (UNHCR) in collaborazione con il Centro Astalli e da Laboratorio 53. Mi sono subito fatta conquistare dall’energia e dallo spirito di iniziativa di questa donna, che ha creduto nella possibilità di dare lavoro ai rifugiati arrivati in italia da diversi paesi dell’Africa. Persone con alle spalle un viaggio incredibile durato a volte anni, costrette a lasciare il loro paese, la loro famiglia,  ancora senza uno status e senza nessun tipo di sostentamento.

Lei ha visto negli enormi cumuli di immondizia di Lampedusa mostrata da tutti i TG nel mondo, un grande tesoro.

Grazie alla sua esperienza, maturata a Los Angeles e in Vietnam,  da questi rifiuti – plastica, gomma, bottiglie – ha insegnato ad un gruppo di uomini e donne a ricavare oggetti: borse, collane, bicchieri, orecchini. Oggetti colorati, belli, utili, di grande effetto.

Da più di un anno  gli artigiani di REFUGEEscART raccolgono materiale di scarto, lo lavorano, creano i loro prodotti e li vendono. Riciclando circa 250 Kg di “monnezza” al mese, con grande beneficio quindi per la comunità che li ospita. Il 100% del ricavato va a loro. Un piccolo stipendio che li aiuta a vivere in attesa di avere la possibilità di un inserimento lavorativo nel nostro paese. Oltre al sostentamento queste persone hanno avuto la possibilità di non restare ogni giorno in strada, di creare dei legami con altre persone che hanno una storia simile alle spalle e con persone che invece in Italia ci sono nate e cresciute.

www.refugeescart.org

Un piccolo progetto, che però sta crescendo e che ha avuto incredibili risultati. Un progetto nato a Roma ma che può essere facilmente replicabile in altre città e che dimostra come con una piccola idea e tanta energia si può trovare una strada per la vera accoglienza e integrazione.

In tanti hanno visto, come me, la forza di questa idea, e quindi insieme ad un’amica regista e un amico operatore abbiamo deciso di cercare di dargli visibilità attraverso degli spot, girati con volti famosi che facessero da Testimonial.

Questo fine settimana, sabato 24 e domenica 25, (e probabilmente anche il prossimo) a Roma Via Paolo Mercuri, 8 00193 Roma (Piazza Cavour) dalle 1o alle 20 sarà possibile incontrare gli artisti ed acquistare gli oggetti che hanno prodotto, insieme a quelli altrettanto belli che arrivano da Vietnam e Cambogia. 

Non è beneficenza. E’ decidere di dare un valore all’acquisto di un regalo, scegliendo un oggetto che ha eliminato materiale di scarto, che è bello, che permette il sostentamento di una persona arrivata nel nostro paese senza nulla con se se non la speranza di crearsi una opportunità di vita.

Qiundi invito tutti gli amici romani a venire e a passare l’invito ad altri amici.

la Cacciata di Adamo ed Eva serie Alfa e Omega – paola de santis

In Italia, in particolare al Sud –  ma anche negli altri paesi del mediterraneo – c’è la paura di esprimere liberamente la propria felicità, di lodare la propria fortuna, o apprezzare quella di chi  si ha davanti. Per il timore di provocare la giusta vendetta del Severo Divino  che vuole gli uomini nati sulla terra per soffrire. Ovvviamente per colpa di quella stolta di Eva che accettò l’innominabile frutto dal fallico e strisciante essere tentatore (come ho sentito ultimamente ribadire dal parroco del paesino cilentano in occasione della santa processione di Maria Vergine in apertura della sua omelia).

In Grecia se si fa un complimento ad un neonato subito si deve sputare in terra per cancellare l’ardire. La mia ex-quasi-suocera calabrese se avevi ricevuto un complimento diceva: Dici “Benedica”. Per ingraziarsi di nuovo il castigatore. Se poi il complimento era particolarmente caloroso c’era la possibilità di essere Affascinato. E lì serve un rito compiuto da una donna, che ha ricevuto il dono e conosce la formula, che mettendoti una scodella piena d’acqua in testa con delle gocce d’olio dentro, può capire se sei stato contagiato e togliere l’Affascinazione.

Se ad un Beneventano chiedi come sta, risponde: Signore, mai peggio!

