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Archivio mensile:ottobre 2012

Io ho sempre dribblato finchè ho potuto i consigli di classe, i consigli di Istituto, i CoGe. Sin da quando la ventunenne era piccoletta ho partecipato il dovuto, ma senza mai infilarmi in queste perfide riunioni. Lo scorso anno mi sono anche battuta con gli altri genitori per evitare lo smembramento del nostro plesso scolastico. E lo ammetto, lì ho dovuto partecipare anche ad un Comitato di genitori. E sono anche andata a litigare con il Preside, un “reggente” berlusconiano a cui evidentemente non fregava una cippa né della nostra scuola né di quello che gli ero andata a dire. Ma in generale rimango abbastanza defilata.

Comunque, per solidarietà e sostegno alla nostra rappresentante di classe, lei sì sempre impegnata in ogni tipo di attività istituzional-scolastica, rieletta per il terzo anno consecutivo a maggioranza bulgara perché evidentemente la mia allergia per tali pratiche è male diffuso. Per solidarietà e sostegno dicevo sono andata ad un famigerato CoGe.

Anzi IL COGE, perché per l’appunto si dovevano rinnovare le cariche. Per faide interne di cui non avevo seguito nulla, e nulla ancora ho capito, c’era da sostenere e favorire la designazione di genitori del nostro istituto (il plesso ne comprende tre). Come d’abitudine, quando non sono aggiornata sulle situazioni che sto vivendo, taccio. E ascolto. E, devo ammettere, mi estraneo un po’ dal contesto ed inizio a fissarmi sui particolari. E da quel momento parte il Teatro. Sì perché Teatro è solo una piccola rappresentazione della varia umanità alle prese con i fatti della vita. E venti genitori riuniti in un teatrino di una scuola deserta, credetemi, sono quasi all’altezza di un testo di Eduardo.

Dalla postura mascolina di una candidata alla Presidenza, proprio forse per questo osteggiata dai più, che parlando continuava ad arrotolare minacciosamente le maniche della maglietta slabbrata sui torniti avambracci. Alla presidente in carica che nel discorso di apertura infiorava di evidentemente una frase su due. Al presidente del Municipio che alzatosi in piedi per parlare  (unico in giacca e cravatta ma i politici si sa non sbracano mai) non  si è accorto che una delle gambe dei pantaloni del suo completo blu scuro era rimasta agganciata al calzino a metà polpaccio. Si vede che il poverino si era grattato. E vederlo lì, serio, con quell’aria da campagna elettorale mentre spiegava quello che nel municipio era stato fatto per l’Istituzione scolastica, con una gamba su e una giù aveva un effetto alla Charlie Chaplin. Ma forse ero l’unica che se ne è accorta perché tutti gli altri discutevano e ribattevano e polemizzavano. Dicendo perlopiù non volendo tutti la stessa cosa: che non c’è abbastanza partecipazione da parte dei genitori. Io lì mi sono sentita come se tutti improvvisamente si fossero alzati e con cipiglio scuro mi avessero puntato il dito contro.

Morale. Sono stata incaricata di affiancare la Virago, che alla fine è stata eletta Presidente insieme a due suoi fidi, lavorandola ai fianchi nel cercare di portare qualche risultato alla nostra scuola.

Sono mesi che non guardo la televisione. Non è stata una scelta pensata. Semplicemente è venuto da se. Complice anche la voglia di scrivere e di leggere che mi tiene impegnata la sera, nel piccolo spazio di tempo totalmente dedicato a me una volta che il piccoletto è andato a dormire. E poi per essere sincera non ci sono grandi cose da guardare.

Comunque. Questa sera non so come ho avuto la notizia che Davìd Grossman sarebbe stato ospite da Fazio. Non ho potuto evitare quindi di accendere la TV e di attenderlo. Amo David Grossman. Amo i suoi libri, ne ho letti diversi, amo i suoi racconti per bambini, amo il suo modo pacato di essere uno dei maggiori scrittori mondiali contemporanei, e certamente il maggiore autore israeliano vivente impegnato per la risoluzione non violenta dei conflitti. Una delle più autorevoli voci contro il militarismo israeliano. Se avete modo cercate su internet l’incontro di stasera con Fazio.

