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tu

che ricordi hai?

ricordi quel giorno, il primo in cui ci siamo incontrati. sulla strada. un abbraccio. occhi negli occhi. ed è stato amore

immediato

ricordi le carezze, gli abbracci, le coccole

le voci tenere a rincorrersi

il cibo preparato per te

e le notti passate vicino vicino.

le carezze, tante.

il calore

tanto

come ti senti?

temi che io possa tradirti, abbandonarti

vivi il presente o il passato ti torna addosso lacerandoti il cuore

alle volte ti osservo mentre sogni

ti muovi come se corressi

piangi a volte

e io vorrei essere con te nel tuo sogno a correre lungo il mare o in mezzo ad un prato verde e immenso

tu forse se felice perché vivi ora e qui

ti basta vedermi

ti basta sentire il mio corpo contro il tuo

niente di quando eri sola

niente di quando ti hanno deluso, tradito, abbandonato.

vorrei essere te,

a volte.

IMG_1739

 

Mi ritrovo davanti alla TV a vedere Shopping Night Home Edition dove due coppie di donne, madri e figlie, si disputano il premio di 3.000 euro  sfidandosi a colpi di design ad arredare una veranda vista mare. Si aggirano in un enorme hangar magazzino pieno di elementi di arredo (una sorta di Ikea ma con più design) scegliendo quello che reputano più giusto, pressate dal tempo limitato e da due critici. (il risultato sarà una cagata ma comunque una delle due coppie vincerà)

Nel frattempo io sono seduta sul divano coperto da due orrendi panni per protezione contro le cacche del gatto anziano, circondata da scatoloni pieni di libri e film, librerie desolantemente vuote e sporche di polvere, scatole di cartone ancora piegate, materiali da imballaggio di vario tipo, mangiando un’insalata mista che poi non basterà e mi farà ripiegare su un pacchetto di wafer al cioccolato che mi manderà in paranoia e sensi di colpa.

Stanca morta, piena di dolori, stressata dopo una giornata passata da sola a smontare casa in compagnia di tutta la discografia di Lou Reed, con la sensazione che la montagna di scatole riempite non abbia svuotato assolutamente nulla. Tutto ancora da fare….

Parole scambiate oggi: una decina. Equamente suddivise tra il venditore di imballaggi da trasloco e il direttore (!) del supermercato che mi ha messo da parte un bel po’ di scatole di cartone.

Cambiare casa dopo ventidue anni è un’operazione quasi tantrica. Si mettono in moto pensieri sconvolgenti. Oggi all’improvviso mi sono ricordata di quando passavo di qui all’ora di pranzo, con l’appartamento ancora in ristrutturazione (marito architetto!), incinta di pochi mesi della vendiduenne, e mi mangiavo uno yocca e un’insalata tentando di mantenere il peso ideale, godendomi il sole che entrava dalla finestra della cucina ancora vuota.

Quanti cambiamenti da allora! Dovrei fare un bilancio? Non ci penso proprio! Non oggi, con la pioggia che batte sui vetri e la solitudine e la fatica e la polvere e la sensazione di essere wonder woman un secondo dopo persi i  superpoteri….

wonder-woman

calligrafia-alfabetomaisPrendi la penna in mano e scrivi, perdio!

Dritta quella schiena!

E come la tieni quella penna? Come diavolo le metti quelle dita? Cosa sei un granchio? Distendile, ecco così. No! non le raggrumare di nuovo. Distese!

Guarda che zampe di gallina. Ma non ti vergogni? E tutte quelle sbavature di inchiosto. Per forza! Con quel modo barbaro di tenere la penna!

No che non puoi usare la biro. Quante volte te lo devo spiegare che per imparare la calligrafia devi usare la stilografica? Perchè sei sempre così sciatta, eh? Non ti viene voglia di chiuderti da sola in bagno?

Scrivi, perdio, scrivi! Che diavolo piangi ora. Che ti cadono le lacrime sul foglio e si scioglie tutto l’inchiostro. E tieni la schiena dritta.

