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365 giorni

compleblogil timer mi indica che tra due ore è passato un anno.

Un anno  fa decisi che avrei scritto un post al giorno per 365 giorni.

Era un momento particolare, uscivo da un periodo duro. Molto duro. E avevo da poco aperto un blog. Per la prima volta nella mia vita mi stavo sfidando a scrivere e pubblicare quello che normalmente rimaneva confinato nella mia mente (o anima, direbbero i buddisti).

Mi resi conto subito che avrei avuto delle serie difficoltà a continuare. Io sono così. Impulsiva, immediata. Appena decido o penso una cosa devo subito realizzarla. Decisi di avere un blog una sera che ero particolamente giù e nel giro di due ore era funzionante. Ho una grande capacità di azione. Ma quanto a continuità e costanza …. bè lasciamo perdere.

Così dopo pochi post mi sono resa conto che avrei potuto anche smettere. Ma il mio obiettivo principale dovrebbe essere sempre quello di arrivare fino in fondo, qualunque cosa accada.

Inoltre sentivo un pizzicorino alla base della colona vertebrale. Quel pizzicorino che mi arriva sempre quando si sta completando un ciclo della mia vita e ne sta per iniziare un altro. Banalmente avrei compiuto cinquant’anni. Il lavoro non andava mica tanto bene e avevo avuto una batosta sentimentale niente male. Il pizzicottino, però mi diceva che la mia vita stata girando. C’era nell’aria un profumino di cambiamento…. E così decisi di sfidarmi. Un post al giorno. Per un anno. Una follia! Avrei documentato un anno della mia vita attraverso i miei pensieri, le riflessioni, una immagine, qualcosa. Per poi, dopo 365 giorni, tirare le somme.

Ed eccoci.

Mica so bene che devo dire.

Cioè di cose ne sono successe tante, ma quanta importanza hanno? Ho smesso di fumare. Sono ingrassata. Sto a dieta. Ho incontrato una comunità che non immaginavo neanche esistesse. Siete voi. Ho compiuto i miei primi cinquant’anni. Ho il lavoro sempre più complicato ma forse stringendo i denti qualcosa di buono sta arrivando. Ho smesso di vedere la TV perchè la sera scrivo o leggo i vostri post. Purtroppo ho anche smesso, quasi, di leggere libri. Ma ora non dovendo scrivere tutti i giorni riuscirò a rimettermi in paro.

Ma c’è una cosa fondamentale, LA COSA, che è accaduta solo grazie al fatto che ho portato avanti il blog.

Ho conosciuto la persona che sicuramente ha cambiato la mia vita. Un uomo stupendo che riesce a darmi una quantità d’amore che supera il tempo, le distanze, e qualunque problema. Grazie a lui ho riscoperto la Eli che conoscevo. Ironica, sensibile, amante dello scherzo e della battuta ma anche pronta a sottoscrivere questioni importanti. Non era più così da un bel po’. Avevo permesso alla vita di schiacciare completamente  la mia anima. Esiste  l’uomo perfetto? Certamente no. Come non esiste la donna perfetta. Ma lui ha una meravigliosa dote, che non ho mai trovato in nessuno prima: la totale e completa generosità nell’amare. Ed è capace di gesti eclatanti ma profondi. Ho riscoperto la parola amore, ma anche la tenerezza e  la sensazione di essere sempre al centro della sua vita e dei suoi pensieri.

Grazie amore.

Non ti avrei incontrato senza questo blog.

216px-Jain_hand.svgQuesto post si potrebbe anche intitolare: eli e le donne, o anche eli e i tradimenti, o meglio eli e gli uomini che non la scelgono mai.

Io ho un bel rapporto con le altre donne. Ritengo che siano una fonte per me di ispirazione continua. Difficilmente mi sento invidiosa o in gara con un’altra donna. Non è escluso che conosca donne che mi stanno sulle palle, o che discuta o litighi con una donna, o che proprio la pensi in maniera differente. Figuriamoci! La sorellanza è roba da anni settanta. Però, negli anni, ho imparato ad ascoltare le donne parlare, e a guardarle mentre parlano, e ad osservare i movimenti del corpo degli occhi delle mani. E ci vedo proprio la vita. Ci rivedo me o l’opposto di me o entrambe le cose. Ma mi sento in sintonia.