In attesa di poter leggere il suo ultimo libro ho rivisto i titoli nella mia libreria

Vedi alla voce amore

il libro della grammatica interiore

Che tu sia per me il coltello

Qualcuno con cui correre

A un cerbiatto somiglia il mio amore

E quest’ultimo libro, che ho letto forse due anni fa, prendo in mano e sfoglio. Dovrei rileggerlo come ho fatto per gli altri.

Una donna Orah, madre di due figli di cui uno, Ofer, sta svolgendo il servizio di leva. Il ragazzo decide di partecipare a un’incursione in Cisgiordania nonostante siano gli ultimi giorni di ferma.

Orah che aveva progettato un viaggio con il figlio per festeggiare la fine del suo servizio militare, decide di partire comunque. Ha un oscuro presentimento. Qualcuno sta andando da lei per portarle la notizia della morte di Ofer. Ma se non la trovano, se lei non c’è, la notizia non potrà essere data. E la morte non si potrà compiere.

E se quelli fossero arrivati mentre stava pelando la patata? pensò Orah fissando la grossa patata mezza sbucciata che aveva in mano. O la cipolla? Di momento in momento le era chiaro che ogni suo movimento avrebbe potuto essere l’ultimo prima di quei colpi alla porta, Ripetè a se stessa che di sicuro Ofer era ancora vicino al monte Gilboa e non c’era motivo di farsi prendere dal panico. I pensieri strisciarono, si intrecciarono ai gesti delle mani. Quei colpi alla porta divennero inevitabili si trasformarono nell’insopportabile istinto alla tragedia intrinseco a ogni stato umano. Causa ed effetto si ribaltarono e i movimenti grevi e lenti delle sue mani intorno alla patata parvero a Orah un’inesorabile premessa a quei colpi, persino un segnale d’inizio. 

Per un istante infinito vide chiaramente se stessa e Ofer e tutto ciò che avveniva nello spazio enorme che li sepaava. Capì che era tutto parte di uno stretto intreccio. Il fatto che lei stesse in cucina accanto al tavolo, che continuasse a pelare quella stupida patata (come impallidirono d’improvviso le sue dita introno al coltelllo!), i suoi piccoli consueti gesti domestici, le innocenti briciole di realtà, casuali all’apparenza, si trasformarono nei passi obbligati di una danza misteriosa e articolata, lenta, grave, alla quale partecipavano, senza rendersene conto, Ofer, i suoi compagni che si preparavano alla battaglia, gli alti ufficiali che esaminavano la mappa degli scontri futuri, le file di cari armati ai margini del punto di ritrovo, le decine di blindati che si sarebbero mossi tra i carri armati, la gente dei villaggi e delle città lassù, che avrebbero guardato da dietro le imposte chiuse i soldati e i carri nelle vie e nei vicoli, il ragazzo veloce come una saetta, che avrebbe potuto colpire Ofer con un sasso, un proiettile o un razzo il giorno dopo, o quello seguente, oppure già quella notte (era strano che soltanto i movimenti di quel ragazzo interferissero con la lentezza e la gravità di tutta quella danza), gli ufficiali che dovevano portarle la notizia e che forse stavano già ripassando nel loro ufficio di Gerusalemme le regole di comportamento da tenere in casi come quelli e di fatto anche Sami, che a quell’ora certo era a casa sua, al suo paese, e raccontava a sua moglie In’am ciò che gli era successo quel giorno. Tutti facevano parte di un movimento gigantesco, inclusivo di tutto. Anche i morti nell’ultimo attentato ne facevano inconsapevolmente parte. Quei morti per vendicare i quali i soldati si preparavano a partire in missione, Persino la patata che Orah aveva in mano, a un tratto pesante come una palla di ferro che lei non era più in grado di sbucciare – le sue dita non reagivano più -, avrebbe potuto essere un ingranaggio minuscolo, ma essenziale e insostituibile, del moviemnto lugubre, calcolato e solenne del grande apparato che comprendeva, al suo interno, migliaia di persone, soldati, civili, veicoli, armi cucine da campo, razioni militari, arsenali, casse di equipaggiamento, mappe , binocoli, torce, documenti, sacchi a pelo, bende, visori notturni, razzi bengala, barelle , elicotteri, borracce, computer, antenne, telefoni, e grossi sacchi di plastica neri a chiusura ermetica. Tutto quello, intuì Orah, tutti quei fili visibili e invisibili che collegavano le cose, che si muovevano in quel momento intorno a lei e al di sopra di lei, si intrecciavano in una fitta rete, gigantesca, che veniva lanciata verso il cielo con un gesto ampio e si apriva lentamente andando a nascondere la volta celeste. Orah fece per buttare via la patata ma questa rotolò sul pavimento e andò a finire tra il frigorifero e la parere dove brillò di una luce pallida, mentre lei si sorreggeva con entrambe le mai al tavolo e la fissava.”