E poi che cosa è questo argomento che hai scelto. Eh? Chi te lo ha dato? Non potevi ragionarci meglio prima di metterti a scrivere di ste cose?

Cosa ne sai tu, eh?

Ma sei sempre la solita. Sempre con la testa per aria. Mai nulla di concreto.

E smettila di piangere, ti ho detto! Smettila! Che sennò ti do due sberle che poi ce l’hai davvero un motivo per piangere. Scema che non sei altro.

Tanto non ti alzi di qua finchè non hai finito. Dovessi rimanerci tutta la notte.

bella, con i capelli cotonati e l’eyeliner nero, con l’abito color lilla, quello con i bottoni che sembravano dei bonbon. avevi un profumo dolce di cipria e fondotinta. mi baciavi di lato per non rovinare il rossetto. torniamo presto, dicevi. ma per me era l’eternità.

due piccole rughe verticali tra le sopracciglia disegnate con cura. sopra il tuo naso diritto. apparivano quando mi dicevi: Eli, senti un po’…. ed io tremavo in attesa di sapere qual’era il rimprovero, perchè c’era, era certo. te le ho accarezzate e spianate a lungo negli ultimi giorni. tentando di cancellarti il pensiero del dopo.

mi svegliavo di notte dopo un incubo. avevo delle visioni nitide degli animali enormi e mostruosi che mi minacciavano ancora nel buio. trovavo la forza di far uscire una mano dalle coperte solo per bussare al muro che divideva le nostre stanze.

la febbre me la godevo nel tuo lettone. lenzuola ricamate del corredo, quelle che ora ho io. due cuscini dietro la testa e il vassoio di legno con i piedini, per mangiare li. mi imbocchi? io tentavo…. sorridevi. sei grande oramai. ma ho tanto mal di testa…. e va bene! e mi passavi la mano sulla fronte, fresca e liscia la tua mano. me la sento ancora . con le dita lunghe e le unghie curate. le carezze con i grattini sulla schiena. però per quelli ti facevi sempre pregare un po’.

un movimento cauto, la distanza tra te e la scrivania, un gesto di protezione. ti devo parlare di una cosa. mi volevi dire che sei incinta? mi guardavi stupita. ma come fai a saperlo, non si vede ancora. certe cose io le sento, tu lo sapevi.

una cosa però non l’avevo sentita. devo partire, vado in un paese lontano, in sud america. mi sforzavo di sorridere: che bello! bel viaggio! quando torni? lo sguardo serio: vado a vivere lì, tesoro. tornerò a natale e poi d’estate. sai francesco ha un cantiere lì. è stato solo un momento, una nuvola grigia davanti agli occhi, e poi di nuovo ho sorriso: si è giusto, devi andare. (scegli me, scegli me!!! urlavo dentro la testa)

non penserai di uscire con me conciata in quel modo! avevo i jeans e una tshirt. forse i camperos. ovvio che si! camminavamo entrambe arrabbiate, poi però il gelato da Giolitti ce lo prendevamo lo stesso.

uno degli ultimi pomeriggi eravamo sdraiate vicino, sul tuo lettone. ci tenevamo la mano. eri triste e depressa e pensavi a mio fratello. devi stargli vicino, ha già perso il padre. ha sofferto molto. per la prima volta trovai il coraggio di dirlo: anche io ho sofferto tanto. lo so, mi dicesti, lo so. e due lacrime ti sono scese lungo le guance. non parlai più.

mi manchi.

il mio racconto in risposta alla proposta di PABLO

The-Old-Mini-mini-cooper-6977218-1797-1226Era arrivata l’estate, la mia prima da “fuori casa”.

Avevo lasciato la casa di mio padre, a metà inverno. In modo non consensuale.

Avevo fatto l’esame di maturità. Cinquantaquattro e tanto bastava.

Ora si trattava di decidere cosa fare nella vita. Tutto qua.

