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Stai lì che ti piangi addosso perchè la vita è dura. Perchè arrivare a fine mese è sempre più una scommessa.

Ti disperi perché il tuo uomo, ormai ex, continua tranquillamente a chattare per ore e tu sai che in fondo non hai fatto la differenza.

Cerchi un senso alla follia che ti spinge a lavorare dodici ore al giorno in un teatro per guadagnare quello che uno statale prende per sei con tredicesima quattordicesima e buoni pasto.

Poi Lou muore, e pensi che in fondo tu che cazzo ti disperi a fare.

601842_302284249904962_1510273816_nCammino lungo il fiume. Sui marciapiedi sotto gli argini. Cicoria ha bisogno di muoversi ed io anche, e finalmente dopo tutto un inverno immersi nelle acque schifose del Tevere ora sono riemersi e sono stati ripuliti dal fango.

Lei, Cicoria, è presa da mille odori. Io, eli, da mille pensieri. Lei, Cicoria, scodinzola felice. Io, eli, ho improvvisamente paura che possa decidere di inseguire la cornacchia che la sbeffeggia posandosi un metro qua e poi là e poi volando via gracchiando, e che si getti in acqua. Non saprei come ripescarla. Il fiume è ancora molto pieno e la corrente è ancora molto forte.

Sulla riva del fiume poca gente. Incontro qualche jogger, alcuni ciclisti sulla ciclabile (appunto), pochi turisti, qualcuno che come me passeggia. Incontro un tossico o alcolizzato o entrambi, che ho visto  diverse volte dal veterinario. Con diversi animali. L’ultima volta con un cagnetto nero che è quello che ora gli è sfuggito scendendo dalla scalinata sulla quale lui sta defecando (il tipo, non il cane). Il cagnetto corre da Cicoria, si annusano, io lo fermo raccogliendo il guinzaglio. Arrriva il tipo tenendosi i jeans e biascicando  un poco alterato (non mi fai nemmeno cagare….) Gli porgo il guinzaglio alllontanando lo sguardo Mi imbarazza, lo ammetto. Cicoria percepisce la questione e mi segue senza farsi pregare.

Continuiamo la passeggiata. Ad un certo punto il mio sguardo è attratto sul marciapiede dall’altra parte del fiume. Un’anatra cammina lungo l’argine. E’ una femmina, si riconosce il suo colore marroncino anche da lontano. Poco distante un maschio, grigio argento, verde e nero. Dietro l’anatra mi sembra di vedere tre anatroccoli. Non sono certa all’inzio perchè le due rive sono molto distanti. Ma poi vedo distintamente i tre piccoli puntini neri muoversi dietro la madre. Lei cammina celermente, senza voltarsi. Ma ogni tanto si ferma e aspetta che anche l’ultimo sia a distanza di sicurezza. Spostato verso il fiume il maschio. Che fa quasi da scorta. Mi fermo ad osservarli. Perchè camminano sull’argine? Perchè non nuotano nel fiume? Forse sono troppo piccoli gli anatroccoli? O la corrente è troppo forte? Mi guardo intorno. Non ci sono altri gruppi di anatre. E loro sono da un lato del fiume dove non ne ho mai viste. E un lato pulito. Senza formazioni di fango a fare da isole di approdo, senza piante o cespugli in cui  nascondersi. E infatti continuano a camminare. Il maschio si butta in acqua e li segue da lì, nuotando. Poi con un colpo d’ali torna sul marciapiede. C’è senza dubbio un motivo che li spinge a questa lunga camminata. Io proseguo sull’altro lato continuando ad osservarli. Cicoria sembra aver capito che c’è qualcosa che mi trattiene e si trova un legnetto da rosicchiare seduta a terra. Ad un certo momento vedo che alcuni  i gabbiani che volavano un poco più avanti, verso l’isola, si sono avvicinati. Ne vedo uno che punta direttamente verso l’anatra con i pulcini. Lei si ferma e allunga il collo. I piccoli vicino a lei. Il gabbiano si abbassa un poco ma poi deve virare e riprendere quota per via del muraglione. Subito l’anatra riprende a camminare, si avvicina alla riva e scende in acqua seguita dagli anatroccoli. Il maschio è già in acqua un poco più avanti. Il gabbiano vira in alto poi si abbassa di nuovo e punta in velocità verso l’ultimo anatroccolo della fila. Io trattengo un grido portando la mano alla bocca. Lui si abbassa a sfiorare il pelo dell’acqua e subito si rialza per non andare a sbattere contro il marciapiede. Non riesco a capire se lo ha preso. No. Mi sembra non abbia nulla nel becco. E neanche nelle zampe. L’anatra con i tre anatroccoli nuota veloce verso un piccolo alberello che offre riparo tra le radici, nell’acqua, poco più avanti. Il maschio la raggiunge.

