meno sei – le vite degli altri

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un giorno, poco più di una settimana fa, tornavo verso l’ufficio dopo una breve pausa. passavo per una piazzetta dietro la casa dove abiterò ancora per pochi giorni, accanto ad una chiesa di rito copto. aveva appena smesso di piovere ed una ragazza molto giovane, bruna, volto corrucciato e sguardo perso in avanti, camminava con passo deciso incontro a me. la seguiva un ragazzo, coetaneo, biondino, di quel biondo un po’ anonimo, con il viso segnato dall’acne e le sopracciglia piegate ad un muto appello. aveva in mano un ombrello, di quelli pieghevoli, per l’appunto ripiegato. lo stringeva con entrambe le mani. quasi fosse l’ombrellino a sorreggere lui, e non viceversa.  disse, portando la voce un po’ in avanti, verso lei: allora oggi pomeriggio andiamo  a …. ?  lei fece un gesto, senza girarsi, con la mano a cornetta vicino all’orecchio, come a dire: telefonami. lui, con sguardo ancora più intensamente appellante: ma ci vediamo comunque? ….alle cinque? lei ancora senza voltarsi e continuando a camminare scosse la testa, in un muto ma deciso diniego.
Io ero oramai passata oltre, non potevo fermarmi, sarei stata notata per la mia indiscrezione. ma arrivata in fondo al vicolo, quando oramai dovevo forzatamente svoltare e perdere il contatto visivo e auditivo della scena, non resistetti e mi voltai.
lui era fermo all’angolo prima della piazzetta. lei inesorabilmente andata. era rimasto li, attaccato al suo ombrellino, tirando e richiudendo il piccolo manico, guardando nella direzione in cui lei era sparita.

*********************

ero nella casetta di periferia, con il falegname che mi aiutava a montare mobili. anzi lui li montava mentre io giravo per casa  tentando di creare pile di scatole adatte al transito da una stanza a l’altra. avevo deciso di fare una pausa ed avevo comprato per entrambi e per il piccoletto della pizza alla pala, in una rosticceria che sicuramente sarà il mio punto di riferimento per i prossimi giorni.
mangiando, in piedi, nella piccola cucina, ci siamo messi a parlare di case, e lavori, e figli. e così ho scoperto che il figlio del falegname, di cui purtroppo continuo a non ricordare il nome – che è un nome da uomo in romania – certamente – ma che in italia sembra un nome da donna – ho scoperto dicevo che il figlio ha undici anni. lo avevo visto la domenica prima, con la madre, quando erano venuti a casa mia, la  casa dove abiterò ancora per sei giorni, per vedere il lavoro da fare. e mi era sembrato coetaneo del mio, del piccoletto, che ha nove anni. invece lui ne ha undici, ma non ancora compiuti, mi dice m. (l’iniziale del nome la ricordo) con occhi orgogliosi, li farà questo mese. ed il piccolo figlio del falegname, già da due anni, la mattina va a scuola da solo. ora frequenta la prima media, ma lo faceva già alle elementari. e poi all’ora di pranzo esce di scuola, da solo e da solo va a casa, dove mangia da solo e rimane da solo fino al ritorno della madre. il padre torna più tardi. vivono in un paese vicino roma ed entrambi lavorano in città. lui falegname, lei fa “le pulizie”. in una casa di piazza di spagna, da tredici anni, sempre la stessa famiglia, mi dice lui, sempre con sguardo orgoglioso. tranne quando ha avuto il bambino. i primi anni era venuta la suocera, dalla romania, per aiutarli. ma poi era ripartita, e loro si sono organizzati così.
Il pensiero di quel bimbo  già così autonomo, mentre il piccoletto ha bisogno quasi che gli infili ancora le mutande mi ha fatto molto pensare.