Nel paesello di montagna, nella vecchia casa ristrutturata da mio nonno, avevo mia madre – in Italia per le vacanze estive – che mi pressava per trovare un lavoro. Dovevo mantenere la mia nuova vita nella casa che dividevo con mio zio scapolo e una vecchia tata.

Avevo un giro di zie che continuavano a darmi consigli su cosa fare nella vita. Qualunque cosa mi rendesse autosufficiente. Nessuna concessione a pensieri su cosa avrei desiderato fare nella vita. Quale poteva essere la mia vera “passione”. Quella sarebbe rimasto un mio segreto per altri dodici anni.

Quella estate la prendevo di petto sentendo che la vita che avevo appena creduto di afferrare mi stava già sfuggendo di mano.

Avevo la patente e l’uso della Mini 1000 di mia madre. La vita estiva dal paesello si allargava alle altre frazioni e, la notte, al Comune, dove c’era la discoteca e gli unici bar aperti fino a tardi.

Avevo una passione per la Mini 1000. Azzurra. Beveva come un alcolista irlandese, ma mi dava soddisfazioni incredibili. Nessuno mi raggiungeva.

Guidavo per le strade di montagna come se ogni curva fosse una sfida personale a me, alla mia capacità di andare oltre, sempre oltre, ma senza uscire dalla carreggiata.

Esercizio di stile che ho tentato sempre di portare avanti.

Arrivai una sera sul corso del Comune che già incominciava l’imbrunire. Al solito bar c’erano ragazzi che non avevo mai incontrato prima. Me li presentarono. Tra loro c’era G.

Molto più elegante degli altri, per modi e abiti e molto, ma molto, bello. Non carino, non un tipo. Proprio bello.

Aveva infatti, ovviamente, tutto un codazzo di ragazze. AlTrettanto ovviamente lo ignorai.

Si decise di andare alla discoteca.

Di nuovo prese le macchine per i pochi chilometri di distanza mi ritrovai con G. che guidava dietro di me.

Aveva un’auto borissima. Un cabrio non ricordo più con che sigla, rosso fuoco ovviamente. Sicuramente potente, dal rombo che avvertivo, ma veramente brutto.

Spinsi sull’accelleratore. Lui mi si tenne incollato. Mi sforzai di non frenare in curva. Decelleravo solo scalando le marce. Arrivammo nel piazzale della discoteca e mi si affiancò.

– Corri parecchio!

– No. Andavo tranquilla.

Mi sorrise. Io a lui.

La ragazza seduta al suo fianco, bella anche lei in modo irritante,  mi guardò con rancore.

La serata passò come tutte le altre, nella discoteca di montagna con il DJ Pel di Carota che di giorno faceva il vigile urbano.

Inattendibile come vigile, sopportabile come DJ.

Questa era la classifica dei singoli più venduti dell’anno:

(Out here) On my own – Nikka Costa

Enola Gay – Orchestral Manoeuvres in the Dark

Woman in love – Barbra Streisand

Amoureux solitaires – Lio

Bette Davis eyes – Kim Carnes

Sarà perchè ti amo – I Ricchi e Poveri

Gioca jouer – Claudio Cecchetto

Maledetta primavera – Loretta Goggi

Tunnel of love – Dire Straits

Semplice – Gianni Togni

Malinconia – Riccardo Fogli

Cicale – Heather Parisi

Johnny and Mary – Robert Palmer

Chi fermerà la musica – I Pooh

Donatella – Donatella Rettore

Anna dai capelli rossi – I Ragazzi dai capelli rossi

Arthur’s theme (Best that you can do) – Christopher Cross

Hula hoop – Plastic Bertrand

Every little thing she does is magic – The Police

Aveva di che sbizzarrirsi.

lady_diana_matrimonioA fine serata G. invitò tutti noi il pomeriggio successivo a casa sua ad assistere al matrimonio di Lady Diana Spencer con Carlo D’Inghilterra.