Ecco questo è  il momento di consapevolezza di ciò che può accadere. Alla fine del lungo viaggio di Orah non si saprà se Ofer torna sano e salvo dall’incursione. Ma si sa che mentre scriveva questo libro, il 12 agosto 2006, il figlio minore Grossman, Uri, rimase ucciso nell’esplosione del suo carro armato colpito da un razzo, nelle ultime ore della seconda guerra del Libano. proprio mentre lui, Davìd, insieme agli autori Amos Oz e Abraham Yehoshua, parlava durante una conferenza stampa chiedendo al governo di trovare un accordo per un cessate il fuoco come base per negoziati che portassero a una soluzione concordata, definendo ulteriori azioni militari come “pericolose e controproducenti” ed esprimendo preoccupazione per il governo libanese.

Non so se nelle altre parti d’Italia è così, ma a Roma oramai sono tutti pazzi per Halloween. Neanche a dirlo che ai miei tempi non era festa conosciuta.

Anzi per la verità la conoscevo tramite le strisce di Peanuts. Charlie Brown nell’orto in mezzo alle zucche in attesa del Grande Cocomero. Io tutti gli anni compravo il diario di Linus ovviamente. Quando andavo a scuola. Per essere sincera anche quest’anno ho un’agenda di Linus. Una moleskine ma con la copertina con il bambino dalla testa rotonda e Snoopy. Non si finisce mai di crescere. Per la verità è stata un po’ masticata da Cicoria. Avrà avuto i suoi motivi. Oramai siamo troppo in sintonia.

Ma sto divagando e non è bene, torniamo a noi.

Qualche anno fa, parecchi oramai, quando la ventunenne era ancora piccina, (stasera m’è presa con le subordinate, abbiate pazienza) si sentiva parlare di Halloween solo perché nel quartiere abitano molti americani. Era una ricorrenza tutta loro, che però anche i nostri figli, italiani, avrebbero amato festeggiare.

Ad un certo punto, non so più quando, la Festa ha preso piede. I locali hanno incominciato a decorarsi di zucche e ragnatele. Gruppi di ggggiovani  hanno iniziato a mascherarsi. E non c’è stato più freno. Ormai si inizia dal 15 ottobre a vedere in giro inviti a forma di zucca e il piccoletto da un paio d’anni ha avuto la sua maschera ed è voluto andare in giro a fare dolcetto o scherzetto. Quest’anno sarà vestito da Morte. Maschera ancora tutta da studiare.

Da parte mia lo trovo divertente anche se totalmente assurdo. Mi diverte scavare la zucca e metterla alla  finestra con la candela accesa per spaventare gli spiriti. Ma mi fa orrore tutto il commercio e il merchandising di contorno. Che si confonde con l’inizio di quello natalizio che di anno in anno anticipa sempre di più i tempi. Al momento nei grandi magazzini si confondono zucche e palline per la decorazione dell’albero. E’ proprio il caso di dire che non c’è più religione.

Per rimanere nei luoghi comuni non c’è neanche più la mezza stagione. Oggi sono passata direttamente dalle maniche corte alla sciarpa.

Ok metto fine a questo sciagurato post. Solo un’ultima considerazione. Nel caso i Maya fossero all’ascolto. Non ve la aspettavate una confusione simile, eh?

Due amanti felici fanno un solo pane,
una sola goccia di luna nell’erba,
lascian camminando due ombre che s’unisco,
lasciano un solo sole vuoto in un letto.

Di tutte le verità scelsero il giorno:
non s’uccisero con fili, ma con un aroma
e non spezzarono la pace né le parole.
E’ la felicità una torre trasparente.

L’aria, il vino vanno coi due amanti,
gli regala la notte i suoi petali felici,
hanno diritto a tutti i garofani.

Due amanti felici non hanno fine né morte,
nascono e muoiono più volte vivendo,
hanno l’eternità della natura.