Io ieri ho sfidato – come al solito – il Divino, manifestando apertamente e diffusamente di aver avuto un Perfect Day. Senza credere minimamente a ritorsioni immediate. Che invece puntualmente sono arrivate. (Anche se, devo dire, ero stata gentilmente ammonita da @Masticone non so se per incredulità nella possibilità che io possa avere avuto un Perfect Day o se per sollecito rito scaramantico.)

Tanto per cominciare ho dovuto affrontare e ammortizzare due, dico due, telefonate di donne isteriche ed isterizzanti, che hanno messo a dura prova la mia oramai collaudata capacità diplomatica. Ne sono uscita con lo stomaco sottosopra da entrambe.

Poi stamani, con una certa incredulità iniziale, e panico crescente poi, mi sono resa conto di non avere più la mia agenda e l’astuccio con le USB Pen e la chiavetta internet. E’ iniziata la ricerca per tutta casa, poi in macchina – visto che ero sicura di averle portate con me –  e infine in ufficio. Nulla. Sempre più nel panico, pensando a tutte le carte che avevo inopinatamente conservato nell’agenda e a tutti i file di lavoro e personali contenuti nelle pennine, ho iniziato ad interpellare tutte le persone con cui ero stata in contatto nelle ultime ventiquattrore, fino ad arrivare al portiere (che si diverte un sacco con i miei guai da quando rimasi con la porta di casa bloccata) il barista rasta dove ero andata a comprare le sigarette e lo stressatissimo – come sempre –  direttore del supermercato sotto casa. Niente. Ho tentato inutilmente di trovare un riferimento del distributore di benzina sulla statale, unico altro punto dove potevo aver depositato i miei beni, ma è stato inutile.

A quel punto mi sono rivolta alle mie sante protettrici. La ventunenne, che riesce sempre a trovare qualunque cosa io perda – solo perché al contrario di me non è presa da frenesia da panico – era a casa del padre e da lì non ha potuto fare molto. Tata Feli, la signora filippina che viene a fare le pulizie da me da vent’anni e che  – come fa sparire qualunque cosa lasciata in giro inzeppandola in qualunque ripostiglio o contenitore ritenga opportuno – così riesce a far magicamente riapparire tutto, non ricordava assolutamente di averle viste.

Insomma dopo aver bloccato il conto corrente online e la sim card della chiavetta internet sono tornata a casa depressa e sconsolata a prepararmi per la partenza e, mentre risistemavo sul sedile posteriore la copertina di Cicoria –  che la mattina e anche al pomeriggio avevo sgrullato e spostato nella vana ricerca degli oggetti smarriti –  mentre la ristendevo sul sedile, dicevo, ecco apparire agenda e astuccio. Come se qualcuno le avesse messe tra la stoffa appallottolata proprio in quel momento lì.

E’ chiaramente una lezione. Il mio scetticismo riguardo la superstizione è stato duramente ammonito. Sono stata graziata ma non è detto che la prossima volta…..

E io qui rilancio. Sappiate, o dei! – o qualunque altro gufo che frequenta questo sciagurato blog – che mi auguro nella prossima settimana di avere un altro perfect day. Ma che dico. Un weekend perfetto! E tra due settimane sarò in grado di avere almeno quattro giorni di fila meravigliosi. E tra pochissimo avrò una intera vita perfetta. E lo manifesterò pubblicamente e ad alta voce.

Siete avvisati. E chi la dura, la vince.

Era il 19 giugno quando scrissi di Salvo Genovesi e della sua mostra. Non ripeto la storia perché l’ho allegata in fondo a questo post.

Oggi l’ho ripresa perché sono andata finalmente a visitare la sua mostra a Roma, a Palazzo Valentini.

E’ stata una grande gioia! Intanto perché le foto di Salvo sono bellissime, e vi invito ad andare – se siete a Roma è fino al 22 settembre. E poi per la strada che sta prendendo questo lavoro. Dopo tre mostre in Argentina, ora a Roma e poi di nuovo in Argentina con NO Shame parte II, Salvo ci ha lavorato in questo ultimo periodo.

E’ straordinario vedere come la decisione e la tenacia possano portare a risultati che razionalmente riterremmo impossibili. Non anticipo nulla di quello che sarà la seconda parte del suo lavoro né della conclusione che ne seguirà. Ma ne parlerò quando verrà il tempo. 

Però voglio fare anche un’altra considerazione.

Quando scrissi il post a giugno ero ancora all’inizio della mia sfida. La sfida di riuscire a tirar fuori la mia creatività e la gioia di stare con me stessa attraverso la scrittura. Non mi sembra possibile che sia passato solo così poco tempo e di aver avuto così tante soddisfazioni. Solo il piacere di vedere alcune persone leggere con curiosità e a volte con apprezzamento quello che scrivo è inimmaginabile.