Decidemmo di attrezzarci con birre e panini e passare diverse ore davanti al suo megatelevisore nella Villa che aveva nel paese vicino.

Quella sera mi salutò con uno sorriso, che ricambiai un poco freddamente. Mai stata d’accordo nel fregare l’uomo ad un’altra. E poi sono sempre stata intimidita dalla troppa bellezza, specialmente se ostentata su un Cabrio di dubbio gusto.

Il giorno dopo iniziò nel modo più inatteso. Intanto la mattina fui ragguagliata sul fatto che la tipa in questione era una sua ex, che tentava un nuovo inizio ma, pare, senza successo.

Poi entrando nel giardino della Villa di G. la scatola del cambio del mio bassissimo Mini 1000 urtò inesorabilmente  il fermo del cancello. Il cambio era fottuto. Non aveva più nessuna presa. Girava a vuoto come quello finto delle macchinine degli autoscontro.

G. mi aiutò a spingere la macchina da un lato, si scusò per aver involontariamente procurato il danno e mi promise di aiutarmi a farla riparare.

Passò il pomeriggio e a nozze andate mi riaccompagnò a casa con il suo duetto.

Scesi dalla Rossa Fiammante vergognandomi come una ladra, e appena lasciata sulla piazza del paese fui circondata da sguardi interrogativi e ironici.

Mia madre mi comunicò che io avevo rotto la macchina e io l’avrei fata riparare.

Avevo un poco di soldi da parte, piccoli lavori come ragazza immagine per una marca di sigarette durante le gare off shore che si erano svolte a giugno.

Chiamai un carro attrezzi e mi organizzai per portare la macchina nella città più vicina per tentare di farla riparare prima che tutti andassero in ferie. Possibilità remota.

G. mi accompagnò, seguendo il feretro, fino in città.

Il mio animo oscillava dalla più nera disperazione per la spesa che stavo affrontando e che mi avrebbe lasciata completamente al verde, all’euforia più totale per le attenzioni che G. mi riservava.  Era un cavaliere perfetto. Mi apriva lo sportello per farmi salire. Si preoccupava che il vento non mi desse troppo fastidio. Tentò di risollevarmi il morale raccontandomi di sue disavventure automobilistiche.

Insomma mi corteggiò in modo assiduo e delicato. Mi sentivo un poco Lady D.

La sera la passai a casa sua. E passai con lui le settimane successive, in cui tra l’altro essendo appiedata venivo prelevata e accompagnata dal mio stupendo cavaliere e dalla sua terribile macchinetta.

Ma, c’è sempre un ma, nel giro di pochi giorni scoprii che il fascino di G. era tutto concentrato nel suo bellissimo volto, nel suo corpo perfetto e nella discreta quantità di denaro che possedeva.

Non sapevo mai realmente di cosa parlare con lui. Non leggeva libri, non aveva visto nessuno dei miei film culto. Amava una musica inascoltabile. E così non parlavamo molto. Si ascoltava musica in macchina (la sua musica) lo accompagnavo a giocare a calcetto (io odio il calcio) si andava in discoteca, si mangiava una pizza assieme.

Ero assolutamente certa che al ritorno in città non avrei retto.

E così fù.

Lui rientrò diversi giorni dopo di me. Mi cercò. Uscimmo assieme.

Fu una serata tranquilla. Cena e spiegazione.

Facemmo l’amore un’ultima volta e poi ci salutammo. Senza nessun rancore. Probabilmente neanche lui era innamorato. Solo un poco stupito di essere stato lasciato.

Normalmente non funzionava così.

La mia Mini 1000 visse ancora alcuni anni. La sua rottamazione fu quasi un funerale.

donne-cena-pesceCinque donne intorno a una tavola su una terrazza romana.