Pablo Neruda – Cento sonetti d’amore

In questi ultimi giorni ho avuto input diversi  da situazioni diverse che mi hanno fatto ragionare su quante cose affollano la mia vita, o meglio la mia casa.

Il primo mi è arrivato da un’amica fiorentina che ha deciso di disfarsi della maggior parte delle cose che ha in casa, abiti, libri, souvenir, oggetti vari, per riuscire a traslocare “leggera”, ma specialmente a vivere leggera. Non avere più attorno, o appresso, quello che ha accumulato in anni. Ma non semplicemente buttando via. Ha chiamato a raccolta tutti gli amici e conoscenti e ha organizzato una giornata, forse anche più di una per gli amici forestieri, in cui chi l’aiuterà a disfarsi della roba  – a cui comunque rimane tenacemente attaccata –  potrà portarsela via. Grande mossa! Grande coraggio!

Il secondo mi è arrivato  dal blog di @Ella

http://ellaneivicolipersa.wordpress.com/2012/10/24/elenco-dellautunno/

Lei ha forse dei motivi meno leggeri per disfarsi di tutto, ma il risultato non cambia.

Io mi guardo intorno. Ho una casa piccina stipata di roba. Da dove incominciare?

Sicuramente dall’armadio. Ho tante di quelle cose che non metto mai. D’altro canto  sono monotona. Mi vestirei sempre nello stesso modo. Per un po’. Poi cambio mise e andrei avanti per mesi. E tutto il resto dentro l’armadio per anni.

Si partirò dai vestiti.

Sulle scarpe ho fatto già da un po’ scelte drastiche. E dolorose. Ma era necessario. Ma ripassando in rassegna scatole impolverate credo che potrò fare di meglio.

Ci sarebbero poi regali fatti da persone che è meglio neanche nominare, souvenir di viaggi di tanti anni fa, collezioni inutili di oggetti inutili.

E poi: libri. Ho libri ovunque. Tranne che in bagno riempiono ogni angolo di casa. Libri belli e brutti. Saggistica (poca) narrativa, teatro, arte (pochissima) riviste di cucina (un’esagerazione ma oramai sono quasi vintage). Insomma qualche quintale di carta che trattiene polvere e che secondo me prima o poi sfonderà il pavimento.  Ma come si fa ad eliminare i libri?

Tentai qualche anno fa. Con il solo risultato di spedire i romanzi più pacchiani, le letture più insulse e antiche, a prendere polvere nella cantina della casa in montagna. Addirittura lì conservo ancora i libri di Selezione dal Reader’s Digest di mio padre! Che quelli veramente li potrei usare per accendere il camino. Ma niente. Qualunque foglio di carta rilegato mi impegna alla conservazione perenne.

Basta! Una volta deciso è deciso. Sarò drasticissima.

Una sera di queste compro una bottiglia di whisky, e quando sarò abbastanza alticcia farò scatoloni di libri da regalare.

E magari farò anche io un fuori-la-roba day per gli amici.

Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla, perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non  piace, per poterlo cambiare. Ho amato così, essendo stato Paolo Borsellino. Ho amato così, Paolo Borsellino: Essendo Stato.


Dopo essere tornata da Teatro con ancora addosso la tesa emozione delle parole di Paolo Borsellino e di quelle scritte per lui da Ruggero Cappuccio, non posso che tornare a cercare il testo nella mia libreria. Preso in mano è un piccolo librino, stampato nel 2006, due anni dopo la prima messa in scena dello spettacolo con Massimo De Francovich e un coro di sei attrici. Quello spettacolo ha girato tutta l’Italia, dal Piccolo di Milano al Biondo di Palermo e ovunque è stato applaudito per l’intensa interpretazione di De Francovich.

Ma il testo contenuto in questo piccolo libro dilata la dimensione della forma. E’ una discesa agli inferi. Un passaggio rasoterra con delle impennate in alto, come su una gru altissima, a vedere il mondo ristretto e i corpi in terra, tra le macerie, in Via D’amelio. C’è tanto in questo testo di Cappuccio. Verità e poesia. Oratorio ma non lapide. E’ vivissimo Borsellino in quel suo ultimo secondo di vita dilatato “in un disperato

residuo del tempo” in cui il Giudice “dubita di essere già morto, dubita di essere ancora vivo”.

