meno 298 – il cane e la guardia (segue)

Lei, da quando aveva il cane, era abituata agli  approcci più improbabili per strada. Un giapponese l’aveva addirittura fermata chiedendo il permesso di fotografarlo. Nel giro di pochi giorni aveva parlato con più persone del quartiere che negli ultimi vent’anni. Anche al parco oramai aveva conosciuto quasi tutti  i frequentatori abituali ed i loro cani. Il Parco era molto grande ma gli animali invariabilmente si cercavano e si incontravano per giocare. E i padroni, con una naturalezza che lei non aveva mai riscontrato prima, si fermavano a parlare di qualunque cosa. Il cane aveva particolarmente fatto amicizia con un bassotto con il quale, nonostante la sproporzione fisica, si inseguiva e si rotolava per delle mezz’ore. Ma in quel caso il padrone, un ragazzo che per l’appunto faceva il veterinario, non sembrava troppo loquace o felice che  si fermassero a lungo. Lei aveva intuito, diciamo che era più una certezza, che quella era una zona del parco particolarmente frequentata da uomini in cerca di incontri. E così appena i due cani accennavano a frenare le loro corse, riagganciava il suo e proseguiva nella passeggiata.

Ma rispetto agli altri, l’approccio della guardia giurata era decisamente più particolare. Lei continuava ad assentire e a rispondere garbatamente alle sue domande immaginando ad ogni risposta conclusa la loro chiacchiera. Invece lui per niente preoccupato di essere invadente continuava a seguirla, carezzando il cane e chiacchierando del più e del meno come fossero amici incontratisi per caso dopo tanto tempo.

– Abiti qui vicino? – le chiese, infine.

– Si, proprio dietro la Piazza

– Io sono in questa banca qui, sto facendo una sostituzione, sarò qui per due settimane ancora.

– Ah

– Beh, allora magari ci rincontriamo.

– Si, certo. – E ritenendo concluso l’incontro lei si avviò verso il suo bar, tirando un po’ il cane che si girava a guardare lo sconosciuto carezzatore.

Il bar era chiuso per ferie e così decise di passare al mercato a comprarsela, l’insalata, per mangiarla a casa. E già che c’era si fermò all’alimentari a prendere del formaggio fresco.

Questi negozi del centro, che una volta erano delle bottegucce tristi e buie, con le merci accatastate su banchi di legno e piccoli frigoriferi a sportello, negli anni sono diventate delle sorta di gioiellerie. Non forniscono dei normali generi alimentari. No. Ogni prodotto è diventato una specialità. Per forma, consistenza o provenienza. Il classico Fiordilatte oramai è superato. Si possono chiedere solo mozzarelle di bufala, o bocconcini della Piana del Sele o trecce di Boiano. E il prosciutto non è più solo San Daniele o Parma, ma prosciutto aromatizzato del Montefeltro o prosciutto montano della Val Vigezzo. Inutile dire che salumieri, macellai o panettieri sono diventati dei gran signori e girano in SUV o Maserati, mentre le loro signore sono sempre alla cassa, è vero, ma con le dita incastonate di vere di brillanti. Niente da dire, per carità, solo che figuriamoci se in tali botteghe fanno entrare un cane.

E difatti lei dovette lasciare il cane fuori, legando il guinzaglio all’apposito gancio, e tentando di rassicurarlo sul fatto che non lo stava abbandonando, sarebbe tornata subito. Ma lui, com’era prevedibile iniziò a guaire disperato e a contorcersi tentando di liberarsi. Facendo più in fretta che poteva i suoi acquisti, sotto lo sguardo di riprovazione della cassiera che certamente disapprovava qualunque atteggiamento indulgente con gli animali, tornò fuori e trovò il cane oramai tranquillo carezzato e coccolato dalla guardia giurata.

– Certo che diventa proprio matto quando non ti vede!

– E già.

– Ho fatto una passeggiata per sgranchirmi le gambe e ora torno alla banca.

– Ah.

– Tu vai a casa?

– Si.

– Bene allora facciamo un tratto di strada insieme. Io poi lavoro fino alle quattro e poi via, che devo portare fuori i cani.

– Eh, certo, i cani.

– Si quelli non vedono l’ora che torno per andare a fare due corse.

E così dicendo camminavano verso la comune direzione.

Lei, dopo il primo sbalordimento nel ritrovarselo di nuovo davanti, iniziò un po a studiarlo. Non era un brutto uomo, diverso di sicuro dalle solite guardie giurate delle banche tutte un po’ fuori forma e tracagnotte. Certo non era molto alto, ma belloccio, con un ciuffo biondo che spuntava da sotto il cappello della divisa e una discreta forma fisica. Non doveva essere molto più giovane di lei, diciamo intorno ai quarantacinque, e certamente era un uomo buono. Lo aveva pensato guardano i suoi  occhi mentre parlava dei suoi cani e dal modo tenero con cui accarezzava il suo.

Fecero un altro tratto di strada insieme e poi si salutarono.

La giornata proseguì come sempre, casa, lavoro, casa, gatti, lettura di un libro e poi a letto.

Ma il pensiero di quell’uomo le tenne per un bel po’ compagnia.

La mattina dopo ci mise un po’ di più a decidere quale vestito indossare, e si guardò nello specchio con più attenzione mentre si metteva la matita sugli occhi.

Attraversando la strada per andare in ufficio sbirciò nella Banca. Lui era li, dentro un gabbiotto di fianco alla porta girevole che con aria annoiata fissava i monitor. Alzò lo sguardo, la vide, e con un cenno della mano la salutò. lei alzo la sua in risposta e proseguì.

A fine mattinata calcolò che doveva essere arrivata l’ora in cui lui uscita per fare una pausa prima del turno pomeridiano. Mise il guinzaglio al cane e uscì. Lui era lì, di fronte alla Banca, come la stesse aspettando. Rifecero un tratto di strada insieme, fino alla Piazza e stavolta non parlarono di cani. Lui le chiese che lavoro faceva, e lei poi chiese a lui dove abitava e cosa faceva nel tempo libero.

– Insomma, niente di particolare. Mi vedo con degli amici, e poi vado in giro con i cani. Sai li porto fuori dalla città per farli svagare a correre in Pineta o in campagna dove ho una piccola casa. E tu?

– Dipende, molto spesso sono in giro per lavoro, altrimenti vado al cinema o a teatro.

– Ah. Io a teatro non vado mai, mi sembra tutto così noioso. Magari al cinema ci vado di più. Con i miei amici.

Improvvisamente lei disse una cosa che, a ripensarci poi a casa, si chiese se non era impazzita.

– Se vuoi quando finisci di lavorare, alle quattro, vieni a prendere un caffè da me.

Lui la guardò un po’ stupito. – Si, certo che mi va. (continua)

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