Per me è stata una sfida nel senso più vero. Ho dovuto vincere le mie paure. L’ansia da prestazione, ma soprattutto ritornare a credere che sia giusto fare ciò che si desidera fare senza temere di essere criticati. Era una condizione che negli ultimi anni avevo perso e che sono felice di aver ritrovato.

19 giugno 2012

Erano le 4,30 ed ero sveglia. Non completamente. Stavo lì che cercavo di capire se accendere la luce o tentare di riaddormentarmi. Se alzarmi a fare un bicchiere di latte di riso caldo o riprendere in mano il libro. Certo l’idea del libro era quella che mi attirava di più. Avevo iniziato a rileggere Alta fedeltà di Nick Hornby e ogni pagina era uno spasso. Ste insonnie oramai mi perseguitano, colpa degli ormoni. La vita di una donna è costantemente regolata dagli ormoni. O dalla mancanza di ormoni. Ma questo è un altro capitolo.

Insomma, ero lì con un occhio chiuso e uno aperto quando vedo lampeggiare la luce del telefono sul comodino (più che un comodino è una cassetta di vini rovesciata, ma anche questa è un’altra storia). Apro il secondo occhio e con lo sguardo appannato  vedo che è un messaggio su WhatsUp.

Strano. Molto strano. Da quando non ero più in contatto con il tormentato e tormentoso amante nessuno mi scriveva messaggi su WhatsUp. E men che meno alle 4,30 del mattino!

Ma a quel punto ero completamente sveglia e così, con la vista ancora annebbiata (e senza occhiali) ho cercato di vedere di chi era. Era una foto. Dovevo mettere gli occhiali. Era una foto di una sala allestita con una mostra fotografica. Il mio amico Salvo!

Alle 4,30 del mattino mi era arrivato un messaggio dai confini della Patagonia dal mio amico Salvo Genovesi! Con una sola frase accanto alla foto: tutto è possibile!

Salvo  è un giovane amico. Attore fino a poco tempo fa, è partito un certo giorno del 2009 per gli Stati Uniti per nuove opportunità di lavoro. Lì ha spolverato una sua vecchia passione: la fotografia. E ne ha fatte tante di foto. Dopo un anno, tornato in Italia, ha iniziato a lavorarci su. Le ha elaborate con tecniche che non saprei neanche dire ed un giorno me le ha mostrate. Ero un po’ scettica su questa nuova strada che aveva preso. La giudicavo forse tardiva? Pensavo forse che non ci si può improvvisare fotografo, o visual artist, da un giorno all’altro? Non so. Fatto sta che erano belle. Ma proprio belle!

E però come avrebbe fatto un attore-neo-fotografo a far vedere in giro le sue creazioni? Salvo è uno di quegli uomini che realmente credono che tutto si possa fare. E così senza appoggi, o raccomandazioni, ha iniziato a muoversi. Prima nella sua Catania, dove il 18 giugno 2011 ha organizzato la prima mostra, nel Palazzo della Cultura : NO SHAME. Anzi il suo   primo mulmedia concept come dice lui. E’ piaciuta. Subito viene invitato a Noto per esporre a Palazzo Nicolaci.

Poi la sede siciliana del marchio Citroen, invita Salvo  ad esporre NO SHAME nei loro saloni per la presentazione della loro nuova vettura,  creando una partnership che mai prima d’ora aveva avuto luogo in Italia.

Da lì  quest’anno è partito il giro in Italia – Milano, Torino – e poi quello  internazionale: prima tappa Argentina e poi sarà Hangzhou ( Museo della Seta) , New York e Tokyo. In autunno sarà di nuovo a Roma.

E così, il mio amico Salvo, alle quattro e trenta del mattino (in Italia, ma a Bahia Blanca che ora sarà?) mi ha mandato una foto della sala allestita con la sua mostra, per condividere la sua gioia. E un semplice messaggio: si…. può ….. fare!

E’ così tutti gli anni mi incazzo.

Roma viene trasformata in una giostra a cielo aperto in nome di una estate romana di nicoliniana memoria.