Negli anni ho imparato a rispettare anche le donne che mi hanno ferito. E qui arriva il punto.

Ho una sorta di maledizione del faraone che mi colpisce in ogni relazione amorosa. Il mio uomo vive con un’altra donna. Oppure. Non ci vive più, ma la sua ex continua ad essere fortemente presente nella sua vita. Oppure. Non ha un’altra donna, ma qualunque altra donna lo interessa.

Mi sono trovata in situazioni grottesche. O meglio.  Che definisco ora grottesche, perchè al momento credevo di sentirmi aprire la terra sotto i piedi. In realtà me lo auguravo.

Mi sono trovata, incinta di tre mesi, a leggere le missive infatuate della giovane artista al mio compagno-padre-di-mio-figlio-regista. E fin qui niente di strano. Capita. Ma la storia durava da tempo, negata, sempre. E di fronte all’evidenza non ha potuto che …. negare ovviamente. Sono finita a urlare come una lavandaia al telefono alla tipa di sparire dalla nostra vita.

Durante la stessa gravidanza, verso l’ottavo mese,  il mio amore regista  se la fece anche con  la giovane allieva, ma oramai avrete capito il tipo. Quindi nessuna meraviglia se l’anno dopo mi ritrovai in un paesino della calabria, per uno stage estivo, con TRE, dico TRE, delle sue amanti (o ex amanti) come allieve. Neanche a dirlo che ci siamo lasciati.

In un’altra relazione mi sono ritrovata nuda, accanto al mio uomo nudo e addormentato, a sentire la porta di casa che si apriva e vedere la sua ex che entrava chiamandolo prima di rimanere pietrificata come me, per poi decidere di lasciare le chiavi di casa sul comodino e uscire in silenzio. Non bastasse, al suo risveglio un attimo dopo, il bastardo si angosciò per lo stato di prostrazione in cui, sicuramente, lei si stava trovando in quel momento.

Dopo anni di un rapporto tira e molla in cui continuava a comparire l’ex nei momenti più delicati, ebbi la notizia che per motivi assolutamente pratici legati alla crisi economica, avevano deciso di ricondividere la casa e le spese. Il gergo che ho usato lo lascio alla vostra immaginazione. L’aggravante è che per tutto il tempo della relazione io ero stata vessata da una forma di gelosia patologica e accusata, assolutamente gratuitamente, dei più turpi e ripetuti tradimenti.

Infine mi sono ritrovata a gestire una relazione con un uomo che inizialmente creduto libero si rivelò invece accasato con figli. Convinta del fatto che la convivenza fosse oramai un fatto puramente formale ho atteso un tempo più che congruo, per me, per far si che si definisse la questione. Ma ciò non accadde né si vide all’orizzonte la più pallida speranza, complice ancora una volta crisi e dissesti finanziari. Ma, se non fosse bastato, il mio uomo – essendo intelligente, arguto e ironico – amava dedicare tempo ed energia al rapporto epistolare con donne di ogni razza e religione, alcune delle quali fatalmente cadevano nel deliquio amoroso. Alcune delle altre poi incontrava o cercava di incontrare. Sempre, sia detto per chiarezza, sostenendo di mantenere  l’assoluta fedeltà morale e materiale a me.

Sento già da un po’ ripetuti mormorii e borbotti. Si ma te li cerchi con il lanternino. Vabbè ma dopo che ti ha fatto questo ancora ci stavi insieme. Ma come hai accettato una situazione di compromesso e poi ti sei tirata indietro.

Ebbene, coloro che mormorano non hanno letto il titolo del post, o non sono buddisti, o comunque non sanno cosa significhi la parola karma.

Karma è una parola che deriva dal sanscrito e letteralmente, significa “azione”.

