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Archivio mensile:aprile 2014

appena sveglia dopo un’altra notte di incubi e insonnia

c’è il cielo grigio e l’aria fredda

mi faccio un caffè

partire per non restare sola?

rimanere sola per non partire?

la vita è pura follia

ma bisogna dare un ordine a questa follia

c’è un poeta torinese, folle, che di questo ha fatto un mestiere

Guido Catalano 

io lo adoro

stamattina ho incontrato questa

ve la leggo

(potete anche non ascoltarmi tanto l’ho scritta sotto)

– quando non ci sei mi manchi
– e quando son con te?- vorrei non ci fossi
– così ti mancherei

– esatto
– potremmo non vederci mai più

– così mi mancheresti sempre
– geniale

– allora ciao
– allora addio

– già mi manchi un po’
– impossibile, son ancora qui

– va bene, addio
– un’ultima sigaretta?

– ho smesso un anno fa
– dai, è un’ occasione importante

– ma tu non fumi
– è vero

– ho delle cioccolate
– fondenti?

– fondentissime
– ok

– avresti mai detto che sarebbe finita così?
– sì, con te sì

– come sì con me sì?
– sei sempre stato strano, fin dal primo bacio

– solo perché son svenuto dopo averti baciata?
– ti sembra poco?

– avevo il calo di zuccheri e l’emozione a palla
– e quella volta che volevi picchiare il benzinaio perché dicevi che mi guardava in modo concupiscente?

– sai che son sempre stato geloso dei benzinai, è un mio punto debole
– va bene, ora vado

– se mi manchi troppo posso chiamarti al telefono?
– non penso funzioni così

– quindi a Natale non ci facciamo il regalo?
– direi proprio di no

– e tu potrai baciare altri, benzinai compresi?
– sì

– ma tutto ciò è terribilmente spaventosamente terribile
– lo è

– facciamo che tutto questo era un incubo e noi ci svegliavamo nello stesso letto e mentre facevamo colazione con le uova fritte io te lo raccontavo e ci ridevamo su?
– sei sicuro?

– no, però facciamolo
– ci sto, però cerca di sentire un po’ la mia mancanza

– sempre
– spesso

– non mancherò

lipari

segue da sull’Isola #2

 

Mi siedo su una roccia, le gambe raccolte tra le braccia, il mento sulle ginocchia. Resto in ascolto del vento che taglia la spuma alle onde e mi fischia accanto.

Quell’estate era quasi passata in un lampo. Pensavo di aver già vissuto tutto il bello che potevo.

A casa mia madre e mia zia erano in fremente attesa che arrivasse Marco. Marco il bello, Marco che sapeva far ridere tutti con le sue storielle, Marco il motociclista, il sub, il calciatore.

Figlio di amici di famiglia io lo ricordavo già grande quand’ero bambina.

Era stato impossibile non innamorarmi, non desiderarlo e per lui impossibile resistermi. Avevo capito subito quanto lo attraevo ed ero sfacciata, lo corteggiavo senza vergogna. Avevo solo diciassette anni, dieci meno di lui, e cercò in tutti i modi di resistermi.

Avevamo fatto l’amore la prima volta sulla sabbia, tra le barche tirate a secco. Alla fine mi aveva chiesto:” Ma tu quando fai l’amore non parli mai?” non sapeva ancora che per me era la prima volta.

Giorni di passione furiosa, nascosta, salata come la nostra pelle cotta dalla salsedine. Poi la partenza. Io di nuovo segregata nella casa paterna. Lui alla sua vita tra lavoro e sport e donne che lo corteggiavano e squarci di tempo strappati per stare qualche ora assieme.

Appena maggiorenne me ne andai di casa. Non dissi mai che era per lui, ma da quel momento la nostra storia cambiò. Niente più ore rubate, niente fughe nascoste. Dovevo fare l’esame di maturità. Mi preparavo furiosamente, con l’idea che poi sarei stata definitivamente  libera. Libera di scegliere la mia strada, libera di essere la sua donna.

Partiva per l’Isola. Mi disse che mi aspettava. Che dovevo andare bene all’esame. Che lui non poteva mica stare con una somara.

Andò come andò, né bene né male, e finalmente lo raggiunsi sull’Isola.

Sento il rumore di un motore. E’ il pick-up di Turi. Sa sempre dove trovarmi.

– Ma che schifo di posto è diventato questo, che si arriva dappertutto in macchina?

Mi sorride

– E certo, perché noi dobbiamo andare a piedi così quando arrivate voi dal continente, due giorni l’anno, trovate l’Isola ancora selvaggia come una volta!

Rido anche io. è la verità. Noi vorremmo che alcuni angoli del nostro mondo venissero preservati dal tempo, destinati all’immobilità.

Si siede accanto a me, anche lui attratto irresistibilmente dalla luce che attraverso le nuvole tinge il mare di viola.

– Non ti stanchi mai di guardarlo, il mare?

– Mai!

Dopo la moglie e le figlie vengono l’Isola e questo mare.

……Anche se a volte è un traditore bastardo.

Sai che non ho mai saputo esattamente com’è andata?