G. si è appena separata dopo più di vent’anni di matrimonio. Ha un aspetto splendido. Ci ha invitate a cena perchè dopo mesi l’ho chiamata e ci siamo riviste per un caffè. Ma non basta per riprendere un’amicizia che è durata tanto, tanto tempo. E lei supergenerosa ed ospitale com’è (napoletana), favorita da una splendida grande casa, ha organizzato una cena dove reincontrarci insieme ad altre amiche.

P. è sempre bella, per lei gli anni sembra non passino. Anche lei separata, ma da anni ormai, ha un compagno fisso che vive all’estero. Da sempre. Prima in Germania, ora a Londra. Sono ricercatori. Ride sulla questione Marino-Vivisezionista. Nessun medico o chirurgo può evitare di passare per l’utilizzo di animali cavia, dice lei. E quindi parla di strumentalizzazione politica. Ci vuol poco a capirlo, dico io, quando Roma è tappezzata da manifesti con Alemanno abbbracciato ad un gattino. Dico Alemanno! Avete mai visto lo sguardo di Alemanno dal vivo? Potrebbe far scappare un Dobermann.

F. è come al solito una tacca sopra le altre per sensibilità. Riesce a capire tra le pieghe di un racconto i passaggi emotivi che lo hanno generato. Io penso sia per tutti i problemi di salute che ha dovuto sopportare. Anni di lotta ad un diabete che le dava vita a tempo. Il tempo di azione dell’insulina, poi era come si spegnesse una candela. A vederla così abbronzata e mesciata, sempre in gran forma fisica e vestita carina non si potrebbe immaginare che ha subito un trapianto di reni ed è sempre sotto farmaci. Infatti è  splendida, come sempre. Tranne alla fine, quando dice che è ora e deve andare, e si capisce che per lei non è un modo di dire. Come cenerentola ha un tempo di autonomia. E quando scende le scale ha già un altro volto e il pallore sotto l’abbronzatura delle Eolie. P., la sorella, le va dietro per sostenerla e scortarla fino a casa.

A. è il solito grillo. Siamo salite assieme, e in macchina mi ha già fatto il terzo grado. Vuole sapere tutto. L’amore? Quale? Ma lo scrittore… Finita. Ma che fai tu con gli uomini, li consumi? Rido. No, era una storia molto complicata. Mi chiede del lavoro. Dopo tanti anni non hanno ancora mica capito bene che lavoro faccio. Sono leggermente fuori dai canoni. Le chiedo dei figli. Lei è un’altro dei grandi misteri femminili. E’ una donna minuta, non bellissima, il viso segnato anzitempo dall’età. Ha sposato da poco un uomo bellissimo molto più giovane di lei. Dopo anni di convivenza lo hanno deciso per poter adottare un bambino. Ne hanno avuti due, dall’africa, fratelli gli hanno detto. La femmina è una quasi adolescente, il maschio ha cinque anni. E’ sconvolgente pensare come due persone che non hanno mai avuto figli possano passare in un attimo da zero a cento in questo modo. Sono dei miti.

Cinque donne attorno a una tavola mangiano e bevono e ridono e si raccontano e ritrovano la gioia di essere assieme. Ancora una volta. Nonostante tutto.

Il primo ricordo che ho di Istanbul è da bambina.

piccola pantofola d'argentoAvevo una serie di libri di mia madre di quando era piccola, edizioni Salani, collana “La Biblioteca dei miei Ragazzi”, stampati dal millenivecentotrenta al cinquanta. Da antiche leggende a storie di avventura, dove ovviamente venivano esaltate virtù come il coraggio, il senso del sacrificio, l’amore per la propria patria e per la propria famiglia.

Uno di questi libri si intitolava “La piccola pantofola d’argento”. Era la storia di una bambina nata nel Caucaso. Veniva rapita, non ricordo più come, attraversava territori deserti ed avventure fino ad arrivare a Costantinopoli all’epoca dell’Impero Ottomano, proprio nel palazzo del Sultano. Una storia orientale un poco torbida ed affascinante, dove la pantofolina era l’unica traccia che aveva il fratello per ritrovare e riconoscere la ragazza rapita al suo clan familiare.