“Indica il funzionamento universale di un principio di causalità simile a quello di cui parla la scienza, secondo cui ogni cosa nell’universo esiste all’interno di uno schema di causa ed effetto: “per ogni azione, c’è una reazione uguale e contraria”. La differenza tra la causalità delle scienze naturali e il principio buddista del karma è che quest’ultimo non si limita alle cose che possono essere viste o misurate: esso si riferisce anche gli aspetti invisibili o spirituali della vita, alle sensazioni o alle esperienze di felicità o miseria, gentilezza o crudeltà.”

“Secondo il Buddismo, noi creiamo il karma su tre livelli: attraverso i pensieri, le parole e le azioni. Le azioni, ovviamente, hanno un impatto maggiore delle parole. Allo stesso modo, quando diamo voce alle nostre idee, ciò crea un karma più pesante rispetto al solo pensarle. Tuttavia, poiché sia le parole sia le azioni hanno origine nei pensieri, anche il contenuto di ciò che sentiamo e pensiamo è di cruciale importanza.”

“Il karma quindi, come ogni cosa, è in costante divenire: creiamo il nostro presente e il nostro futuro attraverso le scelte che facciamo in ogni momento. Sotto questa luce, l’insegnamento del karma non incoraggia alla rassegnazione, ma restituisce il potere di diventare protagonisti nello svolgimento della propria vita. “(dal sito dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai)

La questione quindi attiene decisamente a me. Al mio rapporto, evidentemente, malato con il genere maschile. Froidianamente direi al mio rapporto, assolutamente, malato con mio padre.

Ma torniamo invece al mio rapporto con le donne. In tutto questo, direte – già vi sento, come puoi amare tanto il genere femminile. Dal momento che squinzie bionde seducevano il tuo uomo. Che altre donnine più mature non mollavano di un centimetro il territorio. Che infine per un verso o per l’altro sei stata comunque defenestrata?

Facile: perchè non era propriamente responsabilità loro. Agivano, è vero – a volte, in modo subdolo. Ma i miei meravigliosi uomini avrebbero potuto neutralizzarle in modo immediato, efficace e definitivo. Manifestare in maniera chiara e totale che una sola e unica donna faceva parte della loro vita: IO.  Invece no. Perchè io amo gli uomini che non rinunciano mai….. alle altre.

In quanto alle ex, ora attuali e conviventi , o definitivamente ex dei miei ex, quasi sempre ci divento amica. Chi accompagno nelle visite al centro per i disturbi alimentari (si perchè se le scelgono anche anoressiche) Chi diventa interlocutrice e riferimento nella gestione del piccoletto nei giorni di spettanza del padre. A chi, incontrandola per l’ennesima volta nell’ennesima imbarazzante situazione, lui vagava cieco come un Edipo, do’ la mano sorridendo e dico: Oramai presentiamoci, io sono Eli.

donne-cena-pesceCinque donne intorno a una tavola su una terrazza romana.

G. si è appena separata dopo più di vent’anni di matrimonio. Ha un aspetto splendido. Ci ha invitate a cena perchè dopo mesi l’ho chiamata e ci siamo riviste per un caffè. Ma non basta per riprendere un’amicizia che è durata tanto, tanto tempo. E lei supergenerosa ed ospitale com’è (napoletana), favorita da una splendida grande casa, ha organizzato una cena dove reincontrarci insieme ad altre amiche.

P. è sempre bella, per lei gli anni sembra non passino. Anche lei separata, ma da anni ormai, ha un compagno fisso che vive all’estero. Da sempre. Prima in Germania, ora a Londra. Sono ricercatori. Ride sulla questione Marino-Vivisezionista. Nessun medico o chirurgo può evitare di passare per l’utilizzo di animali cavia, dice lei. E quindi parla di strumentalizzazione politica. Ci vuol poco a capirlo, dico io, quando Roma è tappezzata da manifesti con Alemanno abbbracciato ad un gattino. Dico Alemanno! Avete mai visto lo sguardo di Alemanno dal vivo? Potrebbe far scappare un Dobermann.