Lo guardo interrogativa

– Si, cioè, so bene quello che è successo…. ma non ne abbiamo mai parlato.

– Vuoi che ti racconti.

– Se te la senti…

Parlo piano, con la voce bassa, senza guardarlo. Entrambi fissiamo l’acqua scura che si agita sotto di noi.

– Eravamo usciti presto, con il tuo gozzo, come ogni mattina. L’ora buona per pescare. Come sempre scendevamo in acqua insieme. Lui con la mezza muta e il fucile e io che lo seguivo con maschera e pinne. La prima volta che lo avevo visto scendere in profondità, in apnea, ero rimasta folgorata. Il torace gli diventava immenso, la vita fina come quella di una ballerina. Si muoveva tra le rocce senza fretta, come l’aria non dovesse finire mai. Poi un colpo di pinne e tornava in superficie. Soffiava fuori l’acqua dal boccaglio e respirava normalmente prima di rimmergersi di nuovo. Ero affascinata da questa sua capacità. Io restavo a guardarlo dall’alto. Cercavo ogni tanto di seguirlo sott’acqua ma la mia aria finiva sempre troppo presto e il mio corpo sembrava tendere al galleggiamento più di una boa. E poi segretamente io facevo il tifo per i pesci….

Turi si volta verso di me e sorride

– Quel giorno aveva scovato delle tane qui vicino. Vedi quello scoglio lì, davanti  alla spiaggia? Non era molto profondo, forse quindici  metri.

Aveva già preso una cernia. Grossa. Era risalito e mi aveva passato l’arpione con quel bestione che si dibatteva ancora.

– Ce n’è un’altra! Mi aveva detto prima di rimmergersi.

Ero rimasta con sto mostro che spalancava la bocca divincolandosi e la barca era pure abbastanza lontana. Nuotando a fatica con il braccio teso, cercando di non farmi avvicinare la bestia ero riuscita a posare la fiocina – anzi l’avevo quasi lanciata oltre il bordo –  e poi, quasi senza fiato, a tornare indietro verso il punto dove si era immerso.

Era risalito e risceso già due volte.

– E’ furba questa!

– Dai lasciala perdere, è entrata troppo in profondità.

Macchè! Era ridisceso. Cercava di stanarla con la punta del fucile, ma quella evidentemente si sentiva sicura dov’era. Ha dato un colpo di pinne e ha iniziato a risalire sempre guardando in basso.  Improvvisamente ha alzato la testa, un solo istante. Ho incrociato i suoi occhi. Poi il collo si è piegato, le spalle sono come scivolate in avanti, ho visto il corpo  afflosciarsi e iniziare a scendere.

No! Cazzo, No! Ho urlato, dentro di me. Ho subito preso fiato, cercando di arrivargli vicino prima che scendesse troppo in profondità. Vorrei dire che c’ero quasi, che forse potevo prenderlo. Invece no, non mi sono neanche avvicinata troppo. Non ci riuscivo. Era passato solo un momento e già era sul fondo. Forse ci eravamo spostati più avanti, sui venti-venticinque metri e per me era troppo profondo. Non sapevo più cosa fare. Ho iniziato a nuotare come una pazza verso la barca. Ho cercato i razzi nella dotazione di bordo e ne ho sparato uno. Poi mi sono ributtata in acqua. Disperata riuscivo solo a vederlo senza poterlo raggiungere. Non è passato tanto. Forse dieci minuti. Per me è stata tutta una vita. Sono arrivati con un gommone, si sono buttati, lo hanno ripreso. Il resto lo sai, c’eri anche tu.

Tra di noi è di nuovo silenzio.  Non c’è bisogno che ci diciamo altro. Rimaniamo a guardare il mare, aspettando che le onde dell’emozione tornino a placarsi.

Le nuvole si aprono per un istante e un raggio di sole improvviso riesce ad arrivare fino a noi. E’ come il segnale che possiamo tornare a parlare e partiamo insieme

– Io credevo che..

– Non pensavo…

Scoppiamo a ridere

– Dì

– No, di tu…

– Io credevo che non saresti mai più tornata qui all’Isola.

– Si lo so, neanche io credevo sarei mai più riuscita a venire. Ma poi vedi com’è la vita. E’ passato il tempo. Ho incontrato un uomo, l’ho sposato, ho avuto dei figli. Ora ho vent’anni in più di quelli che aveva lui quando è morto…. e a me sembrava così grande…. Ho sentito che potevo far pace con questo dolore. Che la vita mi ha regalato una felicità e per questo devo essere grata. Ho dovuto venire.

– Sono contento di aver diviso con te questo momento.

– Grazie Turi. Tu gli sei stato amico per tanto, e solo tu potevi capire cosa significava per me tornare qui, a questa spiaggia.

– Vuoi che andiamo ora?

– Si, dammi un passaggio con quel tuo catorcio, va!

Mentre scendiamo dal Piano verso il porto mi ricordo di un pomeriggio passato con Marco nella pineta, sdraiati su un letto soffice di aghi di pino a intrecciare le dita con le sue guardando verso il cielo. Tu sei il mio sole, mi aveva detto.

Cronache di un pigiama rosa

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