*********************

una mattina, pochi giorni fa, passavo in macchina, con il piccoletto, accanto ad una scuola occupata. l’avevano occupata pochi giorni prima, e noi c’eravamo. passavamo proprio mentre veniva tirato fuori dalle finestre uno striscione e tutti i ragazzi sotto ad applaudire….. ho spiegato al piccoletto cosa è un’occupazione, e come sicuramente succederà anche a lui, così come è successo alla ventiduenne, di dormire a scuola in un sacco a pelo, sdraiato sopra due banchi uniti. quella mattina fuori la scuola c’erano studenti, insegnanti, qualche genitore. passando con la macchina, lentamente per non urtare nessuno, ho notato un gruppetto di ragazzini intorno ad un biondino con la chitarra a tracolla. erano lì che aspettavano che lui trovasse il giusto accordo. e lui, con un sorriso molto soddisfatto lo ha preso quell’accordo, ed ha iniziato a suonare e cantare una canzone in inglese che non conoscevo affatto. io però ero molto più concentrata sul suo volto, che non sulla melodia. mi chiedevo dove avevo già conosciuto quel ragazzo. un volto familiare, quasi intimo. pochi metri e con la macchina li ho superati, svoltando sulla piazza del monte dei pegni. ed ecco che mi sono ricordata. del ragazzino dopo la pioggia, delle sue mani strette sull’ombrello, e di lei che se ne era andata.
chissà se ora era li, tra la folla di ragazzi sotto la scuola occupata, a sentirlo suonare la sua canzone……

 

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23 commenti
  1. giacani ha detto:

    Le vite degli altri…che diventano pezzi della nostra!

    • elinepal ha detto:

      vedo, ascolto, penso, imparo.
      piccolo esercizio che ho ripreso a fare dopo che da diversi fronti mi è arrivato il consiglio di smetterla di concentrarmi sulla punta delle mie scarpe…
      🙂

    • elinepal ha detto:

      grazie, detto da te conta molto.

    • Sai cosa è stato bello? Ritrovare il ragazzo. Ho sgranato gli occhi e mentalmente ho detto “oooooohhhh”. Bello, mi hai portato dove volevi tu. Che, mi ripetono sempre, è la forza della narrativa. Se riesci a farlo, hai raggiunto lo scopo principale dell’autore. 🙂

  2. liù ha detto:

    Belli!
    Hai descritto così bene i tre quadretti di vita vissuta che mi pareva di vederli realmente!
    un abbraccio Eli
    liù

  3. Uno sguardo attento alla vita degli altri per riflettere sulla propria….
    uno sguardo sensibile…

    buona giornata
    .marta

  4. Lo sai che ho letto tutto il tuo post proprio con gusto?
    Brava.
    Che poi, non so se posso, ma potrei anche commentare i tre quadretti, ma rovinerei questo magico effetto…
    Ciao

    • elinepal ha detto:

      Ma come non sai se puoi? Devi!

  5. Brani di vita che volontariamente o involontariamente viviamo con gli altri.
    Ci si ferma a osservare i giovani, che avolte ci appaiono assurdi, a volte ci fanno ricordare tempi passati, si ascoltano le chiacchiere di chi è migrante, si spiega ai figli certi passaggi, attraverso i quali passerà anche lui.
    Letture gradevoli e che fanno meditare.

    • elinepal ha detto:

      Grazie di essere passata. Buona serata!

    • E’ sempre un piacere leggere i tuoi post.
      Serena serata

    • elinepal ha detto:

      a te!

    • elinepal ha detto:

      Prego?

    • Il nome rumeno che non ti ricordi, che comincia per m e che in italiano potrebbe sembrare femminile.

    • elinepal ha detto:

      Ah ok. No qualcosa tipo Marichia. Domenica torna, glielo richiedo e me li scrivo.

  6. Vabbe’, se proprio devo.
    Il commento che mi è venuto spontaneo dal primo quadretto è stato lapidario: “stronza!”.
    Del secondo quadretto mi ha colpito lo sguardo “orgoglioso” che tratteggi. L’orgoglio di un padre che vede aprirsi di fronte al figlio la speranza di un futuro migliore del suo. Speranza che noi abbiamo perso (per colpa nostra, s’intende).
    Del terzo quadretto vedo l’epilogo: il biondino che diventa famoso e la “stronza” che si strappa i capelli pensando a come l’ha trattato.
    :mrgreen:
    ‘notte…

  7. LuceOmbrA ha detto:

    Bello! Credo che le coincidenze abbiano un loro significato, spesso non palese, ma importante. Un abbraccio 🙂

  8. Beh io sono romantica e penso che alla fine della canzone la ragazza si sia ravveduta pentendosi di come l’aveva trattato e che siano tornati assieme ^^

  9. Dalle vite degli altri si può imparare molto. Basta sapere guardare con occhio attento.
    Nicola

    • elinepal ha detto:

      è così 🙂

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