F. è come al solito una tacca sopra le altre per sensibilità. Riesce a capire tra le pieghe di un racconto i passaggi emotivi che lo hanno generato. Io penso sia per tutti i problemi di salute che ha dovuto sopportare. Anni di lotta ad un diabete che le dava vita a tempo. Il tempo di azione dell’insulina, poi era come si spegnesse una candela. A vederla così abbronzata e mesciata, sempre in gran forma fisica e vestita carina non si potrebbe immaginare che ha subito un trapianto di reni ed è sempre sotto farmaci. Infatti è  splendida, come sempre. Tranne alla fine, quando dice che è ora e deve andare, e si capisce che per lei non è un modo di dire. Come cenerentola ha un tempo di autonomia. E quando scende le scale ha già un altro volto e il pallore sotto l’abbronzatura delle Eolie. P., la sorella, le va dietro per sostenerla e scortarla fino a casa.

A. è il solito grillo. Siamo salite assieme, e in macchina mi ha già fatto il terzo grado. Vuole sapere tutto. L’amore? Quale? Ma lo scrittore… Finita. Ma che fai tu con gli uomini, li consumi? Rido. No, era una storia molto complicata. Mi chiede del lavoro. Dopo tanti anni non hanno ancora mica capito bene che lavoro faccio. Sono leggermente fuori dai canoni. Le chiedo dei figli. Lei è un’altro dei grandi misteri femminili. E’ una donna minuta, non bellissima, il viso segnato anzitempo dall’età. Ha sposato da poco un uomo bellissimo molto più giovane di lei. Dopo anni di convivenza lo hanno deciso per poter adottare un bambino. Ne hanno avuti due, dall’africa, fratelli gli hanno detto. La femmina è una quasi adolescente, il maschio ha cinque anni. E’ sconvolgente pensare come due persone che non hanno mai avuto figli possano passare in un attimo da zero a cento in questo modo. Sono dei miti.

Cinque donne attorno a una tavola mangiano e bevono e ridono e si raccontano e ritrovano la gioia di essere assieme. Ancora una volta. Nonostante tutto.

Spesso in macchina ascolto la radio. E quasi sempre ascolto radio 24. O radio 3 Rai.

Quando il pomeriggio vado a prendere il piccoletto a scuola è l’orario di Voi Siete Qui un programma di racconti di vita scritti dagli ascoltatori. E’ curato da Matteo Caccia il quale inizialmente aveva ideato e condotto Io Sono Qui una sorta di diario delle sue esperienze di vita. Una specie di Blog radiofonico. Il programma ha avuto un  successo grandioso, e così dall’anno successivo il format è stato orientato verso la vita degli ascoltatori. Anche questo seguitissimo, conuna puntata live a fine stagione. Ovviamente pagina facebook aggiornata in diretta, twitter idem, pubblicazione di libro con raccolta racconti….

Il mio problema è che arrivo a scuola quando il racconto normalmente è a metà e quindi mi perdo sempre la conclusione.

Oggi ero in ritardo. Tipica  mamma lavoratrice stressata che arriva in ritardo a prendere il figlio anche l’ultimo giorno di scuola. Oramai la maestra mi guarda rassegnata. Mio figlio ogni volta teme che io non ce la faccia, o mi sia dimenticata, o non so quale altra triste considerazione.

Traumi infantili a parte, essendo in ritardo ho potuto ascoltare tutta la storia e anche l’inizio della intervista fatta all’ascoltatore/autore. Matteo Caccia è uno simpatico, un po’ fighetto ma alla mano. Mette le persone a proprio agio. Ha chiesto al tipo che lavoro facesse e lui: Beh, lavoro… diciamo che sono architetto. E qui si è aperto un discorso sulla difficoltà di lavorare come libero professionista. Poi è arrivata la mattonata, una cosa che mai avrei creduto di sentire da Matteo Caccia ma che è la domanda che quasi tutti si fanno: Ma è davvero necessario chiamare  un architetto per fare dei lavori di ristrutturazione di una casa?