Ruggero Cappuccio lo legge, lo recita, con una capacità attoriale che non conoscevo, ma con una delicatezza e una misura,  che esaltano le parole anche le più sussurrate, e compiono il miracolo di vederlo lì, Paolo Borsellino, in scena. Magie che solo a teatro si compiono.

Userò il verbo morire solo tre volte. Un uomo può morire quando il suo corpo è profanato. Un uomo può morire quando chi lo ascolta sente le sue parole come se fossero pronunciate da uno già morto. Un uomo può morire quando chi gli parla usa gli sguardi, i gesti, i toni che si adoperano con uno già morto o con uno che immancabilmente dovrà morire. Sono le sedici e cinquantotto. E’ il diciannove del mese di luglio. E’ il millenovecentonovantadue. C’è stata un’esplosione che ha prodotto una strana sensazione di silenzio. A Palermo le esplosioni e le parole hanno come fine assoluto solo il silenzio. Sono per terra. Non vedo altro che il cielo attraverso un velo di polvere. Sono finito. Forse sono finito. Sapevo che sarei finito. Guardavo da tempo al futuro della mia fine e la vedevo già trascorsa, già passata. Il prima e il dopo si erano amalgamati nella mia vita, da tempo. Da tempo tutto era chiaro, come la cenere sollevata da questa inconsueta deflagrazione di silenzio. Sono per terra. Sono finito. Forse mi rimangono ancora quattro secondi. Cinque. Sei. Forse me ne rimane uno, piccolissimo, stretto, invisibile, ma è così immenso quest’attimo. Non posso muovermi, eppure questa immobilità sta creando un’incredibile danza di visioni. Non posso muovermi. Se i miei ragazzi non sono intorno a me è necessario che io pensi questo: sono in terra anche loro. Agostino, Walter, Vincenzo, Claudio, Emanuela, Antonio. Siete in terra anche voi. Da quanto tempo, da quanti giorni, da quanti mesi siete in terra? Quante notti sono che sapevate? Da quale notte avete saputo? Quante notti fa avere vissuto in pace la vostra ultima notte? Non c’è più asfalto, Agostino. Non c’è più asfalto sotto di me, Vincenzo, Walter, Claudio, Antonio, Emanuela. Non c’è più asfalto sotto di noi. C’è la terra. C’è la terra caldissima della mia terra. Sotto le mie reni c’è la terra di Sicilia. (Paolo Borsellino Essendo Stato – Ruggero Cappuccio)

Le parole pronunciate da Paolo Borsellino che gli Italiani non hanno mai ascoltato.

Il 31 luglio del 1988 il giudice palermitano denunciava con forza davanti al CSM l’inadeguatezza dei mezzi di contrasto attivati dallo Stato contro la Mafia. Borsellino parla per oltre quattro ore con straordinaria e diretta lucidità. Quella audizione arriva per la prima volta in scena raccontata da Ruggero Cappuccio.

Per quanto riguarda la situazione delle forze di Polizia denunciai l’avvicendamento continuo e adoperai anche una frase piuttosto pesante parlando, addirittura di gioco delle tre carte, nel senso che quei pochi uomini che c’erano venivano fatti girare , ma erano sempre gli stessi, solo che uno lo si metteva alla Squadra Mobile, poi lo si spostava al Commissariato di Marsala, poi a Mazzara.

O parliamo per enigmi dicendo che c’è una caduta di tensione o che manca la volontà politica, e la gente non capisce bene cosa significa, oppure questi problemi li dobbiamo affrontare concretamente, dobbiamo citare fatti e mettere il coltello nella piaga e dire: “C’è un organismo centrale delle indagini antimafia che in questo momento non funziona più.”

Questo rispondeva Paolo Borsellino al CSM, il 31 luglio 1988: era stato convocato per le interviste rilasciate ai quotidiani “La Repubblica” e “L’Unità”, nelle quali aveva denunciato il preoccupante stato di smobilitazione del pool antimafia di Palermo.

Minacciato dall’ombra di imminenti provvedimenti disciplinari, il magistrato parlò per quattro ore di fila: dalle dieci alle quattordici. Nel pomeriggio fu invece ascoltato Falcone.

Brani di questa audizione tesissima, mai resa pubblica integralmente, entrano ora in “Paolo Borsellino Essendo Stato”, racconto scenico di Ruggero Cappuccio, che lo stesso autore leggerà a Roma, al Teatro Arcobaleno, dal 24 al 28 ottobre.