Ho letto questo libro decine di volte, e sognavo continuamente di avere una vita avventurosa come quella della protagonista: Tamara, Tamariska per i familiari. E sognavo questa mitica città di minareti e caravanserraglio. La corte del Sultano, le stanze in penombra, divani e tende di mussola. Una gran confusione, ammetto.

Quando, dopo trent’anni, sono arrivata per la prima volta ad Istanbul lo avevo quasi dimenticato. Ma è bastato arrivare nel primo grande cortile del Topkapi per fare un salto indietro nel tempo e rivedermi da bambina a sognare di possedere delle pantofoline d’argento dalla punta ricurva.

Quella volta lì ero andata ad Istanbul con il mio primo marito. Un viaggio di quattro giorni, a cavallo del primo Maggio, lasciando la ventunenne (allora ottenne) alle nonne. E’ stato uno strano viaggio. L’ultimo che abbiamo fatto insieme. Eravamo molto sereni, tranquilli. Camminavamo per Istanbul tenendoci per mano. E la notte dormivamo ancora vicini. Ma erano le uniche intimità da tanto tempo ormai. Affetto fraterno. Un legame che durava da molti anni e che forse sarebbe andato avanti così ancora per molti anni a seguire. Ma io non sono fatta per i compromessi, e dopo pochi mesi ci separammo.

Quel Primo Maggio a Istanbul ci furono degli scontri. Passavamo, ricordo, in una grande Piazza, forse proprio Piazza Taksim, e ci trovammo proprio nel mezzo nel momento in cui da destra arrivava una grande folla di manifestanti, mentre a sinistra c’era un cordone di polizia in tenuta antisommossa con i blindati. Facemmo un velocissimo dietrofront. In albergo poi vedemmo che gli scontri erano stati violenti e c’erano stati parecchi feriti.

Dopo tanto tempo, quattro anni fa sono tornata. Un viaggio di lavoro, tre giorni, ma straordinariamente ho avuto due mezze giornate libere per poter di nuovo visitare la città. Ero lì per un progetto europeo, con altri italiani, greci, ciprioti e ovviamente turchi. La nostra ospite Turca, Sevi, una deliziosa giovanissima danzatrice e coreografa, ci fece vivere la vera Istanbul guidandoci la sera tra la movida dei locali “giovani” e i risporantini dove mangiare il pesce sul Bosforo. La mattina, prima delle riunioni di lavoro, andavo in giro con un collega che non aveva mai visto la città. Io, straordinariamente, ricordavo ancora dopo tanti anni, strade e percorsi. Come se realmente avessi vissuto lì per un lungo tempo.images-4

Avevo letto da poco, ricordo, uno dei libri che ho amato maggiormente di Orhan Pamuk “Istanbul”, appunto. Nel libro di Pamuk, però, avevo avuto modo di conoscere ancora un’altra città. Quella in bianco e nero dell’inverno. La città con le case di legno degli anni cinquanta. Le atmosfere tristi e malinconiche delle città che hanno vissuto antichi fasti, prima del crollo di una civiltà.

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Vedere le immagini di questi giorni online o in televisione, riconoscere le strade e i volti dei giovani che avevo incontrato a bere gli aperitivi nei locali, mi riporta alla mente la sensazione di modernità e fervore culturale che avevo avuto nei giorni della mia visita. La certezza che pochi posto al mondo possono contenere così tante contaminazioni tra passato e presente, oriente e occidente, tradizione e modernità come si trovano in ogni luogo, ad Istanbul.

se la vita permette, a modo mio, avrei bisogno di certezze anch’io

se è lecito sperare, desidererei un tempo sereno (anche solo meteo, eh?)

senza avidità, una certa tranquillità economica

un posto tutto mio

il mio amore accanto a me

forse, il mare davanti (lo volevi, no?)

al momento ascolto Battiato

che mi mette sempre un friccico ner core…..

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