Ora è chiaro che come ex moglie di architetto sono di parte. Ed è chiaro che se si deve dare una tinteggiata alla cameretta dei figli, non è certo il caso di chiamare un architetto. Ma la difficoltà di comprendere quale sia la vera professionalità di un architetto mi ha sempre lasciata di sasso. E mi ha sempre lasciato di sasso il pensiero comune che in fondo chiunque è in grado di ridisegnare la propria casa e dare istruzioni su tendaggi e colori della moquette.

Non è che mi sono messa a fare una crociata a favore della categoria, è un discorso più ampio che attiene a tutte le professioni che non siano strettamente tecniche. Quei lavori dove la creatività è strettamente legata alla tecnica. Quelle professioni immateriali, non quantificabili. Apparentemente.

Perchè il problema è tutto lì. Viviamo in un mondo barbaro, dove manca la sensibilità allo spazio, al bello, alla precisione delle forme. Architetti, registi, disegnatori, grafici, fotografi. Oramai tutti sono in grado di definirsi tali, o almeno di pensare di poterlo fare. E si creano dei mostri.

Una questione per niente nuova. Ma sentire oggi questa frase, detta da un giovane brillante autore e conduttore radiofonico, che avevo sempre considerato una persona istruita, intelligente e con un bel bagaglio di esperienza di vita, mi ha veramente dato la misura di come le invasioni barbariche siano oramai cosa fatta.

942040_315105261956194_1324310255_nDopo mesi di ascolto su cd questa sera ho avuto il piacere di sentir suonare  Andrea Bonioli – 4 Tet Live all’Alexander Plaz. Per chi non fosse di Roma l’Alexander Plaz è uno dei templi italiani della musica jazz. Per chi non conoscesse Andrea Bonioli, non si preoccupi. Forse non è molto famoso, ma secondo me è assai bravo.

Comunque l’occasione è stata quella, di essere invitata per una sera, ad uscire da casa, a mandare a cagare il teatro, e di infilarmi in un locale interrato in Prati, con un pubblico che aveva un’età media sui trentacinque (e i miei cinquanta hanno alzato la media di parecchio), senza un accompagnatore (ma tanto oramai sono abituata), bermi un gin tonic seduta su un gradino e sullo stesso gradino ascoltare un’ora e passa di concerto jazz.

Cazzo che serata! direte. Invece avete torto. E’ stato, dal mio punto di vista, come assistere a due spettacoli in contemporanea.

Sì! Perchè dal mio gradino, di fianco ai musicisti, potevo seguire loro e allo stesso tempo il pubblico.

E potevo vedere che nelle salette sotto le arcate dell’infame locale interrato c’erano – mischiati abilmente ai trentenni – anche altri ospiti cinquantenni (o oltre!) che sorseggiavano drink e battevano il tempo con la punta della scarpa sotto il tavolino.

Ho potuto osservare l’arrivo di una signorina (non accompagnata!) che sedendosi iniziava a parlare con i commensali con un tono di voce che si sforzava di rimanere al di sopra della musica. Cosa decisamente poco bella in un locale dove si fa musica dal vivo. La detta signorina poi cambiava tavolo e baciava in maniera esagerata una serie di persone, tra cui quella che credo aver individuato come la moglie del sassofonista – incinta (del sassofonista, suppongo). Rimanendo poi in piedi tra un tavolo e l’altro e denotando un nervosismo inconsapevole tramite il gesto di sistemare continuamente il ciuffo di capelli dietro le orecchie, per poi tirarlo giù un momento dopo a coprire la fronte. Ne ho dedotto che dovesse essere lì per qualcuno. Che forse non la degnava abbastanza di attenzione. O forse non la degnava di alcuna attenzione, visto che dopo una serie limitata di brani se ne andava lanciando baci a vari tavoli e ai componenti la band.

E ho osservato con quanta dedizione e amore la moglie del batterista, si muoveva nell’angusto spazio delle salette, tra i tavolini e le sedie, per fare fotografie alla band, e specialmente al batterista, con una bellissima macchina fotografica regalatole dal batterista stesso poco tempo fa.