Davanti al Csm i due magistrati affrontarono con chiarezza i delicatissimi temi inerenti l’ assegnazione delle indagini, l’inserimento nel pool di nuovi giudici senza l’adozione di criteri di sicurezza, l’affidamento di procedimenti sulla criminalità mafiosa a magistrati estranei al pool. Dalle loro parole appassionate emergono i complessi scenari che fanno da sfondo alle indagini sul fenomeno mafioso, ma anche lo spirito di sacrificio di chi, pur accerchiato e consapevole delle occulte relazioni tra criminalità organizzata  e Stato deviato, aveva deciso di non arretrare. Giovanni Falcone sarebbe stato ucciso, quattro anni dopo, il 23 maggio 1992 nell’attentato di Capaci. Paolo Borsellino 57 giorni dopo di lui, in via D’Amelio, a Palermo.

Proprio su via D’Amelio, o meglio sull’ultimo secondo di vita di Paolo Borsellino, il 19 luglio del 1992, si concentra il testo di Cappuccio, che dilata questo singolare residuo di tempo in un intenso monologo.

Il giudice disteso sull’asfalto, dubita di essere già morto e dubita di essere ancora vivo. in questa dimensione di lucidità entrano i sogni, l’infanzia, la giovinezza, l’amore  di Borsellino per la sua Sicilia aspra e luminosa, per la sua famiglia e per chi ha cercato di proteggerlo e sta morendo con lui. Ma c’è anche l’amico Giovanni Falcone, dall’adolescenza fino all’ultimo abbraccio nel giorno di Capaci.

E c’è la denuncia della solitudine in cui i due magistrati sono stati lasciati, perché esiste una parte deviata dello Stato che vuole controllare la piaga rappresentata dalla mafia ma non guarirla: di quell’infezione ha infatti bisogno, anche per mettere a morte le parti sane del suo corpo che desidera siano messe a morte.

Il testo scritto nel 2004, è stato portato in scena anche da magistrati della Procura di Salerno, di Milano e di Trieste, che hanno voluto fare propria questa denuncia civile. La nuova versione, che include le dichiarazioni davanti al Csm, ci restituisce ancora di più, con la drammatica evidenza delle sue parole, Paolo Borsellino come un eroe moderno lontano dalle tentazioni della retorica.

Palermo non mi piaceva” dice nel monologo “per questo ho imparato ad amarla, perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non piace, per poterlo cambiare.”

PAOLO BORSELLINO ESSENDO STATO

scritto e interpretato da Ruggero Cappuccio

impianto scenico Mimmo Paladino

immagini Lia Pasqualino

musiche originali Marco Betta

disegno luci Giovanna Venzi

assistente alla regia Nadia Baldi

dal 24 al 28 ottobre 2012

Teatro Arcobaleno – Via Francesco Redi – Roma

Furono gli altri ad accorgersi per primi di quello che Alice e Mattia avrebbero capito solo molti anni più avanti. Entrarono nella stanza tenendosi per mano. Non sorridevano e i loro sguardi seguivano traiettorie divergenti, ma era come se i loro corpi fluissero con continuità l’uno nell’altro, attraverso le braccia e le dita a contatto. 

Il contrasto marcato tra i capelli chiari di Alice, che ne incorniciavano la pelle del viso troppo pallida, e quelli scuri di Mattia, arruffati in avanti a nascondergli gli occhi neri, si annullava in quell’arco sottile che li congiungeva.

C’era uno spazio comune tra di loro, i cui confini non erano ben delineati, dove sembrava non mancare nulla e dove l’aria pareva immobile, imperturbata.

Da “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano

Per te.

Tutte le strade portano a Roma. Era vero in antichità ed in parte anche oggi. Per chi arriva da fuori Raccordo in fondo basta prendere una delle consolari e a Roma ci arriva comunque. Magari trovandosi infognato nel caos di qualche quartiere di quelli belli popolosi. Ma ci arriva. Diverso è se devi uscire da Roma, perché le consolari si allargano a raggio in tutte le direzioni.

Dopo tanti anni di iter allucinante mia cugina e il marito sono riusciti ad avere due bambini in adozione. Sull’iter prima o poi scriverò un post a puntate, perché è uno scandalo dei soliti che avvengono in Italia. Sui bambini dico solo che sono bellissimi e che nel giro di due mesi dal dialetto di un paesino  sperduto dell’Etiopia capiscono e parlano l’italiano e vanno a scuola. Alla faccia della difficoltà di integrazione. Certo mia cugina e il marito ai miei occhi sono due eroi, ma a quanto pare il desiderio di avere dei figli mette i superpoteri.