Sollevata immagino si fermeranno lì per un poco. Il gabbiano per niente scoraggiato continua a volteggiare in cerchio. Continuo a camminare voltandomi indietro e vedo l’anatra che ha ripreso il suo cammino. Non so cosa la spinga a sfidare i pericoli così in pieno giorno coni suoi piccoli. Non capisco la presenza del maschio. Ma vedo che hanno una missione che portano avanti tenacemente, andare avanti. Non penso che gli anatroccoli abbiano grandi possibilità di sopravvivenza qui in questo fiume pieno di gabbiani, di topi e di nutrie. Sono minuscoli e mi allontano guardandoli e pensando con immensa tristezza  che probabilmente stasera saranno già stati mangiati.

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Ho iniziato a leggere il mio secondo libro di Murakami dall’inizio dell’estate. Un autore di cui molto mi avevano parlato ma che non avevo ancora mai letto. Errore grave.

Il primo è stato “Kafka sulla spiaggia” e mi ha stregato per l’intensa poesia e per la incredibile precisione e capacità che ha nel dare vita ai personaggi. E’ un libro visionario e fantastico che però non è facile inserire in un genere. A momenti sembra di leggere una fiaba, in altri si precipita nell’intensa e struggente vita reale e nei dolori e nelle speranze che ha ognuno di noi, pur se magari riportate nel racconto di un adolescente. Insomma un genio.

Ecco un piccolo passaggio, tanto per dare un’idea, del libro che sto leggendo “Dance, dance, dance”.

In poche righe parla della morte in generale. Della morte del suo gatto. Di che genere di gatto era e di che vita aveva fatto (e io avrei in mente alcune persone a cui la descrizione calzerebbe proprio). Della reazione che lui ha, pur non parlando mai di se, e del tipo di rapporto aveva con questo animale, pur non descrivendo nulla della loro vita in comune.

“Alla fine di maggio morì il gatto. Fu una morte improvvisa, del tutto inattesa. Una mattina mi alzai e andando in cucina lo trovai raggomitolato in un angolo, senza vita. Forse era morto senza capire nemmeno lui il perché. Il suo corpo freddo era rigido come un pollo arrosto, e il suo pelo sembrava più sporco di quando era vivo. Si chiamava Sardina. La sua non era stata certo una vita felice. Non era mai stato amato in particolare da nessuno, e lui stesso non era un gatto dalle grandi passioni. Scrutava sempre con grande diffidenza le facce delle persone, forse aveva paura che gli portassero via qualcosa. Non ho mai visto un altro gatto con uno sguardo come il suo. Comunque, anche lui era morto. E quando uno è morto, nessuno gli può portare più via niente. Questo è il lato bello della morte.”

P.S. Ovviamente lo sto  leggendo in italiano ma la copertina giapponese mi piaceva di più.

Pantuma: ombra, apparizione notturna, in senso esteso: persona insignificante, che non vale nulla. Forse ha affinità con la parola “fantasma” (Es.: ses abarrau in cue cumente unu pantuma…; sei rimasto là come un ombra, inerte…) 

Ho letto un romanzo di Salvatore Niffoi, Pantumas.

Come raramente mi accade, ero entrata da Feltrinelli per scegliere un libro da leggere e solo vedendo il nome dell’autore, la copertina e la scarna presentazione sul retro, l’ho comprato. Di Niffoi avevo già letto un altro romanzo, La vedova scalza, e mi era piaciuto moltissimo.

Oggi sono perplessa.