Ho potuto notare poi la coppia tecnico-del-suono-che-vive-a-Dublino con la sua compagna Irlandese-moglie-tra-pochi-giorni che si distingueva da tutte le altre donne presenti nel locale per l’esagerazione del platino nei capelli e l’incredibile, assoluta, inidentificabile provenienza degli abiti che indossava.

Per non parlare delle giovani donne che servivano dietro al banco e ai tavoli. Non classificabili per incapacità totale di creare un cokctail o un drink degni di questo nome,  ma assolutamente qualificabili per ogni essere di sesso maschile presente in sala.

Insomma una serata istruttiva come poche me ne erano capitate negli ultimi mesi. Altro che cultura, altro che teatro, altro che drammaturgia contemporanea, questa è vita!

blog0Manca una settimana ai trecentosessantacinque giorni in cui mi ero prefissata di scrivere un post al giorno. Una settimana ancora ed è passato un anno.

Scrivo random, senza neanche raccogliere le idee. Ad minchiam, direbbe un amico mio.

E’ tempo di bilanci. Almeno di un inizio di bilanci. Non ci si da un obiettivo così, almeno per me che non avevo mai avuto un blog, folle, senza poi cercare di capire cosa ne è stato il prodotto.

Partiamo allora dalla storia.

Punto a) Ho scritto così tanti post, che spesso quando li vedo menzionati nelle statistiche mi chiedo cosa ci sia scritto e me li vado a rileggere.

Punto b) rileggere i propri post è come ascoltare la propria voce registrata. Si ha un unico pensiero: quella non sono io!

A volte non sapevo proprio come svoltare il post del giorno e ho rifilato la prima cazzata che mi veniva in mente. Ma pare che le sappia imbastire bene, le cazzate.

La fase più difficile è stata quella estiva. Passato l’entusiasmo del primo mese mi sono ritrovata a scrivere in luoghi dove internet è una parolaccia, in orari allucinanti, su supporti vari. E specialmente senza avere la benchè minima idea se c’era o meno qualcuno interessato a leggermi. Avevo forse uno o due “mi piace” e ogni tanto uno o due commenti. Riguardo a questo sono assolutamente grata a aquilanonvedente. Mi ha seguito, unico, per mesi. Unico a scrivere commenti e a darmi l’idea che non ero lì che lanciavo bottiglie nell’oceano. Insieme alla mia ventunenne. Che continua a leggermi sempre anche se non scrive mai.

Comunque da settembre, piano piano, ho iniziato ad avere sempre più commenti e la sensazione di essere finalmente parte di una comunità. Sì perchè in definitiva è successo proprio questo. E non me lo aspettavo. Non avevo nessuna pratica di chat o altre modalità virtuali di conoscenza e quindi iniziare a dialogare con persone delle quali non sapevo neanche da quale parte del mondo mi scrivessero è stato sorprendente. E ovviamente ci ho messo un poco ad orientarmi, ma poi ho capito che ritrovavo esattamente le stesse dinamiche che si incontrano nella vita reale. Simpatie o antipatie, giudizi, amicizie, gelosie, innamoramenti, tradimenti, fughe, rotture riappacificazioni. Il tutto un poco mistificato, è vero, ma alle volte neanche troppo.

Devo dire che non ho mai avuto problemi con alcuno dei blogger che ho incontrato. Quasi mai, anzi. Ho usato il mio diritto di non accettare un commento solo in due occasioni. La prima era stata preavvisata, il secondo più che altro per non far fare una brutta figura allo scrivente. Ma per quanto mi riguarda nessun incontro è stato privo di un vero piacere di condivisione di pensieri e di scambio fruttuoso. Anche se, come capita nella vita reale, ho trovato alcune persone molto in sintonia con il mio sentire, mentre altre le ho poco a poco perse per strada.

Non avendo, comunque, alcuna aspettativa sono stata assolutamente felicemente sorpresa.

Questi ultimi giorni, prima della data definita nel mio obiettivo, cercherò di capire se e come scrivere ogni giorno ha cambiato la mia vita, e cosa è stato quest’anno di blog.

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