A parte accoglierli questa estate all’arrivo da Addiss Abeba non eravamo più riusciti ad incontrarci. Finalmente oggi dovevo raggiungerli con piccoletto e cagnetta nel pesino arroccato su un monte nei pressi di Roma dove vivono.

Tutti contenti siamo partiti con regalino per i bimbi, musica scelta dal piccoletto e cicoria che si è subito spaparanzata sul sedile posteriore lasciandogli solo un angolino. Dopo un bel po’ di chilometri e un bel po di code ai semafori inizio ad avere sentore che la strada non mi sembra quella giusta. Avevo guidato facendo più attenzione alla compilation del piccolo DJ che non alla direzione che prendevo. Ad un certo punto ho la conferma. Invece che sulla Tiburtina stavamo viaggiando sulla Prenestina. Cazzo ho sbagliato! ho pensato, ma devo averlo anche detto (tanto il piccoletto è abituato, lo scrive anche nei temi a scuola, che dico le parolacce in macchina). Ma subito dopo ho anche ragionato sul fatto che una qualsiasi traversa a sinistra della Prenestina in qualche modo mi avrebbe fatto raggiungere la Tiburtina.

E’ così infatti. A raggio partono tutte dal centro: Casilina, Prenestina, Tiburtina, Tuscolana. Basta sapere quella che hai a lato e il gioco è fatto. Non avevo però calcolato la distanza che avevamo già percorso, parecchia, e quindi l’altrettanta distanza che oramai avevo con la consolare alla mia sinistra. E non avevo neanche calcolato l’intensa edificazione che oramai riempie tutta la zona nei dintorni di Roma. Non esiste praticamente fine alla città fino ai comuni limitrofi. Quindi dopo poco mi sono trovata in un enorme quartiere nuovo, mai visto prima. Intersecato da strade che giravano a spirale e come se non bastasse, con quelle terribili rotonde al posto degli incroci che farebbero perdere la bussola anche a Cristoforo Colombo.

Essendo io pilota senza navigatore, né umano né satellitare, mi sono affidata al mio innato senso dell’orientamento dandomi il tono di quella che comunque sapeva dove andava, per non aggravare la caduta di stima dal sedile posteriore.

Mi sono quindi aggirata con fare sicuro nel nuovo quartiere dal nome esotico, che non ricordo già più.  Un posto allucinante. Decine e decine di isolati tutti uguali. Palazzi seminuovi costruiti in economia, con identici portoni e balconi (molti già verandati). Molti palazzi con l’aria di non essere quasi ancora abitati. Uffici vendite. Pochissimi negozi aperti. Pochissime persone. Un non luogo.

Improvvisamente mi sono ricordata di una volta, da piccolina, in macchina con mia madre (forse aveva ancora la mitica Cinquecento bianca) in una qualche periferia romana. Guardando i palazzi bruttissimi che ci scorrevano accanto le dissi: Io in questo posto non ci verrei mai a vivere. Lei mi rispose: Non lo dire, non si può mai sapere. Noi avevamo la fortuna di essere sempre vissute al centro, in belle case, molto grandi. Al momento mi mortificai. Oggi, vista la situazione,  capisco che potrebbe succedere anche domani.

Alla fine dei giri nel quartiere fantasma ho finalmente trovato le indicazioni per un grande centro commerciale. Ecco oggi forse le strade non portano tutte a Roma, ma ai Centri Commerciali. Sapendo di quale Centro si tratta si può ritrovare la giusta via. E così è stato.

Con un ritardo oramai enorme sono riuscita ad arrivare sulla Tiburtina alle porte del Paese dove vivono i cugini. A quel punto è squillato il telefono. Un imprevisto. Lui, il papà adottivo, era rimasto in panne durante una escursione per una discesa in grotta (oltre ad avere i superpoteri sono entrambi speleologi per passione) e quindi Lei doveva mettersi in macchina per andarlo a recuperare.

Fine dell’incontro domenicale e fine della gita. Ho girato la macchina e, un bel po’ mogi, siamo tornati verso la città. Dopo un bel giro sulle consolari romane.

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