Per essere estate è estate. E per essere Roma è Roma. Ma cosa è tutta questa immondizia di stand che ogni anno si allungano sempre di più sulle rive del Tevere? Ovviamente una gran quantità di birrerie, pizzerie, kebabberie, charruscherie, e ogni ria ,che il diavolo se li porti,  di generi commestibili esistenti in terra. E poi venditori di ogni tipo di ciarpame. Stand con giochi vari, dal tirassegno al martelli per misurare la forza. Insomma un orrore.

Si salva l’isola del cinema. Solo perché la programmazione è seria ed un’arena d’estate al centro di Roma ci vuole. Ma anche sull’isola altre baracche.  Quest’anno un po’ meno, mi sembra.

Forse si è avuto riguardo ai residenti dell’isola. Per chi non fosse romano, sull’isola tiberina esistono solo pochi negozi: il famoso ristorante della Sora Lella (defunta sorella di Aldo Fabrizi), un bar, una farmacia. Poi c’è l’Ospedale Fatebenefratelli e l’Ospedale Israelitico. Amen. Ah Una Chiesa, dove si celebrano anche dei matrimoni  e una cappella per i funerali. I residenti dell’Isola sono quindi per lo più malati, gente che sta soffrendo o forse morendo. soffre.  E che comunque non sta bene. Anche bimbi appena nati con le loro mamme (il piccoletto è nato proprio qui). Ma insomma sto carnevale sotto le finestre non faceva piacere a nessuno. Io ho vissuto su quest’isola uno dei momenti più belli della mia vita, ma anche alcuni di quelli più tragici assistendo agli ultimi istanti di vita di persone che amavo. E francamente trovo tutto ciò anche irrispettoso. Un po’ di senso dei luoghi, perdinci!

Anni fa, ricordo, il clou dell’estate si raggiungeva con la Festa de’ Noantri, a Trastevere. Era sempre una gran baraonda, ma durava pochi giorni e tutta concentrata tra viale Trastevere e Piazza Belli. Io ci andavo a comprare specialmente le pannocchie arrosto, ed era tradizione prima di partire per il viaggio dell’estate. Altri tempi, altre vacanze ed altre feste.

“Una fetta di frittata di pasta, friarielli, una birra e basta?” mi ha chiesto per la seconda volta la ragazza oversize della bottega di via Tribunali ‘cucina casereccia da asporto’. Si si, ho risposto io, già angosciata all’idea dell’ennesima dose di farinacei che stavo per ingurgitare dal mio arrivo a Napoli. In silenzio lei ha infilato nella busta anche due fette di pane.

Ogni volta che vengo a Napoli perdo i freni inibitori. Io che non mangio mai fritti qui mangio i fritti. Io che non mangio mai i dolci mi compro subito una frolla, e poi magari proseguo con babà con o senza crema o panna o frutta varia. io che sto attenta a non esagerare con i farinacei non mangio altro che pasta, pizza, pasta cresciuta, pane cafone, panini napoletani …..

Meno male che non vengo spesso.

Ma d’altronde la mia curiosità e il mio amore per i sapori mi hanno sempre portato ad assaggiare qualunque cosa durante i viaggi. Sia in italia ( e poi torno con provviste esagerate di prodotti locali) sia all’estero.

In India un giorno la guida mi disse che con quello che mangiavo io loro ci avrebbero sfamato una famiglia! Lo disse in inglese e con quel modo gentile che hanno gli indiani di sorridere piegando la testa di lato, quindi non sembrò un vero insulto, ma certo non fu carino.

Il cibo è cultura, è passione, è una via di comunicazione.

In tutte le relazioni importanti ha una posizione centrale. Come si può amare un uomo  che non ama il cibo che ami tu? O che proprio non ama mangiare?

Una mia amica mi disse una volta che diffidava di un uomo che le faceva la corte perché completamente astemio. Diceva che le sembrava il segno di una persona molto controllata e poco sincera (!), Sul momento ci scherzai e la presi in giro. Ma poi si scoprì che aveva ragione. Coincidenza?

Un mio compagno aveva una esagerata attenzione per dosi precise, tempi di cottura (cronometrati), attaccamento verso le proprie ricette, attenzione maniacale al biologico e geneticamente controllato. Mi ha sicuramente insegnato ad apprezzare prodotti mai usati prima, e poco in seguito, ma avevo la sensazione di una certa rigidità e pignoleria e anche, perché no, aridità, mancanza di slancio, di fantasia. Ebbene era proprio così!