Primo punto importante è che solo ora, rientrata per un giorno e avendo accesso ad internet, sono riuscita a capire il significato del titolo.

il libro contiene tantissimi dialoghi e descrizioni con parole in sardo. Niente da dire. Anche Camilleri ha sdoganato il dialetto siciliano infarcendo i dialoghi del suo Montalbano di termini siciliani. Ecco, non so se magari io ho più affinità con il siciliano, o se effettivamente il significato dei termini era più intuitivo (magari scrivendo scantare nella frase successiva si capiva che intendeva avere paura). Qui no, non capivo. Forse il sardo è veramente più una lingua che un dialetto.

In ogni caso sono andata a vedere se avevano inserito un glossario a fine libro. Niente. Ho continuato quindi tentando di intuire e dove non capivo di farmene una ragione.

Ma la questione non è questa. Il romanzo parla appunto (ora posso appunto scrivere appunto perché ho capito il titolo, guarda un po’), dicevo parla appunto di un fantasma. Un uomo muore, lo seppelliscono con tutti i sacramenti, e dopo un anno torna dalla moglie e dal nipote (voce narrante) come in una sorta di resurrezione. Con lui compare misteriosamente un rotolo di pellicola, anzi diversi rotoli, che contengono i momenti molto personali della vita di  Mannoi Lisandru Niala (mannoi significa nonno), quei momenti che solo lui conosce o ricorda. I momenti più forti, duri, tormentati, vergognosi, crudeli della sua vita.

Questa pellicola viene proiettata e vista dal defunto, dalla sua vedova, dal nipote e dalla famiglia. Durante la proiezione, mano a mano che Mannoi Lisandru si trova di fronte ai suoi ricordi, torna indietro nel tempo. Ma non metaforicamente. Si ringiovanisce, decresce, si rimpicciolisce. Fino al termine della visione dove è ormai un poppante tra le braccia della moglie che lo culla e lo allatta, felice (lei) dell’opportunità che ha di scaricarsi la coscienza di un peccatuccio (uccio rispetto ai tanti peccati commessi dal marito) contenuto anch’esso nei ritagli di pellicola, e di poter a sua volta morire insieme a Lisandru nella tradizione degli abitanti di Chentupedes.  Essi muoio infatti sempre in coppia, mogli e mariti ma anche consanguinei o persone casualmente accoppiate, per darsi coraggio nel passaggio all’aldilà.

Sono veramente irriverente nel sintetizzare in maniera così brutale un testo che è sicuramente costato fatica e lavoro al suo autore. Non me ne voglia se per un caso straordinario avrà la disavventura di trovarsi questa pagina sottomano. Non sono una critica né voglio fare una critica.

La mia perplessitudine è proprio nel concetto durissimo di una persona costretta a rivivere il passato. Ma non lui solo. Tutte le persone che ama assistono, vedono, a colori, il suo passato. E non i momenti gloriosi o felici o normali.

Però sul normale devo anche fare una precisazione. E’ una vita, quella di un paesano costruttore di carri in un paese dell’entroterra sardo dell’inizio del novecento, che è eufemismo definire dura. E’ quasi impossibile. Nascite e morti sembrano ugualmente crudeli. Ammazzamenti e vendette sono pura sopravvivenza. Diciamolo: una vita molto primitiva, dove per primitivo intendo tesa alla sopravvivenza propria e della propria specie.

Io non sono contraria all’elaborazione del proprio passato, ma come strumento personale di crescita, e sottolineo personale. Ho trovato crudele e inutile il tormento inflitto ad un uomo, peraltro morto e risbattuto sulla terra dopo un anno (e non c’è pace!) e questa sensazione di ingiustizia e di durezza mi ha accompagnato per tutto il libro. Ruvido ecco come lo definirei.

Il pensiero stasera mi è andato ad un’altra raccolta di pellicole. Quelle che Salvatore riesce finalmente a vedere nel finale di Nuovo Cinema Paradiso: tutte le scene tagliate perché troppo scostumate, quasi tutti baci. Quello è uno dei finali più belli: un regalo da una persona che hai seguito e amato e che dopo la morte ti fa capire quanto bene, considerazione e quanta attenzione ti ha dato anche se la vita vi ha separato.

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