Con il mio ex marito, i primi tempi che stavamo insieme, ci siamo talmente lanciati in orge gastronomiche che io nel giro di pochi mesi non entravo più nei deliziosi abitini con i quali lo avevo conquistato e lui aveva il colesterolo a livelli da infarto. Finimmo entrambi dal dietologo, e gli slanci d’amore culinario culminarono in pescetto con pomodoro a crudo e grandi piatti di verdure. Il matrimonio ha resistito molto di più e ci vogliamo ancora bene a tanti anni dalla separazione. Forse proprio per questa nostra coincidente golosità di sapori.

Ero proprio con lui in india quando fui redarguita dalla nostra guida. Lui si arrese prima di me, sopraffatto dalla nausea dopo una settimana. Io tenni duro mangiando tutto fino all’ultimo giorno, in una pantagruelica cena a Bombey (non mi piace chiamarla Mumbay) che vomitai poi completamente la mattina dopo nella toilette dell’aereo che ci riportava in Italia.

Erano le 4,30 ed ero sveglia. Non completamente. Stavo lì che cercavo di capire se accendere la luce o tentare di riaddormentarmi. Se alzarmi a fare un bicchiere di latte di riso caldo o riprendere in mano il libro. Certo l’idea del libro era quella che mi attirava di più. Avevo iniziato a rileggere Alta fedeltà di Nick Hornby e ogni pagina era uno spasso. Ste insonnie oramai mi perseguitano, colpa degli ormoni. La vita di una donna è costantemente regolata dagli ormoni. O dalla mancanza di ormoni. Ma questo è un altro capitolo.

Insomma, ero lì con un occhio chiuso e uno aperto quando vedo lampeggiare la luce del telefono sul comodino (più che un comodino è una cassetta di vini rovesciata, ma anche questa è un’altra storia). Apro il secondo occhio e con lo sguardo appannato  vedo che è un messaggio su WhatsUp.

Strano. Molto strano. Da quando non ero più in contatto con il tormentato e tormentoso amante nessuno mi scriveva messaggi su WhatsUp. E men che meno alle 4,30 del mattino!

Ma a quel punto ero completamente sveglia e così, con la vista ancora annebbiata (e senza occhiali) ho cercato di vedere di chi era. Era una foto. Dovevo mettere gli occhiali. Era una foto di una sala allestita con una mostra fotografica. Il mio amico Salvo!

Alle 4,30 del mattino mi era arrivato un messaggio dai confini della Patagonia dal mio amico Salvo Genovesi! Con una sola frase accanto alla foto: tutto è possibile!

Salvo  è un giovane amico. Attore fino a poco tempo fa, è partito un certo giorno del 2009 per gli Stati Uniti per nuove opportunità di lavoro. Lì ha spolverato una sua vecchia passione: la fotografia. E ne ha fatte tante di foto. Dopo un anno, tornato in Italia, ha iniziato a lavorarci su. Le ha elaborate con tecniche che non saprei neanche dire ed un giorno me le ha mostrate. Ero un po’ scettica su questa nuova strada che aveva preso. La giudicavo forse tardiva? Pensavo forse che non ci si può improvvisare fotografo, o visual artist, da un giorno all’altro? Non so. Fatto sta che erano belle. Ma proprio belle!

E però come avrebbe fatto un attore-neo-fotografo a far vedere in giro le sue creazioni? Salvo è uno di quegli uomini che realmente credono che tutto si possa fare. E così senza appoggi, o raccomandazioni, ha iniziato a muoversi. Prima nella sua Catania, dove il 18 giugno 2011 ha organizzato la prima mostra, nel Palazzo della Cultura : NO SHAME. Anzi il suo   primo mulmedia concept come dice lui. E’ piaciuta. Subito viene invitato a Noto per esporre a Palazzo Nicolaci.

Poi la sede siciliana del marchio Citroen, invita Salvo  ad esporre NO SHAME nei loro saloni per la presentazione della loro nuova vettura,  creando una partnership che mai prima d’ora aveva avuto luogo in Italia.

Da lì  quest’anno è partito il giro in Italia – Milano, Torino – e poi quello  internazionale: prima tappa Argentina e poi sarà Hangzhou ( Museo della Seta) , New York e Tokyo. In autunno sarà di nuovo a Roma.

E così, il mio amico Salvo, alle quattro e trenta del mattino (in Italia, ma a Bahia Blanca che ora sarà?) mi ha mandato una foto della sala allestita con la sua mostra, per condividere la sua gioia. E un semplice messaggio: si…. può ….. fare!

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